Climatemonitor - Un modo nuovo di leggere l'informazione meteorologica e climatologica.

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Caro Guido e cari amici di CM,

questa non vuol essere una lettera, ma neppure un articolo. Solo una serie di considerazioni in libertà.

Una domanda che mi sorge spesso spontanea è “ma perché debbo essere classificato necessariamente tra i cattivi per il solo fatto di applicare quello che mi hanno insegnato per anni come metodo scientifico e lo hanno fatto personaggi del calibro del Prof. Ottavio Vittori?”. Perché tutte le volte un Ministro (detto con il massimo rispetto espresso dal maiuscolo) qualunque (detto non proprio con il massimo rispetto per via dell’ignoranza evidente del Ministro nella materia oggetto del ministero) deve etichettarmi, etichettarci, come al soldo di qualche d’uno? Perché un Bardo qualunque deve offendermi per non aver capito che la giusta via passa dal raccontare al popolo una frescaccia così da educarlo piano piano, che troppo in fretta non capirebbe essendo popolo e quindi, immagino, popolo bue?!

Perché non pensare che proprio tra chi esprime il dissenso ed il legittimo dubbio non passi proprio quel concetto di servizio e di democrazia d’uso, ovvero di strumento per il bene comune, che è la scienza pubblica? Perché la scienza non è democrazia, lo abbiamo detto e scritto, ma il suo uso sì.

Mi domando come si possa così facilmente rigettare la possibilità che l’interpretazione delle cose che avvengono (dei ‘come’ ai quali risponde la scienza) possa avere altre motivazioni. Questa sarebbe la famosa democrazia dei lumi?

E dire che piano piano, ancora, vediamo che quelle certezze sbandierate in modo così veemente, tanto da farci pensare che fossero solo degli slogan, incominciano a dover includere anche i nostri dubbi di cattivi. E guarda caso la parola ‘inclusione’ sarebbe propria della filosofia dei buoni, che se ne riempiono la bocca (come di democrazia) ma troppo spesso non ne conoscono punto il significato.

Bene, vi dirò che in fondo, anche se faticoso, mi ha fatto piacere far parte della compagnia dei cattivi: e anche se abbiamo fatto starnazzare le Oche forse abbiamo fatto un minimo di buon servizio anche a questo Paese.

Volevo scrivere queste considerazioni a valle di Cancun, e non perché l’inverno è stato gelido e quindi ha tappato la bocca ai profeti di sventura, perché lo sappiamo che un evento non ha alcun senso globale, ma l’ho fatto nella speranza che il big chill dell’informazione sia dovuto più ad una presa di coscienza che la realtà fisica è molto più complessa di quella che avevamo voluto credere.

A proposito di quello che si dice in questi giorni sulle strane stragi di volatili, ma le Oche…?

Qualche giorno fa ho partecipato ad un evento basato sulle certificazioni volontarie di sostenibilità ambientale nel campo edile. Queste certificazioni volontarie, di cui alcuni esempi sono CasaClima, Itaca e LEED, rappresentano una considerevole innovazione verso un reale sistema virtuoso, che superi l’ormai obsoleta, e politicizzata, definizione ‘Brutland’ della sostenibilità.

Questi sistemi sono basati su un metodo di ranking relativo a diversi aspetti del costruire: risparmio idrico ed elettrico, uso di materiali riciclati (questa volta finalmente riciclati e non riciclabili), rapporti di vicinanza tra gli edifici, e altri elementi ancora dei sistemi edificati che possano garantire benessere, bassi consumi e molti altri indicatori di rispetto ambientale.

Molto pragmaticamente, le certificazioni guardano all’ambiente e ammiccano al compratore, potendo garantire oltre al rispetto del primo anche il rispetto del portafoglio del secondo.

Il clima rientra nel sistema di valutazione in modo integrato, anche se non ancora completamente sviluppato: quindi sì alla CO2, ma no alla ‘sola’ CO2. Insomma, costruire senza dogmi ma credendo profondamente nel rispetto dell’ambiente e del benessere dei cittadini.

Come tutte le cose, però, anche quelle più virtuose si devono scontrare con i dogmatismi ed i falsi convincimenti che permeano ampiamente le menti di politici più preparati a cogliere direttive di partito che la realtà circostante. Come nel caso della ‘Carta dei Sindaci’ dove, pur partendo da un principio virtuoso come quello di costruire città più a misura d’uomo, poi ci si distrae ancora una volta dalla realtà fisica del sistema e si decide di indicare quale problema principale del clima urbano quello delle emissioni di anidride carbonica, scelta ovviamente a-scientifica visto che le scale spazio-temporali dei fenomeni urbani mostrano una evidentissima correlazione con le proprietà fisiche dei materiali degli edifici.

Ritornando all’evento, la mattinata si apre con il saluto dell’Assessore all’ambiente che parla brevemente della sostenibilità e della CO2, sottolineando alcuni tratti della ‘Carta dei Sindaci’.

Tra le prime relazioni della mattinata viene presentata quella di una ditta produttrice di pannelli solari fotovoltaici. Questi pannelli offrono l’evidente vantaggio di aumentare l’efficienza di conversione grazie ad una tecnica costruttiva che rende il pannello più nero rispetto ai normali pannelli solari, aumento veramente considerevole visto che si ottiene un 5% in più di efficienza. La ditta presenta, inoltre, una nuova possibilità di innovazione mostrando una ipotesi di studio che renderebbe il pannello più flessibile e addirittura inseribile nel contesto urbano come elemento architettonico.

Esagerando: facciamo il tetto più nero, anzi i tetti più neri, la città più nera, e salveremo il mondo!

Dopo poco, un’altra ditta presenta una rimarchevole innovazione tecnologica che permette di aumentare la riflettività dei tetti, una tecnologia chiamata ‘cool roof’, che dimostra l’abbattimento del regime termico delle superfici urbane (anche 40°C in meno) e, con l’abbattimento dei valori di temperatura superficiale, la diminuzione del carico termico dell’edificio. Questa diminuzione si trasforma, ovviamente, in una grande risparmio di frigorie utilizzate per il raffrescamento.

Esagerando: facciamo il tetto più bianco, anzi i tetti più bianchi, la città più bianca, e salveremo il mondo!

Come ho avuto modo di accennare al convegno: città più bianca o più nera, a me viene a mancare un poco la termodinamica, alla quale da fisico sono un tantino affezionato! Ma a un architetto, ad un urbanista, questa confusone dettata da slogan non ingenera problemi ancora più spinti?

Sì perché, alla ricerca del colpevole unico, di ogni erba un unico fascio e allora: bianca o nera, alta o bassa, vincola o sparpagliata, la città costruita da noi non conta, quello che conta è solo quella dannata anidride carbonica. E così a colpi di green economy, un po’ qui un po’ là, passeremo anni nell’attesa di capire che la città è pro-attiva, e anche un po’ vendicativa, e ci rende pan per focaccia: lei non è più degna di noi, ma noi non siamo, forse, più degni di lei.

Intorno al 390 A.C. uno storico starnazzamento di oche salvò il Campidoglio, e con lui tutta la romanità, dall’invasione dei Galli di Brenno. Roma rappresentava la civiltà ed i Galli la barbarie. Le oche salvarono quindi la prima.

C’e’ quindi un aspetto positivo nello ‘starnazzare’ che è dimostrato storicamente: fare rumore di fronte ad un pericolo per attirare l’attenzione.

Sembra che il nuovo, e ancor più grave pericolo, venga oggi da chi non accetta supinamente la teoria del riscaldamento prodotto dall’uomo. Ma, a giudicare dal sonoro starnazzamento, sono ancor più grandemente pericolosi coloro i quali hanno l’improntitudine di scrivere, spiegare, comunicare i propri perché non credono.

Curioso! Il metodo della scienza prevede che esista sempre una parte di quella comunità consideri criticamente quello che viene condiviso dalla maggioranza: e qui la storia insegna che molto, molto, spesso questo metodo è meglio applicarlo.

Certo, è vero che bisogna seguire un metodo sia nelle dimostrazioni così come nelle confutazioni!

A giudicare dai nomi che compaiono sui due, se vogliamo chiamarli così, fronti si direbbe che, anche se non egualmente distribuiti, gli scienziati non manchino a nessuno schieramento.

Però capita di leggere qualche ‘invito al risveglio capitolino’ un po’ più spinto; è il caso di quello prodotto dalla Coyaud su Repubblica Donna. Qui dopo aver introdotto i lunghi anni durante i quali le multinazionali creano ad arte tutte le peggiori nefandezze per attaccare gli scienziati del clima, si parla un po’ a caso del problema, per concludere con la descrizione di minacce di morte a scienziati famosi e – piccola perla – si accusa un tenente colonnello di non dispiacersene.

Ho riletto l’articolo più volte: continuo a non capire la relazione, come dice Crozza.

Chi scrive questi articoli, nella piena libertà di espressione personale, ha però ancora molta strada da fare e nella comprensione del metodo scientifico e della sua diffusione e, forse, anche in quella del metodo democratico.

Sto leggendo le e-mail rubate. No, non proprio quelle: quelle non le ho volute mai leggere, una forma, forse infantile, di difesa di quella cosa che ognuno si rappresenta come vuole (io lo faccio con quei caratteri dorati sulla copertina rigida blu di un libro di Enrico Persico) che viene chiamata scienza. Non uso la maiuscola, ma un po’ di sacralità confesso di sentirla. Quindi leggere direttamente le e-mail non l’ho fatto.

Quello che sto leggendo è il libro di Mosher e Fuller “Climategate: the CRUtape letters”: è un libro interessante, nel quale si sviluppa una altrettanto interessante analisi di questo ‘caso’, che segnerà la storia della scienza del clima per sempre, e che andrà anche ad inficiare la credibilità stessa di tutta la scienza.

Non credo di appartenere alla schiera di chi considera alcuni modi di dire espressi tra colleghi dei reati perseguibili d’ufficio e senza possibilità di difesa. Non condivido, quindi, quello che fanno taluni nel fermarsi su delle singole espressioni gergali, per trarre la conclusione che tutto è marcio, che tutto è falso. Quelli che hanno scritto le e-mail rubate sono scienziati, professionisti, colleghi e, anche amici. Trovo naturale scoprire di leggere delle leggerezze, delle cattiverie, delle battute come si fa tra amici o buoni colleghi: se un pirata informatico si impadronisse delle mie mail, e alcune frasi di queste fossero utilizzate fuori contesto, probabilmente molti colleghi mi toglierebbero il saluto (ma non diciamoglielo). Non sono quindi i “trick” e gli “hide the decline” le cose che fanno paura.

Quello che mi ha sempre più preoccupato di quelle e-mail erano i numerosi e vistosi riferimenti al fatto che esistessero pressioni esercitate sul sistema di pubblicazione scientifica peer review, ovvero su quel sistema di revisione paritaria che dovrebbe garantire l’onestà stessa della scienza.

Quello che si evince dall’analisi è che un piccolo mondo composto da poche persone può esercitare un controllo sul prodotto della ricerca, e orientarlo su quali pubblicazioni possano apparire e quali no. Inoltre, questo stesso sistema si può ammantare di sacralità e quindi includere o espellere le persone stesse che fanno la ricerca, e questo tramite il meccanismo economico legato a -più si pubblica più si ricevono finanziamenti-, proprio attraverso il principio di revisione paritaria stesso facendo sì che certe riviste scientifiche vengano elevate al rango di Sacre Scritture.

Una volta pubblicato su una bibbia climatica il risultato scientifico diviene verità rivelata e i successivi progressi devono auto includersi nella verità.

Il sistema di revisione paritaria viene normalmente utilizzato quale discrimine da parte delle Istituzioni scientifiche preposte per chiedere credito per le proprie teorie e, soprattutto, alle proprie previsioni o scenari. La dirigenza dell’IPCC ha sempre fatto riferimento espressamente al sistema peer review dicendo che, per i propri lavori, solo documenti rivisti con questo sistema erano stati utilizzati.

Dopo l’iniziale Climategate, dopo il primo sbigottimento legato all’uso delle parole, è emerso un universo di contraddizioni nella scienza ufficiale, che ci ha portato in poco tempo a: scoprire che la fusione dei ghiacciai himalayani era esagerata, che l’Olanda non era a rischio totale, che gli orsi polari non sono a rischio estinzione, ed altro. Insomma, che tutto quello che ci veniva propinato come scienza ufficiale era sì ufficiale, ma non era scienza.

Ci sono state scuse, ma più che altro tonnellate di distinguo, più consone all’analisi marxista di fatti che non al registro della scienza. C’è stata anche una importante ammissione di non aver utilizzato lavori peer review da parte dell’IPCC. Ma come? Ma se questo è il perno del discrimine? Non puoi accusare una persona di fare una cosa abominevole e farlo anche tu uguale uguale! Questo significherebbe accettare l’Orwell di “ci sono persone più eguali di altre”.

Se andiamo a vedere le contraddizioni di questi tempi moderni, restiamo veramente impressionati.

A fronte di questo sistema scientifico presunto garantito, la verità è emersa proprio da quel mondo strano, anarchico, non conforme dei blogger.

Ricercatori, persone comuni, appassionati, con quel pizzico di fanatismo che è sempre riposto in una grande passione, hanno rivoltato come un calzino questa disciplina, facendo emergere tutti quei dubbi e quelle domande sulle quali i ben più titolati possessori della verità avevano, questa volta sì, svicolato abilmente. Le richieste di informazioni sui metodi, sui dati, sui siti, sugli strumenti sono diventati una costante nella rete. Alle persone non bastavano più le liturgie: volevano sapere come e perché certe informazioni venivano assemblate. Questo vasto movimento popolare ha anche costretto alcuni Servizi Meteorologici a chiedere che alcune elaborazioni delle proprie serie storiche, effettuate secondo metodologie diverse, portassero chiaramente scritto quale era il dato originale e quale no.

E’ quindi diventato patrimonio comune sapere che le stazioni di monitoraggio sono povere, e così mal posizionate da rendere problematico capire cosa sta succedendo. sapere che i modelli usano quindi dati affetti da ‘grandi’ incertezze, che genereranno conseguentemente scenari con ‘enormi’ incertezze. E quando anche per il politico sarà patrimonio comune sapere che al primo numero bisogna associare anche un secondo numero che rappresenta l’incertezza, forse non potrà più nascondersi dietro alle cosiddette certezze di certi numeri privi della presenza di quel dato a seguire, fondamentale per capire le priorità da dare alle cose.

E’ anche bello scoprire, anche se dopo molti anni di attesa, che molti importanti colleghi hanno finalmente abbracciato l’idea che la questione climatica non sia una partita di calcio, dove c’e’ chi vince e chi perde. Importante è pensare che se si perde si perde tutti, e importante è anche pensarlo insieme.

Quello che era impensabile nel passato è che questa rivoluzione dei modi di vivere e concepire l’informazione scientifica nasca proprio dal WEB, con le sue frasette scritte in blu, che quando clikki ti portano nelle diverse dimensioni della vita, e che nasca quindi da quei blog che hanno avuto questa importante occasione scientifica e civile. E’ stato più importante il linguaggio di WIRED che quello di Science o di Nature.

Difficile pensare che sia tutta, ma proprio tutta, disinformazione, che tutti, ma proprio tutti, siano pagati dai petrolieri. In realtà quello che è successo è che dobbiamo incominciare a pensare che vi siano modi concorrenti per fare informazione scientifica e che sia sempre più possibile che capiti di sentirci dire dal bambinello di passaggio “Guardate! Guardate! Il Re è nudo!”

And there I am, at the beginning of March 2010: me and the brand-new, Volume 1, Number 1 , January / February 2010 issue of “Wiley Interdisciplinary Reviews: Climate Change (WIRCC)” . Editor in Chief: Mike Hulme.

Wow, a fresh journal on Global Climate Change!

Even better: according to itself, the journal is meant as

a unique platform for exploring current and emerging knowledge from the many disciplines that contribute to our understanding of this phenomenon – environmental history, the humanities, physical and life sciences, social sciences, engineering and economics

Wouldn’t that be a welcome novelty, in a world post-climategate, post-submerged Holland, post-quickly disappearing Himalayan glaciers, post-Amazongate…in short, in a world that has seen an intense and compact series of scientific downpours on concepts perhaps too quickly assumed as established truth.

Downstream of Copenhagen, a new journal following WIRCC’s statement of intent would surely sport a truly different outlook: new style, new peer-reviewers, new structure all with the goal of providing science with the required level of objectivity, sadly and mostly missing in contemporary climate discourse.

I proceed therefore with all enthusiasm to select an article of surefire interest to me:

David E. Parker, “Urban heat island effects on estimates of observed climate change” p 123-133, Published Online: Dec 22 2009 12:42PM DOI: 10.1002/wcc.21

That’s it then! Finally we can leave the “gates du jour” behind and improve our knowledge of climate change.

Or maybe not.

First reference: IPCC. Second reference: Jones et al. (with Wang).

Wait a sec…what’s going on?

OK let’s move forward…alas, only to find something truly amazing:

the influence of urban heat islands on estimates of global warming is limited by the fact that about 70% of the Earth’s surface is ocean and is absolutely unaffected by urban warming

Say what? Oh yes, the Blue Planet, ever the envy of nasty aliens such as those in HG Wells’ “War of the Worlds”. But hang on…most of the network of temperature measuring stations is literally on solid ground…if you place them on a map they’ll be a bunch of dots almost exactly superimposed to cities. As for the ocean temperatures, we know very well how they are derived.

This isn’t looking good.

Anything better?

Exclusion of urban sites, or selective use of rural sites, requires information (‘metadata’) about the site and its surroundings

Yes, yes…ah, that refers to a 2005 J Clim paper by Peterson and Owen…isn’t that the same Peterson unceremoniously criticized for example by McIntyre on Climate Audit, regarding the peculiar classifications of urban and rural stations? There is a truly remarkable definition of “Parking Lot Effect” on that site.

How strange though, of all the past and present discussions and questions on the topic, Parker manages to mention exactly nothing. Well, at least that might explain the article’s conclusions:

The urban heat island has had only a minor impact on estimates of global trends”… The impact is small because assiduous efforts have been made by the compilers of global surface air temperature records to avoid or compensate for urban warming

Assiduous effort“? Amen to that.

Current and EMERGING knowledge?” Not by a long shot.

My conclusions: “Wiley Interdisciplinary Reviews: Climate Change (WIRCC)“? New journal, same old story.

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Slightly romanced English version by Maurizio Morabito

Cari amici,

Volume 1 numero 1 January/February 2010 della Wiley: Interdisciplinary Reviews Climate Change. Editor in chief Mike Hulme. Wow, una nuova rivista! Fresca, fresca di stampa sul Global Change.

L’apertura della rivista è che questa vuol essere un forum per avere un ampio set di prospettive circa la comprensione, l’analisi ed il contesto nel mondo del global warming. Ma è proprio quello che ci vuole dopo la caduta di credibilità dovuta al climategate, all’Olanda sott’acqua, ai ghiacciai himalayani, alla carenza alimentare amazzonica a…insomma, una intensa e compatta serie di crepe scientifiche, proprio come nell’ipotesi delle “intensified precipitation”: tutte queste stupidaggini ma tutte d’un botto.

Finalmente una nuova rivista che se si prefigge quanto dichiarato, a valle di Copenhagen, non può che essere effettivamente diversa. Avrà un nuovo stile, dei nuovi revisori, il nuovo sistema ormai richiesto dai più per garantire quell’oggettività della scienza che è venuta a mancare.

Mi butto su un articolo interessantissimo per me:

David Parker “Urban heat island effects on estimates of observed climate change” pagg 123-133. Dico: dai che questa volta ci siamo, dopo il climategate finalmente si corregge qualcosa.

Leggo e…i primi riferimenti che mi capitano sotto gli occhi sono Wang, Peterson, Jones. Ma quello che trovo stupefacente è leggere che l’influenza dell’urban warming non puo’ avere effetto sulla temperatura globale visto che più del 70% del pianeta è oceano che, ovviamente, non puo’ risentire dell’isola di calore urbana. Il che è assolutamente vero!!! Il pianeta azzurro!!! Anche all’inizio della Guerra dei Mondi occhi cattivi guardavano con cupidigia quel pianeta fatto di acqua!

Ma cosa c’entra? La rete delle stazioni è su terra. La rete delle stazioni se viene sovrapposta alle città è quasi coincidente. Le stazioni sono una manciata di puntini. Le temperature oceaniche sappiamo bene come vengono derivate.

Poi l’articolo prosegue parlandoci dell’importanza dei metadata facendo riferimento ad un lavoro di Peterson e Owen del 2005. Lo stesso Peterson un pochetto bistrattato, insieme ad altri, da McIntyre su Climate Audit per le curiose classificazioni di urban e rural station. Ammirevole la definizione di “Parking Lot Effect” su quel sito. Ma di tutte le discussioni, ancora attive su questo argomento, nell’articolo nulla di nulla.

Conclusione dell’articolo: l’urban heat island effect ha un effetto minimo sulle temperature globali…L’impatto è piccolo grazie agli assidui contributi fatti dai compilatori dei record delle temperature dell’aria globali per evitare o compensare il riscaldamento dovuto dalle citta’. Amen

Conclusioni mie: rivista nuova, minestra riscaldata.

Cosa pensare della scienza del clima? E’ la frontiera delle scienze e della modernità o l’ultima spiaggia della retriva conservazione?

Gli attivisti più spinti grideranno subito “eresia, eresia!!”. Come dubitare che la climatologia sia la scienza del progresso e della futura umanità? Anzi di più: solo quella climatologia che si riconosce nelle idee che formano il quadro scientifico tratteggiato nei rapporti IPCC è vera scienza. Questa conferma ideale viene appunto dalla lettera scritta da una corposa rappresentanza dei climatologi francesi al proprio ministro nella quale si chiede, più o meno, di chiudere la bocca a chi dissente. E questa chiusura deve valere anche per radio, giornali, TV. Insomma, ogni mezzo di informazione deve essere precluso agli scettici in nome del progresso.

Questa notizia mi giunge proprio mentre sto leggendo il libro, a cura di John Brockman, “153 ragioni per essere ottimisti” (il Saggiatore, 2010). La prefazione curata dallo stesso Brockman ci anticipa dell’esistenza di una ‘terza cultura’ animata da scienziati che riflettono sul mondo empirico per ridefinire chi e che cosa siamo. Esiste un sito che rappresenta il luogo di raccolta di questa terza cultura che ha quale indirizzo web www.edge.org. Edge viene definito da Brockman “la celebrazione delle idee della terza cultura, una vetrina per questa nuova comunità di intellettuali in azione, che la usano per presentare il loro lavoro e le loro idee commentando quelle di altri esponenti dello stesso ambito, ben sapendo di poter essere a loro volta criticati”. Le discussioni che ne emergono vengono definite vivaci di un pensiero intelligente che prevale su una saggezza anestetizzante.

Pur non appartenendo alla schiera degli ottimisti a tutti i costi, ho molto apprezzato il libro, e ho trovato la descrizione di Edge sostanzialmente azzeccata.

Mi ha divertito molto rilevare due cose racchiuse in questi due eventi apparentemente scorrelati. La prima vedere confrontati due stili diametralmente opposti, ovvero la chiusura di una comunità che sentendosi minacciata pretende un approccio fideistico da parte delle autorità al ‘proprio’ sapere (in fondo null’altro che l’antico rapporto capo tribù – sciamano), mentre dall’altra parte il confronto aperto al mondo senza censure. La seconda cosa è la difesa di un sapere ‘normato’ tout-court, dove, anche in presenza di gravissimi sospetti, proprio sulle radici del corretto uso delle fonti, si faccia finta che nulla sia successo e si chieda di allontanare l’apostata. E quello che ci segnala che i tempi sono cambiati è proprio il fatto che solo grazie alla rete si sia venuti a conoscenza che la fede-vera non era fatta di verità assolute. In fondo Edge dimostra già di avere ragione in prospettiva.

La difesa degli interessi consolidati difficilmente è stata nella storia segno di modernità. Altrettanto difficilmente la storia, almeno quella della scienza, l’hanno fatta quelli che si sono irreggimentati dietro al paravento di una accettazione di un patto formale con la propria comunità scientifica.

Ma come diceva il compianto Giorgio Gaber “ma cos’è la destra, cos’è la sinistra?”.

Ora si sa perché non ci sono più le mezze stagioni.
Da Early edition del newspaper “It Happened Tomorrow” di Dick Powell libera traduzione di Teo Georgiadis

Finalmente si è riusciti a capire perché non esistono più le mezze stagioni. Una approfondita analisi dei dati meteo-climatici disponibili ha chiaramente evidenziato le cause della scomparsa delle mezze stagioni.

In una nota stampa diffusa il 4 marzo 2010 da un importante Centro Studi si evidenziava che con la fine dell’inverno meteorologico l’inverno 2010 si colloca al 52° posto tra i più caldi degli ultimi due secoli. Cioè un inverno così ogni quattro anni in media su 200 anni, il che ne fa un inverno praticamente normale su una base di circa 7 serie climatiche complete. Drammatico! Ma c’e’ di più: se prendiamo in esame gli anni successivi al 1980 ben 13 inverni sono risultati più freddi di cui ben quattro negli ultimi dieci anni. Quindi negli ultimi 30 anni ben 16 inverni sono stati più caldi e, se la matematica non ci inganna, 36 inverni devono essere stati più caldi di questo nel periodo 1810(?)-1979.

L’inverno 2010, a valle di questa approfondita analisi statistica, risulta quindi tra i “non più caldi” degli ultimi due secoli per il nostro Paese! Questo è sconvolgente!

I primi risultati di alcuni modelli indicano che questo non essere tra i più caldi inverni degli ultimi secoli potrebbe essere dovuto al riscaldamento globale antropogenico.

Ma il vero grande risultato di questa analisi è che finalmente abbiamo una ragione della scomparsa delle mezze stagioni. Infatti, l’inverno meteorologico lo si vuole chiudere al 28 di febbraio, mentre ecco come appare una strada della Po Plain la sera del 9 Marzo 2010!

Le mezze stagioni sono sparite perché non le abbiamo avvisate che i conti noi li facciamo con delle date diverse. E’ primaveraaaa copritevi bambine…

Nei tempi dei modelli globali, delle politiche economiche mondiali, dei ‘sappiamo già tutto’, ci troviamo talvolta sorpresi della nostra ignoranza, specie se paragonata alla sapiente comprensione dei fenomeni naturali degli antichi.

L’occasione, molto ghiotta per un fisico dell’atmosfera, per comprendere qualcosa di un microclima speciale era quella di partecipare allo studio del ‘giardino pantesco’.

I colleghi del Dipartimento di Colture Arboree dell’Università di Palermo, e quelli dell’Istituto di Biometeorologia del CNR di Bologna, decidevano di condurre un esperimento di lungo periodo per riuscire a caratterizzare in modo dettagliato l’intera evoluzione annuale del clima che si viene a formate all’interno di uno di quegli elementi architettonici, tipici dell’isola di Pantelleria insieme a dammusi e muretti a secco, che vengono appunto chiamati giardini e, pur nella grande varietà di forme e dimensioni ritrovabili per tutta l’isola, possono essere schematicamente descritti come: una costruzione in pietra a pianta circolare con diametro di qualche metro e altezza intono a tre metri così da proteggere un albero posto al proprio interno. Sì, perché l’obiettivo principale che fa nascere questo giardino è proprio quello di proteggere un prezioso albero da frutto.

Questa splendida isola, il cui visitare e scoprire è un imperativo assoluto per gli amanti della natura e del paesaggio, è caratterizzata da una origine vulcanica, da suoli rocciosi, e dalla quasi completa assenza di fonti d’acqua dolce. La sua posizione centrale, nel bacino mediterraneo, comporta estati contraddistinte da elevate temperature, da piogge scarse, e venti impetuosi. Ma proprio per questa centralità geografica, storica e culturale, nel Mediterraneo, è sempre stata permanentemente abitata: da qui la necessità a sviluppare una agricoltura autonoma, nonostante le forti limitazioni meteo-climatiche.

Idonea quindi ad ospitare colture a poca richiesta d’acqua quali: cappero, olivo e vite. Già ad una prima occhiata offre l’immagine della capacità di adattamento dell’uomo, ma anche della antica sapienza nel fare attecchire ciò che serve, attraverso un uso sapiente del suolo e delle tecniche agricole. La vite, ad alberello, posta in una conca atta a raccogliere il massimo possibile di acqua piovana, ed a proteggere gli acini dolci dello zibibbo. Olivi che sembrano essere nati sdraiati sul terreno. E i capperi incredibili, che agli occhi di un profano sembrano essere usciti da un racconto di fantascienza.

Ma, come si dice, non si vive di solo capperi! E quindi la necessità di avere con sé anche una pregiata pianta da frutto: l’albero di agrumi. Però aranci, limoni, cedri, mandarini richiedono acqua. Come conservare allora quell’umidità vuoi caduta dal cielo, vuoi formatasi dalla condensazione notturna? Qui nasce il giardino. Questo muro di roccia nera spezza il flusso del vento, ne abbatte intensità anche oltre le proprie pietre, ne conserva solo un debole respiro intorno al corpo della preziosa pianta, per garantire gli scambi vitali, un respiro che quasi la accarezza.

E la pietra, possente allo sguardo, invero nasconde un labirinto di pertugi, nei quali le deposizioni notturne lasciano piccole conche di acqua dolce che, equilibrandosi con quella del suolo rimarranno disponibili per attenuare la sete di questo piccolo angolo di Terra, un piccolo pezzo di vita. Di giorno quelle stesse mura che proteggono dai venti del mare riparano anche dai raggi di questo incredibile sole mediterraneo, che sembra frangere insieme alle onde. Dentro al giardino è trovarsi in un altro mondo: e sembra quasi che anche i giardini nell’isola siano stati posti per creare un percorso nei quali loro fungano da luoghi di posta, o da riposo tra le fatiche dei campi, dove staccare un succoso frutto dall’albero e neppure morderlo, ma per spremerlo sul viso e riacquistare le energie abbandonate chini tra quei muretti a secco.

Siamo qui per misurare, siamo qui per rompere questa simmetria naturale, e creare una nuova tessitura di pali in acciaio, cavi colorati, curiose merlature del mondo che noi chiamiamo sensori. Scaviamo, tagliamo, spezziamo: entriamo nell’essenza di questo luogo, e siamo dei piccoli vandali alle porte della città sacra. Poi, piantate le nostre cose, ci atteggiamo a medici e incominciamo a tastare il polso di un paziente troppo in salute per convincersi, per convincerci.

E qui nasce anche una piccola leggenda, uno scherzo tra colleghi. Abbiamo violato il genius loci e su di noi ricadrà la maledizione. Siamo persone di scienza e ridiamo allegramente di queste cose! Dopo una serie di incredibili stranezze che affliggono una strumentazione complessa, ma iper-testata, qualche dubbio ci assale. Ma poi la scienza riprende il sopravvento, e: misure di umidità del suolo, di temperatura del muro, di velocità del vento, temperatura e umidità dell’aria, di bilancio di radiazione, di tutto quello che si può misurare riprendono a funzionare. Tra un annetto avremo un solido data-base per interpretare, molto scientificamente, quello che nel passato era così chiaro.

Salutiamo con un ultimo bicchiere di Ben Ryè il dott. Giacomo Rallo fondatore dell’azienda vitivinicola Donna Fugata che ha donato al Fondo Ambiente Italiano il giardino pantesco che è oggetto delle nostre misure.

Ma cosa volete farci, l’isola si è affezionata a noi, e ci permette di lasciarla solo dopo tre giorni rispetto al nostro piano di volo. E’ novembre avanzato e un vento traverso alla pista impedisce qualunque atterraggio. Ormai è nostra consuetudine andare all’aeroporto a vedere il diuturno tentativo aereo. Con occhio esperto guardiamo l’oscillare degli alberi, il rumore del motore che stacca per accingersi ad appontare in questa verde portaerei: poi, le raffiche e il rombo del motore che cresce a segnalarci che per qualche altra ora andremo in giro per scoprire nuovi luoghi.

Il terzo giorno il motore non riattacca, e l’aereo si adagia dolcemente sulla pista. Saliamo e decolliamo a tutta spinta: ma alla prima virata mi giro a guardare Pantelleria e la lascio con la strana sensazione che mi stia salutando. Curiosa sensazione. Altrettanto curioso è vedere che alcuni colleghi stanno scuotendo la mano in segno di saluto all’indirizzo dell’isola. I giardini continueranno a funzionare anche senza di noi.

Mi addormento nel breve volo e sogno il riscaldamento globale, i modelli… Mi svegliano i colleghi in prossimità di Punta Raisi perché stiamo atterrando, e perché stavo ridendo nel sonno.

Il Resto del Carlino di venerdì 5 febbraio nella cronaca di Bologna titola “Anche la città ha la tosse – quando le centraline sforano aumentano le visite”. Poi, un interessante interpretazione di questo fenomeno che verrà comunque dibattuto ad una due giorni di studio presso il Policlinico Sant’Orsola. In pratica, la tosse sarebbe l’indicatore della qualità dell’aria e quando le centraline di rilevamento superano i limiti si hanno anche i numeri massimi di ricorsi alle visite mediche. Tanto più inquinamento, tanti più malati.

Ora, è vero che noi tutti siamo preoccupati per lo stato della qualità dell’aria nelle nostre città, e siamo altrettanto preoccupati per la relazione causale che intercorre tra questo stato della qualità atmosferica e lo stato della nostra salute di cittadini. Rimaniamo però anche un po’ perplessi quando le informazioni ambientali vengono trattate secondo una logica sequenziale così “ruvida”.

Se qualunque problema scientifico, del quale si ricerca una soluzione, potesse essere trattato così direttamente, allora avremmo già programmato un computer a fare questo lavoro, ed i ricercatori se ne potrebbero tranquillamente stare a casa. Chi meglio di un computer fa 1+1+1+…?

Così poi, solo per puro divertimento e senza nessuna volontà di essere scientifici, cerchiamo di sviluppare una serie di “scenari” diversi, basati sul pensiero laterale. Per chi non lo sapesse il “pensiero laterale” è un metodo di ragionamento che favorisce il numero delle ipotesi, rispetto alla singola e necessaria validità di ogni passo del pensiero sequenziale. Essendo la mente molto più preparata a nutrirsi di cliché, il pensiero laterale è quello strumento che permette di rompere questo approccio abitudinario offrendo il maggior numero possibile di alternative, giuste o sbagliate che siano. Questo modo diverso di considerare le alternative è rappresentato da quell’uomo che, caduto dal grattacielo, lo si sentì bofonchiare passando davanti al terzo piano “beh, fin qui tutto bene!” (da E de Bono “Creatività e pensiero laterale” BUR 1998).

Non siamo epidemiologi, ma ci aspettiamo che esista una qualche relazione tra insorgenza di tosse e periodo dell’anno: anzi, sembra che queste cose appartenessero alla categoria “malattie stagionali”, prima del global warming, ovviamente. Ci aspettiamo anche che, a fronte di consistenti variazioni della temperatura ambientale, i cittadini tendano ad abbandonare l’uso dei mezzi pubblici per fare maggior ricorso al trasporto privato, evitando così lunghe attese alle fermate.

Essendo poi  ”portatori di carrello” nei centri commerciali, che nel genere umano maschio corrisponde alla linea evolutiva della varietà sherpa, ci rendiamo immediatamente conto che nelle giornate fredde il libero cammino medio scende notevolmente: parametro misurabile attraverso il rapporto del numero di urti tra “carrellisti” e tempo impiegato per fare la spesa, ovviamente normalizzato sulla spesa totale e rigorosamente corretto per il fattore offerte 3×2.

Se utilizziamo le regole del pensiero sequenziale oggi si sarebbe tutti al policlinico Sant’Orsola a sentire la relazione di chi sostiene: più sforamenti uguale a più tosse, ergo tutti a piedi. Se, invece, utilizziamo le regole del pensiero laterale allora facciamo in modo da non escludere dal nostro ragionamento una serie di alternative che possono essere ragionevoli o irragionevoli, ma comunque da determinare, e che sono:

  1. il traffico aumenta perché fa più freddo/caldo e si usa il trasporto privato per garantirsi il riscaldamento/raffrescamento, e chi resta a piedi si ammala perché esposto al clima;
  2. l’aumento della tosse è generato dalla maggior co-presenza nei centri commerciali tra sani ed ammalati e l’aumento del traffico è dovuto alla prima parte del punto 1;
  3. il numero delle visite in ambiente ospedaliero aumenta perché quello delle visite espletate dai medici di base diminuisce, perché restano imbottigliati nel traffico a causa della prima parte del punto 1;
  4. il veicolo sono gli untori, i figli, che tenuti in locali chiusi dai maestri a causa delle condizioni rigide esterne si passano germi/virus/bacilli/funghi, con effetto pandemico, ed i genitori aumentano il traffico perché preoccupati per la salute di questi micidiali veicoli di infezioni-malattie, che sono appunto i figli, come da prima parte del punto 1.

Insomma una serie di alternative, e chi più ne ha più ne metta, da esplorare. Forse qualcuna neppure troppo stupida da non contenere degli elementi che i veri epidemiologi dovrebbero tenere in considerazione prima di decidere di farci andare tutti a piedi, facendoci così ammalare definitivamente.

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