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Science: più CO2 ma meno caldo, ovvero, chi di modello ferisce di modello perisce.

Tra tutte le discussioni che è possibile fare sull’argomento clima e, soprattutto, sulla sua evoluzione futura, ce n’è una assolutamente centrale. Se vogliamo, praticamente ogni discorso di pende da questa. Si parla della sensibilità climatica, ovvero della reattività del sistema alle variazioni della concentrazione di anidride carbonica.

Dal valore che si assegna a questa relazione dipende infatti la dimensione del cambiamento prospettato dalle simulazioni climatiche. Non a caso, da diversi scenari di emissione scaturiscono diversi livelli di possibile aumento delle temperature medie superficiali globali.

Nella maggior parte degli studi disponibili sull’argomento, si intende per sensibilità climatica l’ammontare del riscaldamento per un eventuale raddoppio della CO2 rispetto ai livelli di concentrazione pre-industriali, cioè da 280 a 560 ppmv. Nel 4° rapporto IPCC (4AR 2007), la sensibilità climatica varia a seconda delle simulazioni, così come variano gli scenari di emissione. Ne risulta una proiezione di riscaldamento che va da 2 a 4,5°C (probabilità 66%), con una stima centrale di 3°C, cui si assegna la più elevata probabilità di occorrenza.

Tradotto in attualità, questo dovrebbe significare che se percorrendo la strada che ci ha portato da 280 alle attuali 390 ppmv ci siamo ‘beccati’ 0.7°C di aumento delle temperature, le rimanenti 170 ppmv che ci separano dal traguardo del raddoppio dovrebbero portare ulteriori 1,3-3,8°C o, con più probabilità 2,3°C. Questo perché la relazione tra CO2 e temperatura non è lineare, ma si compone di un fattore noto più i cosiddetti feedback positivi o di amplificazione del riscaldamento, la cui stima è però molto meno nota. Al riguardo credo sia importante notare che con i valori di sensibilità climatica utilizzati nelle proiezioni,  già adesso manca all’appello una buona parte del riscaldamento. Sorge dunque il dubbio che questa sensibilità possa essere sovrastimata.

Questa non è una novità, già molte altre volte abbiamo discusso di questo argomento, ci sono scienziati come Lindzen e Spencer che la stimano in valori di circa 1/3 inferiori alle stime IPCC, così come del resto ci sono studi che immaginano una sensibilità climatica molto più elevata e prospettano quindi un potenziale riscaldamento molto più consistente.

Bene, ieri l’altro è uscito su Science un nuovo articolo:

Climate Sensitivity Estimated from Temperature Reconstructions of the Last Glacial Maximum –  Schmittner et al., DOI:10.1126/science.1203513

Science Daily ne titola così l’approfondimento:

Climate Sensitivity to CO2 More Limited Than Extreme Projections

Gli autori, utilizzando dati paleoclimatici risalenti addirittura al termine dell’ultima glaciazione, stimano un valore centrale per la sensibilità climatica di 2,4°C, con una forchetta più ridotta di 1,7-2,6°C cui si assegna una probabilità di occorrenza del 66%.

Per utilizzare un termine trovato sull’articolo di Science Daily, gli scenari di catastrofe climatica più ‘Draconiani’ sembrerebbero essere scongiurati, almeno secondo quanto si legge in questo studio.

Al di là del fatto che anche questa stima si basa su simulazioni che sappiamo essere largamente deficitarie in termini di rappresentazione di molti meccanismi chiave del sistema, direi che l’aspetto più interessante sia la ‘presa di coscienza’ di chi ha fatto questo studio che il passato non può essere trascurato se si vuole avere un’idea del futuro.

Nell’approfondimento di Science Daily uno degli autori fa una rivelazione piuttosto sconvolgente. I modelli con la più alta sensibilità climatica suggeriscono che durante l’ultimo periodo glaciale, con livelli di CO2 molto più bassi degli attuali, avrebbe dovuto innescarsi un ‘run-away greenhouse effect’ tale da portare il Pianeta ad un irreversibile stato di congelamento. Chiaramente questo non è accaduto. Analogamente, e questo lo aggiungo io, non è accaduto il contrario con temperature alte come e più delle attuali e CO2 alta come e più dell’attuale: il Pianeta non si è fritto.

Questa direi che si possa definire ‘evidenza’, cioè prova, sempre per usare un termine caro al movimento del clima che cambia.

Attenzione: gli autori di questo paper di fatto appartengono al movimento, non sono scettici, tanto da dichiarare apertamente che il riscaldamento globale è reale e che l’aumento della concentrazione di CO2 avrà diverse pericolose conseguenze. Però, mettendo nei modelli di simulazione qualche minutino in più rispetto agli ultimi secondi della vita di questo Pianeta normalmente presi in considerazione, è capitato loro di tirar fuori un risultato diverso che non solo va molto più d’accordo con il passato, ma appare anche essere parecchio più realistico e, una volta tanto, molto meno preoccupante.

Interessante e innovativo non trovate? Uhm…del resto, dal momento che sappiamo che il clima è sempre cambiato, perché non dovrebbe cambiare anche il vento? 🙂

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Published inAttualitàClimatologia

Un commento

  1. donato

    Esistono in giro tantissimi lavori che mettono in dubbio il credo IPCC che emerge dal rapporto del 2007. Così come mettono in dubbio le elaborazioni statistiche alla base dei vari scenari utilizzati dall’IPCC e dai vari Hansen, Mann, Jones e via cantando. Possibile che sono tutti di “nullo valore scientifico” mentre solo quelli pro AWG sono di “rilevante valore scientifico”?
    Ciao, Donato.

    Reply
    Donato, dipende sempre e solo da chi decide cosa mettere e cosa no nei report IPCC. 🙂
    gg

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