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Tornado: Evidenze evidenti

Non so se la si possa considerare una virtù, ne dubito, ma di sicuro il sistema mediatico attuale ha la caratteristica di esaltare velocemente degli eventi per poi sostituirli altrettanto velocemente con altri, lasciando irrisolti la gran parte degli interrogativi che sorgono quando una notizia è all’apice della sua diffusione.

Questo capita regolarmente quando c’è qualche disastro atmosferico. Il collegamento con la deriva catastrofica del clima è immediato, ma, alla prova dei fatti, prima ancora che si possa entrare nel merito dello specifico evento, questo è già scomparso dai media.

Nel corso degli ultimi due mesi gli Stati Uniti centrali sono stati flagellati da un numero decisamente elevato di tornado. Quella zona del mondo è del resto la patria di questo genere di eventi, diversamente piuttosto rari altrove. Naturalmente non tutti gli anni sono uguali in termini di caratteristica complessiva della stagione di più frequente occorrenza di questi fenomeni. Quest’anno c’è stato quello che in gergo viene definito un “outbreak“, ossia un vero e proprio picco, per il numero e per l’intesintà degli eventi osservati.

Più di qualche benpensante ha -per l’appunto- pensato bene di collegare la particolarità di questa stagione alla deriva catastrofica del clima, praticando il solito “trick” (trucchetto) di assegnare un nesso di causa effetto ad ogni evento anomalo. Lo vedete? Il clima è pazzo, gli Stati Uniti sono devastati dai tornado. Tutta colpa del riscaldamento globale, cioè tutta colpa dell’uomo.

Curiosamente, quelli che fanno questa associazione coincidono quasi sempre con quelli che in materia di clima e affini giurano di far riferimento solo ad accurate analisi scientifiche, salvo poi abbandonarsi secondo convenienza ad una forma di pressapochismo buono per i titoli dei giornali ma pessimo per la divulgazione scientifica.

Sicché, ove possibile, cerchiamo di fornire gli strumenti per smontare -letteralmente- queste tesi a dir poco fantasiose. Per farlo ricorriamo a quanto scritto da Roy Spencer sul suo blog, proprio in materia di tornado.

Una delle ragioni per cui si pensa che temperature mediamente più alte debbano essere associate ad una maggiore frequenza di tornado, è che questi scaturiscono dai temporali. Questi ultimi per svilupparsi hanno bisogno di aria calda e umida, per cui più caldo uguale più tornado. Non è così. La stragrande maggioranza dei temporali non sviluppa tornado perché manca molto spesso un ingrediente fondamentale. Si chiama wind shear, ovvero, nel caso delle nubi temporalesche, variazione (positiva) dell’intensità e della direzione del vento con la quota. Il wind shear è in grado di imprimere un movimento rotatorio alle nubi temporalesche, accrescendone molto la potenza e quindi la possibilità di generare tornado.

Beh, il wind shear non ha nulla a che vedere con il caldo. La sua presenza o meno dipende dalle configurazioni bariche -leggi andamento della pressione atmosferica- che si sviluppano nella zona dove si formano i temporali, e questo può accadere sia a mesoscala, come molto raramente avviene anche da noi, sia a scala sinottica, come nel caso della Tornado Halley americana. Non a caso per valutare il potenziale di sviluppo di una cella temporalesca si utilizza una rappresentazione grafica del vento al crescere della quota (odografo), dal cui andamento si può desumere la presenza o meno di wind shear. Ad ogni modo, per fugare ogni dubbio circa la possibilità che un ambiente genericamente più caldo possa essere potenzialmente favorevole allo sviluppo di tornado, basta dare un’occhiata all’andamento delle temperature sugli Stati Uniti dal 1950 al 2010 e confrontarlo con il numero dei tornado. Le prime aumentano, i secondi diminuiscono (dalla figura manca il 2011, il cui picco è paragonabile a quello del 1974).

Il tutto avviene seguendo uno schema di oscillazioni di lungo periodo in cui è comunque presente una significativa variabilità interannuale. Cosa provoca queste oscillazioni di lungo periodo e fornisce le condizioni favorevoli a particolari configurazioni bariche che possano innescare il wind shear? la risposta non è immediata, ma forse ci può aiutare un’altra figura.

Bingo. L’Oscillazione Decadale del Pacifico (PDO) è in fase con la frequenza di occorrenza dei tornado di intensità F3-F5 della scala Fujita. Un indice negativo negli anni ’70 ha generato gli ultimi storici outbreaks. Il successivo percorso in territorio positivo dell’indice ha poi generato la fase di relativa (ma evidente) calma durata fino a un paio di anni fa. Ed ecco che alla nuova inversione di segno dell’indice, rispuntano le stagioni ricche di eventi intensi. Con queste, tra l’altro, sono tornate anche le stagioni invernali ricche di innevamento, situazione che può aver giocato un ruolo importante nel generare le precondizioni per il posizionamento delle configurazioni bariche all’origine del wind shear su vasta scala spaziale.

Sul fatto che quel freddo e quella neve possano essere giunti a causa del caldo direi che non è il caso di infierire. L’assurdità dell’affermazione si commenta da se.

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Published inAttualitàMeteorologiaNews

Un commento

  1. Filippo Turturici

    Attendiamo anche la stagione dei temporali estivi sul Nord Italia. Allagamenti locali, grandinate o trombe d’aria verranno in gran parte addebitati al “clima impazzito”: e poco importa che alcune località, come Padova, Torino, Milano, Bologna, abbiano statistiche meteorologiche lunghe 200-300 anni che dimostrano la “normalità” di certi eventi. Soprattutto nella PEG! Per non parlare dei tornado che storicamente investono il Veneto: da quello che prese in pieno Padova, causando gravissimi danni, nell’agosto del 1756; al tornado F5 (!!!) che devastò la zona del Montello nel luglio del 1930, forse il più forte in Europa nell’era contemporanea; fino a quello che sfiorò Padova e si abbatté quindi su Venezia, con oltre 20 morti, nel settembre 1970. E tralascio le innumerevoli cronache storiche di violenti temporali, grandinate disastrose o appunto “turbini”…

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