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In questo manicomio succedono cose da pazzi! (Totò)

L’ultima volta che mi sono occupato di frutta su CM è stato in “Una mela al giorno toglie il pensiero unico “radical-chic” di torno”, nei giorni scorsi una notizia molto diffusa, orgoglio italiano, è stata quella relativa al record storico per le esportazioni di vino italiano nel mondo: per la prima volta, infatti, è stato superato l’importo record di 4 miliardi di euro, in aumento del 13 per cento rispetto allo scorso anno. Il vino è diventata la voce piu’ importante dell’export agroalimentare nazionale con oltre la metà del fatturato all’estero che viene realizzato nei Paesi dell’Unione Europea, con la Germania (+10%) in testa tra i paesi comunitari che apprezzano il vino Made in Italy seguita dalla Gran Bretagna (+10%). Poco meno di un quarto del fatturato estero è stato però ottenuto negli Stati Uniti con un aumento record in valore del 16% nel 2011. La vera sorpresa viene pero’ dai paesi asiatici a partire dalla Cina dove le esportazioni di vino sono praticamente raddoppiate (+80%) mentre continua a crescere la Russia (+16%) (fonti qui e qui).

Insomma grande soddisfazione per l’esportazione del vino a “Km20000”, prodotto in Italia e bevuto in Cina.

E pensare che solo due anni fa invece si scriveva preoccupati: “Smog: no a cibo esotico che produce CO2”; si informava che consumando prodotti locali, di stagione e a ‘km zero’, una famiglia puo’ abbattere mille kg di anidride carbonica l’anno.

Il concetto del dover consumare prodotti a “km zero” per salvare il pianeta malato è stato ricordato più volte, ad esempio in “Gli italiani amano il cibo a km 0, etichetta salva ambiente”, si scriveva tra le varie informazioni:”consumando prodotti locali e di stagione e facendo attenzione agli imballaggi, una famiglia può arrivare ad abbattere solo a tavola fino a 1000 chili di anidride carbonica (CO2) l’anno. E’ stato infatti calcolato ad esempio che il vino dall’Australia per giungere sulle tavole italiane deve percorre oltre 16mila chilometri con un consumo di 9,4 chili di petrolio e l’emissione di 29,3 chili di anidride carbonica mentre le prugne dal Cile che devono volare 12mila chilometri con un consumo di 7,1 kg di petrolio che liberano 22 chili di anidride carbonica e la carne argentina viaggia per 11mila bruciando 6,7 chili di petrolio e liberando 20,8 chili di anidride carbonica attraverso il trasporto con mezzi aerei.” Lo stesso tipo di contenuto si può ritrovare in centinaia di articoli. Qui un altro esempio.

Insomma per salvare Gaia occorre consumare prodotti a “Km zero”, prodotti locali.

Qualcuno potrà rimanere sorpreso leggendo che quanti festeggiano perché asiatici ed americani moltiplicano il loro consumo di vino italiano, quindi fregandosene dell’emissioni di CO2 per il trasporto, del futuro del pianeta e dei nostri figli, sono gli stessi che consigliano agli italiani invece di consumare a “km zero” e di non bere vino australiano: si tratta dell’importante e storica associazione di agricoltori, la Coldiretti.

Qualche domanda sorge spontanea: come mai si usano due pesi e due misure? Mica qualcuno penserà che ciò che interessa realmente è vendere i propri prodotti e non difendere il pianeta? Bando ai pensieri negazionisti! La regola degli ecologisti italiani sembra semplice: per salvare l’ambiente quando siete in Italia dovete consumare prodotti a “Km zero” mentre quando siete all’estero dovete consumare, e soprattutto far consumare, prodotti italiani. Unica eccezione per i radical-chic sembrano i prodotti esteri del mercato “equo e solidale”, che seppur a “Km 10000” non sono mai visti come nocivi all’ambiente benché per il loro trasporto si producano emissioni.

Come sarebbe bello un mondo in cui fosse possibile consumare solo prodotti locali del proprio orto,  senza OGM, dove non ci fossero auto e treni ad alta velocità,  dove la luce artificiale notturna non offuscasse le stelle, ove non si sprecasse l’acqua ed anzi ci si facesse la doccia una volta a settimana quando va male (stavo per scrivere “bene” ma mi sono corretto), dove i forestieri che giungessero  nel nostro territorio ad inquinare o per portare le loro merci dovrebbero pagare il dazio, in cui al posto dell’energia fossile si dovrebbero  utilizzare le biomasse (es. la legna), dove anziché i soldi si potesse effettuare ancora il baratto, anziché la chimica dei medicinali si potessero utilizzare rimedi naturali, dove i rifiuti organici possono essere interrati e gli imballaggi non esistono, etc.

Ma questo non è il futuro, è il passato! Nel medioevo, o negli attuali paesi sottosviluppati, quasi sicuramente doveva, e deve, essere proprio così, proprio come oggi in molti sognano stando nell’auto bloccata nel traffico mentre parlano al telefono con la radio accesa lamentandosi di una società troppo consumista. Servono decenni per costruire una società sviluppata e ricca, la vita media si allunga anche se non si tratta del paradiso terrestre, viverci non è semplice e quando la storica prioritaria sfida giornaliera dello sfamarsi sembra scomparire dalle menti delle persone emergono mille altre questioni (evidenti a tutti e che vanno risolte).

Basta invece poco per tornare a vivere come nel medioevo o preistoria, anche un solo biglietto aereo di andata. Chi vuole realizzare i propri sogni di un “ritorno alla natura” ha la fortuna di poter  cominciare a viverlo subito per se stesso in qualche villaggio indiano/africano; questo per coerenza andrebbe fatto prima di voler convincere gli altri a cambiare il loro modo di vita,  intervenendo nei convegni e concedendo interviste facendo il giro del mondo con gli “inquinanti” e criticati aeroplani.

Finora, a parte tanta filosofia e bei discorsi, le persone continuano a spostarsi in massa dai villaggi indiani/africani nel truce mondo consumista mentre pochissimi compiono il percorso inverso. Non sarà che poi per diventare critici del consumismo occorre prima aver consumato?

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