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Il picco del petrolio rivisitato

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Image via Wikipedia

Sicuramente l’argomento in oggetto non è dei più trattati, qui su CM. Ne abbiamo parlato negli scorsi anni, ma sono sicuro che in rete ci siano siti molto più specializzati su questo tema. Quest’oggi mi preme scrivere qualche riflessione in merito, per via di uno studio da poco edito, intitolato “Hubbert’s Oil Peak Revisited by a Simulation Model”, a firma di Pierre-Noël Giraud, Aline Sutter, Timothée Denis e Cédric Léonard, tutti appartenenti al Cerna (Centre d’économie industrielle)1.

Il concetto di base di questa materia è che le riserve sotterranee di petrolio si stiano per esaurire, qualcuno dice entro breve. Le prove che tale affermazione sia vera risiedono nell’aumento vertiginoso dei prezzi che la materia prima ha registrato un paio di anni orsono. A fronte di una domanda crescente, l’offerta di petrolio è rimasta del tutto stabile, forse addirittura è diminuita, facendo lievitare i prezzi. In realtà sappiamo che l’aumento del prezzo del petrolio nel 2008 ha avuto una matrice prettamente speculativa e finanziaria, ma questo è davvero un discorso a parte.

La curva di Hubbert ci dice che il picco produttivo del petrolio è individuabile nel tempo e che, superato quel picco, sarebbe meglio che l’intero sistema industriale cercasse altre fonti energetiche, essendo il petrolio ormai sulla via del tramonto. A questo seguono eventuali scenari apocalittici, con industrie ferme e un mondo a piedi.

Fin qui, direi, si tratta di un approccio molto ingegneristico al problema. Tutto si fonda su un sillogismo piuttosto pericoloso: il mondo va a petrolio, il petrolio finisce, il mondo è spacciato. Dove per mondo, è da intendersi la sola sfera umana. E’ proprio così meccanico il passaggio? Oppure è possibile che vi siano scenari diversi?

Gli autori dello studio mettono subito le cose in chiaro: secondo loro gli attuali scenari basati sulla curva di Hubbert sono decisamente carenti dal punto di vista microeconomico. Ed è proprio quanto dicevo poc’anzi: fino ad oggi ci siamo trovati di fronte ad un approccio ingegneristico. Tuttavia, cosa accadrebbe se creassimo uno scenario che tenga in debita considerazione anche il mercato ed altri fattori micro e macroeconomici? Andiamo a scoprirlo.

Secondo questi studiosi francesi non è così importante andare alla ricerca della data, del momento esatto in cui avremo (o si è avuto) il picco della produzione di petrolio, e per motivi che stanno tutti sulla superficie terrestre, e non sotto, come ci spiegano.

Posto il fatto che la produzione registrerà veramente un picco, e che le riserve sono esauribili, quale sarà la curva che assumerà la produzione di petrolio, fino al suo esaurimento. L’abbiamo vista un po’ ovunque, è la classica curva a campana: dopo un periodo di (forte) espansione produttiva, il sistema avrà raggiunto la sua capacità massima. Essendo però le risorse finite, questa curva di produzione per forza di cose comincerà a scendere, verso un minimo.

Ci stiamo avvicinando, in questo modo, al punto fondamentale: il genere umano è stato attraversato da numerose sostituzioni di materie prime, nessuna delle quali ha messo in ginocchio le nostre società. Vi possono essere shock più o meno forti, ma nessuno è stato di impatto devastante. Oggi ci dicono che la sostituzione del petrolio avrà invece effetti devastanti perchè in realtà, sostengono, non lo stiamo sostituendo, non lo sostituiremo e quindi bisogna “calcare un po’ la mano” per portarci ad utilizzare altre fonti energetiche, magari più costose, comunque al momento non altrettanto efficienti nè efficaci.

E’ chiaro che a mano a mano che il picco del petrolio si renderà sempre più evidente, ovvero con prezzi di offerta della materia prima sempre più alti, in modo sistematico questa risorsa sarà sostituita con altre più favorevoli o, al limite, con ciò che ci sarà a disposizione in quel momento. Non altro. Nessuna catastrofe, carestia, rischio di estinzione del genere umano.

Detto in altre parole non è quanto petrolio rimane sotto terra a dettare i tempi della sostituzione di questo, bensì le condizioni di mercato. Forzare la sostituzione di questa materia prima, poichè siamo agli sgoccioli, secondo lo studio, non è una strada efficace nè tantomeno efficiente. Al crescere del prezzo, saranno le industrie che andranno alla ricerca di fonti alternative più economiche.

E possiamo notare come in certi casi questo stia accadendo. Alcune nicchie molto specifiche sono nate da qualche tempo e vanno espandendosi. Si pensi, ad esempio, ai cartelli stradali e all’illuminazione in luoghi remoti, alimentati da celle fotovoltaiche.

Eventualmente, un giorno, vi saranno altre fonti ben più efficienti ed efficaci, oltre che economiche, rispetto al petrolio e sarà a quel punto che il ciclo di sostituzione di quest’ultimo si sarà compiuto. A quel punto sarà probabile che il petrolio stesso sia relegato ad utilizzi di nicchia. E’ successo così con quasi tutte le altre materie prime e fonti di energia, perchè non dovrebbe accadere con il petrolio? Si pensi al lavoro prodotto dall’energia umana, poi animale; si pensi alla legna da ardere, al vapore, alla corrente elettrica e ai combustibili fossili.

E allora ecco che il nostro punto di vista cambia: non dobbiamo modificare l’intero apparato produttivo, in quanto la curva di Hubbert suggerisce di aver passato ormai il picco del petrolio, bensì esso stesso si modificherà nel momento in cui domanda e offerta di risorse energetiche non potranno più incontrarsi grazie al petrolio (per costi troppo elevati) ma si incontreranno, a quel punto, grazie a nuove fonti energetiche.

Va da sè che questo processo di sostituzione sarà tanto più efficiente quanto più lo saranno le nuove fonti di energia che dovranno prendere il posto dei combustibili fossili.

A tal proposito consideriamo il caso dei trasporti, che probabilmente costituiscono un caso molto delicato. Ad oggi infatti non esistono validi sostituti del petrolio, in questo settore. Elettricità, auto a idrogeno non sono per nulla sufficienti. Vi sarebbe la strada del biofuel, ma è ormai chiaro a tutti che si tratti di una strada veramente pericolosa, vista la voracità in termini di territorio da coltivare. Nel caso dei trasporti probabilmente ci troveremo di fronte a due eventualità:

1) l’aumento del prezzo del petrolio, in assenza di nuove scoperte tecnologiche, causerà una importante erosione della domanda;

2) a fronte di quanto detto al punto 1) e per fronteggiare un eventuale crisi nei trasporti, la coltivazione legata ai biofuel incrementerà esponenzialmente per cercare di arginare l’inefficienza a livello di sostituzione del petrolio.

Concludo dicendo come tali scenari non vadano affrontati staticamente, la tecnologia è dinamica e la necessità da sempre aguzza l’ingegno. Vi deve tuttavia essere una spinta decisiva alla sostituzione, e non una spinta dettata da valori più o meno condivisi o inculcati a forza.

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  1. Hubbert’s Oil Peak Revisited by a Simulation Model; Pierre-Noël Giraud, Aline Sutter, Timothée Denis & Cédric Léonard []
Published inAttualitàEconomia

6 Comments

  1. filipporiccio

    L’importante è che il prezzo delle risorse, petrolio in primis, venga lasciato libero di fluttuare (anche a seguito di fenomeni speculativi) e non fissato per legge. Altrimenti sì che ci troveremmo di fronte all’esaurimento improvviso senza alternative pronte.

  2. Traparentesi, una notizia dei giorni scorsi è che Lula ha approvato un piano di notevole rafforzamento della marina militare brasiliana, che tra l’altro consiste in una ventina di sottomarini, tra cui cinque nucleari, “entro il 2040” o giù di lì, “per proteggere nuovi giacimenti petroliferi oceanici” (i cosiddetti pre-sal, se qualcuno qui può dare qualche informazione in più…). Da quanto ho capito si tratterebbe di riserve ingenti e che richiedono un’investimento enorme, perché si trovano in mezzo all’oceano, a grandi profondità e sotto vari strati geologici. Pare ragionevole, quindi, che il Brasile decida di proteggerle militarmente. Ma quello che colpisce è l’anno, il decennio 2040-2050. Evidentemente PetroBras ritiene che tra trent’anni e passa il petrolio sarà ancora rilevante e non per poco tempo.

    • Luca Fava

      I giacimenti in questione sono i reservoir pre-sale e costituiscono l’ultima frontiera (nel senso della più recente) dell’industria petrolifera. Si chiamano pre-sale perché si trovano al disotto di uno spesso livello di depositi evaporitici databili all’Aptiano (Cretaceo inf. circa 110 Milioni di anni fa) che caratterizza la stratigrafia dell’Atlantico meridionale. Sono giacimenti molto difficili da individuare e da sfruttare adeguatamente per comprensibili motivi geofisici ed ingegneristici. Si trovano generalmente in ultra-deep water, necessitano di pozzi molto profondi che devono attraversare spessi livelli di sale (materiale non semplicissimo da perforare). I primi a credere in questo tipo di “concetto esplorativo” sono stati i brasiliani della Petrobras, ma ormai molte compagnie stanno intraprendendo questa difficile strada perseguendo lo stesso play sia in Brasile, sia nel margine coniugato (Angola e Congo). Questi giacimenti rappresentano un esempio emblematico per spiegare il concetto di dinamicità delle riserve. I pozzi in queste condizioni sono molto costosi e la produzione richiede un numero elevato di pozzi e molto tempo per arrivare a pieno regime (per questo penso si parli del 2040, 2050). Per il campo di Tupi (per fare un esempio) si parla di 100 pozzi e di un investimento tra i 50 e i 100 miliardi di dollari. Questo significa che il costo per produrre un barile di olio è alto e questo rende queste riserve disponibili solo se il prezzo del petrolio rimane sufficientemente alto.

  3. Guido Botteri

    Il concetto di Richard Stears mi piace molto, mi piace talmente tanto che c’ero arrivato anch’io, nel mio piccolo, e l’avevo detto nella mia conferenza del 26 ottobre 2010. Peccato che nessuno di voi sia venuto, altrimenti ora potrebbe testimoniare questa mia n-sima invenzione dell’acqua calda (sono assai bravo ad inventare cose già inventate, ma senza sapere prima che esistevano già…varie volte ci sono incappato).
    Ecco dunque un estratto della mia conferenza, saltando qualcosa:
    [ Le risorse nel pleistocene.
    E nel pleistocene ?
    Le risorse che erano in gioco erano quelle legate al loro mondo, e alla loro tecnologia, assai rozza.
    La tecnologia della pietra, e c’era gente che faceva parecchi km per procurarsi le punte di freccia in pietra.
    (…) Sono cose che parecchi di voi conoscono molto meglio di me, e sanno, ditemi se sbaglio, che manufatti paleolitici sono stati trovati a centinaia di km dal luogo di produzione.
    Questo ci fa pensare scherzosamente ad un eventuale possibile allarme di quei tempi a proposito dell’esaurimento della selce.
    Immaginate lo stregone, dallo sguardo malvagio, e l’impeto furioso nella parola e nei gesti:
    (…)
    – Pazzi, non capite che a forza di usar di codeste pietre verrà un giorno che esse si esauriranno ?
    Quando le avrete consumate tutte, cosa farete ?
    Pentitevi, sciagurati sacrileghi, smettete di deformare codeste pietre che gli dèi hanno creato, e che voi non avete diritto alcuno di snaturare ! –
    Beh, questo è come me li immagino io.
    Del resto il mito di Prometeo ce lo presenta come uno che abbia “rubato” il fuoco agli dèi. “Rubato”, non dunque un passo avanti nella civiltà dell’uomo, ma…un furto, anzi di più, un furto agli déi, e quindi un “sacrilegio”. (…)
    Ma quel allarme, che ci sia stato o meno, è decaduto non perchè sia finita la selce, ma perché è finita la tecnologia della selce, come arma da guerra o da caccia.
    Quindi al progredire del mondo cambiano le tecnologie, e cambia la domanda. ]
    Sono felice di pensarla come Richard Stears.

  4. P. Ruiz

    Sul tema suggerisco questo video di Richard Stears (geologo, ex dirigente Shell, oggi professore e consulente)

    http://www.ted.com/talks/lang/eng/richard_sears_planning_for_the_end_of_oil.html

    è breve ma molto chiaro: a volte un’immagine vale più di mille parole.

    Mi piace la conclusione: usciremo dal petrolio non perché il petrolio finirà o perché costruiremo bilioni di mulini a vento. Ma perché alcuni milioni di anni fa inventammo le idee e la tecnologia.

    E uscimmo dall’età della pietra. E non lo facemmo perché erano finite le pietre.

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