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Modello N°5: Sandy

Nell’indimenticabile film di Roberto Benigni non era Sandy ma Giuditta, ma sempre di geniale parodia della moda si trattava. La moda, da non crederci, è l’ultima frontiera dell’attivismo climatico. Attenzione, non parlo di tessuti ecocompatibili, riciclaggio di materiali o altri stratagemmi comunicativi molto chic per alzare l’appeal della produzione, parlo di moda del linguaggio.

Da Science Daily:

Climate Science: Trends in Use of Words in Scientific Studies May Impact Public Perceptions.

E’ un commento ad uno studio pubblicato su PLOS ONE, rivista scientifica open access ad ampio spettro:

Word Diffusion and Climate Change (pdf)

La prima firma è Alexander Bentley (non ha niente a che vedere con le auto, purtroppo), docente di archeologia e antropologia all’università di Bristol. L’abstract recita così:

[info]

Come i dibattiti pubblici e politici spesso dimostrano, può esistere una scollamento sostanziale tra le scoperte scientifiche e il loro impatto sul pubblico. Utilizzando la scienza del cambiamento climatico come un esempio, si riconsidera il ruolo degli scienziati nel processo di disseminazione delle informazioni, con la nostra ipotesi che assume che importanti parole chiave utilizzate nella scienza del clima seguano dei cicli stile “boom and bust” nell’uso comune. Esplorando questo uso comune all’interno di dati straordinariamente nuovi sulla frequenza delle parole in libri pubblicati fino al 2008, si mostra che un modello classico a due parametri di diffusione sociale riproduce fedelmente l’andare e venire di molte parole chiave a scala temporale generazionale o più lunga. Si suggerisce che lo stile dell’uso delle parole contribuisca ad una correlazione empirica e possibilmente regolare con l’impatto della scienza del clima sulla società.

[/info]

Prima le cose banali.

Chi di voi avrà visitato il link a Science Daily avrà anche visto che Bentley spiega il suo approccio con dovizia di particolari, partendo però dal presupposto che quelle che circolano sui cambiamenti climatici siano prove (evidence), alla stregua di quanto succede in altri ambiti scientifici ben più definiti. Sicché questo studioso non si accorge di aver aderito al consenso senza possedere gli strumenti per farlo. In qualche modo, quindi, anche lui è rimasto vittima di un “pacco” magari ben confezionato in termini di comunicazione ma dai contenuti piuttosto deboli. Altra cosa cui non si accenna, inoltre, è che questa non meglio definibile strategia comunicativa è in realtà in essere da almeno un ventennio, periodo in cui abbiamo sentito ripetere sino alla nausea alcune efficacissime parole chiave, tutte generate, fatte maturare e poi dismesse quando consunte nel perfetto stile boom and bust quali, riscaldamento globale, cambiamenti climatici, disfacimento climatico etc etc. Il Presidente del Napoli calcio, appena giorni fa, attribuiva lo stato pietoso del manto erboso del San Paolo a un virus che si è sviluppato a causa del “riscaldamento climatico”. Questo, tanto per fare un esempio di penetrazione del messaggio.

Figure 1. The popularities of the top climate change 1-grams in
the Google Ngrams database, normalized to the word the and
using a logarithmic scale.

Tra l’altro, l’analogia con la terminologia prettamente economica boom and bust non è proprio il massimo, perché sarà pur vero che la diffusione del soggetto che percorre la parabola arriva a livelli eccellenti – nel caso di specie volendo far giungere il messaggio al maggior numero di orecchie possibile – ma è anche vero che poi l’indice di diffusione crolla miseramente e, sempre nel caso di specie, il messaggio finisce nel cestino. Senza volerlo, forse, in questa analisi, più che studiare e proporre una metodologia di diffusione della comunicazione scientifica, si è descritto quel che è accaduto e sta accadendo: a furia di bombardare il pubblico con messaggi di ingiustificato catastrofismo, siamo prossimi ad un punto in cui nessuno, altrettanto giustamente, avrà più voglia di ascoltare. La brillante assenza dell’argomento clima nei dibattiti immediatamente precedenti la recentissima tornata elettorale negli USA credo renda bene questo concetto.

Ma, sin qui, lo studio circa i flussi del liguaggio e la capacità penetrativa delle parole. La parte più preoccupante è invece quella in cui, ritenendo di disporre di uno strumento in grado di simulare questa capacità, si suggerisce il ricorso a una strategia di linguaggio per diffondere il messaggio all’interno dell’uso comune di una generazione e, se del caso, anche due. Prove tecniche di grande fratello, con Orwell non a caso citato anche nel paper.

Di questo genere di cose ha parlato anche Michael Chricton nel suo “Stato di paura”, facendo descrivere ad uno dei suoi personaggi la straordinaria crescita della frequenza d’uso da parte dei media di parole come catastrofe, eccezionale, senza precedenti etc etc.

Ma, ancora una volta, sebbene affrontando la questione da un punto di vista semantico, si omette di considerare l’aspetto più importante e per questo imprescindibile: il problema non è nella qualità del messaggio o nella sua diffusione, il problema è nell’autenticità dello stesso. Nessun difetto di comunicazione quindi, quanto piuttosto povertà di contenuti. La questione è dicotomica. Quando si grida “al fuoco” dentro un cinema, se il fuoco c’è si è fatto del bene, se il fuoco non c’è ci si è resi protagonisti di procurato allarme. Dal momento che la catastrofe climatica oggi non c’è e gli strumenti che la prospettano continuano a fallire la verifica ogni volta che se ne presenta l’occasione, direi che sia piuttosto ovvio capire se si tratti del primo o del secondo caso. Certo, con le parole giuste e con la giusta dose di complicità colpevolmente inconsapevole di un sistema della comunicazione che ha da tempo fiutato l’affare, si potrà anche intravedere il successo ma, dopo il boom senza dubbio arriverà il bust, con buona pace delle strategie di comunicazione che con la scienza del clima hanno veramente poco a che fare.

Chiudiamo con l’aforisma di André Suarés, che già nel 1906 aveva inquadrato il problema delle mode e delle tendenze:

[blockquote]

La moda è la più eccellente delle farse, quella in cui nessuno ride perché tutti vi recitano.

[/blockquote]

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Published inAttualità

Un commento

  1. La Scienza di basa sui fatti e se una teoria viene smentita ogni volta e non si riesce a provarla in modo incontrovertibile, allora è sbagliata. Mi chiedo: cosa c’è di difficile da capire in questo concetto? Perché sembra che anche scienziati piuttosto bravi nei loro campi non riescano a capirlo? Dobbiamo quindi dedurre che non abbiamo capito cosa sia il famoso metodo scientifico?

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