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Questa è simpatica. Certo, non è che mi senta proprio a mio agio nella parte del cane che dorme, ma a ripensarci potrebbe anche suonare come un avvertimento, visto che di recente sono ricominciati gli starnazzi.

 

Enjoy.

 

 

 

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Ci sarà pure il sole alle Hawaii, sarà pure un posto da sogno, ma se state programmando di eleggerle come vostro buen retiro, sarà bene pensarci su un attimo. Diciamo anche più di un attimo, almeno fino alla fine di questo secolo, ponendo maggiore attenzione agli ultimi 25 anni del periodo.

 

Ecco qua, da Nature Climate Change:

 

Projected increase in tropical cyclones near Hawaii

 

E da Science Daily, che ha ripreso il comunicato stampa dell’università delle Hawaii, da cui appunto provengono i ricercatori che firmano l’articolo:

 

More Hurricanes for Hawaii?

 

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I prati, le foreste, le aree rurali, chissà quante volte vi sarà capitato di recepire delle sensazioni olfattive particolari girando lontano dagli insediamenti urbani. Bene, quel profumo, scrivono gli autori di una letter appena pubblicata su Nature Geoscience, è in grado di mitigare il riscaldamento globale.

 

Warming-induced increase in aerosol number concentration likely to moderate climate change

 

Si parla di feedback, cioè di quei meccanismi possibilmente innescati dall’aumento delle temperature che possono potenziare o limitare, come in questa fattispecie, l’ampiezza della stessa causa che li ha generati. Come molti sanno e come ci è capitato di scrivere più volte, la potenziale pericolosità del riscaldamento globale non è direttamente ascrivibile alla relazione esistente tra l’incremento dei gas serra e la temperatura, perché questa è tale da generare un aumento delle temperature non molto significativo. Il problema, piuttosto, verrebbe dall’innesco di feedback con prevalente segno positivo, cioè in grado di amplificare l’entità del riscaldamento. Questo almeno è quanto scaturisce dalle simulazioni climatiche, strumenti essenzialmente “istruiti” con una sensibilità climatica – leggi entità del risaldamento del sistema al raddoppio della CO2 – dominata da fattori di amplificazione e quindi piuttosto elevata.

 

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  • riscaldamento-globale

Forse qualcuno ricorderà che ormai più di un anno fa, precisamente nel febbraio 2012, abbiamo pubblicato un post di commento ad un lavoro di ricercatori italiani in cui veniva applicato il principio di causalità di Granger alle serie storiche della concentrazione di anidride carbonica e delle temperature medie superficiali globali.

 

Il nostro post, pur essendo di fatto un mirror, aveva suscitato una lunga discussione in cui sono intervenuti anche gli autori dello studio. I toni, dapprima piuttosto accesi e non propriamente costruttivi, si sono poi rilassati e hanno condotto ad un proficuo approfondimento. Il tema centrale della discussione, ha poi finito per essere quello dell’applicabilità della tecnica statistica del principio di Granger per tramutare la correlazione esistente tra le serie in un rapporto di causalità.

 

Continue reading “CO2 e Temperature, la causalità di Granger non funziona” »

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Alcuni mesi fa, su input del magazine divulgativo Science Daily, abbiamo parlato degli Sting Jet, cioè di quegli eventi di ventilazione molto intensa, anzi spesso distruttiva, che a volte si generano nei cicloni extratropicali, ossia nelle perturbazioni delle medie e alte latitudini.

 

Oggi, grazie ad un articolo appena pubblicato sulla rivista Weather and Forecasting dell’AMS, si può aggiungere qualche tassello al complicato puzzle della identificazione sia diagnostica che prognostica di questi eventi.

 

Using Frontogenesis to Identify Sting Jets in Extratropical Cyclones

 

L’università di Manchester, da cui provengono gli autori di questo studio, ha a sua volta pubblicato un comunicato stampa che spiega i contenuti del lavoro, insieme ad un video piuttosto interessante in cui parla la prima firma dell’articolo. In particolare, rispetto a quanto avevamo visto con il nostro primo post, questo lavoro identifica nell’area frontolitica (di decadimento dell’estremità inferiore o di parte del fronte) dell’impulso freddo che si stacca dall’occlusione di ritorno, la zona di più elevata probabilità di generazione dello Sting Jet.

 

9957_largeNel confermare quanto già precedentemente acquisito, e cioè che l’area di possibile sviluppo si trova nei bassi strati a sud-ovest dell’epicentro della depressione e che questi eventi sono propri delle depressioni esplosive, gli autori hanno introdotto anche alcuni elementi di novità. Il primo consiste nel fatto che gli Sting Jet pare siano propri delle depressioni descritte dal modello Shapiro-Keysel, diverso dal classico modello norvegese, depressioni in cui il fronte freddo e quello caldo non si incontrano mai, perché il primo si muove perpendicolarmente al secondo finendo per avvitarsi intorno al minimo decadendo nella sua parte superiore e dando luogo ad una seclusione calda da cui scaturisce poi l’impulso freddo delle correnti di ritorno. La seconda invece riguarda la dinamica stessa che sembra essere all’origine dello sting jet, ovvero certamente l’approfondimento esplosivo della depressione, ma anche l’altrettanto veloce fase di attenuazione del gradiente nella zona soggetta a frontolisi. In sostanza lo sting jet arriva quando paradossalmente quel settore della depressione si avvierebbe ad una sostanziale attenuazione della baroclinicità e dell’origine dei fenomeni atmosferici propri della perturbazione.

 

Qui sotto, trovate il video pubblicato nel comunicato stampa.

 

 

Infine, pur in un contesto in cui regna ancora parecchia incertezza, registriamo che già nel 2011, ossia due anni fa, c’era qualcuno che si poneva il problema del possibile inasprimento di questi eventi già di per sé molto intensi in conseguenza del riscaldamento globale. Al riguardo, potrà essere utile andare a dare un’occhiata allo Special Report sugli eventi estremi dell’IPCC, nel quale si legge che (SPM pag.10, Main Report 3.3.2, 3.3.3,3.4.5):

 

There is medium confidence that there will be areduction in the number of extratropical cyclones averaged over each hemisphere. While there is low confidence in the detailed geographical projections of extratropical cyclone activity, there is medium confidence in a projected poleward shift of extratropical storm tracks.
 
E cioè, c’è un livello di confidenza medio sulla possibilità che il numero dei cicloni tropicali sia soggetto a riduzione e, pur in un contesto di incertezza circa le traiettorie mediamente seguite da queste depressioni, c’è ancora un livello di confidenza ancora una volta medio che questi siano soggetti ad uno shift verso nord in termini di area mediamente interessata. Considerato il fatto che non sembra ci sia alcun trend distinguibile per il numero e l’intensità di questi eventi nelle osservazioni, se si vuol dare ascolto alle simulaizioni, da cui scaturiscono queste determinazioni dell’IPCC, non c’è ragione di immaginare eventi più frequenti o più intensi come conseguenza del riscaldamento globale. Se invece si vuol dare ascolto alle osservazioni (pratica consigliata) il discorso, tanto per cambiare, proprio non sta in piedi.
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Sono tempi duri, non c’è che dire. Occorre si da subito dare ossigeno al sistema produttivo, schiacciato dalla crisi, dagli oneri fiscali e dai costi di produzione, tra cui primeggiano senz’altro quelli di approvigionamento energetico. Ben venga quindi il decreto ministeriale del 5 aprile scorso con cui si è deciso di varare alcune norme per alleggerire il costo che le imprese devono affrontare per il comparto energia. In sostanza dovrebbe funzionare così: Le imprese italiane più “energivore”, quelle con un costo totale dell’energia superiore al 3% del fatturato, avranno diritto ad agevolazioni sulle accise, mentre le aziende con un rapporto di almeno il 2% tra costo energetico e giro d’affari potranno usufruire di una riduzione degli oneri di sistema.

 

Anche la piccola e media impresa approda quindi tra quanti potranno godere di “sconti” sul costo dell’energia. Ma, dal momento la pecunia bene o male da qualche parte dovrà saltar fuori comunque, nel primo caso (aziende al 3%) si tratterà di un minor introito fiscale per lo Stato, mentre nel secondo (aziende al 2%) il mancato gettito si scaricherà su tutte le altre utenze che sostengono con il loro contributo il sistema degli incentivi alle fonti rinnovabili, cioè i consumatori, sulla cui bolletta il sistema pesa già per il 20% circa.

 

La faccenda, con il decreto uscito ad inizio aprile (emanato del resto in attuazione dell’ancor precedente decreto sviluppo), è “sfuggita” a gran parte dei media generalisti, con l’unica puntuale eccezione della Nuova Bussola Quotidiana (qui, a firma di Fabio Spina). Ora, magicamente, se ne accorgono con appena un mese di ritardo anche tutti gli altri, Authority e media mainstream compresi. Complimenti.

  • amsterdam

Doveva, anzi, dovrebbe essere sempre più verde l’economia del futuro. Per non sbagliare, già da tempo, praticamente da sempre, il verde è il colore dominante della cartamoneta, quella con cui si ottengono anche prestazioni di un certo tipo. E infatti, stando all’ultima e sinceramente più esilarante follia clima-mediatica, l’inarrestabile deriva catastrofica del clima prterà, udite udite, ad un aumento della prostituzione.

 

D’accordo, d’accordo, prendiamo pure atto che pare non fosse esattamente questo il senso dell’ennesimo grido di allarme lanciato per tramite di una risoluzione votata al Congresso USA: “Recognizing the disparate impact of climate change on women and the efforts of women globally to address climate change” ma se proprio non volevano che la faccenda prendesse la piega ridicola che ha preso potevano evitare periodi come quello qui sotto:

 

Donne insicure con limitate risorse socioeconomiche potrebbero risultare vulnerabili a situazioni come lavori sessuali, scambio di prestazioni sessuali e matrimoni prematuri che possono metterle a rischio per quanto riguarda l’HIV, le malattie sessualmente trasmissibili, gravidanze non programmate e scarsa salute riproduttiva [...].

 

Sinceramente non mi è ben chiaro se si tratti di un problema occupazionale o di riscaldamento globale, nel senso che qualcuno ha preso un colpo di sole e, con la solita assurda ed entusiasta leggerezza, da un lato si è mescolato il sacro col profano (è il caso di dirlo!) individuando l’ennesimo danno da clima che cambia e cambia male, e dall’altro si è dato risalto mediatico ad una delle più grosse puttanate (ops, vabbè, ci sta pure questa) che si siano viste girare nell’infotainment negli ultimi tempi. E ancora non fa caldo…

  • clima

Già parecchio tempo fa, quando appena si iniziava a parlare della stesura del prossimo report dell’IPCC, il quinto della serie, dalle dichiarazioni di quanti hanno poi preso parte al processo di generazione del report, era emersa chiaramente la necessità di andare nella direzione di una descrizione delle dinamiche del clima a scala temporale decadale o multidecadale piuttosto che secolare e a scala spaziale più regionale che globale.

 

Le condizioni climatiche, del resto, possono evolvere in modo profondamente diverso da regione a regione, anche e soprattutto in risposta a modifiche dello stato termico del Pianeta misurate invece a scala globale. In sostanza, ad una modifica in positivo del bilancio radiativo – il sistema si scalda se e quando trattiene più energia di quanta ne riceve – se nel lunghissimo periodo e per modifiche molto accentuate si registrano comunque variazioni paragonabili, ma in questo caso si parla di glaciazioni o di completa perdita dei ghiacci, per brevi periodi climatici, il clima può evolvere verso il freddo in una zona mentre un’altra o più altre soffrono un riscaldamento e viceversa. Questa, entro certi limiti indipendentemente dal segno che assume il trend delle temperature medie superficiali globali, è la storia del nostro Pianeta. Queste variazioni però, sono anche quelle delle quali ha senso preoccuparsi, perché hanno luogo a scale temporali paragonabili con l’evoluzione della società, con le dinamiche della disponibilità e accessibilità delle risorse, sono quelle, insomma, con cui ci dobbiamo confrontare. E’ questa la ragione per cui, tra l’altro in un contesto di affidabilità dei sistemi di previsione tutta da dimostrare, un presunto aumento della temperatura media globale insostenibile per la fine di questo secolo, se per essere più credibile viene rafforzato con previsioni a breve termine di aumento degli eventi estremi o di scomparsa totale della neve, quando tutto ciò non avviene diviene risibile. Perché, se qualcuno non se ne fosse accorto, nonostante il riscaldamento globale possa essere stato associato ad ogni genere di sventura, il clima continua a fare quello che ha sempre fatto, cioè cambiare e, soprattutto, essere anche largamente impredicibile.

 

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E’ una fissazione, un desiderio irresistibile quello di una certa parte della scienza del clima di trasporre nella realtà il mondo virtuale dei cambiamenti climatici prossimi-venturi. Come raggiungere lo scopo in presenza (aggravante) di una temperatura media del Pianeta che ha smesso di collaborare cioè di aumentare? Una sola la via, quella del caos, dell’incomprensibile, dell’imprevedibile, del mai visto prima. In poche parole quella del disfacimento climatico, neologismo coniato appunto per la bisogna quando il termine riscaldamento ha iniziato a perdere colpi.

 

Gli eventi estremi, quelli che fanno i danni veri e soprattutto li fanno subito, non promettono di farne tra qualche decennio, se opportunamente connessi con il mondo che si è scaldato e il clima che è cambiato o si è disfatto, sono la perfetta trasposizione delle simulazioni nel mondo reale. Peccato però che anche questi per la maggior parte non collaborino. Tornado, alluvioni, tempeste, uragani, niente da fare, secondo quanto riportato dal report IPCC del 2011 ad essi espressamente dedicato, non danno segno di aver assunto dei trend distinguibili dal loro normale divenire, anche perché quest’ultimo, obbiettivamente, è poco noto.

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