Il Coral Bleaching dipende dal CO2?

Il fenomeno dello sbiancamento delle barriere coralline coral bleaching) cioè della loro morte, è diffuso a circa il 10% delle barriere coralline del mondo ed è in aumento. In molti sostengono che la causa sia l’acidificazione degli oceani cui contribuisce l’aumento della concentrazione di CO2 (in gran parte dovuta alle attività umane) e il conseguente riscaldamento degli oceani, come sostenuto in questo articolo.

Ma le barriere coralline all’interno delle riserve marine della Nuova Zelanda non presentano nessun segno di sbiancamento. All’origine di questo fenomeno ci sono cause sono naturali e antropiche. Di queste ultime la più importante è la pesca. Senza predatori come squali, tonni, sgombri, snapper, tritoni marini e aragoste, gli organismi “mangia-coralli” come i pesci pappagallo, i ricci e le stelle marine proliferano ed erodono maggiormente la barriera. C’è un ipotesi affascinante di J. Costeau secondo cui la sabbia dei mari corallini deriva in gran parte dall’attività degli organismi mangia-coralli.
Se gli equilibri naturali tra prede e predatori vengono enormemente sconvolti, con la pesca e l’inquinamento, tutto l’ecosistema delle barriere coralline subisce danni.

In tutti i mari tropicali c’è una pesca assurda, indiscriminata e senza nessun controllo agli squali per il mercato orientale delle pinne (che per inciso fanno schifo); alle prede amputano le pinne prima di ributtarli a mare.

Una famiglia di lumache marine dette tritoni marini (famiglia Ranellidae), è l’unico nemico naturale della stella marina “corona di spine” (Acanthaster planci,) che da sola è in grado di divorare fino a sei metri quadrati di superficie corallina in un mese. E’ un animale molto vorace che distrugge con il suo passaggio la barriera corallina. Possiede delle spine velenose e si nutre dei polipi che vivono dentro lo scheletro corallino. Diverse zone della barriera corallina sono morte a causa della massiccia presenza di questa specie di stella. Purtroppo i tritoni marini dichiarati specie protette sono stati quasi sterminati a livello mondiale, sia per esser mangiati sia perchè i loro gusci sono molto richiesti sui mercati di tutto il mondo come soppramobili perché molto belli e variopinti. Private dei loro unici nemici, le stelle corone di spine si sono moltiplicate in tutto l’indopacifico, e la conseguenza di questa alterazione dell’equilibrio della natura è stata purtroppo la distruzione di enormi tratti di barriera corallina1.

Inoltre l’eutrofizzazione da inquinamento di nitrati con la proliferazione di microalghe di cui si nutrono le larve delle stelle marine “corona di spine” ne ha favorito di molto lo sviluppo. L’incremento di popolazione di queste mangia-coralli è stato talmente esplosivo che alle Maldive e a Bali sono stati costretti ad organizzare delle battute di pesca per controllarne la popolazione e bloccare la distruzione delle barriere.

Anche l’inquinamento da idrocarburi a causa di perdite dai pozzi di estrazione o dalle petroliere o, più comunemente, dai lavaggi delle stesse o dai gas di scarico di tutte le navi danneggia direttamente le barriere coralline soffocandole letteralmente.
Un altro tipo di pesca che danneggia direttamente ed indirettamente la barriera corallina è quella con gli esplosivi che purtroppo è ancora praticata nei mari del sudest asiatici2.

In Nuova Zelanda i biologi marini hanno constatato che l’enorme differenza tra le zone morte della barriera corallina dove era ammessa la pesca e quella delle riserve marine dove qualsiasi tipo di pesca è vietata da 40 anni in un raggio molto ampio, è la proliferazione dei ricci di mare. La pesca di aragoste e di pesci snapper (famiglia Lutjanidae) che si nutrono di ricci di mare determina uno squilibrio demografico nelle popolazione dei ricci che nutrendosi di barriere coralline, le distruggono provocandone lo sbiancamento.

La mancanza di zone morte nelle riserve marine neozelandesi, protette dalla pesca ma anche dall’inquinamento, indica che le cause antropiche di sbiancamento della barriera corallina più importanti, per ora, sono la pesca e l’inquinamento, non l’incremento del CO2 atmosferico che avrebbe dovuto acidificare anche i mari della Nuova Zelanda.
((“I segreti degli oceani” National Geographic channel)).

“Il futuro è molto aperto e dipende da noi, da noi tutti. Dipende da ciò che voi ed io e molte altre persone facciamo e faremo. E quello che facciamo e faremo dipende a sua volta dal nostro pensiero e dai nostri desideri, dalle nostre speranze e dai nostri timori”.

Karl Popper

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail___________________________
  1. http://www.mondomarino.net/ricerca/index.asp?p=61&cat=38&view=dett []
  2. http://www.greenreport.it/contenuti/leggi.php?id_cont=11536
    La corona di spina dei coralli asiatici []
___________________________
Licenza Creative Commons
Quest'opera di www.climatemonitor.it è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso info@climatemonitor.it.

Author: Claudio Costa

veterinario zootecnico tecnico AIA e emissioni zoogeniche

Share This Post On

18 Comments

  1. @ Gianfranco Bernasconi

    “Potrebbe trattarsi infatti di una congiunzione di cause favorevoli in quelle acque.”

    Si, potrebbe, non posso escluderlo.

    “Forse mi sono sfuggiti gli argomenti a supporto di questa sua tesi,”

    la viva voce di un vecchio biologo marino che 40 anni fa si incapponì per creare le riserve marine in NZ, e che spiega nel doc le differenze tra le barriere nelle zone protette e in quelle non protette sempre in NZ.
    La differenza è macroscopica perchè nelle zone non protette non c’è sbiancamento. Si sono chiesti il perchè, e hanno scoperto che la grande differenza erano i ricci mangia coralli che proliferano se si pescano le aragoste che sono i loro predatori naturali.
    Quindi tornando alle condizioni favorevoli, può darsi che in NZ ci sia meno inquinamento da nitrati e da idrocarburi, può darsi che le acque si siano scaldate meno, ma è improbabile che la dealcalinizzazione sia diversa, soprattutto rispetto alle barriere non protette sempre in NZ.
    Quindi i danni nella barriera australiana poco hanno a che vedere con la dealcalinizzazione, invece sicuramente c’è tra le cause il riscaldamento e la pesca.

    Post a Reply
  2. Gentile Claudio Costa,
    se ho ben capito lei sostiene che i mari intorno alla Nuova Zelanda godono ottima salute. Ciò naturalmente non implica che altrove le cose non stiano peggio. Potrebbe trattarsi infatti di una congiunzione di cause favorevoli in quelle acque.
    Forse mi sono sfuggiti gli argomenti a supporto di questa sua tesi, probabilmente perché mi è mancato il tempo per approfondirli. Mi permetto di segnalarle, per completezza d’informazione e senza ombra di spirito polemico, il caso di Walter Starck il quale ama sostenere che i mari intorno all’Australia godono ottima salute. Purtroppo non è vero. Le non impeccabili argomentazioni del Dr. Starck sono demolite dall’autorevole oceanologo Ove Hoegh-Guldberg (si veda ad esempio questo articolo http://www.climateshifts.org/?p=5295). Potrà facilmente trovare le referenze a supporto navigando l’ottimo sito http://www.climateshifts.org una miniera di informazioni per chiunque sia interessato allo stato di salute dei mari. Spero non le manchino il tempo e la pazienza.
    Vorrei condividere la sua fiducia che le cose si sistemeranno in un modo o nell’altro. In fondo la speranza è una virtù. Ma pensando al futuro dell’umanità sulla Terra credo sia più appropriato il “pessimismo della ragione”.
    PS: Le ricordo ancora che la de-alcalinizzazione, per usare la terminologia che lei predilige, segue direttamente all’aumento di CO2 attraverso semplici reazioni chimiche, senza il tramite dell’aumento di temperatura. Anche il riscaldamento delle acque causa coral bleaching, ma attraverso un meccanismo diverso. Di conseguenza ho ritenuto di tenere distinti i due fenomeni.

    Post a Reply
  3. @ Gianfranco Bernasconi

    ho parlato di dealcalinizzazione proprio perchè lo ha specificato lei nel suo articolo, e lo trovo corretto.
    Ma ripeto non può essere la causa primaria dell’attuale sbiancamento mi cito

    “Se fosse la dealcalinizzazione la causa ci sarebbe sbiancamento anche nelle riserve marine neozelandesi.
    Recentemente ho parlato con un amico zoologo che mi ha spiegato come i coralli siano sensibili all’aumento delle temperature. Lo sbiancamento avvenuto nel 1998 è soprattutto attribuibile al nino perchè con un incremento di T improvviso i coralli perdono la simbiosi con le alghe.
    Strano che non ci siano stati problemi con le T nelle marine neozelandesi, forse in quei mari l’effetto nino è stato piccolo.
    Ma come leggerai nell’articolo linkato il problema sta nella rapidità del cambiamento perchè i coralli si adattano anche all’aumento delle T vedi il Mar rosso, e nel passato remoto la barriera corallina che ha 600 milioni di anni ha raggiunto dimensioni 4 volte superiori a quelle attuali eppure c’erano 7000 ppm di CO2 e T marine di molto superiori, certo erano altre specie perchè i cambiamenti climatici fannno selezione naturale”

    Post a Reply
  4. Un’altra osservazione, assai meno importante della precedente.
    Trovo irritante e fuorviante polemizzare sull’uso del termine “acidificazione” o del sinonimo “de-alcalinizzazione” a proposito di una diminuzione del pH.
    Conosco diverse casalinghe che chiamano “acido” l’ammoniaca. Intendono che fa male versarsela addosso. E in questo senso hanno perfettamente ragione. Naturalmente chi ha nozioni anche elementari di chimica sa che il confine tra acido e basico (o alcalino) è fissato convenzionalmete a 7. Ma fa male sia spruzzarsi di ammoniaca che di acido solforico.
    Alcuni media hanno definito “acida” l’orribile poltiglia rossa sfuggita poco tempo fa da una fabbrica di alluminio in Ungheria, il cui pH era circa 14! Potrei scrivere ai direttori esigendo una precisazione, ma temo che mi coprirei di ridicolo.

    Reply
    Gianfranco,
    innanzi tutto grazie per essere intervenuto su queste pagine. Sono però sorpreso che uno studioso di questa materia trovi irritante e fuorviante chiamare le cose col loro nome piuttosto che con definizioni certamente di maggiore effetto ma decisamente imprecise. Sono convinto che pur con difformità di vedute, lo scopo del suo intervento su Climalteranti e di questo commento di Claudio Costa su CM fosse lo stesso, dire le cose come stanno. E questo è tanto vero che, come leggo dal suo commento, vi siete trovati d’accordo su molti aspetti del problema. Non voglio tornare a sollevare l’annoso problema della divulgazione scientifica, perché come sempre finiremmo per avvitarci in una discussione infinita, ma, con specifico riferimento alle acque degli oceani, sarà corretto parlare di soluzione acida quando il pH sarà inferiore a 7 (speriamo mai, per carità), fino ad allora la soluzione sarà più o meno basica. Capisco che questo possa spaventare meno, ma non credo che facendo divulgazione ci si ponga l’obbiettivo di spaventare il prossimo, quanto piuttosto di informarlo. In questo senso, credo anche che si debba aver fiducia nella capacità di comprensione del proprio prossimo, comprese le casalinghe. Circa gli errori anche marchiani dei media, sollecitare una correzione sulla base della propria conoscenza, potrà non essere gradito ai media stessi, che vedrebbero diminuito l’appeal delle loro iperboliche affermazioni, ma di sicuro non copre di ridicolo, semmai restituisce alla scienza il suo ruolo, quello, appunto, di chiamare le cose con il loro nome.
    gg

    Post a Reply
    • Rimango dell’opinione che l’uso del termine acidificazione o del sinonimo de-alcalinizzazione sia di scarsa importanza rispetto allo stato di salute dei mari. Continuerò a usare il termine “acidificazione” nel senso chiarito secondo l’uso corrente degli oceanologi. Del resto anche in medicina si dice “acidificazione” per diminuzione del pH di certi liquidi fisiologici pur rimanendo sopra la convenzionale soglia 7. Piuttosto ipotizzare che questo termine venga usato in malafede per spaventare il pubblico ignaro, come nel PS alla risposta a Donato poche righe sopra, non mi sembra un gran contributo a una serena ricerca della verità. Comunque si tratta di una questione marginale e per quanto mi riguarda considero chiusa la discussione.
      L’osservazione su “chiamare le cose con il loro nome” e sulla buona divulgazione è invece molto importante e meriterebbe di essere approfondita. Non ne ho il tempo. Mi limito a ricordare un esempio lontano dalla climatologia, i teoremi di Goedel. Nella rigorosa forma originale sono incomprensibili se non agli specialisti di logica. Bravi divulgatori li hanno tradotti in modo da permettere a persone di buona cultura di capire l’essenziale. Ne sono state fatte anche volgarizzazioni ignobili e fuorvianti su cui preferisco stendere un velo pietoso. Non sempre “chiamare le cose col loro nome” è di per se garanzia di buona divulgazione.

      Reply
      Gianfranco, non ho parlato di malafede, ma di comunicazione efficace, praticamente la stessa cosa che leggo in questo commento. Il metro è il messaggio che si vuol dare. Per evitare bias di ogni genere si dovrebbe rinunciare alla componente proprietaria del messaggio e dare semplicemente l’informazione. Ma, evidentemente, la mia comunicazione non è stata efficace.
      gg

  5. Grazie per la citazione.
    Il “coral bleaching” è causato (1) dal riscaldamento delle acque (2) dall’acidificazione, nota anche con il sinonimo de-alcalinizzazione, attraverso due meccanismi diversi.
    Il mio articolo su Climalteranti tratta di quest’ultima. Qualunque dei due sinonimi si preferisca, si tratta di una diminuzione del pH di pochi decimi che, sulla scala logaritmica del pH, corrisponde a un aumento di circa il 30% della concentrazione di ioni H+.
    Il fenomeno dell’acidificazione colpisce gli organismi dotati di scheletri o gusci di carbonato di calcio (tra cui i coralli ma non solo) in tutti i mari del pianeta, in particolare quelli freddi. Indirettamente colpisce le creature marine che trovano rifugio tra i coralli o che si nutrono delle creature colpite dalla diminuzione di pH. Gli effetti si ripercuotono lungo tuuta la catena alimentare marina.
    Mi fa piacere per gli abitanti di quel remoto paese apprendere da Costa che i mari della Nuova Zelanda siano al momento indenni. Un po’ meno per gli altri che invece sono danneggiati già ora.
    Costa sostiene, credo a ragione, che il mare subisce sfregi tremendi anche dall’inquinamento e dalle tecniche di pesca aggressive. L’elenco sarebbe ahimè lungo. Ma ciò nulla toglie alla gravità delle conseguenze della diminuzione di pH causata dal CO2 antropogenico.
    L’aspetto positivo è che quando finalmente ci decideremo a diminuire il CO2 nell’atmosfera anche i mari e i loro abitanti di cui ci nutriamo ne trarranno beneficio.

    Post a Reply
  6. @ Donato

    Concordo su ciò che hai scritto, l’impostazione è da zoologo, tuttavia per essendo da molti considerato un grosso problema per il futuro la dealcalizzazione non può, per ora, essere additata come la causa dello sbiancamento, in futuro chissà, sicuramente (ho citato le peer review degli esperimenti in laboratorio )ci saranno specie svantaggiate e altre avvantaggiate.

    Post a Reply
  7. @ Donato

    Ciao Donato benvenuto su climatemonitor (ci conosciamo?)

    su dealcanizzazione da CO2 e sbiancamento dei coralli ho scritto un lungo articolo che penso ti interessi è qua http://www.climatemonitor.it/?p=11882
    Se fosse la dealcalinizzazione la causa ci sarebbe sbiancamento anche nelle riserve marine neozelandesi.
    Recentemente ho parlato con un amico zoologo che mi ha spiegato come i coralli siano sensibili all’aumento delle temperature. Lo sbiancamento avvenuto nel 1998 è soprattutto attribuibile al nino perchè con un incremento di T improvviso i coralli perdono la simbiosi con le alghe.
    Strano che non ci siano stati problemi con le T nelle marine neozelandesi, forse in quei mari l’effetto nino è stato piccolo.

    Ma come leggerai nell’articolo linkato il problema sta nella rapidità del cambiamento perchè i coralli si adattano anche all’aumento delle T vedi il Mar rosso, e nel passato remoto la barriera corallina che ha 600 milioni di anni ha raggiunto dimensioni 4 volte superiori a quelle attuali eppure c’erano 7000 ppm di CO2 e T marine di molto superiori, certo erano altre specie perchè i cambiamenti climatici fannno selezione naturale

    Post a Reply
    • Ci conosciamo perché già in qualche altra occasione sono intervenuto per commentare qualche post su climatemonitor e, ultimamente, ci siamo “incontrati” su NIA in occasione della pubblicazione di un tuo articolo riguardante la CO2.
      Concordo con te che le specie tendono ad adattarsi alle mutate condizioni ambientali. Se non fosse così noi non staremmo qui!
      Il problema, secondo me, è che l’adattamento richiede tempi lunghissimi. Organismi che si riproducono rapidamente (molte generazioni per secolo) hanno più probabilità di adattarsi rispetto a organismi che si riproducono più lentamente (qualche generazione per secolo) in quanto la probabilità che possano verificarsi mutazioni favorevoli sono proporzionali al numero di generazioni. Ce la faranno gli organismi viventi a sopravvivere a tassi di dealcalinizzazione così rapidi? Non lo sappiamo. Certamente alcuni riusciranno, altri no. La misura del numero di specie che perderemo per “colpa” dell’Uomo e quelle che si perderanno per “colpa” della Natura credo sia fuori della nostra portata. Se, però, anche una sola di esse dovesse andare perduta per “colpa” dell’Uomo dovremmo riflettere. Come, giustamente, si sostiene su queste pagine, l’Uomo è un elemento importante del sistema naturale e come deve accettarsi il fatto che una specie soccomba per colpa di un’altra, allo stesso modo deve essere accettato (molto a malincuore, per quel che mi riguarda) che la specie Uomo per sopravvivere (con gli attuali standard di benessere) possa farlo a danno di altre specie. Ciò non toglie, però, che bisogna lottare per ridurre l’impatto dell’uomo sull’ambiente e, quindi, studiare strategie che, con efficacia, contribuiscano a che possiamo lasciare ai nostri figli un mondo migliore di quello che abbiamo ricevuto noi. Questa sarebbe una buona “mission” per coloro che si occupano di salvaguardia ambientale e che studiano la natura ovvero per i nostri scienziati e per i nostri politici.
      Ciao, Donato

    • Donato, vorrei rassicurarLa, per quanto possa farlo nella mia ignoranza, ma forte di quel che anche alle persone modeste come me è concesso, lo studio del passato.
      Copio me stesso (ecco il perché del riferimento alla somestichezione delle piante):
      [ La domesticazione delle piante risalirebbe a 11 mila anni fa circa, nell’area della famosa mezzaluna fertile. Quindi all’inizio dell’olocene.
      da:
      http://it.wikipedia.org/wiki/Domesticazione_delle_piante
      Dal punto di vista climatico questa novità corrisponde, più o meno, ad un periodo in cui da temperature molto più rigide si è passati a temperature molto più calde.
      Il periodo precedente, il pleistocene, e in particolare il suo ultimo stadio, detto Tarantiano, ma, ancora di più lo Ioniano, erano stati caratterizzati da cambiamenti climatici molto intensi, con periodi più freddi che si alternavano a quelli più caldi, e sbalzi di temperatura anche di una dozzina di gradi, a giudicare da questo grafico:
      http://www.foresight.org/nanodot/wp-content/uploads/2009/12/histo1.png
      Immagine presa da:
      http://wattsupwiththat.com/2009/12/09/hockey-stick-observed-in-noaa-ice-core-data/
      …eppure l’uomo seppe superare tutte quelle prove. ]
      Mi consenta un’altra autocitazione
      [ I sei gradi che sconvolgeranno il mondo.
      Sapete bene quanto ci sia stato detto sulle possibili conseguenze di un aumento di qualche grado di temperatura, nel peggiore dei casi “sei gradi”. Ci hanno scritto libri, e fatto documentari di grande impatto emotivo, e non vorrei sbagliare, ma mi pare che ci abbiano anche fatto un film.
      da:
      http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/ambiente/national-geographic-sei-gradi/national-geographic-sei-gradi/national-geographic-sei-gradi.html
      [ Il documentario del National Geographic Channel verrà presentato all’Auditorium di Roma
      Un pianeta senza foresta amazzonica e senza neve sull’Himalaya con l’Artico privo di ghiacci
      I sei gradi in più che sconvolgeranno la Terra (…) (13 gennaio 2008) ]
      da:
      http://www.ibs.it/code/9788881129553/lynas-mark/sei-gradi-sconvolgente.html
      [ (…)In questo libro Mark Lynas, giornalista e attivista britannico, per la prima volta ci descrive, grado per grado, le conseguenze di un tale cambiamento climatico – apparentemente di poco conto – sulla Terra. E sulla vita di ognuno di noi. (…). Ma con sei gradi in più, quasi tutte le forme di vita (compresa quella umana) scomparirebbero. ]
      Vorrei mettere in evidenza l’ultima affermazione:
      “Ma con sei gradi in più, quasi tutte le forme di vita (compresa quella umana) scomparirebbero.”
      Ebbene, se “sei gradi” sono così temibili secondo qualcuno (…) figuratevi cosa possa essere stato, nell’ultimo centinaio di migliaia di anni, per esempio, del pleistocene, immediatamente prima dell’olocene, questo susseguirsi di sbalzi di temperatura di anche oltre una dozzina di gradi, su e giù, e ancora su e giù, tante volte, con variazioni che potete vedere quanto siano state improvvise e ripide. ]
      Poi il film lo hanno veramente fatto, non mi sbagliavo.

      Tutto questo per dirLe, caro Donato, che se Lei teme che piccole variazioni possano essere così disastrose, si guardi quelle guglie, e magari potrà tirare un respiro di sollievo, forse.
      Mi stia bene.

    • Chiedo scusa per gli errori di digitazione, “somestichezione” non lo cerchi nel vocabolario, voleva essere “domesticazione” 🙂

    • Consentitemi un breve OT, ma l’occasione è troppo ghiotta.
      E’ molto tempo che cerco di capire la natura degli errori di digitazione, e questo errore mi dà uno spunto interessante.
      Infatti finché scrivo una “s” al posto della “d”, lo capisco, perché le mie manone grosse e poco agili, aggiungendo una certa stanchezza serale, possono benissimo aver battuto un tasto vicino (la mia tastiera è consumata, e i tasti si vedono male). Spesso, per esempio, escono due tasti vicini, e un prosaico “di” diventa un imbarazzante “dio”. Un altro errore comune è l’inversione di due lettere, come avevo fatto ora (l’ho corretto) scrivendo “tatsi” invece di “tasti”.
      Ci sono parole che sono costretto a riscrivere ogni volta, come tutti i “mente” che diventano “mnete”. Anche questo si spiega facilmente perché gli impulsi del cervello partono assieme, ma poi l’effetto di quello partito dopo precede quello partito prima. Un problema di trasmissione fisica. Quello che però mi incuriosisce è il “ca” diventato “che”, che non ha una giustificazione “fisica”. Se non mi conoscessi, e se non sapessi che in quel momento avevo pensato “ca” (l’avevo appena letto) potrei pensare ad una mia ignoranza della parola. Invece so di non aver fatto questo errore. E allora, come si spiega che sia stata messa proprio una “h” che consente al suono “c” di diventare duro davanti ad una “e” ?
      Penso anche ad un mio “è”, in altro comemnto, non su CM, diventato “e”, che non si spiega “fisicamente” perché “è” ed “e” sono molto lontane sulla tastiera, e a quelle “a” diventate “ha”. Già il contrario è fisicamente spiegabile (un tasto premuto con poca forza).
      E allora ?
      Non ho mai sbagliato, mai confuso, da piccolo, tra “a” e “ha”, tra “e” ed “è”. E allora, come si spiega ?
      Bene, ci ho riflettuto e vi propongo questa spiegazione. Probabilmente il nostro cervello non è un’area unitaria, ma ha delle zone che si occupano di compiti intermedi, un po’ come le stampanti che hanno il loro microprocessore per la gestione della stampa, non costringendo il computer a mandargli comandi esplicitati fino al livello più basso, ma inviargli dei macrocomandi.
      Credo che nel nostro cervello ci sia questo tipo di organizzazione. La parte che ragiona affida ad una zona più operativa lo sviluppo di suoi macrocomandi, e questa, avendo confuso i suoni “ca” e “che” mi scrive “che” invece di “ca”.
      Che s’ha da fare per farsi proporre a premio Nobel 🙂
      Come dite ?…niente Nobel per così poco ?
      [ Guido si allontana borbottando qualcosa di incomprensibile… ]
      🙂

      Reply
      Guido, buona domenica.
      gg

  8. Chiedo scusa a Claudio Costa. Per un deprecabile errore ne ho modificato il nome.
    Donato

    Reply
    Visto e corretto. 🙂
    gg

    Post a Reply
  9. Lo sbiancamento dei coralli è un argomento che mi ha molto impressionato …. 30 anni fa! All’epoca la questione aveva appena cominciato a essere studiata e, correttamente, la responsabilità veniva attribuita alle cause esposte da Claudio Costa: stelle marine e ricci che proliferavano sulle barriere coralline. I motivi per cui essi proliferavano e proliferano sono quelli esposti dall’autore del post. Oggi, però, le cose sono cambiate e le cause dello sbiancamento dei coralli vengono attribuite all’acidificazione degli oceani a causa della CO2 di origine antropica e via cantando. Personalmente propendo per la tesi di Costa (i responsabili dello sbiancamento sono gli organismi che mangiano i coralli e non la CO2).
    Visto, però, che, in modo indiretto, è stata chiamata in causa l’acidificazione degli oceani, vorrei spendere qualche parola su questo tema anche se esula dall’argomento principale del post. La CO2 atmosferica è in aumento: questo è un dato certo. Essa cresce per cause naturali ed antropiche. La maggiore quantità di anidride carbonica in atmosfera comporta una maggiore concentrazione della stessa nello strato più superficiale di mari ed oceani. Ciò determina, a causa di diverse reazioni chimiche, un aumento di concentrazione degli ioni idrogeno liberi e, in ultima analisi, una riduzione del pH degli oceani (acidificazione). Studi scientifici condotti negli ultimi anni (vedi Le Scienze del mese di ottobre 2010) dimostrerebbero che una riduzione del pH marino di pochi decimali (da 8,1 a 7,6) causerebbe grosse condizioni di stress alla flora e, soprattutto, alla fauna marina estremamente sensibile alle variazioni di pH ambientale. In particolare verrebbe alterato il ciclo vitale dei copepodi e di moltissimi altri molluschi che costituiscono la fonte primaria di cibo per moltissime specie di pesci ed altri animali marini. Questi fatti mi hanno suggerito due riflessioni.
    La prima riguarda l’ipotesi sciagurata di pompare la CO2 di origine antropica nelle profondità oceaniche: se sono pericolosi gli scambi naturali tra CO2 atmosferica e CO2 disciolta nell’acqua marina figuriamoci quello che provocherebbe il pompaggio di milioni di tonnellate di biossido di carbonio negli oceani!
    La seconda, invece, riguarda la riduzione delle emissioni di CO2. Visto che il biossido di carbonio tende ad acidificare i mari, non sarebbe opportuno ridurne le emissioni al di la della sua influenza sul riscaldamento globale? E’ vero che gli organismi marini potrebbero anche adattarsi alle nuove condizioni ambientali ma, se esse cambiano in modo repentino, non credo che possano svilupparsi mutazioni in grado di compensare il grosso dispendio energetico necessario a tamponare la maggiore acidità dell’acqua.
    Cordialmente, Donato.

    Reply
    Donato,
    certo che sarebbe opportuno, anzi, è opportuno, ma non per questo si deve alimentare il circo della CO2 che drena risorse e non risolve il problema.
    PS: parlare di acidificazione è fuorviante, perché non si va verso una soluzione acida, ma meno basica, e non è affatto la stessa cosa. Solo che l’acido nell’immaginario collettivo corrode, il meno basico no. Questione di comunicazione efficace.
    gg

    Post a Reply
  10. Guido ha ragione, ma – molto più prosaicamente – stiamo già passando una fase di moderata decrescita e, guarda caso, tutte le opinioni pubbliche mondiali stanno chiedendo prima di tutto di poter ritornare al più presto ai livelli di benessere precedenti la crisi; tra le altre conseguenze, è notevolmente decresciuto l’interesse per l’AGW, vero o falso che sia. Mi sembra una considerazione pragmatica di quanto impraticabile sia l’opzione decrescita, e proprio perché c’è democrazia.

    Post a Reply
  11. Sono perfettamente convinto dalla vostra esposizione dei fatti.
    Occorrerebbe introdurre il concetto di Ritorno o Conversione andando nella direzione di una “Decrescita Felice” come sembra dire S. Latouche.
    Sarà mai capace l’Uomo arrivare a fare ciò?
    Forse una delle scelte che dovremo fare, dalla unione di Scienza e Consapevolezza, quindi dalla Coscienza, è quella di concepire e instaurare la Democrazia Diretta ovunque. Solo in quel modo l’individuo sente la responsabilità di quello che fà, senza avere l’alibi: ” tanto sono gli “Altri” a decidere, io continuo sulla mia strada”.
    Ecco che allora ognuno riflette sul fatto, che se non ci si occupa di analizzare un problema e risolverlo, prima o poi lo stesso problema si occupa noi.
    Silvio

    Post a Reply
    • Una “decrescita felice” non lascerebbe posto ai 6,8 miliardi di persone che attualmente si ostinano a voler vivere.
      Chi deciderà chi può vivere e chi no, per consentire questa “felicità” ?

Trackbacks/Pingbacks

  1. Il ruolo della CO2 e degli altri gas serra - Pagina 7 - […] no! Lo pinzo io prima che lo segnali mc-giver così ci togliamo il pensiero. Eccolo, puntuale: Il Coral Bleaching…

Rispondi a Donato Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Translate »