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E si continua a parlare di noi

Appena tre settimane fa abbiamo pubblicato un commento al rumore che sta facendo nel mondo scientifico il procedimento in corso nei confronti della Commissione Grandi Rischi per il terremoto in Abruzzo del 6 aprile 2009.

In quella occasione abbiamo parlato di comunicazione del rischio spostando il problema sulle vicende climatiche. Roger Pielke jr qualche giorno fa ha fatto la stessa cosa, tirando identificando quelle che lui definisce – a prescindere dagli esiti del procedimento – le lesson learned di questa vicenda.

  1. Una efficace comunicazione delle sfumature e dell’incertezza è ne migliore dei casi difficile, e sussiste sempre un ampio spettro di vedute sullo stato della scienza.
  2. La faccenda diviene ancora più complessa quando c’è la comunicazione di un messaggio che può essere interpretato in un modo dagli esperti e in un altro dal pubblico.
  3. Il dibattito tra le previsioni e l’incertezza spesso finisce per offuscare realtà che sono ben più evidenti e cioè che la nostra ossessione per le previsioni nasconde verità che sono davanti ai nostri occhi.

Pielke fa il paragone tra i fatti de L’aquila e un evento alluvionale occorso negli Stati Uniti, evento previsto con grande anticipo ma leggermente sottostimato. La comunicazione di una previsione priva di margini di incertezza, che si temeva potessero indurre il pubblico a non tenere in giusta considerazione la pericolosità dell’evento, ha finito, in presenza di una sottostima non significativa, per ottenere esattamente questo atteggiamento con conseguenze disastrose.

Un articolo da leggere. Lo trovate qui.

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Un commento

  1. donato

    Proprio stamattina ho avuto modo di seguire una trasmissione (Radio Anch’io) in onda su Radio1 (RAI). Oggetto della trasmissione erano i recentissimi eventi alluvionali della Liguria e della Toscana. Ospite della trasmissione, in qualità di esperto, un geologo di Legambiente. Il conduttore si barcamenava tra interventi dell’esperto, collegamenti con gli ascoltatori e con gli amministratori locali della zona in cui erano avvenuti i disastri. Il geologo ha esordito inanellando la solita litania circa le responsabilità umane, l’incuria in cui versa il territorio, gli allarmi delle organizzazioni ambientaliste che cadono nel vuoto, le mappe del rischio idrogeologico che non vengono prese sul serio, ecc. ecc. Ad un certo punto sono intervenuti in trasmissione i sindaci dei due comuni liguri più martoriati. I due primi cittadini hanno precisato che essi hanno provveduto a mettere in sicurezza i loro comuni seguendo pedissequamente le indicazioni delle mappe del rischio elaborate dall’Autorità di bacino competente, le loro indicazioni per la mitigazione dei rischi e, cosa oltremodo importante, avevano provveduto alla pulizia degli alvei dei fiumi. In particolare il sindaco del comune maggiormente colpito (Monterosso, se non ricordo male) ha chiosato il suo intervento riconoscendo che, nonostante tutti gli interventi che potessero essere messi in atto l’evento meteorologico è stato talmente violento e talmente eccezionale da renderli del tutto inutili: nessuno poteva prevedere il distacco contemporaneo di ben cinque frane e, se anche lo avesse previsto, nulla poteva essere fatto per evitare i danni che si sono registrati. Alla fine il geologo ambientalista è stato costretto ad ammettere che quando il rischio non può essere ridotto a zero (sic!) bisogna accettare l’idea che vicende come quella ligure possano accadere. Con gli inevitabili strascici di danni e di lutti, purtroppo (questo lo aggiungo io).
    Morale della favola: il rischio è connaturato ad ogni attività umana e come tale deve essere accettato, conosciuto e, nei limiti del possibile, affrontato in modo da ridurre al minimo (non a zero) il danno.
    Ciao, Donato.

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