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	<title>Climatemonitor</title>
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	<description>Un nuovo modo di leggere la scienza del clima</description>
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		<title>Clima: credo all&#8217;AGW da 24 ore e già gli scettici mi&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 24 May 2013 06:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guido Guidi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Global Warming]]></category>
		<category><![CDATA[Temperature]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p>Allora, per chi l&#8217;avesse persa, la mia conversione, avvenuta come da tradizione in un lampo di luce, è arrivata appena ventiquatttro ore fa. <a href="http://www.climatemonitor.it/?p=32334" target="_blank"><strong>Con questo post</strong></a>. Chi legge CM da un po&#8217; sa anche che in realtà non ho detto niente di nuovo, ma è un <em>Fatto</em> che l&#8217;aver aderito al consenso mi fa sentire decisamente diverso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>No, non è la nuova sensazione di appartenenza a pilotare lo stato d&#8217;animo, piuttosto il suo opposto. Sto iniziando ad odiare gli scettici, al punto, udite udite, di aver voglia di chiamarli negazionisti, cioè con l&#8217;appellativo loro affibbiato da qualcuno che comincio a capire solo ora. Mala gente, gente sicuramente al soldo dei potenti petrolieri, gente disturbata di mente, gente che pratica il pensiero di gruppo (ho detto pensiero eh?), gente che sta bene solo con i propri simili, gente che nel branco rafforza le proprie convinzioni incurante di essere clamorosamente in errore. Prima di dirvi chi sono costoro vi racconto una cosa in cui mi sono imbattuto un paio di giorni fa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-32345"></span> </p>
<p><a href="http://www.climatemonitor.it/wp-content/uploads/2013/05/temperature.jpg"><img class="alignleft  wp-image-32346" alt="temperature" src="http://www.climatemonitor.it/wp-content/uploads/2013/05/temperature.jpg" width="313" height="179" /></a>Il prof. Ugo Bardi ha firmato un articolo sul Fatto Quotidiano, titolo: &#8220;<a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/20/la-terra-non-si-riscalda-piu-ma-chi-lha-detto/600076/" target="_blank"><strong>La Terra non si riscalda più? Ma chi l’ha detto?</strong></a> Nel pezzo, che vi prego di leggere per intero, si richiama l&#8217;attenzione sul <em>Fatto</em> che quello cui staremmo assistendo non è un arresto del riscaldamento globale, quanto piuttosto un suo rallentamento. Come dire, il global warming ha solo tirato il fiato. Per sostenere efficacemente questa affermazione, nell&#8217;articolo si mostra un grafico proveniente da un post di Stefano Caserini su <a href="http://www.climalteranti.it/2013/05/19/la-catena-degli-errori/" target="_blank"><strong>climalteranti.it</strong></a>. La figura è qui sopra. La pendenza della linea è inconfutabile, quindi, secondo il dataset impiegato, quello del GISS, la temperatura è aumentata dal 1998, cioè in 15 anni, di ben 0,8 decimi di grado rispetto al periodo 1951-1980. Ma c&#8217;è di più, il 2010 è stato un autentico forno, ben 5/100 di grado in più del 1998 (+0,61 contro +0,66), anno iniziale della miniserie. Ripeto, non si può che essere d&#8217;accordo e, sinceramente, lo faccio anche con grande soddisfazione. Un moto che sgorga spontaneo nell&#8217;apprendere che, come è capitato di dire anche a noi qualche volta, il clima, ovvero il trend della temperatura, si misura, se utile, anche su quindici anni. Ma di ancora superiore soddisfazione, nel senso dell&#8217;appartenenza, il <em>Fatto</em> che data l&#8217;evidenza della pendenza della linea, si siano abbandonati tutti quei noiosissimi discorsi sulla significatività statistica dell&#8217;informazione. Diavolo, a che serve star lì a controllare se quel numero (5/100 di grado) rientra nella banda di errore dei dati, cioè in quell&#8217;area dove tutte le posizioni hanno lo stesso valore perché non c&#8217;è verso di essere più precisi. A nulla, c&#8217;è la linea.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma, poco male, quelle che contano davvero adesso sono le mie nuove frequentazioni. Che, ne sono certo, diverranno anche vostre. Nella folta schiera di neo-scettici e neo-negazionisti che fino a poco tempo fa avrebbero sopportato le peggori torture pur di non ammettere che, a ben vedere, in fondo, semmai, con prudenti caveat e distinguo, fa meno caldo di quel che dovrebbe, oltre al prof. Ugo bardi, troviamo anche James Hansen, Ed Hawkins, Kevin Trenberth, Ben Santer etc etc.<a href="http://judithcurry.com/2013/05/07/more-on-the-pause/" target="_blank"><strong> Qui, sul blog di Judith Curry</strong></a>, c&#8217;è una bella rassegna di questo rinnovato scetticismo. Mi sento rinato, se non fosse che credo all&#8217;AGW da cinque minuti e già gli scettici mi<em>&#8230;(<a href="http://www.yougulp.it/audio/wZvPLclmyF-7" target="_blank"><strong>continua</strong></a>)</em></p>
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		<title>Il tornado di Monroe ha spazzato via tutto, anche il senso del pudore!</title>
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		<pubDate>Thu, 23 May 2013 06:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guido Guidi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi estremi]]></category>
		<category><![CDATA[Oklahoma]]></category>
		<category><![CDATA[Tornado]]></category>

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		<description><![CDATA[Quello che sto per scrivere non sarà molto educato. A ben vedere, con il mestiere che faccio, sarà anche prevedibile. Come prevedibile era che i soliti noti si sarebbero precipitati a riempire<br/><a href="http://www.climatemonitor.it/?p=32374" class="more">Read More &#187;</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Quello che sto per scrivere non sarà molto educato. A ben vedere, con il mestiere che faccio, sarà anche prevedibile. Come prevedibile era che i soliti noti si sarebbero precipitati a riempire la scena con le loro filippiche la loro prosopopea e le loro palesi bugie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Già, perché non si può pensare che fior di scienziati, esimi ricercatori, abilissimi divulgatori e abituali frequentatori delle riviste scientifiche, nonché, in molti casi, anche titolari di interi capitoli dei report IPCC, non sappiano quale sia lo stato dell&#8217;arte della conoscenza in materia di tornado e, più in generale, in materia di eventi atmosferici estremi. Sicché, mentono sapendo di mentire. Sapendo di trovare solido appoggio sulle pagine dei giornali, per l&#8217;ignoranza e la fame di scoop di chi li gestisce.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La testata protagonista di questo post, come vedremo, è una sola, è vero, ma visto che in uno dei due esempi che farò si riprende pari pari quanto scritto da altri, l&#8217;esempio può considerarsi rappresentativo di un mondo della comunicazione e divulgazione scientifica che è diventato come il mercato del pesce alle due del pomeriggio: il meglio se ne è andato e quel che resta puzza da un chilometro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-32374"></span> </p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ecco qua, esempio numero uno, La Stampa, a firma di Mario Tozzi: <a href="http://www.lastampa.it/2013/05/22/cultura/domande-e-risposte/che-cos-e-un-tornado-ukcQUZpM82Fubm5vgIoomL/pagina.html" target="_blank"><strong>Che cos’è un tornado?</strong></a> Una esauriente spiegazione, in cui, tra le altre cose, a proposito di questi eventi si spiega che non è ancora chiaro come, perché e quando si formano, che non sono predicibili e che c&#8217;è una lunga storia di accadimenti, in quella particolare porzione di Stati Uniti, così come, in piccolo, anche nel nostro paese. Poi si cambia marcia, c&#8217;è da portare fieno in cascina, ed ecco il periodo conclusivo:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p><strong>D.</strong> Si può dire che i tornado siano in aumento?  </p>
<p><strong>R.</strong> In questi ultimi anni le perturbazioni meteorologiche a carattere violento sono in costante aumento in tutto il mondo come numero, intensità e frequenza. Inoltre tendono a scatenarsi anche fuori dalle stagioni caratteristiche e al di fuori delle regioni usuali di appartenenza. Le maggiori quantità di energia termica a disposizione del sistema atmosferico, generate dal riscaldamento climatico globale, sono probabilmente all’origine di questa recrudescenza che ha qualche riflesso anche in Italia, dove le osservazioni amatoriali sembrano confermare che il fenomeno è in aumento negli ultimi anni, soprattutto al Sud e sul versante adriatico, tanto che il Salento può essere considerato, insieme con la pianura padana, il piccolo «corridoio» dei tornado italiani. </p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il report IPCC (<a href="http://ipcc-wg2.gov/SREX/images/uploads/SREX-SPMbrochure_FINAL.pdf" target="_blank"><strong>SREX 2011</strong></a>) a proposito delle osservazioni sulle &#8221;perturbazioni meteorologiche a carattere violento&#8221;, i cicloni extratropicali, come li si descrive un po&#8217; più su nell&#8217;articolo recita così (neretto mio):</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p><em>It is <span style="font-family: FrutigerLTPro-CondensedIta; font-size: small;"><span style="font-family: FrutigerLTPro-CondensedIta; font-size: small;">likely </span></span><span style="font-family: FrutigerLTPro-Condensed; font-size: small;">that there has been </span>a poleward shift in the main Northern and Southern Hemisphere extratropical storm tracks. <strong>There is <span style="font-family: FrutigerLTPro-CondensedIta; font-size: small;"><span style="font-family: FrutigerLTPro-CondensedIta; font-size: small;">low confidence </span></span><span style="font-family: FrutigerLTPro-Condensed; font-size: small;">in </span>observed trends in small spatial-scale phenomena such as tornadoes and hail because of data inhomogeneities and inadequacies in monitoring systems.</strong> [3.3.2, 3.3.3, 3.4.4, 3.4.5]</em>.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per le previsioni (per quel che valgono, ma per alcuni sembra siano dogmi) invece leggiamo:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p><em><strong>There is medium confidence that there will be a reduction in the number of extratropical cyclones averaged over each hemisphere</strong>. While there is low confidence in the detailed geographical projections of extratropical cyclone activity, there is medium confidence in a projected poleward shift of extratropical storm tracks. <strong>There is low confidence in projections of small spatial-scale phenomena such as tornadoes and hail because competing physical processes may affect future trends and because current climate models do not simulate such phenomena. [3.3.2, 3.3.3, 3.4.5].</strong></em></p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>La prima riga della chiosa dell&#8217;articolo è dunque priva di ogni fondamento scientifico. Il resto è anche peggio. Il tornado di Monroe è arrivato in maggio, il mese con le più elevate probabilità di occorrenza di questi eventi nella zona dove sono più frequenti, nella zona dove poco più di dieci anni fa era successa la stessa cosa. Per l&#8217;Italia poi, dove non esiste uno straccio di studio che abbia mai affrontato sul serio questi argomenti, si ricorre alle osservazioni amatoriali, che indicherebbero chissà che cosa. Milioni di euro spesi dall&#8217;OMM per una campagna di calibrazione dei pluviometri per &#8220;cominciare&#8221; a parlare tutti la stessa lingua in termini di intensità delle piogge e qui si parla di osservazioni amatoriali, poggiando la propria affermazione sull&#8217;emotività degli eventi recenti di Taranto e dell&#8217;Emilia Romagna.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Esempio numero due, sempre La Stampa, appena ieri: &#8220;<strong><a href="http://www.max-pagano.com/La_Stampa-22-05-2013.pdf" target="_blank">L’effetto serra ora presenta il conto</a></strong>&#8220;. Una carrellata di opinioni di autorevoli firme dell&#8217;IPCC, di assidui frequentatori di Real Climate il blog della catastrofe scientifica, tutti uniti a dimostrare l&#8217;indimostrabile, a commentare l&#8217;incommentabile. Non è nell&#8217;articolo ma, dalla fonte dello stesso, la rivista <a href="http://www.scientificamerican.com/article.cfm?id=kevin-trenberth-on-climate-change-and-tornadoes" target="_blank"><strong>Scientific American</strong></a>, vi riporto i deliri matematico-fisico-catastrofici di Kevin Trenberth:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>&#8220;<em>The main climate change connection is via the basic instability of the low-level air that creates the convection and thunderstorms in the first place. Warmer and moister conditions are the key for unstable air. The oceans are warmer because of climate change. The climate change effect is probably only a 5 to 10 percent effect in terms of the instability and subsequent rainfall, but it translates into up to a 33 percent effect in terms of damage. (It is highly nonlinear, for 10 percent it is 1.1 to the power of three = 1.33.) So there is a chain of events, and climate change mainly affects the first link: the basic buoyancy of the air is increased. Whether that translates into a supercell storm and one with a tornado is largely chance weather.</em>&#8220;</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fatti i dovuti conti, i Tornado dovrebbero aumentare del 33%. Ecco di quanto sono aumentati:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.climatemonitor.it/wp-content/uploads/2013/05/Tornado.jpg"><img class="wp-image-32376  aligncenter" alt="Tornado" src="http://www.climatemonitor.it/wp-content/uploads/2013/05/Tornado.jpg" width="512" height="447" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I picchi sono del 1974 e del 2010, L&#8217;ultimo anno della serie è il 2012. Il trend non è un trend. Se poi vogliamo concentrarci solo su quelli più intensi, perché i benpensanti non fanno che ripetere che il tempo non è il clima, ma il cattivo tempo diventerà sempre più cattivo per colpa del clima (lo so, è da neuro&#8230;), ecco come è andata negli ultimi 50/60 anni:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.climatemonitor.it/wp-content/uploads/2013/05/image43.png"><img class="size-full wp-image-32393 aligncenter" alt="image43" src="http://www.climatemonitor.it/wp-content/uploads/2013/05/image43.png" width="550" height="318" /></a> </p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Che strano, pare che i tornado di categoria F5 (o EF5) come quello di due giorni fa, fossero più frequenti negli anni &#8217;50-&#8217;80, guarda caso quando le temperature medie globali hanno subito una diminuzione. Ma vuoi vedere che piuttosto che del caldo è colpa del freddo? Per carità, questa è speculazione. Se non altro però è supportata dai fatti e non dalle chiacchiere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sicché, torno da dove ho iniziato. Le possibilità sono solo due: o questa gente non sa quello che dice, e allora non si capisce perché dovremmo starli a sentire, oppure mente sapendo di mentire, e di sicuro non lo fa né per la scienza, né per il nostro bene. Decidete voi.</p>
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		<title>Moore, Oklahoma, il tornado era un F5</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 06:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guido Guidi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi estremi]]></category>
		<category><![CDATA[Oklahoma]]></category>
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		<description><![CDATA[La massima intensità che eventi di questo genere possono raggiungere, almeno con riferimento ai dati disponibili. Il National Weather Service americano ha diramato un comunicato tecnico in cui l&#8217;intensità dei venti<br/><a href="http://www.climatemonitor.it/?p=32362" class="more">Read More &#187;</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La massima intensità che eventi di questo genere possono raggiungere, almeno con riferimento ai dati disponibili. Il National Weather Service americano ha diramato un <a href="http://www.nws.noaa.gov/view/prodsByState.php?state=OK&amp;prodtype=public" target="_blank"><strong>comunicato tecnico</strong></a> in cui l&#8217;intensità dei venti associati al tornado è stata stimata provvisoriamente in 200-210 miglia orarie, poco sotto 340kmh.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La scala di riferimento per valutare l&#8217;intensità di questi eventi è applicabile solo a posteriori, ossia dopo la valutazione dei danni. Un sensore che dovesse trovarsi sul percorso infatti non potrebbe davvero riportare alcun dato, anzi, presumibilmente non sarebbe proprio possibile ritrovarlo. Così, come ci racconta wikipedia, si ricorre alla <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Scala_Fujita" target="_blank"><strong>scala Fujita</strong></a>, che prende il nome dello studioso che l&#8217;ha definita, analizzando per anni i danni provocati dai numerosi tornado che si svilupparono subito dopo l&#8217;esplosioni atomica di Hiroshima.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-32362"></span> </p>
<p>Per avere un termine di paragone, per quel che può valere, il tornado che ha colpito l&#8217;Emilia Romagna lo scorso aprile era presumibilmente un F2, o forse F3. Il nostro territorio, pur non sempre risparmiato, non ha certamente il potenziale di generare eventi di questa portata. Quel che serve sono sostanzialmente caratteristiche molto continentali in termini di morfologia del territorio e la possibilità che si incontrino masse d&#8217;aria fredde e molto secche con masse d&#8217;aria calde e molto umide. Esattamente la carta d&#8217;identità, purtroppo, degli stati centrali degli USA, dove, non a caso, la striscia di territorio che dal Texas raggiunge il Nebraska attraversando prima l&#8217;Oklahoma e poi il Kansas è nota anche come Tornado Halley, la strada dei tornado, appunto. <a href="http://www.ncdc.noaa.gov/oa/climate/severeweather/tornadoes.html" target="_blank"><strong>Dalla NOAA aprendiamo</strong></a> che, nel mese di maggio, capitano mediamente 43 eventi nel Texas, 28 nell&#8217;Oklahoma, 38 nel Kansas e 17 nel Nebraska, e apprendiamo anche che maggio è il mese più pericoloso della cosiddetta stagione dei tornado, che abbraccia più o meno la primavera e l&#8217;estate.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nonostante glis forzi enormi in termini di <a href="http://www.nssl.noaa.gov/" target="_blank"><strong>ricerca, prevenzione e protezione</strong></a>, i tornado restano gli eventi più pericolosi e impredicibili che la Natura sappia generare, perché l&#8217;inensco delle dinamiche che portano una normale cella temporalesca a diventare una cella rotante o super cella, come la si definisce in gergo meteorologico, sono tutt&#8217;altro che note. Nella maggior parte dei casi, per non dire proprio tutti, l&#8217;identificazione di quesi soggetti è esclusivamente appartenente al tempo reale e, anche in questi casi, non sempre si sviluppano dei tornado e non sempre, quando si sviluppano, questi sono identificabili dai pur avanzatissimi sistemi di indagine dell&#8217;atmosfera di cui dispone il National Weather Service americano. A complicare ulteriormente la situazione, una forte variabilità interannuale, con stagioni in cui i numeri si discostano molto dalla media attesa (gli americani li chiamano tornado outbreak), come nel 2010 e nel 1974, e altre che passano quasi in sordina, come quella del 2012.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I risultati, purtroppo, si sono visti. C&#8217;è ancora molto da fare, in questi casi, anche per sapere che tempo farà nel breve volgere di pochi minuti.</p>
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		<title>Consenso che passione!</title>
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		<pubDate>Tue, 21 May 2013 06:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guido Guidi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Cambiamenti climatici]]></category>
		<category><![CDATA[Consenso Scientifico]]></category>
		<category><![CDATA[riscaldamento globale]]></category>

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		<description><![CDATA[Non ci sono state molte novità in materia di scienza climatica negli ultimi tempi. Difficile attendersene del resto, visto che il problema è davvero molto complesso. A ben vedere, le<br/><a href="http://www.climatemonitor.it/?p=32334" class="more">Read More &#187;</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Non ci sono state molte novità in materia di scienza climatica negli ultimi tempi. Difficile attendersene del resto, visto che il problema è davvero molto complesso. A ben vedere, le cose nuove più significative sono venute dalla serie di studi che hanno abbassato parecchio il valore stimato della sensibilità climatica, ossia del riscaldamento atteso per un eventuale raddoppio della CO2 atmosferica rispetto al periodo pre-industriale. Questo non solo potrebbe significare che il disastro è di là da venire, ma significa anche che quanti si sono dedicati a questo genere di studi ultimamente, pur sostenendo la teoria del contributo umano al riscaldamento globale, ritengono che questo sia meno significativo del previsto e, quindi, anche meno pericoloso. Sono quindi ricercatori che aderiscono al consenso sui contenuti scientifici del tema dibattuto, ma rigettano quello della catastrofe prossima ventura.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Eppure, se queste pubblicazioni fossero soggette ad uno scrutinio come quello<a href="http://iopscience.iop.org/1748-9326/8/2/024024/article" target="_blank"><strong> recentemente condotto da John Cook</strong></a>, fondatore e animatore del noto blog catastrofico Skeptical Science, il loro contributo sarebbe classificato a favore del consenso, non nella forma in cui lo abbiamo appena descritto, quanto piuttosto nella sua accezione catastrofica. A ben vedere, questo è esattamente quello che è appena accaduto. Vediamo come.</p>
<p> <span id="more-32334"></span></p>
<p>Considerate la sostanziale assenza di novità e la crescita costante della distanza tra la realtà osservata e quella attesa sulla base delle simulazioni climatiche, la divulgazione del messaggio catastrofico si concentra sul consenso: se tanti scienziati aderiscono alla teoria dell&#8217;origine antropica del riscaldamento globale vuol dire che la teoria è solida, nonostante sia ben lungi dal reggere il confronto con la realtà. Ma perché questa distanza? Semplice, perché il problema non è se, ma quanto le attività umane possono incidere sul sistema.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Chi scrive, per esempio, aderisce al consenso. Nel senso che, pur senza alcuna pretesa di essere annoverato tra le fila di color che tutto sanno (non ho né i titoli né il pedigree scientifico del resto), penso che le attività umane abbiano avuto e stiano ancora avendo un ruolo sostanziale nella modifica delle condizioni a contorno di tutte le realtà densamente urbanizzate e in molte aree dove è stato modificato in modo importante lo stato del suolo. E dal momento che queste realtà accolgono la più elevata densità di osservazioni, queste modifiche incidono sul segnale a livello globale. Quanto non lo so, perché questo contributo si è sommato ad un trend sottostante di riscaldamento di lungo periodo che può avere origini naturali miste ad antropiche, quindi anche gas serra, e che viene modulato da oscillazioni di medio periodo, queste sì, certamente naturali, facilmente riconoscibili negli indici oceanici multidecadali. A queste, infine, si sommano e si elidono eventi climatici di breve periodo, comunque capaci di far risultare un anno più caldo del precedente o viceversa. Il risultato di tutto questo è un andamento delle temperature superficiali globali che ha visto un forte aumento nei primi ani del secolo scorso, una fase di raffreddamento dal secondo dopoguerra alla metà degli anni &#8217;70, un altro forte riscaldamento fino alla fine del secolo e poi ancora una fase stazionaria o di lieve diminuzione nei primi anni del secolo corrente. Visto? Anche se quelli bravi mi vedono come il fumo agli occhi, anche io aderisco al consenso, però non penso che finiremo tutti arrosto. Infatti, nella prima di queste fasi le attività umane non sono state neanche lontanamente paragonabili alle attuali, per cui non è dato sapere come possano aver avuto un ruolo; nella seconda hanno iniziato ad essere più tangibili, ma non c&#8217;è stato il risultato atteso; nella terza contributo antropico e temperature hanno avuto lo stesso segno; nella quarta la situazione si è di nuovo invertita: tanta CO2, scarsi effetti sulle temperature. </p>
<p>E allora che bisogno ha John Cook di fare le sue <a href="http://www.skepticalscience.com/tcp.php?t=home" target="_blank"><strong>campagne divulgative</strong></a>? Ancora semplice, sono campagne molto efficaci, servono a tener vivo un movimento che si nutre di catastrofi prossime venture. Infatti, presi 12.000 e più studi in materia climatica, valutato il loro contenuto sulla base di una serie di &#8220;paletti&#8221; forniti ad un certo numero di &#8220;volontari indipendenti&#8221; (frequentatori, moderatori e amici vari di SkS), risulta che il 97,1% di questi studi aderisce al consenso. Ergo, chi scrive di quà e chi twitta di là. Efficace. L&#8217;Ansa ha titolato &#8220;<a href="http://www.ansa.it/web/notizie/canali/energiaeambiente/clima/2013/05/16/scienza-variazione-clima-colpa-uomo-popolazione-scettica_8713747.html" target="_blank"><strong><em>Per scienza variazione clima colpa uomo</em></strong></a>&#8221; (devono però aver finito gli elettroni, sarà la crisi&#8230;). La Repubblica invece ha fatto meglio, titolando <a href="http://www.repubblica.it/ambiente/2013/05/16/news/clima_per_29_000_scienziati_l_uomo_responsabile_del_cambiamento_uno_studio_analizza_tutte_le_indagini_condotte_negli_ulti-58931263/" target="_blank"><strong>&#8220;<em>Clima, l&#8217;uomo è colpevole dei cambiamenti: scienziati d&#8217;accordo, popolazione scettica</em></strong></a>&#8220;. Barack Obama, che non credo legga né l&#8217;Ansa né Repubblica, ha invece twittato &#8220;<a href="https://twitter.com/BarackObama/status/335089477296988160" target="_blank"><strong><em>Il 97% degli scienziati è d&#8217;accordo, il cambiamento climatico è vero, pericoloso e causato dall&#8217;uomo</em></strong></a>&#8220;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In effetti, uno dei risultati dell&#8217;indagine di Cook e compagni è proprio questa percentuale schiacciante. Curiosamente però, di risultato ce ne sarebbe anche un altro. Tra le opzioni che era possibile scegliere per &#8220;valutare&#8221; i paper, ce n&#8217;è una che rimanda alla quantificazione del contributo umano al riscaldamento globale e, più precisamente, suggerisce di segnalare quei paper per cui questo contributo è superiore al 50% del suddetto riscaldamento. Se si impiega quella opzione per fare una ricerca sui documenti valutati, esce fuori il numero 65. Bassino non è vero? Addirittura più basso del misero 0,7% di paper che invece rigettano l&#8217;ipotesi del contributo umano, che sono 78. Sicché, quando si arriva al &#8220;quanto&#8221;, che, sinceramente, mi sembra molto più importante del &#8220;se&#8221;, nell&#8217;enorme mole di lavori di scienziati consenzienti, ce ne sono di più che rigettano l&#8217;ipotesi di quanti invece si spingano a sostenere chiaramente che quel contributo è significativo oltre una certa soglia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo, naturalmente, non vuol dire che non ce ne siano molti altri che pensano che il contributo sia molto importante ove non addirittura totale, solo che non dicono quanto, perché non lo sanno, perché non è affar loro, lo ha scritto qualcun altro e tanto basta. Alla faccia del consenso, che a questo punto non si capisce proprio più cosa sia se non un modo per rispondere comunque ad una domanda che la scienza oggi non è in grado di dare. Si potrebbe dire quindi che quei 65 hanno un&#8217;idea, giusta o sbagliata che sia, mentre gli altri semplicemente la accettano. Il numero del consenso cresce ma non aggiunge proprio niente all&#8217;idea.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ok, è tardi ed è il momento di chiudere, almeno per me. Per quanti avessero invece avuto la pazienza di arrivare fin qui c&#8217;è invece ancora un po&#8217; da fare. Si tratta di leggere l&#8217;opinione di un luminare delle scienze atmosferiche. Prima a capo del settore ricerca e poi direttore dell&#8217;ECMWF, poi ancora direttore del Max Planck Institute, <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Lennart_Bengtsson" target="_blank"><strong>Lennart Benngtson</strong></a>, ha scritto un <a href="http://klimazwiebel.blogspot.com/2013/03/lennart-bengtsson-global-climate-change.html#more" target="_blank"><strong>pezzo tutto da leggere</strong></a>, di cui vi anticipo qualche riga:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p><em>La domanda veramente importante è sapere quanto più caldo sarà e quanto velocemente questo è probabile che accada, dal momento che questo determinerebbe una realistica ragione per agire. A dispetto di tutta la ricerca e sperimentazione modellistica, siamo oggi meno sicuri di quello che accadrà di quanto possa apparire da tutti i rassicuranti report che dominano i media.</em></p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ah&#8230;quanto mi piace il consenso&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NB: in testa al post, i luoghi del consenso imperiale, dal <a href="http://www.mercatiditraiano.it/mostre_ed_eventi/mostre/i_luoghi_del_consenso_imperiale_il_foro_di_augusto_il_foro_di_traiano" target="_blank"><strong>Museo dei Fori Imperiali</strong></a>.</p>
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		<title>I modelli di regressione: non è tutto oro quello che luce</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2013 06:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Barone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Climatologia]]></category>
		<category><![CDATA[IPCC]]></category>
		<category><![CDATA[Livello dei mari]]></category>
		<category><![CDATA[Modelli di regressione]]></category>
		<category><![CDATA[Simulazioni climatiche]]></category>

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		<description><![CDATA[Il prof. N. Scafetta, in questi ultimi tempi, si sta interessando al problema del livello del mare e della sua evoluzione futura. Dopo il recente articolo&#8230; &#160; Multi-scale dynamical analysis<br/><a href="http://www.climatemonitor.it/?p=32327" class="more">Read More &#187;</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il prof. N. Scafetta, in questi ultimi tempi, si sta interessando al problema del livello del mare e della sua evoluzione futura. Dopo il recente articolo&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Multi-scale dynamical analysis (MSDA) of sea level records versus PDO, AMO, and NAO indexes - </b>(<b><a href="http://people.duke.edu/~ns2002/pdf/10.1007_s00382-013-1771-3.pdf" target="_blank">pdf</a></b>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8230;di cui ho avuto occasione di parlare <strong><a href="http://www.climatemonitor.it/?p=32100">qui</a></strong>, è stato da poco pubblicato un nuovo lavoro che, però, si occupa di un problema ancora più generale: gli errori nell&#8217;applicazione dei modelli di regressione e dei filtri wavelet utilizzati per analizzare i segnali geofisici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><a href="http://arxiv.org/abs/1305.2812?context=physics.ao-ph">Discussion on common errors in analyzing sea level accelerations, solar trends and global warming</a></strong></p>
<p>  &#8211; (<a href="http://people.duke.edu/~ns2002/pdf/prp-1-37-2013.pdf" target="_blank"><strong>pdf</strong></a>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nell&#8217;articolo, piuttosto corposo e denso di spunti di riflessione molto interessanti, il prof. N. Scafetta accentra la sua attenzione su tre aspetti che rivestono molta importanza nel dibattito in corso tra i membri della comunità scientifica che si occupano di climatologia, in generale, e dei suoi aspetti più particolari (temperature, livello dei mari, contenuto di calore degli oceani, paleoclima ecc., ecc.) Secondo quanto scrive il prof. N. Scafetta nel suo articolo (da ora Scafetta, 2013b) buona parte degli studi che sono stati effettuati fino ad oggi sono affetti da errori ed approssimazioni eccessivi in quanto non tengono conto di tre importanti fonti di errore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-32327"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li>Per quantificare correttamente l&#8217;accelerazione della variazione del livello del mare è necessario tener conto delle oscillazioni naturali multidecadali quantificate dagli indici AMO (Oscillazione Atlantica Multidecadale), NAO (Oscillazione Nord Atlantica) e PDO (Oscillazione Pacifica Decadale).</li>
<li>Le forzanti del clima non sono conosciute in modo approfondito e le incertezze nella loro quantificazione impediscono di leggere con chiarezza il contributo del forcing solare all&#8217;aumento delle temperature superficiali del pianeta nel corso del 20° secolo. Gli effetti di tali incertezze, inoltre, sono amplificati dalla circostanza che molte di queste forzanti non sono indipendenti tra di loro per cui i modelli matematici risentono fortemente della dipendenza lineare delle funzioni matematiche che le schematizzano.</li>
<li>I filtri wavelet periodici nati per filtrare segnali di tipo stazionario, vengono comunemente applicati a segnali, come quelli geofisici, caratterizzati da una spiccata non stazionarietà. Questo determina numerosi artefatti analitici che alterano profondamente la natura dei dati soggetti al trattamento di filtraggio.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p>Rimuovendo queste tre cause di errore, Scafetta, 2013b è giunto a delle conclusioni estremamente interessanti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;aumento della velocità di variazione del livello del mare misurato dal mareografo di New York, sulla base dello studio condotto da Sallenger et al. 2012, risultava essere estremamente forte, tanto da far temere che le previsioni secolari IPCC AR4 circa l&#8217;aumento del livello del mare, potessero sottostimare il valore del livello del mare al 2100. Tale conclusione viene confutata dallo studio di N. Scafetta, 2013b in quanto l&#8217;incremento del livello del mare al 2100, calcolato mediante un&#8217;analisi multiscala, dovrebbe attestarsi sui 350+/-30 mm invece che raggiungere i 1130+/-480 mm stimati da Sallenger et al. 2012. Di questo problema, però, ho avuto modo di parlare in maniera piuttosto estesa <strong><a href="http://www.climatemonitor.it/?p=29287">qui</a></strong> (Sallenger et al., 2012)e <strong><a href="http://www.climatemonitor.it/?p=32100">qui</a></strong> (Scafetta, 2013) per cui, allo scopo di non appesantire eccessivamente il discorso, evito di scendere in ulteriori dettagli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questa sede, invece, è mia intenzione approfondire un altro importante risultato conseguito da N. Scafetta, 2013b, ovvero la quantificazione del contributo del forcing solare all&#8217;aumento delle temperature superficiali verificatosi nella seconda parte del 20° secolo. Il rapporto IPCC AR4 fissa in un misero 8% il contributo del Sole al riscaldamento globale. Scafetta, 2013b, invece, eliminando le dipendenze lineari che caratterizzano le funzioni prese in considerazione per modellare l&#8217;evoluzione del riscaldamento globale, ha potuto accertare che il contributo del forcing solare è stato fortemente sottovalutato: sarebbe del 50% e non dell&#8217;8% il contributo del Sole all&#8217;aumento stimato di 0,8°C delle temperature superficiali. La questione, però, è molto interessante ed anche piuttosto complessa per cui richiede qualche riflessione preliminare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I modelli di circolazione generale (GCM) hanno delineato una serie di scenari che, opportunamente valutati dall&#8217;IPCC, hanno portato a quantificare il contributo del Sole all&#8217;aumento della temperatura superficiale nel periodo 1900-2000 in 0,056°C a fronte di un aumento complessivo della temperatura superficiale di 0,8°C. In un loro studio Benestad e Schmidt, 2009, da ora BS 2009, cercarono di dimostrare che le previsioni dei modelli risultavano essere fondate su solide basi fisiche. Per raggiungere il loro obiettivo BS 2009 hanno adottato un modello di regressione lineare della temperatura superficiale globale che utilizzava 10 funzioni forzanti per definire i parametri della funzione di regressione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per ottenere un risultato matematicamente e statisticamente robusto è necessario che le funzioni utilizzate siano linearmente indipendenti, tali, cioè, che per nessuna di esse i coefficienti delle incognite siano derivabili come combinazione lineare dei coefficienti delle incognite delle altre funzioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel caso di BS 2009, invece, le funzioni utilizzate sono caratterizzate da un andamento monotono del tutto sovrapponibile (in nove casi su dieci) per cui non si può parlare di indipendenza lineare delle stesse. Ciò porta alla conclusione che la regressione multilineare di cui parlano gli autori, in realtà, si basa su presupposti matematici errati e, pertanto, porta a risultati affetti da artefatti analitici che hanno poco senso fisico. Scafetta, 2013b ha analizzato le dieci funzioni utilizzate per costruire il modello di regressione multilineare ed ha individuato una forte correlazione tra le varie funzioni: in qualche caso raggiunge addirittura il 95%. Questa circostanza dimostra che le funzioni utilizzate per il calcolo dei predittori, risultano linearmente dipendenti le une dalle altre e, come si può facilmente intuire, ciò determina una forte amplificazione dell&#8217;errore da cui sono affetti i dati di output del modello matematico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In Scafetta 2013b si dimostra che eliminando le funzioni linearmente dipendenti e calcolando i coefficienti della funzione di regressione sulla base dei dati riferiti al periodo 1980-2003 (più precisi e meno correlati), il contributo del forcing solare al riscaldamento dell&#8217;ultima parte del 20° secolo viene fortemente rivalutato e raggiunge i valori già evidenziati in Scafetta e West, 2006a, 2006b, 2007. Il grafico della temperatura così ottenuto, inoltre, riesce a replicare in maniera più fedele di quanto facciano altre funzioni di regressione, le ricostruzioni di temperatura riportate in Moberg et al., 2005; Mann et al., 2008; Ljungqvist, 2010; Christiansen et Ljungqvist, 2012.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Allo scopo di far meglio comprendere la portata del lavoro del prof. N. Scafetta ho riprodotto la figura 7 di Scafetta 2013b che in originale si trova nel pdf anche scaricabile liberamente dal sito arXiv.org. Nella figura vengono messi a confronto i grafici ottenuti con l&#8217;algoritmo implementato da Scafetta (eq. 5 nei grafici) e quelli ottenuti con altre funzioni di regressione (eq. 6 nei grafici).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.climatemonitor.it/wp-content/uploads/2013/05/Scafetta-2013b-Fig_7.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-32328" alt="Scafetta 2013b - Fig_7" src="http://www.climatemonitor.it/wp-content/uploads/2013/05/Scafetta-2013b-Fig_7.jpg" width="514" height="399" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ho cercato di riassumere in queste poche righe il lavoro di N. Scafetta limitandomi a mettere in evidenza quelli che a me sono sembrati gli aspetti più interessanti e trascurando quasi del tutto gli interessantissimi particolari più prettamente fisici e matematici dello studio. Essi, per chi fosse interessato, sono facilmente accessibili nel paper originale e, personalmente, ne consiglio la lettura per apprezzare la bontà dell&#8217;opera di N. Scafetta, frutto di un lungo periodo di ricerca iniziato anche allo scopo di confutare delle considerazioni contenute nello studio di Benestad e Schmidt, 2009 circa la non ripetibilità di alcuni risultati ottenuti da Scafetta nei primi 10 anni di questo secolo. Con questo paper N. Scafetta dimostra, tra molto altro, che la non ripetibilità dei predetti risultati deriva da errori insiti nelle equazioni utilizzate da Benestad e Schmidt, 2009.</p>
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		<title>Possiamo stare tranquilli, le lucertole ce la faranno!</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2013 07:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guido Guidi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Global Warming]]></category>
		<category><![CDATA[Specie animali]]></category>

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		<description><![CDATA[Per la miseria questa sì che è una bella notizia! Magari finiremo sott&#8217;acqua, magari arsi dal sole e dalla siccità, magari stramazzati dal freddo o sepolti dalla neve, cioè in<br/><a href="http://www.climatemonitor.it/?p=32319" class="more">Read More &#187;</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Per la miseria questa sì che è una bella notizia! Magari finiremo sott&#8217;acqua, magari arsi dal sole e dalla siccità, magari stramazzati dal freddo o sepolti dalla neve, cioè in uno o nell&#8217;altro dei cento e più modi per morire a causa del clima disfatto, ma sarà una dipartita serena: le lucertole, specie quelle tropicali, <a href="http://www.sciencedaily.com/releases/2013/05/130517085821.htm?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=email&amp;utm_campaign=Feed%3A+sciencedaily%2Fearth_climate+%28ScienceDaily%3A+Earth+%26+Climate+News%29" target="_blank"><strong>se la caveranno alla grande</strong></a>!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ecco qua, da Global Change Biology:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/gcb.12253/abstract;jsessionid=29B5066E113A5018403701256CC1B3E7.d03t01" target="_blank"><strong>The impact of climate change measured at relevant spatial scales: new hope for tropical lizards</strong></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dunque, la motivazione che ha spinto le firme di questo articolo a fare della ricerca è sempre la stessa, specie perché lo dicevano molti dei loro colleghi: in un mondo più caldo, anche le lucertole, di cui sono evidentemente esperti, potrebbero avere grosse difficoltà. Come più o meno tutte le specie animali del resto, dal momento che non ce n&#8217;è una che non sia stata oggetto di approfondite ricerche e conseguenti allarmi circa le possibilità di sopravvivenza, uomini naturalmente compresi. Nella fattispecie, di questi non proprio bellissimi ma simpatici animaletti a sangue freddo, la paura del mainstram scientifico era quella che le specie abituate a frequentare gli spazi aperti si potessero &#8220;trasferire&#8221; nelle foreste, finendo per avere la meglio su altre specie loro simili. Una paura, scrivono gli autori di questo paper, fondata su deduzioni approssimative e basate su proiezioni di lungo periodo della temperatura a scala spaziale non abbastanza fine per comprendere effettivamente cosa sarebbe potuto cambiare e quale comportamento queste specie avrebbero adottato per reagire al presunto cambiamento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E così, occupandosi di un argomento per loro senz&#8217;altro centrale ma per molti altri decisamente marginale, hanno semplicemente svelato una grande verità: le variazione delle temperature gobali stimata non senza un discreto margine di errore sulla base delle misurazioni e quelle prospettate con un margine di errore ancora più grande dalle simulazioni, non intercettano le variazioni ambientali ben più significative che si verificano a scala spaziale molto più limitata nell&#8217;arco di giorni, mesi o stagioni, insomma, nella vita normale di tutte le specie. Focalizzando la loro attenzione a questa scala spaziale e, soprattutto, facendolo sul campo (atteggiamento ormai fuori moda in un certo ambiente scientifico clima-catastrofista), hanno scoperto che le lucertole scoppiano di salute, che non sono prossime all&#8217;estinzione e che, probabilmente, non avranno problemi per molte decadi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La prossima volta che qualcuno cerca di convincervi che avete caldo, freddo o quant&#8217;altro perché la temperatura globale è aumentata di 0,7°C, forse vedrete le cose con un po&#8217; più di realismo. E magari risponderete anche che forse il problema è un po&#8217; meno grave di fame, sete, povertà e, perché no, anche negazione dei diritti umani, cioè di tutte le vere tragedie che affliggono questo Pianeta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Buona domenica.</p>
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		<title>Letture per il week end</title>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2013 07:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guido Guidi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Disaster Planning]]></category>
		<category><![CDATA[Gas serra]]></category>
		<category><![CDATA[Scioglimento dei ghiacci]]></category>
		<category><![CDATA[Tundra]]></category>

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		<description><![CDATA[Qualche consiglio di lettura, qualche spunto di riflessione, qualche ovvietà, qualche catastrofica predizione, insomma tutti gli ingredienti ideali per affrontare un week end che non si prospetta molto assolato, con<br/><a href="http://www.climatemonitor.it/?p=32311" class="more">Read More &#187;</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche consiglio di lettura, qualche spunto di riflessione, qualche ovvietà, qualche catastrofica predizione, insomma tutti gli ingredienti ideali per affrontare un week end che non si prospetta molto assolato, con un po&#8217; di letteratura scientifica. Il tutto, come spesso accade, veicolato dalle pagine di Science Daily.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-32311"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il primo articolo scorre nel solco di una discussione che sulle nostre pagine dura ormai da parecchi mesi. Magari sfiorandolo appena, magari affrontandolo con decisione come nei nostri ultimi commenti, l&#8217;argomento dei disastri naturali e della resilienza della nostra organizzazione sociale e del nostro territorio è per i nostri lettori di sicuro interesse. <a href="http://www.sciencedaily.com/releases/2013/05/130516182002.htm" target="_blank"><strong>Quale dovrebbe essere il contributo dei geofisici alla pianificazione [della gestione] dei disastri naturali?</strong></a> Questo il titolo del comunicato stampa del Meeting of the Americas, un evento sposorizzato dall&#8217;AGU, in cui, tra le altre cose, si è parlato di gestione dei disastri naturali, del ruolo cruciale che dovrebbero svolgere quanti hanno la conoscenza scientifica del territorio e, anche di una cosa piuttosto ovvia ma che vale la pena ricordare. Nei paesi poveri o in via di sviluppo, gli eventi disastrosi sono molto più tragici in termini di pardita di vite umane, mentre nei paesi sviluppati è molto più alto l&#8217;ammontare delle perdite economiche. Da leggere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La seconda lettura consigliata ci riporta verso argomenti più vicini al contesto di CM, si parla di aumento delle temperature alle alte latitudini, scioglimento del permafrost, modifica dei suoli e rilascio di gas serra una volta improgionati nel suolo verso l&#8217;atmosfera. La notizia è buona, e rientra nella categoria &#8220;è meglio del previsto&#8221;. Pare infatti che alcuni ricercatori abbiano condotto una lunga campagna di osservazione in Alaska, scoprendo che l&#8217;aumento di circa 2°C della temperatura dell&#8217;aria e di circa 1°C della temperatura del suolo, invece di innescare un potente rilascio di gas serra, ha innescato un feedback negativo che lo ha fortemente attenuato ove non del tutto annullato. Sarebbe stata la vegetazione cresciuta a innescare il processo, mostrando una volta di più come l&#8217;ecosistema sia capace di reagire in modi del tutto inattesi nel rispetto del livello di conoscenza scientifica dell&#8217;argomento, facendo perdere gran parte del significato, ove mai ne abbiano avuto, alle solite premature catastrofiche deduzioni. <a href="http://www.sciencedaily.com/releases/2013/05/130516142700.htm" target="_blank"><strong>L&#8217;articolo di SD è qui</strong></a>, il paper, di prossima uscita su Nature è invece quello qui sotto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.nature.com/nature/journal/vaop/ncurrent/full/nature12129.html" target="_blank"><strong>Long-term warming restructures Arctic tundra without changing net soil carbon storage</strong></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E veniamo al terzo articolo, in tema di variazioni climatiche e geologiche di lunghissimo periodo. Pare che i ghiacci a contatto con il mare in Antartide e in Groenlandia, siano stati in passato parecchio più stabili di quanto si ritenesse. La variazione del livello del mare stimata nelle zone di contatto con le coste in un passato molto remoto, usata come dato di prossimità per valutare quanto volume avessero perso quelle masse glaciali nel contesto di un mondo parecchio più caldo, risulta essere molto meno significativa se si tiene conto di quanto quelle coste si sono sollevate per effetto di movimenti tettonici. Il virgolettato d uno degli autori del<a href="http://dx.doi.org/10.1126/science.1229180" target="_blank"><strong> paper</strong></a> che ha ispirato <a href="http://www.sciencedaily.com/releases/2013/05/130516142551.htm" target="_blank"><strong>l&#8217;articolo di SD</strong></a>, farà brillare gli occhi dei molti geologi che seguono le nostre pagine:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>L&#8217;articolo è importanteperché mostra come nessuna stima dell&#8217;antico volume dei ghiacci possa mai più ignorare le diamiche interne della Terra.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>E arriviamo all&#8217;ultima lettura. Ancora ghiaccio, ancora riscaldamento globale, visto però in una chiave molto meno rassicurante. In un altro<a href="http://dx.doi.org/10.1126/science.1234532" target="_blank"><strong> paper appena uscito</strong></a>, un gruppo di ricercatori dell&#8217;Università di Boulder pare sia riuscito a stimare quanto abbia contribuito all&#8217;aumento del livello del mare lo scioglimento dei ghiacci sulla terraferma cui sono stati soggetti molti (loro dicono tutti) ghiacciai sul Pianeta. Un contributo che stimano nel 29 +/- 13% dell&#8217;innalzamento osservato del livello dei mari. La stima deriva da dati satellitari ottenuti nel periodo 2003-2009. Di per sé l&#8217;argomento è interessante, tuttavia trovo che la chiosa di <a href="http://www.sciencedaily.com/releases/2013/05/130516142547.htm?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=email&amp;utm_campaign=Feed%3A+sciencedaily%2Fearth_climate+%28ScienceDaily%3A+Earth+%26+Climate+News%29" target="_blank"><strong>Science Daily</strong></a> sia un tantino inadeguata:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>Le stime attuali prevedono che se tutti i ghiacciai del mondo dovessero sciogliersi, innalzerebbero il livello del mare di circa 2 piedi (60cm). Di contro, un completo scioglimento della Groenlandia alzerebbe il livello del mare di circa 20 piedi (6 metri), mentre se dovesse sciogliersi tutto l&#8217;Antartide il mare salirebbe di 200 piedi (60 metri).</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Interessante. Si sono dimenticati di dire che con il rateo di scioglimento attualmente misurato ci vorrebbero alcune decine di migliaia di anni. Non so voi, ma io punto a godermi lo spettacolo <img src='http://www.climatemonitor.it/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' /> .</p>
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		<title>Bugs life</title>
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		<pubDate>Fri, 17 May 2013 06:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guido Guidi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Produzione cerealicola]]></category>
		<category><![CDATA[Risorse alimentari]]></category>

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		<description><![CDATA[Una vita da insetti. Per quanto la si sia voluta romanzare nel celebre cartoon di qualche anno fa, non deve essere proprio il massimo. E pare che in futuro sia<br/><a href="http://www.climatemonitor.it/?p=32292" class="more">Read More &#187;</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Una vita da insetti. Per quanto la si sia voluta romanzare nel celebre cartoon di qualche anno fa, non deve essere proprio il massimo. E pare che in futuro sia anche destinata a peggiorare. Colpa del global warming? No, per una volta, colpa del fatto che formiche, bruchi, lombrichi, cavallette et similia, saranno allevati in batteria a scopo alimentare. In buona parte del mondo succede già e, sinceramente, non ci trovo niente di strano. E&#8217; solo questione di cultura.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questi, ma anche tanti altri, i concetti espressi dal Direttore Generale della FAO qualche giorno fa a Roma. L&#8217;articolo è di <a href="http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&amp;id=21894" target="_blank"><strong>Greenreport, lo trovate qui</strong></a>. Cercate di arrivare in fondo perché è interessante, anche se vi scapperà un sorriso quando leggerete che oltre ad essere molto nutrienti e a consumare molto meno degli animali normalmente allevati nel mondo occidentale, hanno anche un pregio enorme: non fanno le puzzette, quindi non producono metano. Anzi, i gas da decomposizione tendono ad abbatterli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-32292"></span></p>
<p>Non è necessario che il cambiamento di dieta arrivi tanto presto però. Infatti, contrariamente alle fosche previsioni di quanti dopo le siccità importanti dell&#8217;anno scorso presagivano l&#8217;inizio della fine per le materie prime alimentari globali, pare che la produzione cerealicola di quest&#8217;anno sarà da record. La buona notizia viene sempre dalla FAO, <a href="http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&amp;id=21843" target="_blank"><strong>sempre in un articolo di Greenreport</strong></a>. Con qualche caveat però. Non tanto nella produzione, quanto piuttosto nella constatazione che pur in un contesto di buona disponibilità di materia prima alimentare, si prevede una stagnazione della domanda a causa della crescita dei prezzi e all&#8217;incertezza nella domanda di etanolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Circa i prezzi c&#8217;è qualcosa che non torna, perché <a href="http://www.bloomberg.com/news/2013-04-25/world-grain-harvest-seen-jumping-7-by-igc-on-corn-crop-surge.html" target="_blank"><strong>altre fonti</strong></a> ne documentano una diminuzione, fatto che con una stima ottimistica della produzione sembra logico. Comunque, una volta di più, quanti avranno difficoltà ad accedere alle risorse alimentari primarie, lo dovranno all&#8217;impossibilità di comprarle, non già alla loro scarsità, visto che questo benedetto Pianeta continua a produrre grandi quantità di cibo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Circa l&#8217;etanolo, non so cosa sia meglio, se il definitivo sgonfiarsi della bolla speculativa che ne ha accompagnato il boom degli anni scorsi, o il disinteresse che potrebbe soffrire il settore produttivo qualora gli enormi capitali che vi sono stati investiti dovesero iniziare a sfilarsi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Insomma, pare che anche oggi potrete avere la vostra insalatina di mais. Le formiche potete lasciarle in giardino, almeno fino al prossimo disastro climatico.</p>
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		<title>Sono il signor Wolf, mi invento problemi</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 06:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guido Guidi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Caos climatico]]></category>
		<category><![CDATA[IlSole24Ore]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Veramente Harvey Keitel, alias il signor Wolf di Pulp Fiction, i problemi li risolveva piuttosto che inventarseli ma, tant&#8217;è, ad ognuno il suo Wolf. Noialtri affamati di news climatiche,<br/><a href="http://www.climatemonitor.it/?p=32297" class="more">Read More &#187;</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/WqZHXXZ_7nw" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
&nbsp;</p>
<p>Veramente Harvey Keitel, alias il signor Wolf di Pulp Fiction, i problemi li risolveva piuttosto che inventarseli ma, tant&#8217;è, ad ognuno il suo Wolf. Noialtri affamati di news climatiche, anche delle più insapori, ci becchiamo Martin Wolf, che pubblica una pagina nella rubrica commenti e inchieste de IlSole24Ore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2013-05-15/perche-mondo-avvia-caos-110049.shtml" target="_blank"><strong>Wolf: vi spiego perché il mondo si avvia verso il caos climatico</strong></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mettiamoci comodi perché questa è la volta buona. La spiegazione è semplice: il caos climatico è in arrivo perché l&#8217;anidride carbonica è un gas serra. Questo il periodo illuminante:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>[...] resta il fatto che l&#8217;effetto serra da un punto di vista scientifico è qualcosa di ovvio: è il motivo per cui la Terra ha un clima più gradevole della Luna. L&#8217;anidride carbonica è notoriamente un gas a effetto serra [...]</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bingo! E ci voleva tanto? Infatti, prosegue, &#8220;<em>l&#8217;aumento delle temperature produce effetti di retroazione positiva&#8221;</em>. Quelli di retroazione negativa, tra l&#8217;altro attualmente largamente predominanti, il nostro Wolf se li è dimenticati. Peccato. ma non dimentica di strizzare l&#8217;occhio al consenso e questo è un buon segno, perché fino a che continueranno ad aggrapparsi al &#8220;<em>perché lo dicono tutti</em>&#8221; vorrà dire che l&#8217;equazione del clima non l&#8217;avranno trovata.</p>
<p>Al nostro, sfugge anche il fatto che ci sia in effetti un inizio della fine, ma questo riguarda il catastrofismo generico medio, non già l&#8217;arrosto climatico. Infatti ora che la CO2 si avvia al raddoppio e non siamo tutti morti, pare che la <strong><a href="http://www.nytimes.com/2013/05/14/science/what-will-a-doubling-of-carbon-dioxide-mean-for-climate.html" target="_blank">tragedia arriverà quando quadruplicherà</a></strong>. Forse è per questo che la <strong><a href="http://www.reuters.com/article/2013/05/14/climate-ice-idUSL6N0DV2V420130514" target="_blank">Reuters dedica spazio</a></strong> ad un nuovo studio che &#8220;prevede&#8221; un innalzamento dellivello dei mari tra 16,5 e 69 centimetri: roba da stivali di gomma e passa la paura praticamente&#8230;<br />
&nbsp;</p>
<p>Ma la chiosa dell&#8217;ottimo Wolf, dedicata allo scarso entusiasmo recentemente mostrato dai decisori nel farsi abbindolare dallo zaratustra di turno, è veramente uno spettacolo, non so commentarla, ve la propongo così com&#8217;è (grassetto mio):</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>L&#8217;inazione a cui assistiamo è tanto più sorprendente se si pensa a tutta l&#8217;isteria che si sente in giro sulle conseguenze drammatiche dell&#8217;accumulo di debito pubblico per i nostri figli e nipoti. Ma in questo caso lasceremmo in eredità semplicemente crediti di qualcuno nei confronti di qualcun altro. Nella peggiore delle ipotesi potrà esserci un default: qualcuno soffrirà, ma la vita andrà avanti [...]. Lasciare un pianeta in preda al caos climatico è un problema molto più grande: non c&#8217;è un altro posto dove andare e non esiste un modo per «resettare» il sistema climatico del pianeta. Se adottiamo un atteggiamento prudente sulla gestione delle finanze pubbliche, tanto più dovremmo farlo riguardo a un problema irreversibile e dai costi molto maggiori.</p></blockquote>
<p><strong>NB: grazie a Fabrizio per la segnalazione.</strong></p>
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		<title>Un terremoto tra un minuto! E adesso che si fa?</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 13:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guido Guidi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Disastri geologici]]></category>
		<category><![CDATA[Terremoti]]></category>

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		<description><![CDATA[Innanzi tutto un bel respiro profondo. Già, perché qualche giorno fa mi sono imbattutto in un bell&#8217;articolo di tale Annalee Newitz su Wired. Un pezzo in cui si parla molto<br/><a href="http://www.climatemonitor.it/?p=32281" class="more">Read More &#187;</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Innanzi tutto un bel respiro profondo. Già, perché qualche giorno fa mi sono imbattutto in un bell&#8217;articolo di tale Annalee Newitz su Wired. Un pezzo in cui si parla molto di previsioni, comprese quelle relative ad eventi climatici, ma, per una volta, senza nominare il disastro climatico prossimo venturo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.wired.com/threatlevel/2013/05/newitz-disasters/" target="_blank"><strong>Our Algorithms Can Predict Future Disasters — Now What?</strong></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E questo accade perché le previsioni di cui si parla hanno il terribile difetto di essere facilmente soggette a verifica, in alcuni casi a distanza di pochi minuti. Quindi, nessuna possibilità di inventarsi la fine del mondo ed uscirne indenni. L&#8217;argomento è stimolante, soprattutto per le recenti discussioni che abbiamo fatto sulle nostre pagine.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-32281"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si chiama ShakeAlert l&#8217;applicazione che un ricercatore californiano ha sul suo computer, ma andiamo con ordine. La California è uno stato ad elevatissimo rischio sismico, sicché, da qualche anno a questa parte, il territorio è stato letetralmente coperto di sensori per monitorare l&#8217;attività sismica. A furia di raccogliere dati, leggiamo su Wired, il monitoraggio è diventato previsione, e pare che l&#8217;applicazione negli ultimi tre eventi sismici che hanno interessato la zona &#8211; tutti comunque deboli &#8211; abbia centrato il bersaglio, emettendo un allarme con pochi minuti di anticipo. Troppo pochi? Dipende dai punti di vista, perché con pochi minuti, anche con uno solo, si possono fare un sacco di cose. Ad esempio fermare un treno, mandare sms alla cittadinanza, avviare lo spegnimento di una centrale elettrica e così via. Certo, il sistema è sperimentale, ma è già impiegato dal sistema di controllo della metropolitana dell&#8217;area della Baia di San Francisco. Se scatta l&#8217;allarme, i treni rallentano per evitare un deragliamento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sicché, il problema, ammesso che questa app sia effettivamente così efficace, diventa effettivamente un altro. Qualora mai dovessimo essere capaci di conoscere cosa succederà tra pochi minuti (in termini di disastri, s&#8217;intende), cosa faremmo con quell&#8217;informazione? <a href="http://www.climatemonitor.it/?p=32040" target="_blank"><strong>Rileggendo la nostra discussione sui terremoti</strong></a> cui alludevo in testa a questo post, ho avuto modo di tornare a vedere come il fulcro del problema fosse proprio quello del cosa e come fare in presenza di informazioni di questo genere. Non un problema di poco conto, dato che qualunque decisione si dovesse prendere, necessiterebbe di un paradigma di pensiero e comportamento da parte di tutti, decisori e non, molto diverso da quello cui siamo abituati, specielmente qui da noi, dove la discussione è lo sport nazionale e l&#8217;azione è spesso in clamoroso ritardo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel frattempo, c&#8217;è chi sta pensando di impiegare sistemi come questi nella progettazione delle cosiddette smart cities, e non si tratta di visionari, visto che c&#8217;è di mezzo l&#8217;IBM, non proprio una start up. Ah, una curiosità, tra le cose che si stanno studiando per aumentare la disponibilità di sensori, c&#8217;è anche l&#8217;impiego degli accelerometri di cui sono dotati ormai quasi tutti gli smartphones. E così ieri abbiamo parlato di usare i telefoni per misurare la temperatura, oggi invece di impiegarli per tenere il monitoraggio dell&#8217;attività sismica. Questo utilizzo mi pare abbia un po&#8217; più di senso, ma probabilmente è solo perché di queste cose ne so molto poco. Si vedrà, per quel che mi riguarda magari penserei a farli funzionare come telefoni, cosa non sempre così scontata <img src='http://www.climatemonitor.it/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' /> .</p>
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