L’isola che non c’è

La Garbage Island cioè l’isola di spazzatura, è un’isola che non c’è: non si vede dai satelliti e non è segnata sulle mappe geografiche ma molti media parlano. Ad es qui su La Repubblica “Nel pacifico l’isola della spazzatura” o qui su scienze.tv “Un’isola di rifiuti nel pacifico”.

Più che un’isola, trattasi di un’area molto estesa di oceano che contiene una quantità enorme di rifiuti galleggianti di plastica, che per un giro di correnti a spirale (gyre o vortex) vi si sono concentrati, accumulandosi per 60 anni. I materiali sono i più vari: flaconi, bottiglie, taniche, bidoni, boe, sacchetti, e cordame vario e pezzi di reti da pesca ad imbrigliare il tutto. Oppure la plastica è ridotta in frammenti delle dimensioni che vanno da alcuni cm ad alcuni micron.
Anziché biodegradarsi, la plastica si “fotodegrada” disintegrandosi in pezzi sempre più piccoli, fino alle dimensioni dei polimeri che la compongono la cui ulteriore biodegradazione è molto difficile. La fotodegradazione della plastica può produrre inquinamento da PCBs.
Il galleggiamento di tali particelle che apparentemente assomigliano a zooplancton, inganna le meduse che se ne cibano, causandone l’introduzione nella catena alimentare. In alcuni campioni di acqua marina presi nel 2001 la quantità di plastica superava di sei volte quella dello zooplancton. (da wikipedia)

Molti istituti di ricerca oceanografica hanno lanciato l’allarme su questo inquinamento macroscopico. A riguardo segnalo l’avventura di Plastiki una zattera-catamarano di 20 mt che ha navigato nel pacifico da San Francisco a Sidney. Il resoconto della traversatata è andato in onda in tutto il mondo in occasione dell’Earth Day del 22 aprile 2011. Durante la sua difficoltosa navigazione, il Plastiki ha ricevuto milioni di contatti anche di radio e televisioni tra i quali l’Ophra show uno dei programmi più seguiti al mondo. La barca è stata costruita per almeno il 70% dei componenti con plastica riciclata, gli scafi infatti sono composti da 12 mila bottiglie di plastica riciclata. L’intento è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica a non abbandonare la plastica nell’ambiente, al riciclo della plastica, e all’uso dell’acqua corrente anziché di quella in bottiglia.

Il termine più corretto per indicare l’isola di rifiuti è “Great Garbage Patch” cioè “Grande chiazza di spazzatura”, la più nota è situata in una zona molto ampia del pacifico settentrionale, ma ce ne sono anche in altre zone.

Su quest’isola immaginaria, si sono create molte leggende ed esagerazioni, cioè che sia grande quanto il Texas e con uno spessore di 30 mt; addirittura Nicola Savino di Radio Deejay, scherzandoci sopra, ha ipotizzato di poterne fare una piattaforma galleggiante quindi uno stato da utilizzare come paradiso fiscale.

Il NOAA cioè il National Oceanic and Atmospheric Administration americano ha dedicato una pagina web, per chiarire cosa c’è di vero e di falso su questa chiazza di immondizia galleggiante.

Qui il “De-mystifying the Great Pacific Garbage Patch” cioè “La demistificazione della chiazza di spazzatura galleggiante del Pacifico.”

La pagina è organizzata secondo lo schema presente anche nel rapporto IPCC delle domande più frequenti seguite dalle risposte degli esperti. Le domande sono: Cosa è? Dov’è? Quanto è grande? Si vede dal satellite? Di che materiale è fatto? Quante sono nel mondo? ecc.

Vi faccio una sintesi delle domande-risposte più interessanti

Cosa sono le chiazze di spazzatura?

Sono una zona di concentrazione di detriti marini nel Pacifico settentrionale formati prevalentemente da materiale plastico. Il nome ” chiazze di spazzatura ” ha portato molti a credere che questa zona sia una larga e continua chiazza di oggetti come detriti marini, bottiglie e altri rifiuti, simili a una coperta di spazzatura che dovrebbe essere visibile e con le fotografie satellitari o aeree. Questo è semplicemente falso. Non c’è un isola di rifiuti nel mezzo dell’oceano, né una coltre di rifiuti che possono essere visti con fotografie satellitari o aeree. Questi pezzi di plastica non sono intrecciati a costituire zattere, ma sono dispersi e molto piccoli quindi non immediatamente visibili ad occhio nudo, inoltre molti di questi detriti marini possono essere sospesi sotto la superficie dell’acqua.

detriti marini

Un esempio di questi detriti.

frammenti di plastica nei pesci

Nella foto i frammenti di plastica rinvenuti nella cavità addominale di un pesce del pacifico.

Dove sono le chiazze di spazzatura?

In realtà la posizione è difficile da stimare perché le correnti variano molto a secondo dell’ENSO e le aree di concentrazione si muovono e cambiano durante tutto l’anno. Concentrazioni di rifiuti marini sono stati notati in una zona a metà strada tra le Hawaii e la California nell’Est Pacifico, mentre nel Pacifico del Nord in una zona tra le Hawaii e l’Alaska. C’è anche un piccolo “vortice di ricircolo” a sud della corrente Kuroshio, al largo della costa del Giappone nel Western Pacific dove si possono concentrare detriti galleggianti marini. Le forze che causano questa rotazione in senso orario sono ancora oggetto di ricerca, ma essa può essere causata da venti e mulinelli dell’oceano (acque che ruotano in senso orario o antiorario). C’è una ricerca in corso all’Università delle Hawaii e al Massachusetts Institute of Technology, per capire meglio la vera natura delle forze che causano queste spirali di ricircolo.

Dopo aver riscontrato casi di ingestione di particelle di plastica da parte di specie atlantiche di tartarughe marine e di uccelli marini c’è stata una ricerca anche sui detriti marini del Nord Atlantico e del Mar dei Caraibi quali il lavoro di Sea Education Association’s. Però sui detriti marini galleggianti in Oceano Atlantico, ci sono poche pubblicazioni scientifiche.

mappa vortici

Nella mappa una rappresentazione molto semplice e schematica dei vortici degli oceani all’interno dei quali potrebbero trovarsi le chiazze di detriti.

In questo sito di greenpeace c’è la simulazione grafica dei vortici del pacifico.

Quanto sono grandi le chiazze di spazzatura e si possono bonificare?

Non c’è davvero nessuna stima precisa delle dimensioni o della massa delle “chiazze di spazzatura” o di qualsiasi altra concentrazione di rifiuti marini nell’oceano aperto. Inoltre non hanno confini distinti in misura permanente, e quindi la quantità di detriti marini (sia in numero, sia in peso) in queste zone è molto difficile da misurare. Sono aree molto estese dove i detriti marini non sono distribuiti uniformemente. La stima precisa dell’estensione di queste aree è molto difficoltosa e molto costosa, e lo stesso discorso vale per la bonifica.

spazzatura hawaii

Le mareggiate possono portare questi detriti a riva, qui a Kamilo Beach, su una spiaggia delle Hawaii, come vedete tra i rifiuti c’è proprio di tutto.

In conclusione l’isola non c’è, ma esistono vaste aree di oceano aperto contenente molti rifiuti di plastica in parte galleggianti in superficie, in parte vaganti sotto il pelo dell’acqua anche fino a 30 mt di profondità.

Gli organismi marini possono essere danneggiati in vario modo da questi detriti di plastica che possono strozzare, immobilizzare, soffocare, lacerare, oppure se ingeriti creare occlusioni o lacerazioni intestinali.

foca strozzata

Qui una foto di una foca cresciuta con un cappio al collo.

Nella foto sotto una carcassa di un uccello marino con molti corpi estranei in cavità addominale, che il volatile probabilmente ha scambiato per pesci.

uccello marino con plastica

Altri esempi di plastica scambiata per cibo sono stati riscontrati nei capodogli, nei delfini, negli squali, nelle tartarughe marine, nelle meduse ecc..

Rispettare l’ambiente, non inquinare, e riciclare, per me, non sono questioni che riguardano la mitigazione climatica attraverso la riduzione delle emissioni, ma un fatto di buon senso.
Nella mia utopia “l’isola che non c’è” è un mondo senza spazzatura quindi solo con materiali riciclati.

“e ti prendono in giro se continui a cercarla
ma non darti per vinto perchè
chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle
forse è ancora più pazzo di te”

Edoardo Bennato – L’Isola che non c’è

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Author: Claudio Costa

veterinario zootecnico tecnico AIA e emissioni zoogeniche

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6 Comments

  1. potrebbero andare quelli di Green Peace con i retini in giro per i sette mari! A parte le cavolate, penso che nei paesi piu avanti esista un educazione civica minima abbastanza diffusa che frena certi comportamenti. Siccome non siamo tutti educatissimi , ci sono leggi e normative a darci una mano. Per esempio, chi arriva negli stati uniti con con una imbarcazione dopo aver attraversato l’oceano, deve avere a bordo una quantita di rifiuti calcolata in base al numero delle persone. Se il peso non torna sono multe salatissime anche se non si e’ buttato a mare neanche un tovagliolo!

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  2. ma i rifiuti cui fa cenno l’articolo arrivano da tutto il mondo non sono prodotti dai polinesiani, ma dagli abitanti del giappone, degli USA e della cina; per pulire l’oceano occorrerebbe filtrare masse infinite di acqua e oltre a filtrare la monnezza si filtrerebbe anche il plancton

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  3. Rngiroa, come tutta la Polinesia francese e tutta l’oceania in generale, e’ uno spettacolo della natura. Credo che nelle isole piu frequentate come Bora Bora in qualche modo le spiagge vengano pulite. Organizzare un ciclo dei rifiuti tra un isola e l’altra con centinaia di miglia di oceano non e’ semplice.

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  4. C’era un posto incantevole, una cascata con un piccolo laghetto, una natura bellissima, nella sua semplicità. Ma proprio in quel posto la gente del luogo aveva buttato la spazzatura. Margarita ante porcos.

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  5. @ Matteo

    Tra l’altro Rangiroa è considerato uno dei posti più belli al mondo, (confermi?) quindi la cosa assume veramente il colore della stupidità.
    Mi fa venire in mente una pubblicità TV di qualche anno fa dove un omuncolo buttava nell’ambiente dell’olio motore esausto e riceveva in cambio, una secchiata in faccia di olio motore esausto.

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  6. nel ’93 ero alle Tuamotu, precisamente a Rangiroa. Atollo bellissimo ma rimasi molto male nel vedere che la parte che dava sull’oceano era una distesa di bottiglie ,latte e fusti di plasitca a perdita d’occhio.Un brutto spettacolo.Vidi anche che i pecatori polinesiani non si facevano problemi a buttare a mare ogni genere di rifiuto di bordo. A quei tempi forse non erano ancora stati sensibilizzati alla differenziata..

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