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Agricoltura Biologica e lotta al Global Warming

Sull’ultimo numero della rivista agricola online Teatro naturale esce un articolo che vi invito a leggere di cui di cui si riporta qui di seguito l’incipit:

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L’agricoltura biologica può contribuire significativamente all’accumulo di riserve di carbonio organico nel suolo, così limitando il riscaldamento climatico globale.

Secondo uno studio svizzero, condotto da Andreas Gattinger, e che si basa sui set di dati provenienti da 74 diverse sperimentazioni, i terreni coltivati in regime biologico sarebbero in grado di accumulare 3,5 tonnellate ad ettaro in più di carbonio organico nel suolo, con un tasso di sequestro di 0,45 tonnellate/ettaro/anno, in più rispetto alle coltivazioni tradizionali.

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In termini generali mi viene spontaneo dire che il sonno delle ragione genera mostri1 e che in campo agricolo i più emblematici “mostri” partoriti negli ultimi decenni si chiamano “agricoltura biologica” e “agricoltura biodinamica”, e mi spiego.

L’agricoltura biologica è in sostanza la riproposizione dell’agricoltura del medioevo. Essa infatti ignora le acquisizioni ottocentesche sulla nutrizione minerale delle piante che ci hanno portato in un secolo a sestuplicare la produzione agricola globale sconfiggendo le più fosche previsioni di Malthus,  secondo il quale la progressione geometrica della popolazione (1, 2, 4, 8..) a fronte di una progressione aritmetica delle risorse alimentari (1, 2, 3, 4) avrebbe portato alla morte per fame di percentuali sempre maggiori della popolazione mondiale.

L’agricoltura biodinamica è qualcosa di diverso e se vogliamo di peggio rispetto al biologico, nel senso che è una agricoltura a base magica, per cui vi si ritrovano le pratiche magiche in uso ad esempio in epoca romana e che fin da allora erano state coraggiosamente contestate dal grande agronomo romano Columella (primo secolo dC ).

Quanto detto spiega perché, leggendo la nota di Teatro naturale in cui si vantano i benefici effetti dell’agricoltura biologica in termini di lotta al GW, mi sia sorta spontanea l’idea di redigere un commento per Climate Monitor. L’idea è in sostanza quella di contrastare una corrente di pensiero che rischia di fare danni enormi, ben conscio comunque del fatto che quando Dio vuol perdere qualcuno prima lo acceca e ciò sta purtroppo avvenendo (senza che nessuno di noi possa apparentemente far nulla di concreto) nel caso del rapporto fra per l’Occidente e la tecnologia.

Mi preme anzitutto evidenziare che un rischio che possiamo tutti noi correre è quello di giudicare la passione per il biologico come un costoso gioco snob per borghesi o nobili sazi ed annoiati (il principe Carlo è un fulgido esempio di appassionato di tale tecnologia). Certo, un gioco non del tutto innocuo se pensiamo ai 35 morti ed agli oltre 3000 ricoverati in ospedale prodottisi in Germania un biennio orsono a causa di un avvelenamento da Esclerichia coli prodottosi in una filiera biologica che produceva e commercializzava germogli di leguminose2.

A proposito di salubrità del biologico si consideri anche che nel caso dei cereali vernini (frumento tenero e duro, orzo, segale. ecc.) e del mais, un problema che tocca le comunità umane da millenni è quello delle tossine prodotte da funghi parassiti di tali colture. Tali tossine si legano ad esempio ad una sindrome (l’ergotismo, da ergot, segale) che produceva migliaia di morti in Francia nel medioevo e che era causata dalle tossine di un fungo parassita dei cereali, la Claviceps purpurea, alias segale cornuta. Tale malattia è stata sconfitta definitivamente dai trattamenti fungicidi alle sementi e tuttavia ancor oggi i cereali possono essere contaminati da altre pericolosissime tossine da fungi (aflatossine, fumonisine, DON, ecc.), molte delle quali sono anche cancerogene. Come affrontare questo problema senza utilizzare all’occorrenza prodotti fitosanitari fungicidi? Nessuno fa chiarezza su questi punti e viceversa si continua attraverso i media ad inculcare nella collettività l’idea che il naturale sia buono e che viceversa l’artificiale (ad esempio i fungicidi, che gli agronomi più avveduti si ostinano a chiamare “fitofarmaci” mentre i giornalisti, i politici e la gente comune li chiamano da tempo “pesticidi”) sia sommamente dannoso.

Altro esempio si lega al tema della qualità. Un grano duro per fare pasta di buona qualità deve avere un tenore in proteine del 13%, che corrispondono al 2% circa (13/6.25) di azoto. Supponendo di dover produrre 60 quintali di grano duro da un ettaro di terreno si avrà dunque la necessità di mettere a sua disposizione una dose netta di 50*0.02=120 kg di azoto, pena l’ottenimento di semole di qualità scadente, che daranno pasta che non tiene la cottura. La gran parte di tale azoto è assorbito dal frumento fra febbraio e maggio, nelle fasi di più intenso sviluppo della coltura. Unico modo compatibile con i dettami del “biologico” per apportare i 120kg di azoto in questione sarebbe quello di apportarlo in forma di letame prima della semina (a ottobre), pratica questa agronomicamente non corretta vuoi perché il frumento non è coltura da rinnovo vuoi perché l’azoto liberato dal letame non sarebbe immediatamente utilizzato dal grano duro e dunque finirebbe in gran parte in falda come nitrato (inquinante). L’agricoltura tecnologica affronta il problema concimando il frumento in “copertura” fra febbraio e aprile e dunque apportando azoto nei momenti in cui il frumento ne ha davvero bisogno; l’agricoltura biologica non si sa come lo affronti.

Vi ho fatto questi esempi (che spero non vi abbiano annoiati) per illustrarvi alcuni problemi agronomicamente rilevanti e che nessuno pone mai in evidenza, anche perché trattasi di problemi che, come gran parte dei problemi del mondo reale, hanno una complessità troppo elevata per essere affrontati correttamente a colpi di slogan. Lo scopo didattico di tale illustrazione era da un lato quello di far capire che “biologico” non significa necessariamente “migliore qualità e maggiore salubrità” e dall’altro quello di chiarire che la cultura degli slogan in ambito agricolo rischia di essere deleteria per il genere umano in quanto stiamo parlando di tecnologia di produzione di cibo e beni di consumo. Prendere una decisione strategica sbagliata in un tale settore rischia di portarci davvero ad avverare le profezie di Malthus.

Vedete, i granai del mondo sono oggi per lo più alle medie latitudini ed i grandi produttori di derrate alimentari (Stati Uniti, Canada, Europa, Australia, Argentina, ecc.) dovrebbero oggi manifestare un considerevole senso di responsabilità con riferimento ai temi delle “agricolture alternative”. Al contrario assistiamo ad un’attenzione sempre crescente all’agricoltura biologica come dimostrano ad esempio le normative UE di tutela e valorizzazione di tale settore. Rispetto a tale deriva occorre affermare che convertire al biologico e pertanto rinunciare ai molti dei mezzi che la tecnologia pone oggi a nostra disposizione (concimi minerali di sintesi, fitofarmaci, diserbanti, ecc.) significherebbe oggi ridurre fino al 50% la produzione delle principali colture3. Una dimostrazione di ciò si ha valutando i risultati produttivi del frumento tenero nella più longeva prova di lungo periodo esistente al mondo e che è in atto dal1847 a Broadbalk, un campo di 1.6 ettari della stazione sperimentale di Rothamsted. Da tale prova emerge che il frumento “convenzionale” produce oggi 9.5 tonnellate per ettaro mentre quello “organico” si ferma a 5 tonnellate e quello del tutto privo di fertilizzanti, antiparassitari o altri mezzi tecnici si limita a 1.2 tonnellate (quest’ultimo livello produttivo può essere considerato rappresentativo delle agricolture più arretrate a livello mondiale, quelle per intenderci proprie di vaste aree dell’Africa).

Da una delle maggiori aree produttive mondiali (il Corn belt degli USA) vengono invece i risultati ottenuti da Cavigelli et al (2008). I ricercatori hanno hanno confrontato dal 2000 al 2005 la rotazione triennale  mais –  soia – frumento ottenendo un significativo calo medio delle rese nella gestione “organica” rispetto a quella convenzionale. Le diminuzioni nelle produzioni annue, che secondo gli autori sono state in particolare causate dall’insufficiente nutrizione azotata e dalla competizione delle malerbe, sono state in media del 22%, con una diminuzione massima del 40% nel 2002 e una minima dell’8% nel 2000.

Questi dati dovrebbero indurre a riflettere quanti oggi, in Europa o negli Usa, vedono il futuro della produzione di cibo nel biologico o nel biodinamico. Per inciso non sfugga che il calo delle rese che avrebbe luogo nelle nazioni che adottassero in modo esteso tali precetti si tradurrebbe nella necessità per le nazioni stesse di acquistare sul mercato mondiale le derrate non più prodotte, con un rapido aumento dei prezzi le cui conseguenze negative sarebbero in primo luogo patite dai Paesi in via di sviluppo.

In sintesi per nutrire il mondo occorre evitare di rifugiarsi in tecnologie che potrebbero tutt’al più soddisfare le esigenze delle aree più privilegiate (Stati Uniti, Europa, …). In proposito è curioso osservare che una strana nostalgia di “ancien regimes” in cui i “buoni cibi di una volta” o gli “antichi saperi” sono oggi l’analogo del reazionario “non hanno pane, che mangino brioches” sta oggi pervadendo gruppi e gruppuscoli ammantati di progressismo e di miti di “salvataggio del pianeta”. Oggi non è pensabile che un’agricoltura in grado di rispondere alle esigenze dell’umanità sia condotta sfruttando gli “antichi saperi” e viceversa occorre aver fiducia nella tecnologia come l’arma più potente a nostra disposizione per garantire un futuro di prosperità al genere umano. Ciò comporta la necessità assoluta di non cedere alla nostalgia di un mitico passato alla “Mulino bianco” che non è mai esistito, mentre al suo posto vi era per i più la garanzia di miseria e di cibo di pessima qualità (Caracciolo, 1973).

Concludo ritornando a bomba all’articolo di Teatro naturale, per rilevare che se il problema, ammesso che lo sia, è quello di accumulare sostanza organica nel terreno, ciò si può ottenere anche con l’agricoltura convenzionale, in particolare adottando le pratiche proprie della cosiddetta “agricoltura conservativa” (minima lavorazione, semina su sodo, ecc.) che sono note da decenni in ambito agronomico.

Segnalo infine l’enorme contraddizione esistente fra il mercato delle “energie alternative” e la necessità di conservare la sostanza organica nel suolo. Nel mondo agronomico è noto da secoli che incrementare la sostanza organica nei suoli è un mezzo importante per incrementare la fertilità ed il mezzo classico per giungere a tale obiettivo è quello di interrare i residui della coltura precedente (es. paglia di frumento, stocchi di mais, ecc.) (Giardini, 2012). Ma se per obbedire ai dettami di Kyoto i residui colturali vengono acquisiti da ditte benemerite (es: SORGENIA) che li bruciano in apposite centrali per produrre energia elettrica, come faremo a mantenere elevata la sostanza organica nei suoli? Misteri gloriosi.

Bibliografia

  • Caracciolo A., 1973. L’inchiesta agraria Jacini, Einaudi, 247 pp.
  • Cavigelli M.A., Teasdale J.R., Conklin A.E., 2008. Long-Term Agronomic Performance of Organic and Conventional Field Crops in the Mid-Atlantic Region, Agronomy Journal, Vol. 100, Issue 3, 785-794.
  • Giardini L.,2012. L’agronomia, per conservare il futuro, Patron editore, Bologna, 704 pp.

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  1. o, per dirla con Karl Marx, la “religione” – da intendere qui come “ideologia” – è l’oppio dei popoli. []
  2. Non va peraltro dimenticato che di fronte a tale problema le autorità sanitarie tedesche brancolarono nel buio per parecchio tempo e, non senza una certa vena di nordico razzismo verso i popoli del sud, arrivarono in un primo momento ad incolpare dell’avvelenamento le verdure (cetrioli) provenienti dalla Spagna. []
  3. Altro elemento che pongo alla vostra attenzione: se una tecnologia produce il 50% di un’altra il prezzo dovrà essere quantomeno doppio. Pertanto è necessario diffidare dei prodotti biologici che costano meno del doppio di prodotti da agricoltura convenzionale. []
Published inAmbienteAttualità

39 Comments

  1. Bell’articolo, molto utile! Stavo facendo le mie belle letture di post pre-nanna, dove lasciare qualche commento, con la speranza di ritorni sul mio blog, quando ho letto questo articolo! Grazie delle dritte!!!

  2. Luigi Mariani

    Per cercare una sintesi di quanto fin qui discusso vorrei richiamare il fatto che dietro alle tecnologie di produzione del cibo (ovvero a quello che possiamo con più enfasi chiamare “modello di agricoltura e di alimentazione”) vi sono temi di natura diversissima ognuno dei quali meriterebbe un dibattito a parte:

    – aspetti tecnologici (quale genetica, quali agrotecniche)
    – aspetti ambientali (es: sostenibilità dell’attività zootecnica o dell’agricoltura irrigua)
    – aspetti culturali (cosa il cibo rappresenta in termini di status symbol e rapporto con la tradizione; cultura dell’alimentazione equilibrata)
    – aspetti sociali (possibilità di accesso al cibo)
    – aspetti sanitari (dare al consumatore garanzia di qaulità e salubrità)
    – aspetti di sicurezza alimentare (quanti abitanti del pianeta sono ancor oggi sotto la soglia di sicurezza alimentare)
    – aspetti filosofici (cibo e rapporto con la natura e con il mondo -> es. vegetarianesimo che può essere inteso come il richiamarsi agli ideali di vita proprio del monachesimo medioevale o degli antichi romani dell’epoca repubblicana)
    – aspetti di sicurezza del lavoro (chi opera in agricolture primitive è esposto a malattie professionali che spesso ne minano la salute portandoo a morire da giovane – si pensi al caso della monda manuale del riso che anche da noi avveniva fino agli anni 50, prima del diserbo chimico)

    Da tale molteplicità di temi deriva anche una molteplicità di messaggi che con il cibo vengono veicolati ed una serie di quesiti che tutti noi ci poniamo.

    E’ chiaro che la gran parte di quanti hanno partecipato a questa discussione (ed io per primo) ritengono che il sistema di produzione di cibo odierno sia nettamente da preferire a quello del passato e che cioè si tratti di un sistema perfettibile ma non certo da rivoluzionare (nel senso che il rischio insito in uno stravolgimento del sistema attuale sarebbe enorme).

    Tuttavia mi domando come sia possibile oggi trasferire tale visione positiva (peraltro suffragata da considerevoli moli di dati) ad un pubblico vasto.

    Si tenga conto infatti che il messaggio fatto proprio da parte della comunità scientifica e che circola oggi fra i nostri concittadini è quello secondo cui il sistema agricolo-alimentare mondiale ha fallito, produce cibo di qualità scadente, non garantisce la sicurezza alimentare, ecc.

    E’ un messaggio per molti versi surreale (ad esempio nessuno si sognerebbe oggi di acquistare auto prodotte con le tecnologie ottocentesche mentre invece per il cibo…).

    A tale messaggio contrario alla tecnologia (una forma di luddismo, a ben vedere -> per questo nel mio post mi è risultato naturale citare Marx in quanto il socialsmo scientifico, pur con tutti i suoi limiti, si faceva portatore di una visione positiva rispetto alla tecnologia) sono esposte in particolare le categorie che vedono la televisione (casalinghe, pensionati) ove questi slogan si traducono in una campagna martellante a favore di biologico, biodinamico, naturale, antichi saperi, ecc.

    Mi domando che fare per trasferire un messaggio di razionalità e di positività ai nostri concittadini. Credo che questo sia il vero problema cui siamo oggi di fronte e sul quale dovremmo interrogarci per trovare qualche soluzione.

  3. Davide S. – benvenuto nel XXI secolo. Personalmente preferisco miliardi che mangiano roba un po’ dubbia a milioni che si nutrono d’immenso. Anche perché io sono uno dei miliardi.

  4. Davide S.

    Molto interessante, però questa ricerca della massima resa dell’agricolura, diventata d’obbligo negli ultimi tempi a causa della velocità di crescita della popolazione mondiale, non è che sia tutta rosa e fiori. voglio dire.. la qualità e le proprietà nutrizionali stanno andando a farsi benedire. Quando entro al supermercato e vedo queste arance tutte identiche e lucenti, a me fa un po’ senso. Io mi vorrei mangiare arance, pomodori veri, che son buoni mangiandoli a morsi senza nessun condimento, che se li metti in una padella e la accendi dopo 2 minuti inizia a formarsi il sugo, non palle senza sapore che se le metti in padella tirano fuori acqua, acqua, acqua, finchè non si asciugano e ne rimane un misto magrissimo di buccia e polpa rosolata. Io penso che purtroppo, o per fortuna, la natura ha quasi sempre una bassa efficienza.. nel senso: dò tot energia a una pianta di pomodori tramite sole, terra e acqua, e alla fine vedo che la pianta con i pomodori attaccati mi potrà dare solo 1/10 dell’energia che le ho dato, con una efficienza solo del 10 %… oppure faccio 50 volte l’amore senza protezione, e riesco a fare solo 1 figlio… oppure mi passano sopra la testa 10 mila litri d’acqua al mq alla settimana sotto forma di vapore, e me ne cadono solo 50. (tutti esempi che dire grossolani è poco). Mi pare che la natura lavori sempre con una bassa resa.. e penso che allontanarci troppo da questo modo di essere possa essere molto pericoloso, perchè anche noi siamo natura, ma se andiamo troppo fuori ritmo penso che essa potrebbe compensare questo disequilibio in modo drastico, così come farebbe un’irruzione di aria artica sul mediterraneo a 30 gradi.

    • luigi mariani

      Senza dubbi i consumi di massa impediscono di approvvigionare i mercati di frutta e verdura appena raccolte e dunque, nel caso specifico dei pomodori, si coglie spesso il divario fra pomodori raccolti dalla pianta (in cui spicca ad esempio l’assai gradevole aroma del licopene) ed pomodori acquistati al supermercato, molto più asettici.

      Per trovare aroma deve oggi rivolgesi ai “pomodorini” oppure ai prodotti di nicchia (uno spazio che viene sempre più sfruttato da ortolani intelligenti).

      Se però dai pomodori ci si sposta ai cornetti (alias bobi) si sarà accorto che non ci sono più cornetti con il filo (una volta erano all’ordine del giorno) e se ci si sposta ai peperoni che la qualità è elevatissima e lo stesso dicasi per i meloni (oggi sono tutti buoni mentre una volta…), per la melanzane (oggi sono tutte dolci, una volta erano spesso amare e si dovevano trattare in modo particolare per renderle mangiabili…e d’altronde melanzana deriva da “mela insana”) e per molte altre verdure.
      Questo è frutto di miglioramento genetico nonchè di tecniche culturali e di conservazione sempre più efficaci.

      Proviamo poi a vedere come andava fino agli anni 60: una città come Milano si approvvigionava dal sistema degli orti suburbani e molti diranno “fantastico chilometro 0”. Ma quel modo di approvvigionamento significava che i milanesi mangiavano cavoli e verze da ottobre a maggio ed io, che conservo qualche ricordo di quei “mitici” tempi, non farei per nulla cambio , per cui preferisco tenermi i pomodori un po’ meno saporiti.

      Segnalo anche che esiste un rlevante problema di educazione del consumatore e lo evidenzio con due esempi.
      Anzitutto il consumatore acquista sempre più spesso utilizzando un solo senso (gli occhi) e non considerando i sapori e i profumi. Con questo stile di consumo sono spariti dal mercato frutti ottimi. Pensi ad esempio al nespolo europeo – Mespilus germanica, quello che matura in autunno e si fa maturare con la paglia (non mi riferisco qui all’ottimo nespolo del giappone è cioè l’Eriobotris japonica, i cui frutti maturano a maggio) oppure all’azzeruolo o alle sorbe o a molte varietà di melo non belle ma molto più buone di quelle oggi sul mercato (es: penso alle mele Stayman).

      Inoltre lo stesso consumatore che si lamenta della scarsa qualità della frutta lo vedi poi che sceglie la frutta dai banchi di supermercato tastando uno ad uno tutti i frutti che acquista, il che li rende in breve “maturi per tastamento”, anche quelli, come pere e pesche, che basta acquistarli duri ma lasciarli nel cesto qualche giorno per farli maturare senza problemi, sfruttando l’etilene emesso naturalmente dai frutti stessi.

      Insomma, c’è un problema di distribuzione di massa ma c’è anche un problema di “consumo bovino”. C’è insomma molto lavoro da fare ma credo che siamo sulla strada giusta, nel senso che il consumatore in passato non ha mai avuto a disposizione tanta varietà e tanta qualità.

      Circa infine il discorso della natura che se lasciata fare lavora a bassa resa, oggi siamo 7 miliardi per cui, volenti o nolenti, dobbiamo fruttare al meglio le risorse genetiche e le tecnologie in modo da far rendere al massimo rispettando requisiti minimali di qualità, sempre che non si voglia far scendere dal treno qualcuno….

    • “la qualità e le proprietà nutrizionali stanno andando a farsi benedire. ”

      Vogliamo per favore continuare a fare l’esercizio di analizzare bene certe affermazioni e misurarle in modo obiettivo?

      Le proprietà nutrizionali non stanno andando a farsi benedire, visto che dalle nostre parti non ci sono più epidemie di pellagra, rachitismo o scorbuto e l’età media aumenta continuamente. Questo accade perché i costi per accedere ad un’alimentazione equilibrata e con tutte le proprietà nutrizionali sono scesi in modo tale da essere accessibili a tutti (ovviamente, c’entra anche il fatto che altri progressi tecnologici ed economici sono stati parimenti in grado di alzare il reddito pro-capite). Nei paesi del terzo mondo, dove questo non succede per ancora ampie parti della popolazione a causa di instabilità sociali e gravi disuguaglianze nella distribuzione del reddito, le proprietà nutrizionali degli alimenti sono comunque in grado di sostenere una popolazione più numerosa e comunque più longeva.

      Il termine qualità, invece, va ben chiarito per capire la frase sopra. Immagino che se parliamo di soddisfazione del palato, è possibile sostenere che i sapori si sono impoveriti e in parte “globalizzati” (però non mi pare che la situazione sia così drastica come sostieni). Questo è uno degli argomenti dietro i movimenti di riscoperta di prodotti di nicchia, eccetera, e non lo contesto. Come ho scritto prima, pago un po’ di più e ottengo più sapore e soddisfazione in aggiunta al valore nutritivo. Niente da eccepire, è il mercato. Mi farebbe piacere che quante più persone siano in grado di accedere a soddisfazioni gastronomiche maggiori, ma è ragionevole pensare che – almeno con la situazione attuale – bisogna fare dei compromessi e nella piramide delle esigenze primarie il valore nutritivo viene prima del sapore.

      Vorrei sottolineare che possiamo fare un paragone con l’energia. Io posso spendere una certa parte della mia ricchezza per ottenere energia che mi garantisce innanzitutto salute, poi benessere e poi altre soddisfazioni, fino al lusso. Pensiamo, per focalizzare, alla possibilità di comprare auto di qualità sempre superiore, da una economica che comunque soddisfa le mie esigenze primarie di spostarmi, fino a quella di lusso super accessoriata ma energivora. Gli ecologisti ci dicono che ad oggi non è sostenibile pensare che 6 miliardi di persone vadano in giro con le auto di lusso: oggi è certamente vero. Si esce o pensando che l’avanzamento tecnologico permette di ottenere sempre di più con costi sempre più bassi, oppure producendo (trasformando) sempre più energia, ma – dicono – con un impatto sul pianeta. Ora, i prodotti biologici intesi come una maggior soddisfazione gastronomica sono proprio la stessa cosa: che possano essere accessibili a tutti non è sostenibile per quello che conosciamo oggi. Forse la tecnologia potrà aiutare anche in questo campo, ma mi sembrano ficcanti le obiezioni sull’effetto protettivo dal tradizionale al biologico che sussiste finché il rapporto è 98-2 e difficilmente può reggere in proporzioni diverse.

      Vedremo. Intanto, mi pare notevole che il mondo ecologista usi due pesi e due misure per giudicare negativamente la sostenibilità dei consumi energetici di massa e positivamente la sostenibilità dei consumi biologici di massa quando sussistono evidenti analogie.

    • Guido Botteri

      Davide, aggiungo ad ottimi commenti qualche mia riflessione.
      C’è un po’ un mito dei tempi d’oro di una volta, i sapori genuini di una volta, e “il progresso è regresso”, e via dicendo.
      Ti sfugge un punto essenziale:
      più vai indietro, più decresci “felicemente” e meno persone trovano risorse per sopravvivere. Prova ne sono le grandi carestie quando l’Italia aveva una popolazione molto, ma molto inferiore (epoca delle guerre puniche, per esempio).
      da:
      http://it.wikipedia.org/wiki/Seconda_guerra_punica
      “Nei 17 anni di guerra morirono circa 300.000 italici su una popolazione che, dopo la secessione delle regioni meridionali, era di soli 4 milioni di abitanti circa,”
      Ti sfugge che, sì, il ricco patrizio romano poteva farsi pranzi luculliani (ma con meno scelta di oggigiorno), ma gli schiavi (che numericamente erano molti di più) non mangiavano leccornie, e molti era tanto “se” mangiavano. Certo, la nobile famiglia radical chic lamenterà questo progresso. In fondo li mette troppo a confronto con quel volgo rozzo ed ignorante che ha osato studiare, magari laurearsi, magari vestirsi un po’ meglio, e mangiare qualcosa di meglio di quel che mangiavano i suoi plebei antenati, oh orrore !
      Ma tornare indietro avrebbe senso a patto di tornare ricchi baroni o visconti, non certo affamati plebei, magari sudici e magari senza lavoro, o costretti a lavorare in cambio di vitto (pochissimo) e alloggio (misero).
      L’ambientalismo è per i ricchi, non per i poveri.
      Tutti questi rimpianti del passato appartengono a chi mangiava senza lavorare, non a chi era sfruttato dalla mattina alla sera per un tozzo di pane.
      Ma se proprio ti mancano i sapori di una volta, sappi che “anche adesso” è possibile nutrirsi di cibi di altissima qualità. Basta pagare di più. Basta essere ricchi. Esattamente come una volta.
      Quello che cambia non è dunque la possibilità, per i ricchi, di gustare cibi prelibati, quanto la possibilità, per la massa, di trovare cibo.
      E’ questa la grande differenza.
      Se poi non sai dove trovare cibi raffinati, affidati a me, e ti porto io dove mangiare “meglio” che nei secoli passati. Ma non c’è nemmeno bisogno che sia io a indicarti i ristoranti più raffinati e costosi, sono sicuro che, se davvero lo vuoi, te li puoi trovare anche da solo. Posti che non sono alla portata di chiunque, come non era, in passato, alla portata di chiunque gustare i “sapori di una volta”. Però, ammetto, la (tanta) fame aiutava a gustare quel po’ di misero cibo che riuscivano a procurarsi.
      Secondo me.

    • Guido Botteri

      ps
      dimenticavo, una volta non c’era la varietà di adesso, neanche per i ricchi, né la possibilità, volendo e avendo soldi (l’ho detto, l’ambientalismo NON è per i poveri) di andare a mangiare frutta esotica a giusta maturazione proprio dall’albero. O qualsiasi altro cibo raffinato, che alla gente comune arriva dopo essere stato colto acerbo. I fichi dal gusto più indimenticabile li mangiai una notte di pioggia, raccogliendoli dall’albero.
      Molti vecchi lamentano che non ci sono più i sapori di una volta semplicemente perché sono loro ad aver perso molte papille gustative, con l’età. Pensa, se dovessimo tornare al km zero, niente nutella, niente cacao, niente caffè, ecc. ecc. e cavoli a gogò…sinceramente è proprio col cavolo che mi piacerebbe ridurmi così 🙂
      Gli antichi avevano molto meno scelta, anche se ricchi, ma almeno non sapevano quel che si perdevano. Noi invece dovremmo saperlo, se non fossimo accecati dall’ideologia e da una propaganda assillante e fasulla.
      Secondo me.

  5. Alberto Guidorzi

    I 51 morti per aver mangiato germogli di semi da agricoltura biologica avvenuti in Germania nel maggior scorso, sono passati sotto silenzio molto presto. Colpevole stanpa televisione e giornalisti ammanicati (tanti, tantissimi).
    Eppure per evitare la contaminazione bastava bagnarli con acqua clorata o irraggiarli prima di metterli a germinare. Però queste sono pratiche proibite dai protocolli del biologico e la conseguenza è stata 51 morti e ben 850 casi di intossicazioni non mortali ma che hanno lasciato insufficienze renali, epatiche e tanto altro.

    Vole un altro esempio recente? In Francia, vi sono stati ben 18 casi di intossicazione grave per aver mangiato prodotti ricavati da farina di grano saraceno contaminata con semi di Datura stramonium (solanacea velenosa che sfugge a certi diserbi e che quindi si diffonde nelle coltivazioni biologiche che non sono dierbate per nulla e nel grano saraceno in particolare dove non esiste diserbo selettivo.

    Tre topi morti di tumore mammario (attenzione non di cancro) hanno tenuto e tengono le prime pagine dei giornali anzi si vendono libri e si fanno film per dimostrare la pericolosità degli OGM (totalmente indimostrata dall’esperimento in parola e tanto meno da tutti gli altri esperimenti condotti in 15 anni di uso di sementi di piante geneticamente modificati)

    Per opportuna vostra documentazione:
    http://www.agriculture-environnement.fr/actualites,12/intoxication-a-la-farine-bio-des-controles-mal-effectues,833.html

  6. Alberto Guidorzi

    Fabrizio Giudici

    Il sale non raffinato dovrebbe costare meno del sale raffinato a rigor di logica. Invece è l’inverso e questo perchè? Per il semplice fatto che siamo di fronte ad una domanda ideologizzata e di nessuna validità scientifica e quindi i produttori ne approfittano, ed è giusto che lo facciano perchè di fronte a tanta dabbenaggine è meritorio approfittarne.

    • Certo. Come dicevo, il biologico è (anche) branding e nel caso del sale non raffinato si paga il brand. Nel caso del sale è proprio paradossale, perché sono dispostissimo a pagare qualcosa in più per un prodotto con un sapore particolare (indipendentemente dalla modalità di coltivazione). Cosa che, come dicevo, non ha senso con il sale.

  7. Alberto Guidorzi

    Il ragionamento da portare avanti è anche questo.

    L’Agricoltura biologica di oggi gode di due vantaggi che i fautori negano:

    1° Si fa agricoltura biologica su terreni che per quarant’anni sono stati concimati, di azoto non ve ne sarà più ma di fosforo e potassio il terreno ne conserva, anche se ora in forma non prontamente assimilabile. Non mi si vorrà dire che tre anni di preparazione fanno tabula rasa di 40 anni di concimazione intensiva. Lo dice la prova di Rothamsted.

    2° Chi fa agricoltura biologica oggi (2% del totale) gode della protezione antiparassitaria praticata sul 98% dell’agricoltura convenzionale. Vale a dire l’inoculo parassitario è ogni anni limitato dai trattamenti che si praticano sul 98% delle coltivazioni. Il discorso vale anche per le erbe infestanti in quanto i semi si diffondono anche al di fuori da dove si producono. Immaginiamo allora di avere l’agricoltura biologica che sale al 20% della superficie, evidentemente l’80% rimasto convenzionale non riuscirà più a proteggere il 20% e quindi l’inoculo parassitario sarà troppo abbondante per essere controbattuto dai blandi prodotti di trattamento in uso nell’agricoltura biologica. Non solo ma diventerà pure impossibile mantenere gli standard produttivi anche in quella convenzionale in quanto l’inoculo parassitario crescerà al punto tale da rendere meno efficaci i prodotti a disposizione, senza contare che la deriva sarà un maggior uso di antiparassitari.

    Conclusione

    20% di agricoltura biologica renderà le produzioni di questa infime e quelle del restante 80% in calo verticale. Bel risultato per chi soffre la fame e non ha i quattrini per comprare cibo caro.

    • Claudio Costa

      condivido

    • Luigi Mariani

      Gentile Alberto Guidorzi,

      come ulteriore elemento di riflessione per i lettori rispetto a quanto da lei scritto, voglio qui ricordare che dal punto di vista ecologico l’agricoltura consiste nel concentrare (per copi che ritengo nobili) una enorme quantità di individui della stessa specie in uno spazio oltremodo ristretto.

      Come conseguenza il pabulum per parassiti e patogeni è elevatissimo e ciò si traduce in periodiche pullulazioni di tali organismi contro le quali abbiamo una serie di mezzi fisici, chimici e biologici per mantenere le loro popolazioni su livelli compatibili con una soglia di danno prefissata.

      E’ chiaro che se si trascura la difesa rinunciando a gran parte dei mezzi (chimici e non solo, penso anche s mezzi fisici o a varietà resistenti o….) che la tecnologia mette oggi a nostra disposizione, ci si assume la responsabilità di favorire l’incremento delle popolazioni di parassiti e patogeni fino a livelli tali da mettere in crisi anche le colture circostanti.
      Alla luce di ciò il suo ragionamento mi pare convincente ed applicabile tanto in campo agricolo che forestale (anche nel caso del patrimonio forestale, decidere per ragioni ideologiche di rinunciare a priori alla lotta con mezzi chimici può esporre a rischi gravissimi).

  8. Fabio

    Grazie di questi preziosi elementi di riflessione!
    Ho apprezzato molto l’articolo.
    Vi lascio una piccola chicca riguardo al “bío”: una mia vicina di casa non usa il sale normale, anzi, il suo è “bio”!
    Ogni volta che ci penso rido all’idea di quale processo biologico possa mai aver creato depositi di NaCl…

    • Luigi Mariani

      Caro Donato,

      la tua esperienza coincide con quella di moltissimi orticoltori non professionisti. Il consiglio generale che mi sento di dare è quello di utilizzare i fitofarmaci rispettando in modo rigoroso dosi (non eccedere e nemmeno lesinare, in quanto il sottodosaggio favorisce la selezione di patogeni resistenti) e tempi di carenza.

      Voglio anche precisare che quella di minimizzare l’uso di presidi fitosanitari è un obbiettivo che molti agricoltori oggi si pongono (e questa tecnicamente si chiama “strategia di difesa integrata” o “Integrated Pest Management – IPM”).

      Da questo punto di vista ricordo che se le piante coltivate sono mantenute in ottime condizioni vegetative (ben rifornite d’acqua e di nutrienti, tenute nette da malerbe, ecc.) gli attacchi di parassiti saranno meno potenti (spesso infatti i parassiti si accaniscono su organismi vegetali resi deboli da altri malanni).

      Nel caso specifico del melo conta la difesa (da afidi, cocciniglie, ticchiolatura, ec.), conta la concimazione minerale ed organica e conta infine una sufficiente alimentazione idrica (in molti casi senza irrigazione i frutti rimangono piccoli).

      Circa poi la concimazione dei fruttiferi, confesso che la mia esperienza è soprattutto relativa alle specie erbacee. Tuttavia per affrontare in modo razionale la concimazione e rispondere alla tua domanda se sia sufficiente la concimazione organica con letame, occorre procedere:
      – effettuando un’analisi chimica del terreno (almeno per i tre macroelementi azoto, fosforo e potassio) ed al contempo verificare se il pH è prossimo alla neutralità o se invece sussistono problemi di acidità o alcalinità (che potrebbero limitare la disponibilità dei nutrienti)
      – stimare la quota di macroelementi asportati con il prodotto il che si ottiene alla luce dell’obiettivo produttivo (kg per pianta di mele che si desidera ottenere) ed il legno di potatura.

      Ciò fatto si arriva a stimare i kg di azoto, fosforo e potassio da ritornare annualmente al campo e si può vedere se la dose di letame apportata è commiurata o meno con la quantità di elementi minerali necessari (il contenuto del letame in macroelementi è assai variabile; tuttavia orientativamente un letame misto maturo contiene il 5 per mille di azoto, il 2.5 per mille di anidride fosforica ed il 5.5 per mille di ossido di potassio.

      E qui mi fermo perché mi accorgo che il discorso si fa’ lungo…

      Personalmente ti suggerirei un buon testo di frutticoltura a livello amatoriale ma non mi viene in mente nulla (chiedo al mio esperto di riferimento e poi ti mando una mail).
      Ciao.
      Luigi

    • donato

      Come al solito sei stato esaustivo. Grazie di cuore.
      Ciao, Donato.

    • Luigi Mariani

      Ti avevo promesso un consiglio circa un testo dedicato agli agricoltori amatoriali e che abbia un minimo di rigore.

      Da questo punto di vista mi sento di consigliarti Vita In Campagna, rivista mensile di Edagricole che arriva solo su abbonamento.

      Te la consiglio perché i tecnici che la scrivono sono agronomi bravi e con ottima esperienza di campo.

      Certo, qualche concessione al biologico ogni tanto la troverai anche su Vita In Campagna. D’altronde, come ben sappiamo, la moda è una farsa eccellente ma con un solo difetto: nessuno ride perché tutti recitano.

      Ciao.

      Luigi

      PS: x Guido Guidi: questa volta facciamoci pagare lo spot da Edagricole (visto che i petrolieri scarseggiano..…).

    • donato

      Grazie per il consiglio.
      Ciao, Donato.

    • Però attenzione, non cadiamo nell’errore di ridicolizzare tutto a priori. Il sale bio è ben definibile in quanto non è raffinato con trattamenti chimici. Il sale da cucina “bianco” può essere ottenuto in vari modi, alcuni dei quali includono un trattamento per eliminare le tracce di altri tipi di sale. Per esempio, in Francia (forse anche in Italia, non saprei dire) si vendono prodotti di colore grigio, che evitano ogni raffinazione.

      Questo solo per chiarire che, dal punto di vista delle definizione, ha senso differenziare un prodotto dall’altro. Ovviamente, ricadiamo nell’abuso del termine “biologico” e su questo, Fabio, sono d’accordo. E vale anche in questo caso il dubbio sulle effettive qualità aggiuntive di questi prodotti… Una persona sana non ha bisogno di apporti di altri sali minerali oltre a quelli che già sono presenti in una alimentazione equilibrata; dal punto di vista del sapore, sfido chiunque a distinguere il “sapore” del sale raffinato da quello non raffinato (*), anche tenendo presente che il sale va consumato in quantità limitate. Questo lo dico anche per esperienza personale, avendo acquistato nei miei viaggi questi prodotti.

      (*) Ovviamente non sto parlando dei mix sale + erbe aromatiche, che sono una cosa diversa.

  9. donato

    Articolo molto interessante che mi tocca da vicino. Voglio portare una mia personale testimonianza che avvalora, qualora ve ne fosse necessità, il senso del post di L. Mariani.
    Per hobby mi dedico all’orto ed al giardino. Ho deciso di adottare delle tecniche “biologiche”, ma, come scrive L. Mariani nel suo post, me lo posso permettere solo perché non devo commercializzare il prodotto: in questo caso avrei dovuto dichiarare bancarotta da subito. 🙂
    Dopo un po’ di tempo (pochissimo) mi sono reso subito conto che il “biologico” integrale è una pura fisima. In primis le concimazioni. La rotazione, il riposo vegetativo, la concimazione a base di letame sono in grado di fornire un prodotto stentato e malaticcio. Solo una concimazione di copertura a base di concimi minerali, eventualmente, arricchiti in microelementi è in grado di garantire il giusto apporto di sostanze nutritive e garantire un prodotto appena decente. Il mio è un caso particolare perché il terreno che coltivo è reduce da secoli di sfruttamento intensivo che lo hanno depauperato a tal punto da renderlo quasi sterile. Dopo esserne entrato in possesso ho impiegato quasi dieci anni per ricostituirne la dotazione organica e nutrizionale ottimali. Vedo, però, che la cosa riguarda anche altre persone che, professionalmente o per hobby, si dedicano alla coltivazione del terreno.
    Passando ai “pesticidi” posso testimoniare che i prodotti, senza un utilizzo seppur minimo di fitofarmaci, sono del tutto inutilizzabili. In un primo momento le piantine vengono assalite da crittogame e insetti di ogni tipo che ne impediscono lo sviluppo, successivamente i frutti sono colpiti da altri malanni di origine crittogamica e da infestazioni di insetti di vario tipo (a seconda dell’evoluzione stagionale si alternano attacchi di afidi, larve minatrici, bruchi di varie specie, dorifore, ecc., ecc.).
    Personalmente sono riuscito a raggiungere un certo equilibrio per cui utilizzo i fitofarmaci nella fase di impianto e di primo sviluppo delle piante escludendo qualunque trattamento nella fase di fioritura e successiva produzione (anche a costo di perdere completamente il prodotto, come capita di sovente) 🙂
    Confesso, però, che le mele, per esempio, posso utilizzarle solo per uso familiare in quanto sono tutte bacate. Stesso discorso per le pere o le ciliege.
    Sulla base della mia modestissima esperienza, pertanto, quando sento parlare di agricoltura “biologica” e vedo prodotti perfettamente sani e rigogliosi, non riesco a trattenere una risatina sarcastica. Allo stesso modo mi comporto quando guardo e ascolto certe pubblicità.
    Non voglio proprio accennare all’agricoltura biodinamica: è l’esatto corrispondente in agricoltura dell’omeopatia in farmacologia e medicina.
    E, per finire, una domanda a L. Mariani. Per il frutteto e l’orto una concimazione organica di base in quale periodo dell’anno è più indicata? I miei antenati spargevano il letame in agosto/settembre e provvedevano al suo immediato interramento. Negli uliveti, invece, accumulavano il letame alla base delle piante e lasciavano fare alla natura. Nel caso del frutteto la sola concimazione organica è sufficiente o è necessario integrare con concimazioni a base di concimi minerali complessi?
    (NON sono un agricoltore professionista per cui credo di potermi permettere di scroccare una consulenza gratuita!) 🙂
    Ciao, Donato.

  10. Grazie Prof. Mariani, ho imparato molte cose dalla lettura del suo post e, cosa che non ho mai fatto con gli altri post, compresi i miei, l’ho fatto leggere a mia moglie, alla quale è anche piaciuto molto per aver imparato cose insospettate sull’agricoltura “biologica” (le virgolette adesso sono d’obbligo).
    Sarei curioso di approfondire i rapporti tra le tossine dei funghi e agricoltura “biologica”: perché non subiamo i danni causati da quelle tossine? Esiste un trattamento preventivo con fitofarmaci sui semi? Se si, ha ancora senso parlare di agricoltura “biologica”? Gli agricoltori biologici conservano parte delle sementi per la semina successiva? Trattano questi semi in qualche modo? Come vede, la mia ignoranza sull’argomento è abissale e leggerei con piacere altri suoi post (semi) divulgativi.

    • Luigi Mariani

      Gentile Franco Zavatti,

      la ringrazio per le interessanti domande cui cercherò qui di seguito di rispondere.
      Per contenere i danni da micotossine ci sono oggi due strade maestre:
      – usare fitofarmaci fungicidi (è quello che si fa ad esempio su frumento)
      – adottare varietà resistenti ai patogeni fungini.

      Se la prima strada non si rivela possibile e la seconda nemmeno, i danni da micotossine – è inutile nascondersi dietro a un dito – li subiamo noi consumatori anche se non è politically correct parlarne perchè le micotossine sono naturali e come ben sappiamo quel che è naturale è buono (alcuni anni orsono ebbe il coraggio di denunciare la cosa Umberto Veronesi sul Corriere ma vedo che ormai tace anche lui).

      In proposito le porto il seguente esempio: il mais è attaccato da un lepidottero parassita di origine americana ma ormai ubiquitario (si chiama Ostrinia nubilalis, alias piralide del mais – http://it.wikipedia.org/wiki/Ostrinia_nubilalis).

      La larva di questa “simpatica” farfallina è “minatrice” e porta all’interno della pianta di mais i propaguli di una serie di funghi che sviluppano tossine cancerogene. Peraltro intervenire con insetticidi contro la piralide è cosa improba proprio per le abitudini minatrici della larva.

      Tuttavia l’ingegneria genetica ha sviluppato da anni una tecnologia assai efficace contro tale insetto che consiste nel trasferire al mais i geni di un batterio, il Bacillus turingiensis, che produce sostanze tossiche per gli insetti ma non per l’uomo. Si sono così creati i “mais BT” che negli USA sono commercializzati da oltre un decennio ed hanno risolto appieno il problema.

      In Europa tale accorgimento tecnologico è rigorosamente vietato (come lo chiamano? Cibo di Frankenstein?) e così il nostro mais si porta queste tossine che finiscono ad esempio nel latte delle vacche danneggiando il prodotto e, se qualcuno non interviene nei casi critici distruggendo il latte, anche la nostra salute.

      Sul tema delle sementi non mi dilungo se non per ricordare quale enorme vantaggio sia stato rappresentato dalla presenza in Italia di un’industria sementiera di grande tradizione che da quasi un secolo mette a disposizione degli agricoltori varietà selezionate per produrre in quantità e qualità elevata.

      Tale industria sementiera è soggetta ad una normativa di qualità stringente che è gestita dall’Ente nazionale sementi Elette (Ense), che per inciso ogni tanto qualche politico “lungimirante” tenta di chiudere facendolo passare per ente inutile.

      Oggi si è diffusa la fola che le industrie sementiere impediscono agli agricoltori di moltiplicare il loro semi. La falsità è palese è le spiego il perchè. Quando i miei nonni (parliamo degli anni 50) videro arrivare i primi mais ibridi, i quali producevano circa 3 volte la quantità di granella dei mais tradizionali, furono ben felici di acquistare il seme per incrementare il loro prodotto e dunque le loro sementi smisero semplicemente di moltplicarle perchè non gli conveniva più.

      E’ in virtù di tale esperienza che quando sento dire che in India i contadini si suicidano perchè le perfide multinazionali impediscono loro di moltiplicare il loro seme resto qantomeno perplesso.

      Penso infine che chi fa biologico sia libero di produrre le proprie sementi o di acquistarle sul mercato (e immagino dovranno essere anch’esse prodotte con metodo biologico, tanto per non far male alla salute…).

    • La storia dei contadini suicidi in India per via delle OGM, cavallo di battaglia di Vandana Shiva, è da molti contestata alla radice: il fatto sarebbe semplicemenete falso. C’è che certo, i contadini indiani si suicidano, c’è che alcuni coltivano OGM, ma pare che non ci sia correlazione. Ma siccome l’ha detto Vandana Shiva dev’essere vero per forza: il solito ciclo di autoreferenzialità, come per Hansen et al. Tra i vari link critici alla tesi di Shiva, ne riporto uno recente del Fatto Quotidiano, che presumo nessuno dei nostri attenti critici voglia ascrivere alla lobby degli industriali OGM…

    • Luigi Mariani

      Grazie per la segnalazione dell’articolo.

      L’ho scaricato essendo troppo ampio per accontentarsi di una lettura superficiale, ora me lo stampo e domani lo leggerò in metro mentre vado al lavoro.

      Anticipo tuttavia una cosa che, almeno a livello sociologico, mi pare di grande rilevanza: ho provato infatti a scorrere gli oltre 400 commenti che seguono la parte 2 dell’articolo di Bressanini e mi sono avveduto che fra i commenti ve n’è una quota rilevantissima improntata alla volgarità, allo slogan, all’insulto personale, alla diffamazione.

      Vedete, il lavoro del professor Dario Bressanini (cui và tutta la mia solidarietà per tale aggresione verbale) può essere criticato a ragion veduta (dopo averlo letto, come farò io) ma non essere trattato in quel modo.

      E questo mi porta da un lato a interrogarmi su come possa “Il fatto quotidiano” permettere che i propri collaboratori siano esposti al pubblico ludibrio in quel modo e dall’altro sul rischio che la violenza verbale che dilaga su Internet possa prima a poi tramutarsi in violenza fisica.
      In proposito tenete conto che a luglio non lontano da casa mia (ed io abito a poche centinaia di metri dalla via in cui fu assassinato Water Tobagi da Barbone & C) è apparsa sul muro di una casa la scritta “Brigate rosse, partito comunista combattente” con relativa stella a 5 punte In tutto questo tempo nessuno l’ha rimossa e tutte le mattine me la vedo davanti mentre vado al metro (e, per inciso, non posso non pensare a cosa proveranno di fonte a una cosa del genere i familiari di Tobagi che ancora qui vivono).
      Che dire: speriamo bene.
      Luigi

    • Riporto una considerazione, presente sul mio blog personale, ma presa a prestito da un altro blogger: un sito web che accetta commenti senza moderazione è come un gabinetto pubblico dove si può scrivere con il pennarello sulla porta. Evidentemente i giornali vogliono i commenti sulle pagine perché va di moda (e loro sono in difficoltà con le vendite), ma non hanno le risorse per mettere un moderatore. Il risultato è inevitabile.

      Se poi al Fatto Quotidiano applicano la moderazione e lasciano passare quella roba… be’, non commento.

  11. L’agricoltura biodinamica è effettivamente una forma di superstizione, oltretutto collegata ad altre pseudo-scienze (chi è curioso cerchi informazioni su Rudolf Steiner). La cosa che mi impensierisce è che viene presentata sempre più spesso in televisione (ancora domenica scorsa a Linea Verde), ma – chissà come mai – non vengono mai svelati certi dettagli. Viene solo delineato uno scenario agreste “d’altri tempi” e penso che la maggior parte dei telespettatori non informati la confondano tranquillamente con l’agricoltura biologica – critiche a parte anche a quest’ultima, io se fossi un agricoltore biologico mi arrabbierei.

    Per quanto riguarda il furto del termine “biologico”, è curioso che avvenga solo in alcune lingue: per esempio la nostra e in francese, mentre gli inglesi dicono “organic farming” e gli spagnoli “agricoltura ecologica” (si può discutere sul furto dei termini “organico” e “ecologico”, ma direi che è meno grave di “biologico”). Se fosse usato il termine appropriato, senza implicazioni su maggiore ecologicità o salubrità dei prodotti, non avrei critiche su questa pratica: dopotutto è una forma di “branding” dei prodotti,che ricade nelle normali strategie di mercato, e non è negativo che come effetto collaterale si mantengano vivi prodotti di nicchia (che in certi casi apprezzo). L’importante è che si capisca che in quanto tali, sono prodotti che quasi sempre possono soddisfare l’esigenza di gusti, ma non esigenze nutrizionali di massa.

    Ma ritornando all’articolo citato di Andreas Gattinger, ho una domanda: da quanto capisco, il ricercatore ha trovato una correlazione. Siccome la correlazione non è necessariamente causazione, ha poi tentato una spiegazione sul perché la pratica biologica avrebbe quel certo impatto sul sequestro della CO2?

    Come nota finale, non ho p

    • Luigi Mariani

      Caro Giudici,
      occorre anzitutto dire che l’effetto dell’agricoltura biologica sui livelli di sostanza organica del suolo è controverso.
      Ad esempio un lavoro pubblicato nel 2009 sull’Agronomy Journal da Leifeld et al e disponibile gratuitamente in pdf (https://www.agronomy.org/publications/aj/pdfs/101/5/1204) descrive una lunghissima sperimentazione condotta in Svizzera e durata 27 anni. Da essa si evince che non si riscontrano differenze significative fra coltivazioni convenzionali e coltivazioni biologiche in tyermini di accumulo di sostanza organica nei suoli.

      Gattinger et al. (2012), il cui articolo publicato nei PNAS è liberamente scaricabile dal sito http://www.pnas.org/content/early/2012/10/10/1209429109.abstract sostengono in estrema sintesi che analizzando 74 lavori pubblicati su riviste internazionali che trattano di agricoltura convenzionale e biologica in ambienti temperati e in alcuni casi tropicali, si coglie una differenza altamente significativa nei livelli di carbonio organico accumulato nei suoli a favore di quest’ultima. Non significative appaiono invece le differenze nei tassi di accumulo annui di carbonio.

      Secondo gli autori le analisi statistiche effettuate non evidenziano con chiarezza cosa sia alla base di tali differenze ma appare evidente che gli apporti esterni di concimi organici (letame) e le rotazioni abbiano qualcosa a che vedere con tale risultato.

      Poiché le tecniche di cui al punto precedente (concimazione organica + rotazioni) sono passibili di applicazione anche nell’agricoltura convenzionale, gli autori scrivono che “It is therefore likely that SOC concentrations and stocks under modern agriculture could be improved if these measures were adopted.”.

      In sostanza gli autori convengono con quanto da me sostenuto nel mio post e cioè che tecniche di agricoltura conservativa sono in grado di garantire buoni accumuli di sostanza organica anche in presenza di l’agricoltura convenzionale.

      In sintesi, lo ribadisco, non si può centrare la scelta tra biologico e convenzionale sulla capacità di accumulare carbonio nel suolo. Altri aspetti quali la produttività sono preminenti. u quest’ultimo argomento mi spiego con un esempio quantitativo.

      Prendiamo un ettaro a mais in pianura padana coltivato sfruttando tecnologie allo stato dell’arte. Il risultato produttivo è di 13 tonnellate di granella per ettaro cui si associano altri 13 t di foglie, fusti e radici che ritornano al terreno per reintegrare la sostanza organica.

      13 t di granella (ipotizzando che essa sia tutta composta di CH2O), sequestrano 13 * 44/30 = 19 t di CO2 (è un bel sequestrare vero?). Circa poi la sostanza organica che ritorna al suolo il 10%, corrispondenti a 13*0.1*30/44= 0.9 t di CO2 diventa humus (sostanza organica stabile a lentissima degradazione) mentre il 90% (pari a 13*0.9*30/44=8.0 t di CO2) viene “respirata” dal terreno e ritorna all’atmosfera in breve tempo, venendo poi per lo più introitata dalla cultura successiva.
      In sostanza il sequestro netto annuo di questo mais “tecnologico” è di 19+0.9=19.9 t di CO2.

      Per confronto prendiamo un mais tradizionale, il marano vicentino, coltivato con tecnica biologica. Il risultato produttivo è di 3 tonnellate di granella per ettaro cui si associano altri 5 t di foglie, fusti e radici che ritornano al terreno per reintegrare la sostanza organica.

      3 t di granella (ipotizzando che essa sia composta di CH2O), sequestrano 3 * 44/30 = 4.4 t di CO2. Circa poi la sostanza organica che ritorna al suolo il 10%, corrispondenti a 5*0.1*30/44= 0.3 t di CO2 diventa humus (sostanza organica stabile a lentissima degradazione) mentre l’80% (pari a 3*0.9*30/44=1.8 t di CO2) viene “respirata” dal terreno e ritorna all’atmosfera in breve tempo.

      In sostanza il sequestro netto annuo di questo mais “biologico” è di 4.4+0.3=4.7 t di CO2.

      Da questi dati si eince che il sequestro nel terreno è briciole rispetto a quello operato con il prodotto utile e che da questo punto di vista un mais “tecnologico” è insuperabile come sequestratore di CO2.

      Certo, qualcuno potrà dirmi che poi il mais si mangia e quindi torna in men che non si dica all’atmosfera; tuttavia ciò non è vero fino in fondo perché oggi con la granella di mais si fanno tantissime cose, comprese le materie plastiche.

    • Guido Botteri

      Fabrizio, hai scritto:
      “non è negativo che come effetto collaterale si mantengano vivi prodotti di nicchia (che in certi casi apprezzo). L’importante è che si capisca che in quanto tali, sono prodotti che quasi sempre possono soddisfare l’esigenza di gusti, ma non esigenze nutrizionali di massa.”
      Mi sembra che questo si possa applicare a quasi tutte le idee ambientaliste, tutte buone, anzi ottime, ma solo in casi particolari, di “nicchia”, non certo applicabili a livello di sistema.
      Questo è quello che sto cercando di far capire agli amici ambientalisti, che non si rendono conto dei campi di applicabilità delle varie soluzioni e vorrebbero risolvere i problemi della Società con sistemi del tutto inadeguati.

  12. Guido Botteri

    Leggere Mariani prima di andare a letto rinfranca la mente dopo tante amarezze della giornata, almeno ho imparato qualcosa di nuovo e interessante.

  13. gbettanini

    Bellissimo articolo.

  14. luciano mancinelli = licaone

    Eccellente relazione anti-verdame, ma ormai hanno straripato in Europa e forse solo la crisi economica e la fame possono ridurre il danno-disastro. Vi segnalerò agli anti-OGM di salmone org!
    Grazie, suddito non domo.

    • Luigi Mariani

      Suddito, suddito….

      sul concetto di “suddito” ricordo un aneddoto che ebbi la ventura di ascoltare alal radio, tanti anni fà, dalla voce del grande giornalista Gianni Brera.

      Il nostro raccontò che da ragazzo (parlava di prima della guerra, quando in Italia c’era il re e il fascismo) aveva avuto la ventura di fare un viaggio in Svizzera e alla stazione di Lugano, nel chiedere un’informazione ad uno spazzino elvetico, lo aveva apostrofato con un “Lei che è suddito elvetico…”. La reazione delle spazzino era stata tutt’altro che di contentezza tanto che la risposta era stata su per giù la seguente: “a su norma e regola io sono un cittadino elvetico, suddito sarà lei…”.

      A questo punto avrei dovuto dirle anch’io “suddito sarà lei, io sono un citadino..” ma questa frase, chissà perchè, questa sera mi suona stonata, per cui la lascio nella penna… segno dei tempi!

      Grazie, signor Mancinelli.

    • Luciano si è confuso perchè salmone.org è tutto tranne che un sito anti-OGM. Una svista innocente.

  15. Alvaro de Orleans-B.

    Grazie, ho imparato molto.

    A mio modesto parere, il problema parte da lontano, e comincia da una scadente “igiene concettuale”.

    Per mantenere una conversazione che abbia senso abbiamo bisogno di concetti univoci — e per distruggerla, per le ragioni che siano, basta seminare “concetti rubati”.

    Tra i primi, il furto del concetto di “biologico” — ormai cominciano ad abituarcisi, usandolo, anche gli scienziati — quale migliore misura del successo del furto?

    Eppure un bambino di 6 anni al supermercato si domanda (esperienza diretta) se quello che non sta sugli scaffali “biologici” fosse, appunto, “non-biologico” — ma non sente una risposta che abbia senso.

    Quel bambino a 6 anni viene così precotto per la vita, accettando e abituandosi che le parole sono elastiche, hanno solo il significato del momento.

    A questo punto il significato “elastico” di concetti come “rischio” e “imponderabile” permette oggi la costruzione di sentenze che, per rispetto istituzionale, aspetto di leggere in dettaglio prima di parlarne ulteriormente.

    Da piccolo mi insegnavano l’esempio classico: che succede se una “forza irresistibile” incontra “un’oggetto inamovibile”?

    Oggi verrebbe da rispondere prudentemente: “dipende…”

    Durante la mia vita, su questo pianeta siamo passati da due a sette miliardi e viviamo in media tutti molto meglio di prima — e non lo abbiamo fatto con le danze della pioggia o proclamando frasi di “captatio benevolentia” sociale.

    Purtroppo le leggi naturali sono incorruttibili; la loro formulazione, che oggi ci dà da mangiare in tanti, è costata una vita di fatica dei più grandi geni della nostra specie e se non ci piacciono possiamo solo falsificarle e tentare di sostituirle con delle altre non falsificabli — ma non possiamo “negoziarle” o “accomodarle”.

    Possiamo divertirci — o tollerare — che questo incredibile regalo di conoscenza che ci hanno fatto alcuni nostri antenati sia trattato come un pupazzetto da dare in gioco al gatto — oppure possiamo cominciare a difenderlo come un bene vitale, cominciando dalle sue indispensabili basi epistemologiche.

    Già, scusate, ho usate una parolona difficile. In dialetto si esprime con: parla come magni.

    Ancora grazie, Dr. Mariani!

    • Luigi Mariani

      caro Alvaro,
      convengo sul fatto che alle radici di queste cose stia il “furto del concetto di biologico” e mi spiego: l’agricoltura in toto è l’attività biologica per eccellenza per i due seguenti motivi:
      1. consiste nel governo da parte dell’uomo del ciclo del carbonio nelle sue due fasi fondamentali costituite dalla fotosintesi e dalla respirazione
      2. è da intendere come simbiosi dell’uomo con l’ambiente biologico. Simbiosi in cui l’uomo sviluppa piante e animali, ne trae nutrimento, e nel contempo ne viene a sua volta plasmato e ricreato.

      Questo spiega forse il fatto che gli anglosassoni (più pragmaticamente di noi) chiamano “organic farming” quella che da noi viene definita “agricoltura biologica”.

      Ritengo utile commentare brevemente questo secondo tuo concetto:
      “Possiamo divertirci — o tollerare — che questo incredibile regalo di conoscenza che ci hanno fatto alcuni nostri antenati sia trattato come un pupazzetto da dare in gioco al gatto — oppure possiamo cominciare a difenderlo come un bene vitale, cominciando dalle sue indispensabili basi epistemologiche. ”

      A tale proposito ricordo che:

      1. nel 1804 un signore che si chiamava Nicolas Teodore de Saussure (http://en.wikipedia.org/wiki/Nicolas-Th%C3%A9odore_de_Saussure) scopre la nutrizione carbonica delle piante (CO2 assorbita dall’atmosfera come base delle fotosintesi e primo mattone della vita) -> primo concetto svilito quando si è ridotta la CO2 atmosferica a rango di vile inquinante.

      2. intorno alla metà dell’800 Giusto Liebig (http://en.wikipedia.org/wiki/Justus_von_Liebig) scopre le basi della nutrizione minerale su cui si fonda e si fonderà anche in futuro la nostra capacità di ricavare dalla vegetazione prodotto sufficiente a nutrire il mondo -> altro concetto svilito quando si sostiene ad esempio che l’azoto minerale (somministrato ad esempio alle piante in forma di urea sintentizzata dall’uomo attraverso un processo realizzato per la prima volta da Wöhler nel 1828 (http://en.wikipedia.org/wiki/W%C3%B6hler_synthesis) è tutt’altra cosa rispetto all’azoto minerale che proviene dall’urea presente negli escrementi animali.

      De Saussure, Wöhler, Liebig sono solo alcuni degli artefici di quell’incredibile lascito di conoscenze che oggi stiamo semplicemente gettando alle ortiche per n ragioni (pigrizia, opportunismo, ideologia, ecc.).

  16. Paolo da Genova

    50 x 0.02 = 120 kg è sbagliato
    6000 x 0.02 = 120 kg è giusto

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