Sto leggendo le e-mail rubate. No, non proprio quelle: quelle non le ho volute mai leggere, una forma, forse infantile, di difesa di quella cosa che ognuno si rappresenta come vuole (io lo faccio con quei caratteri dorati sulla copertina rigida blu di un libro di Enrico Persico) che viene chiamata scienza. Non uso la maiuscola, ma un po’ di sacralità confesso di sentirla. Quindi leggere direttamente le e-mail non l’ho fatto.
Quello che sto leggendo è il libro di Mosher e Fuller “Climategate: the CRUtape letters”: è un libro interessante, nel quale si sviluppa una altrettanto interessante analisi di questo ‘caso’, che segnerà la storia della scienza del clima per sempre, e che andrà anche ad inficiare la credibilità stessa di tutta la scienza.
Non credo di appartenere alla schiera di chi considera alcuni modi di dire espressi tra colleghi dei reati perseguibili d’ufficio e senza possibilità di difesa. Non condivido, quindi, quello che fanno taluni nel fermarsi su delle singole espressioni gergali, per trarre la conclusione che tutto è marcio, che tutto è falso. Quelli che hanno scritto le e-mail rubate sono scienziati, professionisti, colleghi e, anche amici. Trovo naturale scoprire di leggere delle leggerezze, delle cattiverie, delle battute come si fa tra amici o buoni colleghi: se un pirata informatico si impadronisse delle mie mail, e alcune frasi di queste fossero utilizzate fuori contesto, probabilmente molti colleghi mi toglierebbero il saluto (ma non diciamoglielo). Non sono quindi i “trick” e gli “hide the decline” le cose che fanno paura.
Quello che mi ha sempre più preoccupato di quelle e-mail erano i numerosi e vistosi riferimenti al fatto che esistessero pressioni esercitate sul sistema di pubblicazione scientifica peer review, ovvero su quel sistema di revisione paritaria che dovrebbe garantire l’onestà stessa della scienza.
Quello che si evince dall’analisi è che un piccolo mondo composto da poche persone può esercitare un controllo sul prodotto della ricerca, e orientarlo su quali pubblicazioni possano apparire e quali no. Inoltre, questo stesso sistema si può ammantare di sacralità e quindi includere o espellere le persone stesse che fanno la ricerca, e questo tramite il meccanismo economico legato a -più si pubblica più si ricevono finanziamenti-, proprio attraverso il principio di revisione paritaria stesso facendo sì che certe riviste scientifiche vengano elevate al rango di Sacre Scritture.
Una volta pubblicato su una bibbia climatica il risultato scientifico diviene verità rivelata e i successivi progressi devono auto includersi nella verità.
Il sistema di revisione paritaria viene normalmente utilizzato quale discrimine da parte delle Istituzioni scientifiche preposte per chiedere credito per le proprie teorie e, soprattutto, alle proprie previsioni o scenari. La dirigenza dell’IPCC ha sempre fatto riferimento espressamente al sistema peer review dicendo che, per i propri lavori, solo documenti rivisti con questo sistema erano stati utilizzati.
Dopo l’iniziale Climategate, dopo il primo sbigottimento legato all’uso delle parole, è emerso un universo di contraddizioni nella scienza ufficiale, che ci ha portato in poco tempo a: scoprire che la fusione dei ghiacciai himalayani era esagerata, che l’Olanda non era a rischio totale, che gli orsi polari non sono a rischio estinzione, ed altro. Insomma, che tutto quello che ci veniva propinato come scienza ufficiale era sì ufficiale, ma non era scienza.
Ci sono state scuse, ma più che altro tonnellate di distinguo, più consone all’analisi marxista di fatti che non al registro della scienza. C’è stata anche una importante ammissione di non aver utilizzato lavori peer review da parte dell’IPCC. Ma come? Ma se questo è il perno del discrimine? Non puoi accusare una persona di fare una cosa abominevole e farlo anche tu uguale uguale! Questo significherebbe accettare l’Orwell di “ci sono persone più eguali di altre”.
Se andiamo a vedere le contraddizioni di questi tempi moderni, restiamo veramente impressionati.
A fronte di questo sistema scientifico presunto garantito, la verità è emersa proprio da quel mondo strano, anarchico, non conforme dei blogger.
Ricercatori, persone comuni, appassionati, con quel pizzico di fanatismo che è sempre riposto in una grande passione, hanno rivoltato come un calzino questa disciplina, facendo emergere tutti quei dubbi e quelle domande sulle quali i ben più titolati possessori della verità avevano, questa volta sì, svicolato abilmente. Le richieste di informazioni sui metodi, sui dati, sui siti, sugli strumenti sono diventati una costante nella rete. Alle persone non bastavano più le liturgie: volevano sapere come e perché certe informazioni venivano assemblate. Questo vasto movimento popolare ha anche costretto alcuni Servizi Meteorologici a chiedere che alcune elaborazioni delle proprie serie storiche, effettuate secondo metodologie diverse, portassero chiaramente scritto quale era il dato originale e quale no.
E’ quindi diventato patrimonio comune sapere che le stazioni di monitoraggio sono povere, e così mal posizionate da rendere problematico capire cosa sta succedendo. sapere che i modelli usano quindi dati affetti da ‘grandi’ incertezze, che genereranno conseguentemente scenari con ‘enormi’ incertezze. E quando anche per il politico sarà patrimonio comune sapere che al primo numero bisogna associare anche un secondo numero che rappresenta l’incertezza, forse non potrà più nascondersi dietro alle cosiddette certezze di certi numeri privi della presenza di quel dato a seguire, fondamentale per capire le priorità da dare alle cose.
E’ anche bello scoprire, anche se dopo molti anni di attesa, che molti importanti colleghi hanno finalmente abbracciato l’idea che la questione climatica non sia una partita di calcio, dove c’e’ chi vince e chi perde. Importante è pensare che se si perde si perde tutti, e importante è anche pensarlo insieme.
Quello che era impensabile nel passato è che questa rivoluzione dei modi di vivere e concepire l’informazione scientifica nasca proprio dal WEB, con le sue frasette scritte in blu, che quando clikki ti portano nelle diverse dimensioni della vita, e che nasca quindi da quei blog che hanno avuto questa importante occasione scientifica e civile. E’ stato più importante il linguaggio di WIRED che quello di Science o di Nature.
Difficile pensare che sia tutta, ma proprio tutta, disinformazione, che tutti, ma proprio tutti, siano pagati dai petrolieri. In realtà quello che è successo è che dobbiamo incominciare a pensare che vi siano modi concorrenti per fare informazione scientifica e che sia sempre più possibile che capiti di sentirci dire dal bambinello di passaggio “Guardate! Guardate! Il Re è nudo!”