Un uragano di dollari

Le cronache di questa stagione autunnale per molti aspetti non sono rassicuranti. Vuoi per l’intensità dei fenomeni, vuoi per il complesso e delicato (alcuni dicono compromesso) assetto idrogeologico del territorio, di danni causati dal maltempo ce ne sono stati parecchi.

Probabilmente, un po’ come avviene per catastrofi naturali di altro genere quali i terremoti, più di qualcuno si starà interrogando se non possa risultare conveniente proteggersi con un ombrello assicurativo. Il dilemma, come spesso accade, è risolvibile solo se si ha la fortuna di non avere problemi di risorse finanziarie, o, se pur avendoli, si è in possesso delle corrette informazioni circa il livello di rischio cui si è esposti, se non altro perché l’operazione non venga percepita esclusivamente come una remissione, magari anche soltanto perché, entro i limiti del ponderabile, garantisce sonni tranquilli.

Un pari dilemma, ma a ruoli rovesciati, credo sia quello che devono fronteggiare gli operatori del settore assicurativo, che del rischio di fatto fanno un business, cercando di coprire i costi degli eventuali risarcimenti con i premi di quanti -per fortuna- non devono essere risarciti (lo so che qualche esperto del settore sarà svenuto, ma questa è solo la mia percezione di assicurato, non vuole essere assolutamente nulla di tecnico).

Nel 2005, “l’atterraggio” dell’uragano Katrina sugli stati americani che si affacciano sul Golfo del Messico, è costato all’industria delle assicurazioni immobiliari ben 40 miliardi di dollari. Un bel botto, non c’è che dire, ma mai grande quanto i fuochi d’artificio che la stessa industria è riuscita a fare subito dopo, adoperandosi per recuperare in termini di premi più del doppio di quanto sborsato.

Come? Semplicemente facendo appello al “consenso” scientifico, o meglio a quel surrogato di accettabile livello di comrensione scientifica dei problemi cui il processo decisionale ricorre ormai sempre più spesso in tema di clima, tempo atmosferico e loro impatto sulla società civile.

E così, appena un mese dopo il disastro di New Orleans, la RMS, compagnia assicuratrice specializzata nel settore immobiliare, riunì per qualche ora quattro “esperti” di uragani; Jim Elsner, che portava in dote anche un modello di previsione statistica semestrale dell’attività del cicloni tropicali, Tom Knutson, convinto sostenitore del legame tra pericolosità di questi eventi e riscaldamento globale, Mark Saunders, fisico nonchè fondatore di una società di consulenza assicurativa sui rischi da eventi atmosferici e Kerry Emmanuel, il più famoso del gruppo, scienziato del Mit e fresco autore di un lavoro che metteva in relazione proprio il riscaldamento globale con l’aumento dei costi del danneggiamento da essi provocato. Ai quattro furono posti dei quesiti ben precisi: Quanti uragani ci saranno ancora dal 2006 al 2010? Quanti arriveranno sulla terraferma? Quanti sui Caraibi?  E quanto durerà questo trend?

Sulle prime, come chi più chi meno hanno avuto tutti modo di raccontare, nessuno di loro era entusiasta di dover tirar fuori dei numeri con cui alimentare un modello che simulasse i costi del loro vaticinio, però alla fine i numeri uscirono. Tutte stime superiori alla media climatologica (quella che in genere fa fede). Per non scontentare nessuno i modellisti dell’RMS fecero una bella media, accrescendo così di circa il 30% rispetto alla media climatica le possibilità che negli anni a venire degli uragani si sarebbero abbattuti sugli Stati Uniti meridionali. Nonostante il modello di Elsner pare dicesse qualcosa di diverso, lo stato maggiormente a rischio risultò essere la Florida, al contempo la più esposta rispetto all’Oceano Atlantico e “territorio di caccia” dell’RMS, guarda un po’.

Non è difficile capire come di lì in avanti assicurarsi contro questi eventi sia diventato roba da ricchi, ma siccome ogni tanto gli uragani arrivano, forse lo hanno fatto anche i poveri. Così l’RMS e altri come loro, hanno adeguato i premi non a quello che è stato ma a quello che sarebbe potuto essere, grazie al consenso scientifico e per la modica cifra di 82 miliardi di dollari.

Ma non è tutto. Dei quattro consenzienti, che avevano a fattor comune una certa propensione a collegare l’AGW agli uragani, il buon Emmanuel è tornato sui suoi passi, dicendo che all’epoca in effetti stavo solo “improvvisando”. Infatti, chiamato a fare sul serio dalla WMO qualche anno dopo, firmò un articolo in cui è scritto a chiare note che i dati attualmente disponibili NON consentono di individuare alcun trend nella frequenza di occorrenza e/o intensità di questi eventi: per di più, ora come allora, nessuno è riuscito a dimostrare che sia possibile fare delle previsioni su questi eventi che dimostrino un’affidabilità superiore alla media climatologica, cioè quei dati che l’RMS ha messo da parte.

Ma non si riesce a finire, perché l’argomento è veramente ricco di spunti. L’RMS è anche la compagnia dove lavora Robert Muir-Wood, tra i contributor del 4° Rapporto IPCC del 2007. Al suo attivo, l’inserimento nel report di un grafico in cui era evidente una relazione tra i costi dei disastri atmosferici e le temperature, tracciato nonostante la letteratura disponibile sostenesse e sostenga il contrario. Dopo molta fatica e non poco imbarazzo, l’RMS ha ammesso che quel grafico non avrebbe dovuto essere inserito nel report, del resto lo stesso autore racconta di averlo redatto “informalmente”. Di tutto questo, l’IPCC non si è ancora accorta.

Ricapitolando la messe di informazioni che Roger Pielke Jr ha raccolto anche per noi:

  • 82 miliardi di dollari recuperati dalle tasche di potenziali vittime degli uragani sulla base di un consenso che non c’è e di numeri improvvisati.
  • Con la stessa filosofia si fornisce un contributo mendace, fallace e non sottoposto  revisione paritaria all’IPCC che lo accetta e, scoperto l’inganno, lo difende pure.

Volete sapere come è andata per gli uragani dal 2005 ad oggi, cioè nei cinque anni della famosa previsione dei fantastici quattro?

Ottantadue miliardi di dollari capite? Il prossimo che mi viene a parlare di scettici dell’AGW collusi, finanziati o anche semplicemente supportati dall’industria del petrolio lo vado a cercare a casa e gli do un sacco di botte. Simpaticamente, s’intende!

NB: tutto, o quasi, dal blog di Roger Pielke Jr.

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Author: Guido Guidi

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4 Comments

  1. Mi pare un bell’esempio di quanto negativo possa essere il “principio di precauzione”. Normalmente viene presentato come una cosa saggia, che “alla peggio” non comporta danni (cosa che già non è vera, perché indirizza impropriamente gli investimenti, ma è un argomento poco capito). Invece: per “precauzione” supponiamo che lo scenario degli uragani futuri sia peggio di quanto non sarà, così i costi delle assicurazioni schizzano e le classi meno abbienti ne saranno penalizzate – in definitiva, forse assistiamo ad una riduzione del numero di persone coperte dall’assicurazione rispetto a quante ce ne sarebbero con una previsione meno catastrofica. Non è un danno?

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    Fabrizio,
    non so se lo sia, il mercato è talmente schizofrenico che potrebbe essere un danno come non potrebbe esserlo, perché spesso di percepiscono come necessarie cose che non lo sono affatto. Quel che è certo è che degli “esperti” hanno prestato il loro nome ad una forma di profitto chiaramente fondata su rischi indefinibili, con la consapevolezza che fossero tali.
    gg

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  2. Attendiamo dai “soliti noti” la denuncia di Big Insurance?

    Reply
    Scherzi Maurizio? Questi per i soliti noti sono benefattori dell’umanità, sono quelli che hanno capito che bisogna darsi da fare e lo fanno, oh, se lo fanno! 🙂
    gg

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  3. Se ne parlava con Shelburn, il quale, da quello spirito mordace che è, ha commentato così:
    – Non potendo raccontare che le temperature crescano paurosamente, come si voleva far credere nel film di Al Gore (ricordi l’ascensore per seguire le temperature schizzate in alto quasi verticalmente?), si sono inventati questo mito degli eventi sempre più estremi, sperando che non fosse facilmente verificabile, e contando sull’impressionabilità della gente, e sulla loro corta memoria. Ma i dati raccontano un’altra situazione, e questo non è che uno dei tanti grafici che ci dicono che gli eventi non si stanno affatto estremizzando, non ci sono più morti (a meno della malaria, ma quella ha altre cause…), non ci sono più cataclismi, e la Natura non si vendica del progresso dell’uomo, anzi, al contrario, colpisce più atrocemente nei Paesi meno sviluppati. Se qualcosa volesse dire (non credo alla dea Gaia, ma immaginandolo per assurdo) allora vorrebbe dire che le piace il progresso, e le piace l’uomo, sua grande speranza per difendersi dagli asteroidi prossimi venturi 🙂 –

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    • “non ci sono più” nel senso “non ce ne sono di più di prima”
      specifico scanso equivoci.
      Molti grafici mostrano infatti una tendenza alla minore estremizzazione, e non alla maggiore estremizzazione che qualcuno vorrebbe farci credere che sia in atto.
      Basta vedere l’elenco storico dei maggiori cataclismi, ed è una tendenza che si può notare in molti campi.
      Ancora una volta i dati smentiscono certe prese di posizione, sulle cui motivazioni mi astengo dal pronunciarmi.
      Decisamente l’ipotesi AGW è sfortunata, visto che tutti i dati le sono contro, e perfino gli iceberg che si staccano sono roba di poco conto rispetto a quel che si è visto altre volte.
      E trovo difficile che riusciranno a sistemare le cose con qualche buon trick, che è pratica, ci dicono, del tutto “lecita e normale”…secondo loro.

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  1. La faccia come il…PIL | Climatemonitor - [...] premi pagati per coprirsi dal rischio. Con riferimento ad eventi estremi specifici, gli uragani, questo caso è emblematico: uno…

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