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La belle verte

La belle verte - Un film di Coline Serreau

Nel 1996, la regista e attrice francese Coline Serreau girava il film “La belle verte” (uscito in Italia con il titolo “Il pianeta verde”). La critica, a livello globale, non ha accolto positivamente la pellicola, il pubblico, al contrario, è stato generalmente più benevolo. Veniamo alla trama che, come avremo modo di vere, è interessante e fornisce diversi spunti di riflessione.

La storia comincia, appunto, sul “Pianeta verde”: un pianeta lontano e sconosciuto ai terrestri, dove le persone che lo abitano vivono la loro esistenza in armonia con se stessi e con la natura. Anche gli abitanti di questo pianeta sono passati attraverso l’era industriale (nel film è definita preistoria), ma dopo averne saggiato la decadenza, hanno preferito abbattere gerarchie, industrie e tutto ciò che rappresentava l’epoca dello sfruttamento.

Come ogni anno, sul pianeta viene convocata un’assemblea plenaria; ordine del giorno: inviare qualcuno sulla Terra per controllare a che punto sia arrivato il processo evolutivo. I racconti dei più anziani (sul pianeta si vive fino a 150 anni) parlano dell’era Napoleonica, caratterizzata da guerre e da manie espansionistiche e nessuno sembra volersi offrire volontario per la spedizione sul pianeta azzurro (fonte Wikipedia).

A questo punto del film entra in scena la protagonista, Mila (interpretata dalla stessa Serreau) unica volontaria propostasi per scendere sul pianeta Terra. Da quel momento in poi la trama si dipana tra mille peripezie (e momenti di comicità). Non vi svelo il finale e d’altronde la parte del film che mi interessa analizzare è l’introduzione, ovvero l’assemblea plenaria. Un popolo evoluto (sebbene venga rappresentato come un gruppo di contadini medievali), un popolo che ha addirittura vissuto un’era industriale e l’ha superata, nel senso di una evoluzione e non di una involuzione.

La pellicola francese, pur nella sua leggerezza, porta con sè istanze dell’ambientalismo, dell’ecologismo e di quella dottrina economica che prende il nome di “Degrowth” (decrescita in italiano, décroissance in francese). Mai come in questi mesi, tutti noi sentiamo di essere giunti ad un bivio: la crisi economica mondiale (molto più profonda di quanto non si pensasse, molto più pervasiva di quanto si possa percepire) ci ha messi di fronte all’evidenza: o si continua a produrre a ritmi sempre più sostenuti (la nostra economia, in fondo, è basata sul debito e quindi noi tutti non dobbiamo far altro che consumare), oppure si “inventa” un nuovo modello.

Non è di certo mia intenzione suggerire nuovi stili di vita o modelli economici, bensì notare come questo film del 1996 sia di grandissima attualità, tredici anni dopo e in un contesto economico decisamente diverso. La tematica non è banale, di certo siamo tutti convinti che, essendo le risorse del pianeta limitate, si debba in qualche modo trovare una via alternativa. In questi anni abbiamo tutti sentito, fino allo sfinimento, i concetti di sostenibilità e decrescita. Sul primo concetto, credo noi tutti si possa essere d’accordo: l’uomo (in particolare quello occidentale) deve ritrovare un equilibrio perso da decenni, una condotta di vita più compatibile con il nostro ecosistema.

Il secondo concetto è decisamente più delicato. Il PIL (Prodotto interno lordo) non è un indicatore preciso nè corretto della ricchezza di una nazione, proprio in questi mesi di crisi economica gli economisti stanno studiando nuovi indici. Tra i principali esponenti della “Decrescita” abbiamo Maurizio Pallante, Massimo Fini e Serge Latouche. Seguendo le linee di pensiero di quest’ultimo, in particolare, si finisce col parlare dell’antimperialismo occidentale.

Cosa ha a che fare tutto questo con il nostro blog, Climate Monitor? Il discorso è assolutamente pertinente, in quanto voler ridurre le emissioni di gas serra, voler ridurre i consumi, voler modificare gli stili di vita è un percorso costantemente in bilico sul filo della lama della decrescita e della sostenibilità. Consapevoli del fatto che modificare l’occidente sia impossibile, se non in tempi lunghissimi, è chiaro che bisogna individuare una terza via (va di moda in questi giorni, ndr). L’America di Barack Obama pare (vedremo poi nei fatti) aver intrapreso il cammino giusto: dopo tanti ideologismi, finalmente un po’ di pragmatismo americano di vecchia maniera. E’ deleterio involvere il nostro sistemo economico, sottoponendolo ad un’improvvisa decrescita. E’ decisamente più sostenibile per la nostra economia la decisione di premiare le tecnologie pulite, facendolo diventare un nuovo businness, il nuovo businness del futuro. E questo vale sia per la generazione di energia, sia per il consumo.

Il tutto, finalmente, slegato da catastrofismi frutto di ideologie ambientaliste ed ecologiste. Ridurre le emissioni di CO2, come si sta apprestando a fare l’America non è una novità (in Europa, ad esempio, le norme euro per i motori degli autoveicoli esistono da più di un decennio), ma si riducono le emissioni per il bene della nostra salute, per dare un nuovo stimolo alla nostra economia e per strizzare l’occhio ad Al Gore.

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Published inAmbienteAttualità

15 Comments

  1. Sergio Musmeci (Copernicus64)

    Angelo, è che volevo essere chiaro, tutto qui. Non è che è millenarismo gratutito, voglio sperare che siamo ancora in tempo. Facevo riferimento soprattutto alla cina ed al taoismo. il tao è il giusto mezzo tra lo yn (spirito di meditazione e di introspezione) e lo yang (spirito di competizione e di estroversione). Per i cinesi queste cose non sono storielle come noi immaginiamo ma questa visione si concretizza nella vita di tutti i giorni. Non è che dobbiamo essere dei cinesi! però da questo punto di vista abbiamo molto da imparare da loro. Per me è un fatto evidente la cecità di questa società verso la componente yn dell’esistenza, non ci vuole molto a capirlo. Quando si devono fare delle scelte ponderate è del tutto evidente che non basta lo yang!
    E veniamo alla decrescita. Ma perchè poi abbiamo così paura di sta parola decrescita? A cosa ci serve tutta st’energia se non sappiamo dove metterla? Non serve essere dei grandi matematici per capire che prima o poi dovremo iniziare a ragionare in questi termini. Meglio iniziare a farlo adesso che quando avremo compromesso l’ambiente e le risorse. Sono fermamente convinto che produrre un pò meno (ma in termini energetici e di sprechi, non necessariamente di beni)non ci pregiudica e non ci limita in niente. Dobbiamo solo reinventare il concetto di sviluppo (visto che non sappiamo fare a meno di st’idea noi occidentali, che più grosso e ingombrante è meglio! guarda dove ci ha condotti la miniaturizzazione nel campo informatico). Credo che con il sapere e le tecnologie attuali sia possibile svincolarci da questo fardello della crescita. Ma per far questo bisogna cambiare le priorità di ciò che realmente serve alla società e di ciò che non serve. Io penso che questa crisi sta già spostando le nostra visione del mondo. Semplicemente perchè ahimè solo di fronte all’evidenza e alla necessità gli uomini cambiano (in questo concordo con il pessimismo di Guidi). Qualcuno si è accorto che la gente non vuole più comprare le auto: caspita! come è mai? Gli industriali sono caduti dalle nuvole! Cosa ce ne facciamo di tutte ste auto? ci stanno rovinando la salute, lo stress per il parcheggio… non si riesce ad arrivare alla fine del mese e mi dovrei pure comprare l’auto nuova quando quella che ho cammina sufficientemente e non ha più di 7-8 anni? Ma il meccanismo di crescita esige che vengano vendute sempre più auto! Ma per produrre di più bisogna entrare in competizione con altri paesi ergo ridurre i salari lincenziare un pò di personale…ed ora è successa questa cosa inaspettata, ma guarda…Qualcuno che ha ancora qualcosa nel portafoglio potrebbe essere attratto da un auto elettrica però. Questo limita per fare un esempio la spesa sanitaria perchè cè meno gente che si ammala e il paese è più ricco perchè può dirottare le risorse in altri beni più utili (sempre che non siano dannosi sennò si ricomincia)…attenzione perchè i circoli virtuosi innescati da questo nuovo concetto di sviluppo potrebbero ridurre la crescita perchè si ottimizza la produzione! Gli economisti e i politici potrebbero storcere il naso…per amor del cielo, sta volta non diamogli retta!!!

  2. Angelo

    Scusa Sergio,
    ma cosa intendi con “equilibrio maggiore tra spirito di competizione e processo di consapevolezza che porta alla cooperazione”?
    Quando parli di civiltà orientali intendi un “discreto” coacervo di culture (Iran, Giappone, Cina ecc…ecc…).
    Poi, non generalizzerei troppo circa il “crollo del sistema economico e sociale”. Forse sarà così, ma ancora non ci vedrei nella crisi attuale il crollo della cultura occidentale!

    Non ricadiamo nell’approccio ideologico di dire che siamo allo sfascio per spianare la strada alla decrescita. Questo spirito assomiglia più a Millenarismo gratuito…

  3. Sergio Musmeci (Copernicus64)

    La leadership del mondo non sarà mantenuta perchè le civiltà orientali hanno un equilibrio maggiore tra spirito di competizione e processo di consapevolezza che porta alla cooperazione. Questo squilibrio sta causando nel mondo occidentale il crollo del sistema economico e sociale.

  4. Un paio di anni fa ho letto il libro “Armi acciaio e malattie”, di Jared Diamond. Tredicimila anni di storia dell’uomo, letta attraverso il condizionamento che l’ambiente ha impresso sulla sua evoluzione. Dal clima alla disposizione geografica delle terre emerse, dalle prime forme di aggregazione di uomini, cacciatori e nomadi, alle società organizzate in cui il lavoro di pochi e la successiva moltiplicazione dello stesso hanno consentito la vita di molti. Una organizzazione che ne ha accompagnato e favorito l’evoluzione e con l’aiuto della quale gli uomini hanno sopraffatto altri uomini, anche in guerre tra eserciti ridicolmente sproporzionati.
    In questi commenti si è parlato di competizione, una caratteristica innata del genere umano. Un enorme difetto che ne ha però segnato il successo come specie.
    Gli obbiettivi che nei commenti che precedono sono stati individuati in modo più o meno trasversale, tracciano l’identikit di una specie che anela alla perfezione sapendo di non poterla ottenere. Perchè il suo successo dipende appunto dal suo limite più grande.
    La nostra stessa preoccupazione è più figlia del timore di perdere la leadership del mondo che della consapevolezza dei nostri errori. Un pò ipocrita come concetto, lo ammetto, ma forse un pò più realistico dell’aspirazione all’impossibile.
    Detto tra noi, l’atmosfera da era dell’Acquario (Angelo hai colto nel segno!) che pervade lo spezzone del film appare sinceramente ridicola, anche perchè quelli che nel film si interrogano sull’opportunità di andare a vedere come se la passa la Terra, sono quattro gatti e non qualche miliardo come noi.
    gg

  5. Sergio Musmeci (Copernicus64)

    Penso o almeno spero che nell’umanità ci siano dei “salti” di consapevolezza. L’istinto di sopravvivenza cè naturalmente dove ci deve essere, nella giungla o nelle società molto disorganizzate e arretrate. Nella società occidentale, questo istinto come hai giustamente sottolineato, ineliminabile, prende forme “inutili”. Perchè è una risposta assolutamente fuori misura rispetto ai pericoli reali (ci sono difficoltà ovviamente ma più spesso non si tratta di vita o di morte). Quando parlo di queste cose non sono ne un visionario ne un idealista, ma sono molto pragmatico. Se la società e i mezzi di comunicazione incoraggiano l’evasione in ogni sua forma e mai la bellezza dell’imparare e dell’ascoltare (si impara e si ascolta solo stando in silenzio ed è la miglior medicina per dominare istinti di ogni genere ed è anche la prerogativa più nobile dell’uomo) aumenterebbe il grado di consapevolezza in ogni uomo che a quel punto sarebbe anche meno “plasmabile” e autonomo perchè dotato di una dose molto maggiore di buon senso e discernimento. Insomma, il problema di questa crisi riguarda l’uomo nella sua interezza. Se vogliamo vedere i problemi sempre uno separato dall’altro possiamo pure farlo, ma ecco poi cosa succede. Gli economisti hanno le loro teorie, i politici pure e ognuno vive nel suo guscio perchè il sistema stesso incoraggia ogni forma di frammentazione del pensiero, perchè questo è funzionale all’aumento di produzione e serve a chi gestisce il potere a trattare le masse come se fosse un gas che segue le leggi di Boyle per ottimizzare il profitto o il potere che sia. Alla fine il sistema collassa ancor prima che per disastro ambientale per inefficienza sempre più conclamata dovuta al proliferare di cose più dannose che utili. Ma finchè il PIL aumenta e gli economisti e i politici sorridono! Sorridono fino a poco prima del crollo…

  6. Angelo

    Caro Sergio,
    Mi sembra che il tuo commento sia molto più vicino allo spirito del video (o alla filosofia del film) di quanto si possa immaginare. Non ti offendere, ma mi sarei aspettato qualche accenno all’avvento dell’era dell’Acquario…
    Mi risulta che il Pil non sia che un semplice indicatore economico, pertanto non bisogna dargli altro valore che quello di un numero. La qualità della vita, in senso lato, non ha nulla a che vedere col PIL, sono sempre e solo gli economisti a dirlo perché della vita vedono solo l’aspetto economico. Che ci sia da cambiare la mentalità, sta bene! Come pure di ridurre l'”impronta ecologica” e limitare quello che chiami istinto di sopraffazione dell’altro.

    Ma non ritieni che “l’istinto di sopraffazione” sia una semplificazione di fenomeni molto più complessi che non si rifanno alla semplice sopraffazione quanto piuttosto all’istinto di sopravvivenza e conseguentemente al mantenimento dello status quo? Tant’è che lo trovi anche nelle società povere e nelle zone povere; essendo uno degli istinti ineliminabili dell’uomo come faremo?

    Sono d’accordo con te Sergio, ma un vero cambiamento non può che partire da ogni individuo con la propria vita e, se così sarà, la politica non potrà che prenderne atto e seguire la moda per mantenere la “poltrona”. Sempre che non si metta in testa di voler fare “l’uomo nuovo”…in tal caso sarebbero grossi problemi.

  7. Sergio Musmeci

    Credo che Claudio abbia toccato un argomento scottante, anzi è l’argomento chiave del nostro futuro. Il problema non è crescita o decrescita ma cambiare la mentalità, nella volontà di creare un mondo che sia di gran lunga migliore e più vivibile. la “decrescita”, sarà allora solo decrescita dell’inquinamento, di “beni” inutili e delle tensioni sociali. I sistemi biologici (e quindi anche gli esseri umani) necessitano di limitatissime quantità di energia. Dunque il vero progresso sta nel rendere le reti tecnologiche un processo che si avvicini sempre di più alle reali esigenze umane, e non mi riferisco solo a quelle basilari. In questo senso il PIL ha perso veramente ogni significato legato alla qualità della vità. Semmai significa solo che, essendo tutti presi dall’ingranaggio, se il PIL cresce continuiamo a barcamenarci per un pò e poi chi vivrà vedrà. Guai però se scende! Viviamo ancora un eredità del passato in cui le forze soverchianti della natura erano tali che inducevano l’uomo a pensare che di più e più grande fosse meglio. Questa visione è oggi grandemente obsoleta per i paesi occidentali. Il crollo dell’economia deriva da questa visione distorta e profondamente inattuale della realtà. La sfida però è ardua. Implicherà necessariamente un cambiamento nelle coscenze e anche nel riscoprire una dimensione più spirituale e profonda della vita, il cambiamento ci sarà solo se non predominerà più l’istinto di sopraffazione dell'”altro” che è il retaggio di questa paura di “insufficienza” ancestrale. Questo cambiamento è possibile solo se ci si accorge all’istante delle implicazioni di dolore e sofferenza che questa visione comporta nella nostra vita e in quella degli altri. Le potenzialità di un progresso e di una “crescita” di questo tipo sono immense, anche in senso tecnologico. Competizione significa che si compete tutti per una stessa cosa, ma non è detto che questa cosa alla fine sia utile alla società. E’ quello che sta succedendo adesso con la crisi delle auto. Non cè neppure il tempo per redirezionare le risorse e ciò che si produce presi dal sacro fuoco della competizione ove più il sistema diventa competitivo e meno si può riorganizzare, finchè la competizione da che sembrava inizialmente positiva diventa sporca, da realizzare con tutti i mezzi perchè ormai ognuno è preso dall’ingranaggio perverso. Alla fine però il sistema implode. Questa crisi era inevitabile, meglio che inizi ora e non più in là, facciamo di questa crisi un occasione per guardarci dentro e vedere ciò di cui realmente abbiamo bisogno, e soprattutto facciamolo capire ai governanti e a chi fino ad oggi ha pensato di poterci trattare a proprio piacimento come un gas o un liquido che segue leggi ben definite e torniamo ad essere uomini e a pensare con la nostra testa!

  8. Angelo

    Scusa ho scritto Carlo ma intendevo Claudio…

  9. Angelo

    Carlo, ho parlato a “nuora perché suocera intenda” nel senso che ho pensato più a “provocare” in modo da invitare altri a commentare più che rispondere al tuo post. Ho bisogno di sapere cosa pensano gli altri del mio “pensiero” e mi fa piacere sapere che condividi.
    Ti ringrazio per il tono pacato ed elegante col quale mi rispondi, tono caratteristico di questo blog.
    Lavoro nel settore delle rinnovabili da anni e sono di formazione tecnica: per lavoro mi confronto con le pubbliche amministrazioni (…che disastro!) coordino i lavori ed esercisco le centrali, mi confronto con tanti operatori molto più grandi di noi e conosco davvero tante realtà, non da meno ho incontrato tanti politici nelle varie amministrazioni a livello locale(..anche qui tolto qualche personaggio in buona fede, che disastro!).

    Come avrai capito l’amarezza o cinismo che lascio trasparire nasce proprio dall’esperienza sul campo e dai tanti contatti e “rumors” che mi arrivano. Nasce dalla lettura sulla stampa dei fatti relativi al mondo dell’energia e, in qualche caso, il confronto con quanto successo veramente perché raccontato dal diretto interessato, dai colloqui personali con i vari funzionari/politici raffrontato con quello che dicono al pubblico…

    Ma tutto questo è superato dalla passione del mio mestiere! Passione che mi porta a pensare, meditare, e raffigurarmi quale potrebbe essere la strada per la “sostenibilità” e, credimi, intendo quella reale e tecnica non quella predicata dai comitati del no, dai politici “interessati” o ideologizzati.

    Per questo vedere il discorso della montagna socioambientalista, i paesaggi verdi e incontaminati, la civiltà evolutissima che vive come nel medioevo…beh insomma… ‘ste cose mi fanno girare le scatole…

    Mi fermo qui, altrimenti…

  10. Lorenzo Fiori

    Lobby? Anche le ‘lobby’ rischiano di fallire se non si convertono o non le si dà una mano nella direzione giusta…

    Comunque buono l’articolo…
    Ci segnala qualche ‘blog’ di ‘economia’…?

  11. Angelo, sono molto contento per la tua risposta. Innanzitutto perchè la mia provocazione ha fatto centro, non sto qui a ripetermi, ma è tutto scritto tra le righe (e se noti, io non ho espresso come la penso in merito alla decrescita, ho solo commentato). Sono doppiamente contento perchè ClimateMonitor si sta rivelando una piattaforma davvero versatile, aperta al confronto su più tematiche (ovviamente legate tra loro). Tra le cose che ho scritto, però, due le sottolineo con forza: la prima è che il PIL sia un indicatore fuorviante, la seconda è che una potente iniezione di liquidità ad un nuovo settore produttivo (le energie alternative) possa portare a due immediati benefici: riavviare l’economia; renderci sempre più indipendenti dai combustibili fossili. I due, tre, quattro gradi tra cento, centomila anni? Non è questo il problema…

    In ultima analisi, quindi, ti ringrazio sinceramente per la tua risposta, perchè sebbene la pensi proprio come te, mi hai comunque dato notevoli spunti di riflessione.

    Però non chiamarle “rapide conclusioni”, perchè tutto sommato sono il frutto di anni e anni di studio e lavoro sul campo.

    -cg

  12. Angelo

    Perdonami Claudio, con tutto il rispetto, ma non sono disponibile ad accettare le premesse del film (il video allegato a questo post) e nemmeno ad accettare le tue rapide conclusioni.
    Posso tollerare appena l’idea di trovare un nuovo equilibrio in nome della sostenibilità, ma hanno “sporcato” così tanto questa parola di ideologia politica che al solo nome provo un diffuso malore.
    Hanno talmente “lavorato” circa il significato di sostenibilità fino a uccidere il buon senso di questa parola.
    Circa OBAMA, forse le sue buone intenzioni sono sincere, ma voglio vedere come riuscirà a portare avanti il governo e la politica in un paese dove le lobbies sono i finanziatori ufficiali delle campagne elettorali. E, credimi, che vi siano le lobbies buone e quelle cattive oppure quelle pro ambiente e quelle contro l’ambiente dubito fortemente: ci sono le lobbies che fanno i loro interessi, punto e basta. E che tutto sia finalmente slegato da catastrofismi frutto di ideologie ambientaliste…Mah! Mi risulta che Al Gore possa finalmente raccogliere i frutti del suo lavoro in quanto finalmente si sta parlando di portare il carbon trading negli states e che il carbon trading risolva i problemi ambientali è tutto da dimostrare, mentre invece che gonfi il portafoglio di Al Gore e tanti altri, credimi! E’ proprio così.

    Circa il video faccio solo una osservazione .
    Forse si tratta di un capolavoro di regia, ma io sono profondamente ignorante, tuttavia questa era bucolica dove in stile “Discorso della Montagna” degno della miglior regia di Zeffirelli si discute efficacemente e amorevolmente delle scelte della società senza astio, senza danaro, senza invidia, mi fa pensare ad un approccio ideologico, travestito di poesia, tanta poesia.
    Un approccio utile ad indorare la pillola della decrescita…
    E la decrescita non sarà così poetica e bucolica, non così democratica e amorevole, perché l’uomo purtroppo ( o per fortuna?) non è così.

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