Il clima come i dadi truccati, chi è che bara?

Posted on 2 agosto 2012
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Ci sono alcuni modi di dire coniati in lingua inglese decisamente inarrivabili per il nostro modo di esprimerci, magari più forbito ma anche molto meno diretto. Loaded dice – dado truccato – è l’ultima trovata mediatica dei sostenitori dell’AGW. Le definizioni dirette, però, hanno il problema della verifica, se infatti dico “riscaldamento globale” e poi per tre lustri non misuro un aumento delle temperature che abbia significato statistico il mio messaggio non funziona più. Se dico “cambiamenti climatici” e poi chi non è d’accordo con me mi tira fuori un giorno sì e l’altro pure delle prove che il clima è sempre cambiato il mio messaggio è fallace. Se dico “disfacimento climatico” e poi il clima non si disfa, idem come sopra.

Queste, nell’ordine, le definizioni che la propaganda catastrofista ha prima usato e poi dismesso, man mano che si rendevano inservibili. Perché chiare e quindi verificabili. Meglio dunque passare alle metafore, magari di minore effetto immediato ma di sicuro successo cacofonico. Loaded dice, dicevamo, ma come si trucca un dado? Semplice, aggiungendo un peso ad una delle sue facce, cioè aumentando le possibilità che in in dato numero di lanci sia proprio quella appesantita la faccia che si posa sul tappeto e che quindi la sua opposta dia bella mostra di se. Sicché il dado sarebbe il clima, le sue facce l’insieme di quello che viene definito “quello che ti aspetti”, mentre ognuna delle facce sarebbe il tempo, che definiamo “quello che ti becchi”. Se aumenti con un peso le possibilità che un certo evento te lo becchi più spesso hai modificato quello che ti aspetti, cioè il clima. L’azione antropica consiste nell’aver aggiunto CO2 all’atmosfera, aumentandone il ‘peso’ nel bilancio radiativo e favorendo l’aumento delle temperature medie superficiali, il risultato, con un certo numero di lanci, sarebbe quello di far aumentare le chances di eventi di caldo estremo.

Il ragionamento fila, peccato che non sia vero. Per due ragioni.

La prima è che tentare la strada dell’approccio probabilistico dopo aver ammesso che sperimentalmente, cioè con le osservazioni, questa relazione tra l’alterazione del bilancio radiativo e gli eventi estremi non è applicabile, è di fatto un trucco. Per affermare che una faccia dei dadi spunta fuori più spesso di quanto non sia accaduto in passato, ci vogliono dati che dicano questo, e non è così. Ovviamente, se do per certo il fatto di aver truccato i dadi – altra cosa che invece certa non è – potrò prevedere che quella faccia arrivi più spesso, ma questa è una previsione fondata su un assunto, non sui dati e nulla ha a che vedere con i fatti. Perché l’equazione torni è necessaria la verifica che solo il tempo può consentire.

La seconda. Le temperature sono aumentate a scala globale, ma l’organizzazione spaziale di questo aumento avviene con segni diversi ed a diverse scale spaziali. In sostanza 0,8°C in più in 150 anni a livello globale non dicono assolutamente se si prendono in esame porzioni più piccole dell’intero globo. Anche concentrandosi su di una singola regione – sono molte quelle dove si trova un effettivo aumento delle temperature medie, non sarà quell’aumento di pochi decimi di grado a fare la differenza tra un’ondata di calore e l’altra, né tra la probabilità che quell’ondata di calore si verifichi o meno. Saranno piuttosto, eventualmente, le modifiche alla circolazione atmosferica indotte da quell’aumento medio a far mutare la frequenza di occorrenza di questo o quel fenomeno. Ma questo, ad oggi, i dati non lo dicono. Lo dicono le previsioni climatiche, questo sì, ma è opportuno ricordare che la loro attendibilità a scala spaziale inferiore a quella globale è decisamente scarsa.

Come abbiamo visto, però, pur se i dati non consentono l’attribuzione, giunge puntuale la previsione, che quindi nella fattispecie è speculazione. Qualche settimana fa la NOAA ha diramato un comunicato stampa in cui, parlando dello stato del clima del 2011, ha asserito che la probabilità di eventi di caldo estremo sarebbe aumentata di un fattore venti a causa del riscaldamento globale. Ma questa non è una previsione, si dirà. E invece sì, perché il fattore venti spunta fuori da una pura operazione modellistica (di simulazione, non di verifica). Nonostante ciò i supporter dell’ipotesi AGW si sono scatenati, garantendo alla notizia una più che adeguata copertura mediatica.

Proveremo a ricordarcene la prossima volta che ci sarà un’ondata di freddo, notoriamente più difficile da attribuire al caldo. Ah, no, dimenticavo, è già successo…

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