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La coltivazione dell’Olivo nel Ducato di Parma e Piacenza durante la PEG

Il capitano Antonio Boccia (nato nel 1741 in Spagna da famiglia del ducato di Parma, appassionato studioso di scienze naturali, geologia e chimica) visitò all’inizio dell’ottocento l’areale montano dei territori di Parma e Piacenza con un viaggio durato un biennio e di cui redasse un resoconto dal titolo “Viaggio ai monti di Parma e Piacenza” conservato nella biblioteca palatina di Parma e la cui parte dedicata ai monti del piacentino è stata recentemente e per la prima volta pubblicata dalla tipografia editoriale piacentina Gallarati.

Mi sono deciso a scrivere questa nota perché il testo di Boccia (che in questi giorni ho la fortuna di poter leggere) è ricchissimo di informazioni socio-economiche, geologiche e sull’uso del suolo. E proprio dall’uso del suolo si ricava un‘interessante informazione. Ma lasciamo parlare il Boccia che così descrive la valle del torrente Ongina:

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“Questa valle non è delle più felici come si potrà dedurre dalle descrizioni già fatte. Le coste però, che sono rivolte a sudest, potrebbero supplire in qualche modo alla scarsezza comune dei prodotti e si coltivasse un ramo d’agricoltura ch’è quasi generalmente trascurato, vale a dire la piantagione degli ulivi, i quali vegeti e rigogliosi allignano nella costa sotto le case dei Mazzoni, ove se ne conta qualche centinaio. Spetterebbe alla nuovamente stabilita Accademia d’Agricoltura il promuovere la propagazione di questo ramo importante e necessario, che ormai va perdendosi, non tanto per dappocaggine, quanto per ignorarsi in questi monti la vera maniera di piantarli e coltivarli.“

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Il pur legittimo dubbio sulle competenze botaniche dell’autore viene fugato qualche pagina dopo quando egli stesso scrive “Il mio erbario cominciò a formarsi sulla sommità di questo monte. La Psoralea o Trifolium bituminosum, pianta non creduta indigena in questo Stato..”. Tracce della Psoralea o T. bituminosum si trovano ad esempio su vecchi trattati di botanica e ciò attesta che siamo senz’altro di fronte ad un competente in fatto di botanica, per cui è da escludere la possibilità che abbia confuso l’olivo con qualche altra specie.

Peraltro ho trovato in rete in un lavoro in pdf che consiste in una sequenza di slides a firma di Giovanni Nigro del CRPV e che documentano i risultati del Progetto “Sviluppo dell’olivicoltura da olio nelle provincie emiliane di Modena, Reggio Emilia, Parma e Piacenza“. Nelle slides iniziali si cita non solo lo scritto di Boccia ma anche lo scritto del 1880 “L’olivo sulle colline parmensi” di Camillo Bianchedi che parla dell’olivicoltura in provincia di Parma. Nigro descrive anche l’attività di recupero di vecchie piante d’Olivo svolta fra il 2004 ed il 2007 nell’ambito del summenzionato Progetto e che ha portato alle seguenti accessioni: 56 per Piacenza, 67 per Parma, 92 per Reggio e 151 per Modena.

In conclusione la testimonianza di Boccia ci dice in sostanza che l’olivo ha allignato sulle basse colline del piacentino per lo meno fino all’inizio dell’ottocento e dunque sfuggendo alla fase fredda della Piccola Era Glaciale. La sua presenza è ovviamente legata al fatto che le aree collinari presentano in genere una zona di optimum termico che nell’area in questione si colloca grossomodo fra i 150 ed i 250 metri di quota, la fascia nota ai climatologi come thermal belt perché sfugge agli accumuli d’aria fredda propri dei fondivalle.

Mi preme anche rilevare che l’olivicoltura del piacentino ha due testimoni d’eccezione nei georgici Saserna (padre e figlio, vissuti fra il 149 ed il 60 a.C.). I Saserna, che coltivavano un podere nei dintorni di Piacenza, scrivevano che il clima era di molto mutato, tanto che aree in cui la crescita di vite e olivo era prima impossibile erano al loro tempo ricche di pingui oliveti e vigneti. In tal senso i brandelli di olivicoltura oggi presenti sulle colline di Parma e Piacenza potrebbero forse essere gli ultimi epigoni di una tradizione che potrebbe risalire addirittura all’epoca romana.

Queste segnalazioni ci mostrano che le fonti documentali, se analizzate con occhio attento, possono tradursi in occasioni utili per approfondire i caratteri del paleoclima dei nostri territori.

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Published inAttualitàClimatologia

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