Salta al contenuto

Tutte le strade portano a Rio

E’ appena di ieri l’altro il nostro commento al comunicato stampa dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale circa l’imminente pubblicazione del report decadale sullo stato del clima. Il cambiamento climatico starebbe accelerando, specie con riferimento agli eventi estremi. Fa eco a questo annuncio un lavoro di fresca stampa su Nature Climate Change a firma di alcuni ricercatori del PIK, il cui commento è apparso sempre ieri su Science Daily. Anche questo lavoro sembra in qualche modo preparatorio del summit Rio+20 che si terrà nel prossimo giugno.

A decade of weather extremes

[error]

Abstract

Il numero verosimilmente elevato di recenti eventi meteorologici estremi ha innescato molta discussioni, sia interne che esterne alla comunità scientifica, circa la possibilità che essi siano collegati al riscaldamento globale. In questa sede si procede ad una revisione delle prove e si argomenta che per alcuni tipi di eventi estremi – soprattutto ondate di calore ma anche altro genere di eventi – sono ora disponibili delle forti evidenze che collegano eventi specifici o un aumento del loro numero all’influenza umana sul clima. Per altri tipi di eventi, come le tempeste, le evidenze disponibili sono meno certe, ma basandosi sui trend osservati e su concetti di fisica di base è tuttavia plausibile attenderne un aumento.

[/error]

L’articolo è protetto da copyright, per cui è senz’altro necessario sospendere il giudizio. Tuttavia è possibile discutere lem dichiarazioni rilasciate dagli autori come detto sulle pagine di SD. Pare che si vada per esclusione, infatti, nell’impossibilità di collegare i singoli eventi atmosferici alle dinamiche di lungo periodo – leggi il tempo non è il clima – gli autori affermano che è difficile che l’elevato numero di eventi registrato nell’ultima decade non sia collegato all’aumento delle temperature medie superficiali. “E’ come giocare con i dati truccati” – dicono – “un sei può apparire ogni tanto, ma non sai mai quando arriverà. Ma ora capita più spesso, perché abbiamo cambiato i dadi”. E scatta l’esempio dell’ultima settimana, che avrebbe visto numerosi record di caldo essere superati in un migliaio di località nord americane. Una settimana. Ai dadi. Molto scientifico.

Ma, attenzione, non bisogna farsi trarre in inganno, perché c’è la fisica di base, continuano gli autori; uno dei pilastri di questo articolo, insieme, naturalmente, alla statistica e alle simulazioni climatiche. Chi l’avrebbe mai detto!

E la fisica di base assicura che in un mondo più caldo debbano esserci eventi atmosferici più violenti in quanto dipendenti da una maggiore disponibilità di energia derivata da eccesso di evaporazione. Il fatto che questo contribuisca a diminuire il gradiente termico latitudinale togliendo di fatto energia al sistema non sembra un fattore rilevante. Del resto gli eventi ci sono no? Prendiamo ad esempio i cicloni o le tempeste tropicali. L’aumento delle temperature di superficie e un’eventuale diminuzione delle temperature in quota dovrebbero portare ad una intensificazione di questi eventi, ma non a un aumento della loro frequenza (attenzione, questa è una novità che esce ora solo perché la frequenza non sta aumentando, perché prima si diceva che dovessero aumentare sia l’intensità che la frequenza dei cicloni tropicali). Questo, dicono, risulta dall’attuale livello di comprensione scientifica del problema. Non mi pare sia così, visto che in questo e in quest’altro lavoro, per esempio, si legge chiaramente che la relazione tra SST e intensità dei cicloni tropicali è significativa in Atlantico e molto ma molto più debole nel Pacifico (che parimenti si è riscaldato), chiarendo il fatto che sono altri e sostanzialmente dipendenti dai pattern atmosferici i fattori che influenzano tanto la frequenza quanto l’intensità di questi eventi. E infatti tra le figure contenute nel paper che è possibile consultare on-line, spicca il grafico del trend positivo del Power Dissipation Index (PDI – un indice cumulativo molto simile all’ACE, Accumulated Cyclone Energy, utilizzato per calcolare l’intensità nel tempo di questi eventi), solo con riferimento all’area atlantica, perché a scala globale tanto il PDI quanto l’ACE non mostrano alcun trend per il periodo di cui si dispone di dati attendibili. Anzi, a ben vedere, proprio ora che si starebbero manifestando le evidenze tutti e due gli indici sono piombati ai valori degli anni ’70 (ricorda qualcosa?).

http://policlimate.com/tropical/ - PDI
http://policlimate.com/tropical/ - ACE

Difficile quindi collegare il discorso direttamente alle temperature, cosa questa riportata dagli stessi autori, ricordando che gli eventi estremi (non i cicloni tropicali però) sono generalmente collegati alle situazioni di blocco, cioè alle configurazioni a basso indice zonale.

A parte il fatto che in questo post abbiamo discusso ampiamente come l’ipotesi AGW sia in realtà da collegare a pattern atmosferici ad elevato indice zonale e non viceversa, vale la pena dare un’occhiata al grafico a lato, che consiglio però di prendere con le molle perché al di là che i dati pare provengano dalle rianalisi dell’NCEP/NCAR non mi è stato possibile risalire ad una fonte più precisa.

I dati sono relativi al mese di luglio, forse il mese in cui sono più probabili e più incisive le ondate di calore nell’emisfero settentrionale; L’Europa è tra le due righe centrali. Non sembra che si possa identificare alcun trend nell’occorrenza di configurazioni di blocco collegabile al consolidato trend di riscaldamento. Certo, tanto le temperature medie superficiali globali, quanto questa rappresentazione sono da intendersi ovviamente come dinamiche di lungo periodo, il singolo blocco più potente o persistente capace di ‘regalare’ eventi particolarmente intensi non è decifrabile. Sarà per questo forse che il tempo non è il clima? Probabilmente vero, come è vero che tutte le strade portano a Rio.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...Facebooktwitterlinkedinmail
Published inAttualitàClimatologiaMeteorologia

2 Comments

  1. donato

    Il fatto che si cominci ad escludere l’aumento della frequenza degli eventi estremi è, comunque, una buona notizia. In merito alla magnitudo degli eventi atmosferici il discorso è più complesso e ne abbiamo discusso più volte: se per misurarla facciamo riferimento ai dati delle assicurazioni non facciamo di certo un lavoro scientifico (sempre a proposito di “trick”). 🙂
    Ciao, Donato.

  2. Guido Botteri

    Beh, che avessero (il mainstream, non l’uomo in generale) “cambiato” i dadi non mi sorprenderebbe, chissà perché. Mi pare che stiano cambiando molte cose, e stiano imperversando i “trick” (parola, ci dicono, “innocente”).
    E va bene, lo so, sono il solito scettico blu. 🙂

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Categorie

Termini di utilizzo

Licenza Creative Commons
Climatemonitor di Guido Guidi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso info@climatemonitor.it.
scrivi a info@climatemonitor.it
Translate »