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Tropicalizzazione, desertificazione, estremizzazione e meridionalizzazione – Parte Terza

Nella prima e nella seconda parte ci siamo occupati di tropicalizzazione e di desertificazione. In questa terza ed ultima parte vedremo, per cominciare, cosa s’intende con:

Estremizzazione

Nel sentire comune si ritiene che gli eventi meteorologici passino da un estremo all’altro con una maggiore facilità rispetto al passato: dalla siccità all’alluvione, dal gelo al torrido, dall’aria stagnante al tornado. Ad essere sinceri, ho ritenuto il tutto talmente frutto di fantasia che non avevo mai approfondito l’argomento da un punto di vista tecnico, analizzando i dati, né, d’altra parte, ho mai letto qualcosa di serio. Il discorso sarebbe, quindi, potuto chiudersi qui, se non fosse per il fatto che tra gli addetti ai lavori il termine estremizzazione starebbe ad indicare che certi eventi, che una volta cadevano nelle code della distribuzione, adesso sono più frequenti.

Passiamo subito ad un esempio pratico per vedere se ciò sussiste.

Ho preso i dati di temperatura giornalieri registrati presso l’aeroporto di Borgo Panigale, a Bologna, dal 1951 sino ieri l’altro, li ho suddivisi per decennio (’50, ’60, ecc.) e ho disegnato la distribuzione dei valori a passi di un grado alla volta. Nel grafico qui sotto, quindi, si riesce a leggere quante volte in un decennio è stata misurata una certa temperatura minima, ad esempio tra 11 e 12 gradi, e come questa distribuzione sia variata negli ultimi 60 anni.

Nei dieci anni tra il 1951 ed il 1960, la temperatura minima di 12°C (tra 11 e 12 per la precisione) è stata registrata in 114 giornate, in 158 occasioni negli anni ’60, 118 nei ’70 e fino a 144 volte nell’ultimo decennio, quello del 2000. Come si vede le distribuzioni sono un po’ rumorose, anche se in linea generale si può dire che tutti i valori compresi tra -1° e +20 sono registrati tra le 120 e le 180 volte il decennio. Si nota, inoltre, che nel corso degli ultimi due decenni sono aumentati i casi in cui la notte (prevalentemente) si hanno valori tra 21 e 23 gradi, mentre una differenza così marcata con i decenni precedenti non è presente nei valori più bassi. Questo vuol dire, prendendo i dati così come sono, senza considerazioni di altro tipo, che le notti estive sono diventate un po’ più calde, senza che però si sia avuta un aumento di ugual portata nelle notti invernali. Il clima cambierebbe a Bologna ma, da questa analisi molto sommaria, pare che sia più cosa dell’estate che dell’inverno.

E per quanto riguarda i valori estremi, quelli che cadono nelle coda più fredda, a sinistra, e in quella più calda, a destra?

Se consideriamo solo le classi che hanno avuto una frequenza di accadimento inferiore a 20, scopriamo che la successione dei numeri è la seguente: 81 – 95 – 44 – 42 – 48 – 33, cioè a dire, negli anni ’50 e ’60, i valori estremi, quelli meno frequenti, avevano una probabilità di accadimento tra due e tre volte superiore a quanto avvenga di recente.

Insomma, allora sì che erano tempi di estremizzazione del clima!

In conclusione, le estati sono più calde ma i valori estremi decennali sono meno frequenti. Ho fatto la medesima analisi anche per i valori massimi della temperatura giornaliera e il risultato non è molto differente: estati più calde ma meno estremi.

Ovvio che, in un clima che cambia, gli estremi di un certo periodo possono diventare valori più di routine in un altro, ma non sono di certo io quello che si fossilizza in uno stato immutabile, nel qual caso l’analisi può risultare fuorviante.

Per indagare l’altro aspetto della questione estremizzazione, cioè passare in breve tempo da un estremo all’altro, ad esempio da un mese molto piovoso ad uno secco, ho considerato i valori di precipitazione mensile registrati sin dal luglio del 1934 nel centro di Bologna, riportandoli nel grafico qui sotto insieme alla differenza in valore assoluto rispetto al mese precedente.

Per separare la curva delle precipitazioni mensili da quella dei valori assoluti delle differenze, ho reso negativi i valori di quest’ultima.

La prima cosa che ci dicono i dati è che il trend calcolato nella precipitazione è indistinguibile da zero: in questi 70 anni e più, a Bologna la quantità di pioggia non è cambiata. Probabilmente sarà un caso più unico che raro, ma in questa città la realtà è inequivocabile. Ho poi calcolato il trend nelle differenze tra un mese e l’altro, senza apportare correzioni dovute alle stagioni, e, anche in questo caso, non è cambiato nulla. Anzi, a vedere bene, i pochi mesi più estremi, quelli più piovosi e che determinano anche le differenze maggiori, non sono tantissimi e sono più concentrati negli anni meno recenti. Mi pare di poter dire, senza paura di essere smentito, che, anche per quanta riguarda le precipitazioni, a Bologna il cielo non è ancora caduto.

Di sicuro qualcun altro potrà trovare una stazione dove il cielo, e non soltanto quello, è già precipitato a terra.

Nell’ultimo capitolo di questa saga a tre puntate, tratterò velocemente la:

Meridionalizzazione

Qui entro in un campo in cui ho poca confidenza, anche se il significato è piuttosto chiaro: espansione verso nord di specie vegetali e animali, riferita in particolare al nostro mare. Mi pare che questo termine non sia entrato ancora nell’uso comune, che sia rimasto, cioè, nel settore specialistico. In ogni caso, il fatto che alcune specie viventi possano estendere il proprio areale verso latitudini più settentrionali, non so perché, è visto come qualcosa di negativo. Sarà mica stato coniato da un settentrionale :-)?

La mia visione è diversa e non sono preoccupato, in generale, se un certo pesce è adesso trovato in aree più ampie. Il discorso è diverso se si tratta di nuove colonizzazioni, di specie aliene, arrivate o perché hanno attraversato il canale di Suez o perché hanno viaggiato comodamente dentro un copertone. Non che la cosa sia negativa in sé, ma posso comprendere che si potrebbero presentare dei problemi (penso all’Australia, per fare un esempio estemo).

Non essendo un settore di mia conoscenza, mi sono limitato soltanto a porre in evidenza la parola e lascio a qualcun altro l’onore di approfondire la questione.

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Published inAttualitàNews

4 Comments

  1. Giuseppe Tito

    Le faccio i miei complimenti per questo lavoro illuminante e ricco di spunti di riflessione, seri e scientificamente validi. Altri ancora, a mio parere, se ne possono trarre per un’analisi ancora più completa; fermo restando, come lei stesso dice, che si tratta del dato di una sola città e limitato ad un solo parametro (temp min). Capisco anche la scelta di una città come Bologna, una delle più estreme in assoluto d’Italia. Ad ogni modo concordo con questa lettura dissacrante di certe superficiali conclusioni (farneticazioni) sull’andamento meteo-climatico dell’ultimo mezzo secolo.
    Un paio di altre cose inoltre, mi colpiscono, in riferimento al grafico delle temp:
    – La prima è la perdita di bimodalità degli anni 2000 nel tratto intermedio, segno di una minore accentuazione delle stagioni estreme (inverni ed estati più confuse con le mezze stagioni, e questa è una percezione abbastanza generale), soprattutto rispetto agli anni ’60 e ’70; gli anni ’50 dovrebbero essere stati umidi e nebbiosi, anni di autunni con gli attributi.
    – La seconda riguarda i tratti delle curve relativi agli estremi. Lei fa giustamente notare gli scostamenti rispetto agli anni ’70 e precedenti, che sono meno evidenti nel settore invernale. In realtà per le temperature inferiori ai -4°C si verifica la stessa cosa. Allora estati ed inverni più caldi? Assolutamente no, e la cosa appare più evidente proprio con le estati: in barba a tutti gli altri scostamenti, quello verso il caldo è progressivo, persino i freschi anni ’70 vengono avvicinati dai ’50! La mia interpretazione è un progressivo incremento dell’isola di calore, i cui effetti sono più incisivi proprio nei periodi degli estremi più caldi e più freddi.
    Cosa ne pensa?
    Cordiali saluti

    • Paolo Mezzasalma

      Grazie.

      Per quanto riguarda bimodalità e mezze stagioni, la mia visione superficiale è stata che esistono solo due stagioni distinte, inverno ed estate, separate da fasi di transizione (non stagioni). Questo potrebbe spiegare la bimodalità che però, mi pare un po’ cadere nel vedere il grafico di sopra. Sempre superficialmente, infatti, la scorgo in maniera distinta soltanto per gli anni ’70 e ’90, mentre negli altri decenni la cosa è molto più confusa. Sono sicuro che c’è chi ne sa più di me.
      Gli anni ’50 avranno avuto autunni con gli attributi, molto nebbiosi, ma si sa che su quello influiva molto anche l’inquinamento da combustione, più accentuato allora che oggi.
      Per quanto riguarda la coda con i valori più estremi del freddo, lei nota una relativa maggiore frequenza allora. E’ mio convincimento che quegli estremi, più che essere dettati da una troposfera più fredda, erano dettati da una maggiore presenza di copertura nevosa che è ingrediente indispensabile per avere quei valori di temperatura così bassi.
      Casualmente gli anni ’60 e ’70 avevano inverni con più precipitazioni (quindi neve), e distinguere i vari elementi che hanno portato alle diverse distribuzioni (neve, nebbia, nubi, oltre che segnale troposferico) credo che sia un lavoro impegnativo di lungo respiro.
      Per quanto riguarda l’isola di calore, sono convinto che l’espansione dell’aeroporto, del traffico aereo e della zona industriale nelle sue vicinanze hanno avuto un’influenza, ma credo ormai di essere anche convinto che si è avuta una modifica della circolazione atmosferica in questi decenni in particolare tra la fine della primavera e l’estate, con conseguente incremento delle temperature troposferiche. Forse, più che di modifica di circolazione in senso assoluto, si dovrebbe parlare di maggiore frequenza di certe configurazioni bariche. Oltretutto, non vedo il motivo per cui debba mantenersi costante nel tempo con tutto quello che succede nelle sst dell’oceano o nel vortice polare, per dirne due.

  2. Tore Cocco

    Caro Paolo, interessante analisi.
    Quanto hai trovato è esattamente quanto mi aspettavo di vedere, io personalmente vedo il primo grafico sulle temperature come due gaussiane di distribuzione sfalsate tra loro, con conseguente apparente appiattimento del massimo. Per quanto riguarda la frequenza degli estremi delle code, purtroppo non mi slancio a fare analisi perchè il segnale è riferito a dati locali, sarebbe bello vederli a livello globale per trarre conclusione sull’andamento del gradiente equatore-polo, cumunque tuttcio cio parrebbe rientrare nelle normalie naturali dinamiche del clima…e non mi aspettavo diversamente.

    • Paolo Mezzasalma

      Tore,
      come vedi c’è tanto lavoro da fare, no?

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