Scienza e comunicazione

Qualche giorno fa è stata pubblicata qui su CM e praticamente su tutti i mezzi di informazione, la notizia dell’individuazione delle probabili tracce del bosone di Higgs. Solo qualche mese prima abbiamo assistito alla pubblicazione della notizia della “scoperta” dei neutrini superluminali. Qualche settimana prima erano stati pubblicati i risultati di BEST. Ancora prima si era avuta notizia dei risultati dell’esperimento CLOUD. Questo per restare alle notizie che più di altre hanno generato interesse nella blogosfera e tra i media generalisti oltre che scientifici.

La cosa che balza subito agli occhi è che tutti questi fatti non sono venuti a conoscenza del grande pubblico secondo quello che, ormai, è il paradigma della comunicazione dei risultati delle ricerche scientifiche: la pubblicazione di un articolo su una rivista scientifica dopo un lungo e complesso processo di revisione ad opera di studiosi anonimi e di competenze pari o superiori a quelle degli autori dell’articolo. Le notizie sono state rese note in preprint, cioè prima che l’articolo fosse pubblicato su una rivista scientifica previa revisione paritaria, attraverso canali diversi (media generalisti, blog e via cantando).

Altra cosa molto interessante è che ben tre di queste notizie provengono da un ambiente scientifico di rilievo assoluto, il CERN di Ginevra, mentre la quarta da uno dei più prestigiosi centri di ricerca degli USA. Chi ha dato la notizia, inoltre, non è un anonimo ricercatore di un’anonima università di provincia, ma scienziati di fama mondiale che operano in centri di ricerca di altissimo livello. La cosa ha suscitato l’interesse di molti commentatori e di molti addetti ai lavori. Nel numero di novembre di “Le Scienze” sono apparsi tre articoli che si interessano dei neutrini superluminali. Ciò che li accomuna, però, oltre all’interesse per i possibili risvolti della scoperta annunciata dai ricercatori di OPERA, è il modo in cui vengono comunicate al pubblico le notizie di “scoperte scientifiche”.

In un primo articolo a firma di Giovanni Spataro dal titolo emblematico “Se la notizia è più veloce dei neutrini”, è contenuta un’intervista al prof. Antonio Ereditato, coordinatore della collaborazione internazionale OPERA. L’articolo è dedicato in gran parte al modo in cui la notizia è stata data. Bisogna premettere che in tale articolo il prof. Ereditato dichiara apertamente che la loro non è una scoperta, ma un fatto da chiarire in modo ulteriore. L’annuncio, infatti, è stato dato durante un seminario e lo scopo era quello di chiedere la collaborazione di altri scienziati. Nel prosieguo dell’articolo sono stato colpito in modo particolare dalla seguente argomentazione svolta dal prof. Ereditato. Egli, ad una domanda del giornalista che gli chiede se il ruolo svolto dai blog e dai social network rappresenti un elemento di novità, ha risposto:

[success]
“Faccio questo lavoro da tanti anni e il modo in cui comunicavamo i risultati e venivamo a conoscenza di quelli dei colleghi era diverso. Si andava in biblioteca, si leggeva un preprint, magari con una settimana di ritardo, poi eventualmente si rispondeva al collega con una lettera. Non c’erano le mail, i tempi erano dilatati ed il clima era diverso, anche un poco più rilassato per discutere. Oggi è tutto rapidissimo, e devo dire che la novità, come dice lei, sono i blog. Io dico questo: i blog sono legittimi, sono una forma di democrazia, un fatto positivo per la nostra società. Per quanto riguarda la comunicazione scientifica però bisogna stare un po’ più attenti. La scienza non è direttamente digeribile come invece lo sono altri aspetti della nostra società. La comunicazione scientifica è un lavoro da fare prima di tutto tra pari e poi tra addetti e non addetti ai lavori. Ecco, credo che qui occorra stare un po’ più attenti. Però per me lunga vita ai blog! Sono una fonte di democrazia.”
[/success]

Ad una successiva domanda in cui il giornalista chiede che cosa avrebbe detto ai colleghi scienziati che pubblicano i loro risultati sui blog, il prof. Ereditato risponde:

[success]
“Non dico nulla perché non ho la bacchetta magica. Dico solo che è necessario che gli addetti ai lavori discutano seriamente tra loro sulla comunicazione scientifica, argomento sempre più importante perché in questo mondo sempre più mediatizzato è opportuno e necessario che il messaggio di comunicazione o di traduzione dal linguaggio tecnico in linguaggio comprensibile sia fatto in maniera corretta. Sarà difficile da fare, ma tutti dobbiamo contribuire.”
[/success]

In sostanza il prof. Ereditato ribadisce la piena fiducia nel processo di peer-review che considera l’unico strumento per una corretta comunicazione scientifica, contemporaneamente, però, reputa necessario che gli addetti ai lavori si interroghino sul modo in cui comunicare i loro risultati in un maniera comprensibile a tutti. In un altro passo della sua intervista, infatti, egli afferma che pur cosciente che il messaggio scientifico non è immediatamente discutibile dall’opinione pubblica, “…i risultati che produciamo non appartengono a noi, ma alla società che deve avere i mezzi per capire il più possibile.” Come fare per raggiungere il risultato, però, è un problema complesso su cui bisogna riflettere, chiosa.

In un altro articolo dal titolo “La lezione di Opera” la prof.ssa Elena Castellani, filosofa della scienza, sviluppa una lunga riflessione sul metodo scientifico e sul modo di comunicare i risultati del lavoro degli scienziati. Secondo la prof.ssa Castellani la notizia dei neutrini superluminali è estremamente importante (lei la definisce “una manna”). Essa è in primo luogo importante per la scienza perché, se confermata, rappresenterebbe una novità di eccezionale valore in quanto rivelerebbe nuovi orizzonti oltre i quali estendere il lavoro degli scienziati e segnerebbe l’inizio di un periodo caratterizzato da intensi e stimolanti lavori scientifici tesi alla definizione di un nuovo quadro teorico, all’interno del quale inserire la nuova scoperta. La notizia, indipendentemente dal fatto che sia vera o falsa è inoltre di grande beneficio per i filosofi ed i sociologi della scienza. I primi, infatti, hanno a disposizione il “case study” per discutere del metodo scientifico e della conferma delle teorie. I secondi, invece, hanno già a disposizione una grande mole di materiale da studiare. Il “case study” è rappresentato dalla modalità con cui è avvenuta la comunicazione e dalla quantità impressionante di articoli e pubblicazioni che gli hanno fatto seguito. La professoressa Castellani giudica “preoccupante” la velocità eccezionale della produzione “letteraria”, di natura scientifica, sui neutrini.

Interpretando il pensiero della prof.ssa Castellani, infatti, questa enorme mole di lavori scientifici è la spia del male oscuro che affligge la scienza di oggi. Cito testualmente:

[success]
“Nella triste epoca in cui il merito è codificato essenzialmente sulla base di criteri quantitativi come il numero di citazioni o altri parametri bibliometrici (il famoso indice H) la velocità con cui si pubblica diventa rilevante. Così, per andare troppo veloci, non si ha più il tempo di riflettere.”
[/success]

Continua la prof.ssa Castellani, citando il manifesto della slow science:

[success]
“la scienza ha bisogno del tempo per poter pensare, del tempo per poter leggere e del tempo per sbagliare… la società dovrebbe dare agli scienziati il tempo di cui hanno bisogno e, soprattutto, gli scienziati devono prendersi il tempo di cui hanno bisogno.”
[/success]

Nel terzo articolo dal titolo “Velocità smodata” il prof. Roberto Battiston esordisce:

[success]
“Il mese di settembre 2011 rimarrà famoso per l’annuncio da parte dell’esperimento OPERA che i neutrini corrono più veloci della luce.”
[/success]

Nel resto dell’articolo, oltre all’illustrazione del significato della scoperta, una descrizione delle caratteristiche salienti dei neutrini e una descrizione delle verifiche sperimentali in atto, il prof. Battiston invita a guardare a questo risultato “senza pregiudizi” restando in fiduciosa attesa delle verifiche indipendenti della misurazione. Dall’articolo, a mio giudizio, sembrerebbe che traspaia un certo disagio per le modalità con cui è stato effettuato lo storico annuncio settembrino.

Ciò che emerge da un’analisi dei tre articoli, secondo il mio modesto parere, è l’immagine di un mondo scientifico in forte fermento. Molti scienziati sembrerebbero sempre più insofferenti nei riguardi dei tempi lunghissimi che il processo di revisione paritaria impone. Molti cercano delle scappatoie: seminari scientifici, pubblicazione sui blog, comunicati stampa anche ai media generalisti. Tutto per far arrivare nei tempi più brevi ed al maggior numero possibile di persone notizie dei risultati del proprio lavoro. Obiettivo: procurarsi il maggior numero possibile di citazioni ed altri parametri bibliometrici. Considerando che i fondi per i vari progetti di ricerca e gli incarichi didattici e di ricerca sono basati proprio su questi indici, la cosa non meraviglia più di tanto. In ogni caso ho la netta impressione che ci troviamo di fronte ad un momento cruciale per la scienza e per il modo in cui essa si valuta e valida i propri risultati. Non sappiamo se sarà migliore di oggi ma, quasi certamente, il futuro del mondo scientifico sarà molto diverso da quello odierno.

Ciao, Donato.

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Author: Donato Barone

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18 Comments

  1. Dice G. Botteri: “C’è troppa superficialità, troppa utopia, troppa ideologia, troppi sogni da cartoni animati, a falsare una visione della realtà che dovrebbe centrarsi sui dati che abbiamo a disposizione, sui progressi fatti nel campo della salute, della lunghezza della vita, della creazione di sempre maggiori diritti, sull’aumento della disponibilità di cibo che ci consentono le nuove tecnologie.”
    Queste parole rappresentano in modo sintetico ed esaustivo buona parte delle contraddizioni che caratterizzano la nostra società. Una società che si nutre di utopie come alcune di quelle che ci hanno preceduto si nutrivano di miti. Ieri il mito della razza o del superuomo, poi il mito del collettivismo e del falso egualitarismo, oggi quello del “peccato originale” della società occidentale rea di aver consentito, con le sue conoscenze tecnologiche e scientifiche, che nell’intero pianeta nascesse la speranza di poter vivere in un mondo migliore.
    E’ stata la divulgazione delle scoperte scientifiche e delle innovazioni tecnologiche la molla che ha reso possibile tutto questo. E’ stata la democrazia a consentire che esse si diffondessero ed è stata la libertà a consentire a chi ne ha avuto voglia e capacità di applicarle per produrre ricchezza e benessere. Possiamo dire che scienza, tecnologia, comunicazione, libertà e democrazia sono stati gli ingredienti del nostro successo. Oggi qualcuno vorrebbe che tutto questo svanisse. Fortunatamente l’erba voglio non cresce in tutti i giardini 🙂 .
    Ciao, Donato.

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  2. Credo che ci siamo infilati in un vicolo cieco :-).
    Libertà e democrazia sono dei valori fondamentali del nostro modo di essere su cui potremmo scrivere centinaia di pagine (io, personalmente, non ho neanche le competenze per inoltrarmi in un’analisi etica e filosofica dell’argomento). Su di essi, inoltre, hanno dibattuto personalità rispetto alle quali mi considero un microbo e che hanno scritto migliaia di pagine. Ognuna delle cose scritte è intrinsecamente giusta, e, per ognuna di essa, potrebbero aprirsi decine di discussioni (bella l’analogia tra la libertà ed il campo elettrico, non ci avevo mai pensato, ma la trovo estremamente interessante e fortemente evocativa. Credo che la userò spesso nelle mie discussioni … didattiche. Sempre che G. Botteri sia d’accordo, ovviamente 🙂 ).
    Una sola considerazione voglio comunque farla. Cita G. Botteri:
    “La vera democrazia non è la tirannia del 51%, perché anche il restante 49% va rispettato, nei limiti del possibile” (Shelburn)
    Quello che vorrei mettere in evidenza è la chiosa […, nei limiti del possibile]. Senza questo limite entreremmo nell’anarchia in quanto ogni decisione richiederebbe l’unanimità e ciò significa che nessuna decisione sarebbe possibile! Le vicende dell’Unione Europea che ha fatto dell’unanimismo il pilastro della catena decisionale, ne costituiscono un ottimo esempio. A mio giudizio deve esistere un meccanismo che temperi entrambe le esigenze (libertà e democrazia) in quanto se consentissimo ad entrambe di esplicare interamente la propia azione, la società diventerebbe ingovernabile. Tutte le opinioni devono potersi esprimere e devono avere uguale dignità, alla fine, però, bisogna poter decidere. Le opinioni delle minoranze vanno rispettate, ma la maggioranza (più o meno qualificata) ha il diritto di decidere. Viva la libertà; viva la democrazia, ma l’importante è che “vivano” entrambe.
    Ciao, Donato.

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    • Hai perfettamente ragione, Donato, e la condizione “nei limiti del possibile” non è stata messa a caso, perché, come giustamente dici, alla fine bisogna decidere. Meglio una decisione non perfetta che nessuna decisione. La democrazia è di sua natura imperfetta, perché, come sappiamo bene noi scettici, la ragione non è sempre dalla parte della maggioranza. Un’alternativa sarebbe un governo di “tecnici” o “illuminati” (o un governo di uomini volti al Bene), ma la Storia ci ha insegnato che, purtroppo, questi tipi di governi sono in genere tra i peggiori, perché non basta possedere la Scienza per essere buoni, e non basta sentirsi buoni, o dire di esserlo, per esserlo davvero. L’amore, o la fratellanza, non si possono imporre per legge o con un decreto, ma devono nascere spontaneamente nei nostri cuori. Per cui diventa pericolosissimo affidarsi a delle persone che “dicano” di volere il tuo Bene, senza avere qualche forma di controllo (come il voto, per esempio) su di essi. Per cui, gira e rigira, alla fine l’imperfetta democrazia è bene che ce la teniamo più stretta possibile, resistendo alle lusinghe di chi vorrebbe sospenderla per salvare il pianeta da ipotetiche, e non dimostrate catastrofi che incomberebbero per colpa dell’uomo.
      Credo che si possano riunire le due questioni della libertà e della democrazia, in quanto una vittoria di stretta misura di una parte non autorizza, dal punto di vista morale, la tirannia della parte vincente sui diritti della parte perdente, che comunque può essere numericamente inferiore di stretta misura.
      Credo però che una gestione veramente democratica sia ostacolata dall’inasprirsi delle polemiche, dalla contrapposizione delle parti, dal concepire la politica come il tifo calcistico degli ultrà. La maggioranza dovrebbe governare tenendo conto dei diritti delle minoranze (nei limiti detti), e le minoranze dovrebbero operare una opposizione forte, che stimoli il governo a governare per il Bene del Paese, ma che agevoli le azioni che vanno nel verso giusto. Troppo spesso ci si oppone ad una legge non perché sia giusta o ingiusta ma per opporsi al governo. No, le leggi giuste dovrebbero essere appoggiate anche dall’opposizione, e quelle ingiuste contrastate. La politica del bastian contrario invece danneggia tutti. I vari partiti del NO non aiutano la gestione della cosa pubblica, e la politica si è allontanata dalla comprensione reciproca e dal vicendevole rispetto.
      Non credo che questo possa portare nulla di buono. Credo che gli Italiani dovrebbero fare lo sforzo di capire anche le posizioni altrui, ma non vedo l’affermarsi di una politica di alto livello che badi al progresso e al benessere del Paese.
      Qualcosa di analogo succede anche nella scienza, a mio parere, quando si sostengono certe tesi non con argomentazioni, ma sulla base di “chi” ha detto questo o quello. In definitiva vorrei che prevalesse il “cosa” sul “chi”, sia in politica che nella scienza.
      Vedo una eccessiva propensione a farsi spaventare dai catastrofisti di turno, un disconoscimento dei meriti del progresso e della tecnologia, una voglia di decrescita e recessione (ma c’è qui una bella crisi ad accontentare costoro e a dimostrare agli altri che non ci sia niente di buono in una recessione, ma solo fame, disoccupazione, perdita di diritti) un richiamo della foresta….ma dovrei dire della caverna, che non ha nulla di scientifico, e che parte da posizioni antistoriche che dovrebbero essere state ridicolizzate dai successi della scienza, e che invece proprio nella scienza hanno trovato insperabili appoggi…in una scienza che dovrebbe interrogarsi sui messaggi che manda, su quelli sbagliati e falsi del mainstream che vengono lasciati passare senza critica, e confrontare il passato col presente, perché un giudizio giusto deve avere dei punti validi di riferimento.
      C’è troppa superficialità, troppa utopia, troppa ideologia, troppi sogni da cartoni animati, a falsare una visione della realtà che dovrebbe centrarsi sui dati che abbiamo a disposizione, sui progressi fatti nel campo della salute, della lunghezza della vita, della creazione di sempre maggiori diritti, sull’aumento della disponibilità di cibo che ci consentono le nuove tecnologie.
      Insomma, servirebbe che la gente capisse che le risorse non sono qualcosa di fisso, e se qualcuno le consuma, le toglierebbe ad altri, ma sono “create” dal progresso e da migliori tecnologie.
      Se 40 mila anni fa si produceva una certa quantità (piccola) di cibo, ora, grazie a tecnologie che sono molte migliorate, si produce immensamente di più, per una popolazione enormemente maggiore, con buona pace di chi inventa cose senza senso come impronte ecologiche e altra roba…. strumenti inadeguati perché concepiti in modo statico, mentre la realtà è dinamica. Quanti pianeti sarebbero stati necessari ai cavernicoli per nutrire la popolazione attuale, immensamente più numerosa ?
      Senza far calcoli la butto lì col beneficio dell’inventario: centinaia di pianeti ?
      Le salvezze varie del pianeta (da pericoli esagerati) portano all’eliminazione della democrazia, perché la democrazia, per costoro sarebbe “debole”.
      Sarà pure, ma teniamoci il re travicello, piuttosto che farci tiranneggiare dal serpente, sull’onda di paure fomentate ad arte.
      Secondo me.

  3. Stefano nel suo commento richiama il caso della fusione fredda. Anche in quella circostanza vi fu un corto circuito tra ricerca scientifica e comunicazione. L’annuncio, strillato da tutti i media, alla fine si rivelò del tutto errato: “l’esperimento” che avrebbe prodotto corrente a seguito della “fusione fredda” non resse alle verifiche successive per cui l’affaire “fusione fredda”, entrò a far parte della categoria delle bufale scientifiche. Si potrebbero citare anche casi di lavori soggetti a revisione paritaria che, alla fine, si sono rivelati fasulli, ma si aprirebbe una polemica sterile. Il problema è che nessun sistema di comunicazione (scientifico, nel nostro caso) è perfetto. Quello attuale ha i suoi pregi ed i suoi difetti. La comunicazione diretta dei risultati di un lavoro scientifico (sui blog o sui circuiti mediatici generalisti) ha pregi e difetti. Secondo me i due sistemi potrebbero tranquillamente convivere. L’importante è non creare compartimenti stagni tra di essi, ma accettare l’idea che un lavoro pubblicato su un blog, al di fuori del circuito “ufficiale”, non necessariamente è da buttare, così come un lavoro soggetto a revisione, ad un esame più approfondito, potrebbe risultare criticabile (eventualmente su un blog, perché no).
    F. Marangi sostiene che un mondo diverso è possibile, ma sarebbe peggiore. Non è detto. In ogni caso l’evoluzione non potrà mai essere bloccata. Se l’evoluzione non ci piace possiamo, avendone potere, rallentarla, certamente non la potremo bloccare. Ad un certo punto le condizioni storiche, politiche, sociali saranno tali da decidere il percorso da seguire. Nostro malgrado. Ultima considerazione: perchè democrazia e libertà dovrebbero essere antitetiche?
    Ciao, Donato.

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    • Scrive Donato: “Perché democrazia e libertà dovrebbero essere antitetiche?”

      Secondo me, non “devono”, ma “possono”: ecco un semplice esempio per rifletterci su.

      Immagino che saremmo tutti d’accordo se affermassi che è legittimo che un 51% decida (e poi imponga) che i tram debbono essere dipinti di giallo.

      Immagino anche che saremmo tutti d’accordo che NON è legittimo che un 51% decreti (e poi imponga) la morte del 49%, magari per spogliarlo di tutti i suoi averi.

      Adesso abbiamo due decisioni democratiche, una considerata come legittima e l’altra certamente illegittima.

      Domanda: come individuo la frontiera (importante!) che separa le decisioni democratiche legittime dalle illegittime?

      La domanda è interessante, perché dala sua risposta dipende la possibilità (o meno) che un 51% un giorno decida di uccidermi, a maggior ragione se difendiamo tenacemente la democrazia come un valore superiore a tutti gli altri: basti pensare che un comportamento “antidemocratico” è usualmente cosiderato ben più negativo di uno “illiberale”.

      Prima di leggere la risposta sotto, fate un breve “esperimento di pensiero”: pensate di andare giù per strada e, spiegato il tema, di chiedere a 100 persone dove sta la frontiera, il criterio che separa le decisioni democratiche legittime dalle illegittime; secondo voi, cosa risponderebbero? Considererebbero la domanda importante? Eppure, la vostra vita può dipendere dalla loro risposta, come si è visto in più di una sfortunata occasione storica.

      La risposta, una volta conosciuta, diventa ovvia: la democrazia si ferma davanti ai diritti fondamentali, che sono “democraticamente indisponibili”, tra i quali il diritto alla vita, il diritto alla proprietà, il diritto alla dignità (quest’ultimo forse il più incompreso e calpestato).

      Ci sono voluti millenni per arrivarci, con percorsi tortuosi e combattuti.

      Lo vediamo ancora oggi nei temi discussi in queste pagine, temi dove, secondo i più, “il consenso” sembra dover avere un peso determinante nel determinare la verità scientifica…

      Vista la data, permettetemi ancora un piccolo commento finale: nel lungo percorso storico per il riconoscimento dei diritti fondamentali un uomo ha avuto un ruolo rivoluzionario, e tutti gli dobbiamo riconoscenza — al di là del suo carattere sovranaturale, che può essere condiviso, ma non imposto: Gesù Cristo già solo come uomo tra gli uomini ci ha insegnato a camminare diritti senza inchinarci di fronte a nessuno, eccetto al Dio che, implicitamente o espicitamente, ciascuno di noi porta dentro di sè come espressione della propria umanità.

      Buon Natale!

    • Commento veramente molto bello!
      Secondo me libertà e democrazia sono valori di importanza capitale. Nel commento sono stati ottimamente illustrati casi in cui essi possono entrare in conflitto. Già nell’antica Atene i diritti che oggi consideriamo fondamentali potevano essere sacrificati al bene supremo della democrazia (l’ostracismo ne è un esempio). Esistono, inoltre, anche esempi in cui la libertà di qualcuno può ledere la libertà di altri. Il diritto di essere liberi di intraprendere, per esempio, può andare a cozzare con il diritto di un altro essere umano al giusto compenso per il proprio lavoro. Come ogni altro aspetto della realtà umana anche la libertà e la democrazia debbono sottostare a dei vincoli. Un illustre pensatore del passato sosteneva che “la mia libertà finisce dove inizia la tua”. Tanto la libertà che la democrazia, in un consesso sociale civile devono essere tutelate, ma anche vincolate. Le leggi costituzionali e non, a mio giudizio, rappresentano i loro vincoli. E’ necessario, però, che esistano i pesi ed i contrappesi che garantiscano il giusto equilibrio tra libertà, democrazia e leggi umane. Come tanti aspetti del nostro vivere, anche quelli sociali, sono frutto di delicatissimi equilibri: speriamo che essi siano sempre salvaguardati.
      Buon Natale anche da parte mia.

    • L’ostracismo fu la fine di Atene, perché per quanto la gente imprechi contro l’intera classe politica, una volta eliminata essa in toto, la Società entra in una irreparabile involuzione, avendo buttato il bambino coll’acqua sporca.
      Quanto alla frase citata, “la mia libertà finisce dove inizia la tua”, sono anni che mi batto contro di essa, perché pur facendo fare un passo avanti di civiltà, contiene un gravissimo errore di fondo, tale da renderla addirittura negativa, a mio parere.
      Infatti essa porta a concepire la libertà come fatta a compartimenti stagni, a confini, qui c’è la mia, poi c’è la dogana, e lì inizia la tua, che io non devo calpestare.
      Quindi, quando riconosco che qualcosa è nel campo della mia libertà, ho ben diritto di appropriarmene in toto. No, sbagliato.
      La libertà, innanzitutto, non è unica (questo è compreso anche nell’idea di quella frase, che parla di libertà “tua” e “mia”), ma ognuno ha un suo “campo di libertà”, un po’ come un campo elettrico 🙂
      Man mano che ci allontaniamo (non necessariamente in senso fisico) dal soggetto di libertà, questa decresce.
      Ma essa, che teoricamente si potrebbe espandere all’infinito, se non incontrasse altre libertà, viene per forza di cose a incontrare altre libertà. E qui la cosa NON è così semplice, come sarebbe se ci fosse un bel confine, di qua è mio, di là è tuo, perché le libertà “competono” spesso sulle stesse cose o persone.
      Qual’è la mia libertà di mangiarmi il “cozzetto” (l’estremità) del pezzo di pane fragrante appena comprato ? Posso mangiarmelo, e magari mangiarmi anche l’altro, impunemente ? Ma se ci sono altri golosi in giro, chi è quello, o quelli, che può esercitare la libertà di “strafocarsi” ingordamente (assaggiare) il suddetto bene di piacere ?
      Più seriamente, chi di due genitori divorziati, può esercitare la libertà di tenersi la prole alla cena di Natale ? C’è forse una libertà ben delimitata al di qua della quale sia chiaro a chi essa appartenga ?
      “La libertà è competizione tra diversi soggetti che possono manifestare una diversa intensità di libertà su diversi oggetti di libertà” (Shelburn)
      (Per “l’intensità”, si ricordi il paragone con il campo elettrico… una madre avrà un’intensità di libertà maggiore di una persona estranea, o anche di un generico parente).
      Quello che voglio dire è che la questione della libertà è più complessa di quel che si potrebbe pensare, e che essa non va semplificata, portando a far immaginare libertà ben separate e distinguibili, ma va concepita come una competizione di soggetti dotati di diverse, non nulle, libertà sugli stessi oggetti. Anche perché spesso questi “oggetti di libertà” sono persone, e un uso sbagliato della libertà potrebbe risultare molto doloroso.
      Secondo me.

    • Ottima osservazione. Chi segue i miei commenti, anche sulla mia pagina facebook sa che ho già affrontato questo tema, che considero fondamnetale, per la sua importanza, e per la sua delicatezza. Ha ragione l’ottimo Alvaro a dire che il confine è assai incerto.
      Quello che ritengo certo, però è che la democrazia sia tanto più forte e rappresenattiva quanto maggiori sono le sue percentuali, e un misero 51% non può avere la forza di decidere su diritti importanti per il restante 49%.
      In fondo questo in qualche maniera è già stato capito, visto che alcune leggi, per essere approvate, richiedono NON il 51% ma il 75 %. Non sono un esperto di diritto, se dico qualcosa di impreciso mi corrigirete, spero 🙂
      Quello che va metabolizzato è che il 51% deve tener presente, e per quanto possibile rispettare, i diritti del restante 49%. Certo non si può accontenatre tutti, perché l’uomo è un animale assai bastian contarrio e si troverà sempre chi non sia d’accordo, per quanto vasto sia il consenso altrui… e magari con buona ragione, come sappiamo bene noi scettici 🙂
      “La vera democrazia non è la tirannia del 51%, perché anche il restante 49% va rispettato, nei limiti del possibile” (Shelburn)

  4. Il prof. Ereditato correla blog a democrazia: ma la libertà non ce l’ha in mente più nessuno?
    Un altro mondo é possibile: in peggio, però.

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  5. Evidentemente la lezione di Fleischmann e Pons non è servita a nulla. Né ai giornalisti né ai ricercatori.

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  6. Non ho capiti però se il problema è il rapporto fra scienza e società o piuttosto quello fra scienziati e giornalisti (magari impreparati ignorantelli e attivisti), e fra scienziati e fornitori di fondi (idem con patate).

    Nel qual caso la soluzione è eliminare gli intermediari e pubblicare su blog, e rivoluzionare i vetusti e regressivi sistemi di distribuzione dei finanziamenti.

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    • “Nel qual caso la soluzione è eliminare gli intermediari e pubblicare su blog, e rivoluzionare i vetusti e regressivi sistemi di distribuzione dei finanziamenti.”

      Probabilmente l’evoluzione della comunicazione scientifica sarà proprio quella indicata. La cosa, ovviamente, ha i suoi pro ed i suoi contro. Come faceva notare qualche settimana fa F. Giudici in un suo commento, in questo caso il maggiore o minore successo di una notizia potrebbe essere misurato dal numero di clik (scherzando, F. Giudici scrisse, cito a memoria, che la bontà di un lavoro scientifico non poteva dipendere dal numero di click e aveva ragione). Il problema è grosso e una soluzione all’orizzonte non si intravvede. La pubblicazione sui blog, infatti, farebbe venir meno l’esistenza di una sede ove un’ipotesi possa essere discussa tra pari e valutata in modo opportuno. Arxiv.org, per esempio, costituisce un modo nuovo per mettere dei lavori scientifici a disposizione della comunità scientifica. Riuscirà la comunità scientifica a trovare un modo per discutere questi lavori in modo sereno e rigoroso? Onestamente non so rispondere a questa domanda. Per quel che riguarda i finanziamenti il discorso è ancora più complesso. Probabilmente ogni ente finanziatore dovrà dotarsi di un protocollo di valutazione dei lavori e di una commissione di valutazione. Qualcuno obietterà che mancherà l’indipendenza di giudizio. Io mi chiedo se oggi questa indipendenza esista.
      Ciao, Donato.

    • Nel campo che ci interessa, la climatologia, non mi sembra che le cose stiano andando avanti in modo ineccepibile.
      Questo complica molto le cose, perché fa cadere anche la credibilità di chi riveste la maggiore autorità, né la scienza può andare “a peso”.
      Non vedo al momento una via d’uscita. E sono sconfortato.

    • Non sei il solo.
      Ciao, Donato.

    • Detto in altre parole, la Scienza è un campo particolare, perché non va avanti sulla base del consenso popolare, ma sulla base della riprova dei fatti. Una qualsiasi teoria non può essere accettata perché la preferisce un maggior numero di persone. Più di una volta infatti ad aver ragione sono state poche persone, se non addirittura un singolo. Sono i fatti, non i consensi, che stabiliscono chi ha ragione.
      Ancora più pericoloso è lasciare le decisioni in mano a pochi “illuminati”. Pensate a che guaio sarebbe se la climatologia fosse nelle mani di persone come James Hansen o Kevin Trenberth. Scienziati di riconosciuto valore, per carità, ma anche persone sulle cui affermazioni sono scese più di un’ombra di sospetto di ideologia o altro. Per non parlare delle contraddizioni che sono emerse tra quel che dicono e la realtà.
      Dunque, sarebbe pericolosissimo lasciare la Scienza in mano a chi ha probabilmente un suo disegno precostituito.
      Rimane solo il metodo quasi-galileiano, e cioè andare avanti sulla base dei riscontri, e di verifiche.
      Dico “quasi-galileiano” perché nella Scienza moderna sono apparsi sempre più campi in cui la sperimentazione di laboratorio o non è possibile o è problematica, come nel campo, appunto della climatologia.
      Ci dicono coloro che accusano l’uomo di ogni colpa che non gli è possibile dimostrare la loro tesi perché non hanno un’altra Terra su cui sperimentare. Vero. Questo però indebolisce, NON giustifica, la loro ipotesi !
      Ma resta la verifica tra quel che si prevede e quel che succede, e non è accettabile che si cali la tripla, per dirla in gergo totocalcistico, e cioè che nulla di quel che succeda possa falsificare la teoria.
      Chi propaganda l’ipotesi AGW deve stabilire delle previsioni, e delle condizioni che, ove si verificassero, metterebbero in crisi la loro ipotesi.
      Non possiamo accettare che qualsiasi cosa, faccia più caldo, faccia meno caldo, faccia caldo uguale, tutto, proprio tutto venga presentato come prova manifesta dell’ipotesi AGW !
      Penso sempre all’ascensore di gore, e a come avrebbe dovuto salire. Qualcuno dovrebbe finalmente ammettere che quella sequenza, che fece vincere due oscar e un premio nobel addirittura (che ancora non capisco come si sia potuto assegnare) inducesse a credere in un futuro molto diverso da quello che si è verificato.
      Lo vogliamo finalmente ammettere ?
      Vogliamo prendere atto che certi allarmi fossero spropositati, invece di continuare a dire “è peggio di quel che pensavamo”, sperando che qualche ingenuo ancora ci caschi ?
      in conclusione, le esperienze fatte dimostrano che la Scienza non può esser governata né democraticamente (sulla base del consenso) né da una ristretta cerchia di “illuminati”, ma deve essere il prodotto di ricerche, esperimenti, controlli e verifiche. Se si ha a cuore davvero la Scienza. Siano i risultati a comandare, e non le direttive di qualcuno.
      Secondo me.

  7. Me ne accorgo io stesso nello scrivere i miei interventi. Quando ho in mente qualcosa di veramente innovativo (ai miei occhi) mi ci vuole molto tempo, magari settimane, se non mesi, per verificare le fonti, leggere e rileggere ogni aspetto della questione, per essere più che sicuro (nei limiti di quanto lo si possa umanamente essere) su quello che affermo. Un articolo di livello richiede molto tempo per la sua preparazione.
    Viceversa idee dette e ridette e ben consolidate nella mente si esprimono con facilità e in mille modi diversi.
    Quando ho mal di testa, per esempio, (cosa rara ma capita anche a me), non riesco a pensare, e non riuscirei a scrivere un pezzo su un argomento nuovo, ma mi riesce di scrivere articoli su argomenti ben conosciuti e già pensati.
    In definitiva quello che voglio dire è che la quantità è frutto della mediocrità o per lo meno della banalità, mentre la qualità può avere bisogno di tempo.
    E non condivido il trionfo della mediocrità.
    Secondo me.

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    • Condivido in toto le tue considerazioni. Parlare di banalità è rilassante in quanto non impegna il cervello più di tanto. Se, invece, ci poniamo dei problemi dobbiamo riflettere molto per trovare le giuste soluzioni. Credo che a tutti sia capitato di non riuscire a prendere sonno perché oberati da situazioni da cui è difficile uscire o da problemi che non siamo in grado di risolvere. Nel mio caso molte soluzioni di problemi progettuali sono scaturite da diverse ore di veglia. Quando il problema è stato risolto e la soluzione è apparsa in tutta la sua chiarezza, sono riuscito a prendere sonno. Si, la quantità non è sinonimo di qualità. Pensare che la quantità di citazioni sia la base su cui valutare un’idea lascia alquanto perplessi. Le considerazioni della prof.ssa Castellani sono state un’amara sorpresa e hanno costituito la molla che mi ha spinto a scrivere queste considerazioni.
      Ciao, Donato.

  8. E’ una tristezza che un parametro di merito sia la quantità, piuttosto che la qualità, delle pubblicazioni e delle citazioni.
    Mi vien da pensare, da scettico inveterato quale sono, mio malgrado, che sia più facile scrivere molte cose più o meno banali, che una sola cosa, ma fondamentale.
    Qualche oscuro scienziatuccolo da due soldi, ma bravo nel presentare e ripresentare in svariate forme le sue poche idee, e magari bravo nel copiare da qui e da là, o nel farsi fare lavori dai sottoposti, e abile nelle relazioni, potrebbe assurgere al ruolo di grande scienziato, anche se dalla montagna dei suoi contributi non uscisse niente di ché.
    Per contro, un vero genio, impegnato a risolvere un problema vero ed importante, capace di far fare passi avanti all’umanità, potrebbe impiegare molto tempo, per onestà, per scrupolosità, perché poi le vere ricerche hanno bisogno a volte (non sempre) di tempo, e di quel pensare che è stato invocato qui.
    La scienza banalizzata e ridotta alla quantificazione è in fondo la negazione di sé stessa.
    Secondo me.

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