Se l’Economist non è Topolino

Mettiamola così, chi si occupa di clima e dintorni può avere tutti i difetti, ma non può permettersi il lusso di non capire quando cambia il vento. Sarebbe decisamente un paradosso.

Per cui, fino a quando degli scandali e scandaletti in cui è stato coinvolto il mega-movimento globale della lotta al clima che cambia si sono occupati soprattutto bloggers autodidatta e più o meno interessati ambienti di opposte vedute, per i sostenitori dell’AGW scendere dalla torre d’avorio sarebbe stato utile ma non necessario.

Però, con il recente interessamento di fonti d’informazione piuttosto autorevoli, forse varrebbe la pena di riconsiderare certe posizioni. Certo, è cosa nota che non c’è -malgrado questa la si possa considerare una iattura- una fonte d’informazione priva di referenti e quindi al sicuro dal sospetto di bias, ma questa non è una buona ragione per ignorarne i suggerimenti, perché questi non li leggono solo gli interessati, ma anche qualche altro milioncino di persone.

Diciamo pure che CM è ancora meno, molto meno di Topolino, per cui il fatto che del conflitto di interessi, siano essi di natura ideologica, politica o peggio economica, che fa spesso capolino nei lavori dell’IPCC ci siamo occupati parecchie volte, possiamo tranquillamente ignorarlo. Capita però che abbia pubblicato qualcosa l’Economist appena ieri l’altro.

La storia la conosciamo, si tratta del comunicato stampa con cui è stato annunciata la pubblicazione dell’ultimo Special Report sulle energie rinnovabili dell’IPCC. Non starò qui a ripeterla, anche perché nell’articolo è spiegata piuttosto bene. Di nuovo apprendiamo però che il doppio cappello da attivista di Greenpeace e autore del report di Sven Teske non sia l’unica ragione di perplessità riguardo i contenuti del report. Infatti dei due revisori incaricati di occuparsi del capitolo che tratta di energia eolica, uno era tale Christian Kjaer, il capo di un gruppo che fa dichiaratamente attività di lobbyng, la European Wind Energy Association. Avrà smesso di fare il supporter mentre svolgeva la sua attività accademica? Speriamo.

Però, questo genere di possibile condizionamento personale – dice sempre l’Economist- può essere controllato bilanciando correttamente gli autori e i revisori, ma pare che nel caso di specie ciò non sia avvenuto. E infatti seppur nel report siano affrontati molti aspetti connessi con le fonti rinnovabili anche con atteggiamento critico, come il loro sviluppo ed i costi ad esso connessi, nel Summary for Policy Makers (SPM), molte di queste critiche non hanno trovato cittadinanza. E l’SPM è l’unico documento che tutti leggono, mentre pochissimi sono quelli che scenderanno nello specifico dell’intero report, né più né meno come già accaduto e largamente discusso per il precedente super-lavoro dell’IPCC, il report del 2007 sul cambiamento climatico.

Se si prende ad esempio la capacità generativa delle fonti rinnovabili, si scopre che il report affronta il tema del deficit di queste fonti rispetto ad altre risorse energetiche. Ma l’SPM glissa elegantemente il problema, omettendo di dire che nonostante le fonti rinnovabili abbiano coperto circa la metà della nuova capacità generativa mondiale negli ultimi due anni, l’altra metà ha presumibilmente prodotto molta più elettricità.

Dicevamo in apertura dei negoziati politici. Appunto, la Germania ha per esempio nominato Teske, e siccome sta compiendo molti sforzi industriali ed economici nel settore delle rinnovabili ha fortemente voluto che questo fosse messo in risalto nel report. Il Brasile, dal canto suo, non ha alcun interesse in valutazioni che possano risultare critiche per la generazione di bio-carburanti (che per inciso compriamo anche noi).

La lezione per l’IPCC – conclude l’Economist- è che i suoi autori e organizzatori devono combattere con tutte le forze il pensiero di gruppo e implementare velocemente la nuova policy sul conflitto di interessi che hanno recentemente definito, nonostante il parere contrario dello stesso presidente del panel. Qualche progresso è stato fatto, ma di sicuro non è ancora abbastanza.

Due sole parole all’esterno dell’articolo dell’Economist. Pensiero di gruppo? Temo che il problema sia tutto lì. Una volta tolto quello infatti, rimarrebbe molto ma molto poco da discutere circa la presunta deriva catastrofica del clima, non fosse altro perché è esclusiva assoluta della scienza del clima l’uso smodato e fuori luogo della locuzione “consenso scientifico”.

Vedremo, magari tornando nel frattempo alla lettura di Topolino.

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Author: Guido Guidi

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