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Un altro Trick, questa volta di James Hansen?

I lettori di CM saranno ormai abituati alla parola inglese “trick”. Fu usata da Phil Jones, direttore del Climate Research Unit, per spiegare come era riuscito a nascondere la divergenza evidente tra i dati ottenuti con i “proxy” di Mann (quello dell’hockey stick) e i dati osservati con i termometri. In quel caso Jones disse che l’uso della parola “trick”, che significa “trucco”, era stata usata per indicare una soluzione intelligente ad un problema e devo dire che anche io mi sono ritrovato ad usare la parola trucco nell’accezione adoperata da Jones.

Nel caso di cui ci occupiamo oggi, la ricostruzione delle temperature alle latitudini polari fatta da James Hansen, capo del Goddard Institute for Space Studies della NASA (GISS), quale significato potremmo attribuire alla parola trick?

Guido Guidi mi ha fatto notare un post di Bob Tisdale, in cui egli spiega perché, secondo lui, l’anomalia positiva di temperatura ai poli è così elevata quando si usano le stime di James Hansen rispetto a quelle di altri istituti.

Ecco in cosa consiste il problema. La temperatura dell’aria a due metri di altezza si stima con le misure ottenute dalle tradizionali stazioni meteorologiche nel caso ci si trovi sulla terraferma, con la temperatura dell’acqua della superficie marina (sst), se sei, ovvio, in zona di acque. Questo è semplice, pur se ha dei problemi di cui non ci occupiamo adesso.

Che cosa succede, però, se una certa parte di mare è ricoperta di ghiaccio o, peggio ancora, gela solo per alcuni periodi dell’anno?

Di certo non si può usare la temperatura dell’acqua marina appena sotto il ghiaccio (circa -1.8°), perché sopra la banchisa polare la temperatura dell’aria ha l’abitudine di scendere anche di alcune decine di gradi sotto lo zero, soprattutto se manca il Sole. E’ vero, però, che se il ghiaccio non c’è in alcuni periodi dell’anno, allora la temperatura dell’acqua è stimata ed è disponibile nella banca dati messa a disposizione dal Met Office-Hadley Centre o dalla NOAA. Se ci pensate, avere un mese con il dato mancate ed un altro con un dato di sst presente è un fastidio aggiuntivo e così deve esser parso anche a James Hansen che ha pensato di risolvere il problema alla radice, eliminando tout court i dati di sst in quelle zone così problematiche.

Questo, però, non ha impedito allo stesso di stimare la temperatura dell’aria anche in quelle aree che attraversano il ciclo annuale di gelo e disgelo. E come ha fatto il nostro ineffabile capo del GISS? Semplice: ha preso la stazione sulla terraferma più vicina (ehm…vicina…anche a 1200 km) e ha esteso l’anomalia di quella stazione anche sulle zone di oceano artico. C’è qualcosa che non va in questo? Non è forse la cosa più ovvia da fare?

C’è tutto che non va! E’ la cosa più stupida che si possa fare, che fa capire che non si è ancora capito un’acca di come funziona la temperatura dell’aria.

Permettetemi di spiegarlo.

Quando aria sahariana a 40° si muove dall’Africa settentrionale, diretta ad esempio verso la Sicilia, non riesce mai e poi mai a giungervi tale e quale, almeno nei bassi strati dell’atmosfera. A contatto con la superficie marina, infatti, l’aria si raffredda velocemente e si forma subito un’inversione che separa l’aria arroventata, lasciandola in quota, dall’aria a contatto con l’acqua che prende le caratteristiche termiche dell’acqua stessa. E’ per questo motivo che i venti meridionali non portano mai temperature sui 40° sulle coste meridionali della Sicilia. Per ritrovare le caratteristiche dell’aria del deserto devi portarti sulle colline nell’interno o sulle zone di costa dove il vento arriva dalla terraferma, magari cadendo giù anche dalle montagne. Ecco dunque che, semplificando al massimo, lo scirocco porta i 40° a Palermo ed il libeccio li porta a Catania. Per avere tali temperature sulla costa meridionale, il vento deve provenire dai quadranti settentrionali. Sembra un controsenso, ma l’atmosfera ha tanti modi per farci impazzire.

Lo stesso accade sull’Artico. Se la stazione sulla costa artica della Siberia è arroventata dai venti meridionali provenienti dall’interno, un po’ più al largo si sarà formato un cuscinetto di aria che avrà preso le caratteristiche della superficie su cui scorre, quella dell’oceano Artico, prossimo agli zero gradi. Ciò vuol dire che l’anomalia di 20 gradi, misurata anche per un mese da quella stazione, non avrà un riscontro uguale nel mezzo del pack.

Questo è però quello che fa James Hansen: un’anomalia positiva di parecchi gradi sulla stazione costiera è spalmata tale e quale sulle zone oceaniche, magari ricoperte di ghiaccio, fino a 1200 km di “vicinanza”.

La figura che segue, presa dal blog di Tisdale, mette in evidenza la differenza che il taglio delle sst e il ricorso ai valori di terraferma perpetrato dal GISS introduce rispetto alla stima fatta con un metodo diverso dagli inglesi nel loro HadCRUT.

Se alle basse e alle medie latitudine non ci sono divergenze particolari tra GISS e HadCRUT, nelle due zone polari la differenza si avvicina ai tre gradi in più, in favore dei dati di James Hansen.

Che ne dite, sarà anche per questo che le temperature non sono aumentate per gli inglesi nell’ultimo decennio, mentre si va di record in record per gli americani del GISS? Guardate quest’altra figura più sotto nella quale è visibile l’andamento globale delle temperature dal 1998, l’anno del grande El Nino, fino al 2010, considerato fino ad aprile. Se per i satelliti (non riportati) e gli inglesi il 1998 resta ancora l’anno più caldo (forse dell’ultimo milione di anni), per le anomalie del GISS il 2005 ed il 2007 sono stati i più caldi ed il 2010 si candida a battere ogni precedente record!

Infine, per rispondere alla domanda posta all’inizio, il capo del GISS sta usando un trucco?

Il suo metodo di elaborazione delle temperature polari non può essere visto come una soluzione intelligente, né è possibile argomentare sulla malafede. Quello che rimane è solo un sistema stupido, al di fuori delle conoscenze di base della meteorologia che, giustappunto, fa apparire l’aumento di temperatura ancora maggiore.

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Published inAttualitàClimatologiaNews

4 Comments

  1. Claudio Costa

    Mi sembra impossibile che Hansen faccia un errore del genere, sono più propenso a pensare che sia un trick, quindi mala-fede e mala-scienza,

    un pò come quelli che fanno finta di non sapere che la correlazione tra flusso magnetico solare e cambiamenti climatici presente in tutto l’Holocene compreso il 1900 sia una correlazione causa effetto.

  2. Caro Luigi,
    permettimi di dissentire in parte su quanto affermi e cioè che ci sarebbe bisogno di “più misure e meno modelli”. La mia non è una contrapposizione, utilizzo le tue parole solo come pretesto per approfondire l’argomento 🙂
    Ovviamente sono d’accordo che ci vorrebbero più misure, su questo non ci piove.
    Per quanto riguarda i modelli, vorrei dire che ci sono modelli e modelli.
    Il modello, cioè a dire il metodo, di Hansen è quello descritto su ed è quello che è.
    I modelli numerici per le previsioni meteo, invece, sia nella parte di analisi sia in quella di previsione nel futuro, sono abbastanza precisi su questo e riflettono quelle che sono le conoscenze umane.
    Sopra il mare, la temperatura dell’aria nei bassi strati è determinata essenzialmente dalla temperatura dell’acqua in presenza di avvezione calda o del semplice ciclo diurno, quasi trascurabile del resto, mentre le avvezioni fredde hanno un impatto maggiore. Lo stesso dicasi per la banchisa polare durante l’estate artica che è una mistura di acqua e ghiaccio.
    A questo proposito è davvero utile guardare le temperature superficiali artiche ottenute dalle analisi del modello del Centro Europeo sul sito del servizio meteo danese:
    http://ocean.dmi.dk/arctic/meant80n.uk.php

    E’ evidente che durante l’estate di qualunque anno, qualunque sia l’aria che scorre sopra l’oceano artico, in basso la temperatura non va mai molto oltre lo zero.
    PIù ci penso e più mi convinco che uno scienziato che queste cose dovrebbe saperle, non può sostituire un dato presente di temperatura dell’acqua di un mare freddo con l’eventuale caldo estivo della costa. Faccio fatica, adesso, a pensare che non ci sia un fine voluto nel metodo del GISS.

    Il metodo di Hansen potrebbe forse anche funzionare durante la stagione invernale, quando l’oceano Artico si comporta quasi più come una continuazione della terraferma che lo circonda, ma d’estate quel metodo produce dei falsi scientifici.

    Per quanto riguarda le sst adoperate dal CRU, o per meglio dire dall’Hadley Centre che è l’ente che si occupa delle sst, loro usano le ICOADS
    http://icoads.noaa.gov/nrt.html
    che provengono solo da boe e navi.

    AL GISS invece usano le OI (ma solo dove il mare non ghiaccia. 🙂 )
    http://www.emc.ncep.noaa.gov/research/cmb/sst_analysis/
    che utilizzano anche i dati satellitari.

    Il metodo del Met Office è spiegato in questo paper:
    http://hadobs.metoffice.com/hadsst2/rayner_etal_2005.pdf

    Ciao

  3. Luigi Mariani

    Caro Paolo,
    molto interessante, anche perchè aldilà del fatto che si tratti o meno di un trucco evidenzia quanto nelle aree artiche ci sarebbe bisogno di “più misure e meno modelli” prima di lanciarsi in campagne di “detection and attribution” (queli quelle condotte da Gillet et al. e poi da Steig et al. su Nature.
    L’uomo da Adamo in poi è colpevole per definizione; tuttavia prima di esprimere giudizi si dovrebbe acquisire una visione realistica della realtà, anche perchè poi è con queste realtà più o meno fasulle che si calibrano i modelli, propagando l’errore.
    Sai per caso come fa la CRU ad acquisire le temperature marine? Sono dati da satellite?
    Sai se quancuno ha pubblicato qualcosa su questo tema su riviste scientifiche?
    Grazie e ciao.

    Luigi

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