Salta al contenuto

Lo sporco segreto delle policy climatiche

The dirty secret of climate policy, così inizia il post di Roger Pielke jr che oggi vi invito a leggere.

Ho deciso di proporvelo quando mi è capitata sotto gli occhi questa frase di Christina Figueres, Segretario Esecutivo dell’UNFCCC, presa però in un altro contesto:

[info]

… stiamo ispirando i governi, il settore privato e la società civile alla più grande trasformazione che abbiano mai intrapreso. Anche la rivoluzione industriale è stata una trasformazione, ma non è stata guidata da una prospettiva centralizzata. Questa è una trasformazione centralizzata che sta avendo luogo perché i governi hanno deciso di aver bisogno di dare ascolto alla scienza.

[/info]

Tralasciando il fatto che ad oggi non è ben chiaro se siano i governi a richiedere questa azione centralizzata o sia l’apparato burocratico delle Nazioni Unite a richiedere per se questo ruolo e tralasciando anche l’altro fatto che la scienza oggi esprime molta meno sicurezza di quanto si voglia far credere in materia di cambiamenti climatici, dalla ferma convinzione espressa dalla Figueres e dalla enorme mole di piani, studi e intendimenti per il futuro, scaturiscono concetti come quello che segue:

[info]

Portare l’elettricità a tutti per il 2030 dovrebbe richiedere che la generazione di elettricità sia per i 2030 solo del 3% superiore a quella del nostro scenario di riferimento…l’aumento delle emissioni connesse alla generazione di energia ammonterebbe a un esiguo 0,9% per il 2030.

[/info]

A parlare è nel 2009 Fathi Birol, capo economista dell’IEA, nell’ambito di quel wishful thinking che abbiamo rivisto nel World Energy Outlook che l’agenzia ha pubblicato di recente.

Praticamente il paradiso, energia per tutti e poche emissioni. Ma dietro c’è il “dirty secret” delle policy climatiche, perché non si dice chi paga e per fare cosa. Per capirlo bisogna guardare tra le righe, evitando di lasciarsi entusiasmare da questi paradisiaci proponimenti e dalle aspirazioni di global governance così chiaramente espresse appena poche righe fa.

E tra le righe del post di Roger Pielke jr scopriamo che per assolvere alla necessità di ridurre le emissioni soprattutto nel settore energetico, gli Stati Uniti, le cui emissioni pro-capite sono cento volte maggiori di quelle dei paesi cui ci si rivolge dicendo “energia per tutti”, sotto la pressione di due impegnatissime e famosissime multinazionali dell’ambiente, Amici della Terra e Greenpeace, hanno dato una limatina al campo d’azione della Overseas Private Investment Corporation, un’agenzia federale di primaria importanza per l’implementazione di investimenti nei paesi poveri. E’ bastato introdurre un tetto alle emissioni di CO2 per i progetti sostenuti, per escludere di fatto tutti quelli non riferiti alle risorse rinnovabili. Obbligo che, naturalmente, in patria non esiste, negli USA come in tutti gli altri paesi ricchi che tanto si dannano a parole per il sud del mondo.

E così ecco svelato il segreto. Onde evitare che quei paesi possano realmente aspirare ad un livello di crescita nella generazione di energia che possa sul serio puntare ad una forma di sviluppo paragonabile alla nostra e nel rispetto dei proponimenti così utopisticamente sostenuti anche dall’IEA, basta considerare prioritaria la riduzione delle emissioni rispetto alla disponiblità di energia, il tutto a casa d’altri e con la benedizione, anzi, l’imposizione, dei cosiddetti amici del Pianeta. Questi ultimi, del resto, accorsi numerosi anche all’ultimo summit climatico di Doha, non hanno mai fatto un mistero di considerare la specie animale più popolosa che questo Pianeta lo abita un danno per lo stesso. Meglio quindi limitarlo questo danno e il modo più semplice e sicuro per conseguire il risultato è che i ricchi restino ricchi e i poveri restino poveri.

Andate qui: Salad for Ethiopia: How Climate Policy Keeps Poor People Poor di Roger Pielke jr.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...Facebooktwitterlinkedinmail
Published inAttualitàEnergia

4 Comments

  1. Edo da Torino

    Gent. mo Col. Guidi, premesso che la vignetta di questo post fa rabbrividire e spero che non si avveri mai, per le vie del centro di Torino, che percorro quasi giornalmente per andare in università, incontro molte volte dei ragazzi giovani con le pettorine di Green Peace, che fermano i passanti per (penso) illustrare le loro attività, farsi conoscere… Ecco, ora vorrei stampare il suo post e farglielo “cortesemente” leggere.
    Auguri per un 2013 felix, faustus fortunatusque e sempre grazie per il suo lavoro su CM!
    Edoardo

  2. Luigi Mariani

    Caro Guido,

    ricorderai che in passato si era molto parlato del ruolo del presidente di IPCC in Tata e dei possibili conflitti di interesse.

    Interessante da questo punto di vista può essere valutare biografia e legami familiari della signora Figueres di cui citi una frase.

    La Figueres è un esempio lampante di “conflitto d’interesse”: figlia e nipote di presidenti del Costa Rica e con il padre (José María Figueres Olsen) che è oggi presidente di un’organizzazione non profit che si chiama “Carbon War Room” (http://en.wikipedia.org/wiki/Jos%C3%A9_Mar%C3%ADa_Figueres).

    Mi domando se una persona con questo tipo di condizionamenti possa nutrire una visione serena sui problemi che è chiamata ad affrontare per dovere istituzionale.

    Da questo punto di vista penso sarebbe opportuno iniziare a valutare in modo più oggettivo la nostra sfigatissima “battaglia” contro i mulini a vento.

    Chi sono oggi i mulini a vento con cui ci confrontiamo? Personalmente credo si tratti di un’oligarchia ricca e potente, una nuova “razza padrona” che mantiene le proprie posizioni di potere all’ombra de politically correct e del “salviamo il pianeta”, la stessa oligarchia descritta per intenderci in “Stato di paura” del compianto Michael Crichton.

    Questa oligarchia decide (e deciderà) dei destini del mondo, oggi giocando a demonizzare la CO2 e domani inventandosi chissà con quale altra diavoleria. La frase che tu citi è in tal senso emblematica (sembra presa da 1984 di Orwell…) e penso non sia buttata lì a vanvera, nel senso che delinea i fondamenti di una tecnocrazia, o meglio di una “scienziocrazia” o dittatura della scienza.

    E per inciso in questa dittatura la nostra povera scienza, con tutte le incertezze insite nei modelli che ha saputo fin qui partorire, non potrà far altro che ricoprire la parte di “mosca cocchiera” di interessi molto ma molto più grandi di lei (e la cosa per inciso sta già oggi accadendo, con la scienza asservita alle lobbies della green economy).

    Penso infine che chi ama autodefinirsi “progressista” debba prima o poi giungere a confrontarsi con questo tipo di problemi, così come con i benefici che la CO2 a 560 ppmv potrà dare al pianeta.

    Ciao.

    Luigi

  3. duepassi

    Niger Innis, mio amico di facebook, questo lo chiama ecocolonialismo. Impedire il progresso in Africa può anche essere ecocolonialismo, ma farlo in Occidente cos’è ?
    Mi domando cosa ci sia dietro tutto questo livore contro il progresso, tipo decrescite “felici” (o “rientro dolce”, per ridurre la popolazione a due miliardi di persone) e ho provato a darmi delle risposte.
    Le mie risposte le conoscete, le ho già esposte varie volte.
    Essenzialmente una incapacità di capire il cambiamento, quanto esso sia naturale e continuo; un’opposizione viscerale contro il nuovo, che ritroviamo nell’atteggiamento anti-progresso, fin dai tempi più antichi (Prometeo, ma anche prima), vestito di (apparentemente) ottime intenzioni, nell’incapacità di capire che le risorse non sono statiche, non sono una torta da spartire, ma sono una torta da preparare, anzi, tante torte.
    Un’incapacità di capire i cicli: se bevi un bicchiere d’acqua ad una fontanella (episodio realmente avvenuto) sentirsi dire “mi consumi l’acqua”, come se anche bevendo dieci o cento bicchieri, l’acqua della fontanella diminuisse… e così le mucche “consumano l’acqua” e per una bistecca che mangio a Napoli, un bambino morirebbe di sete nel Sahel… come si fa a concepire sciocchezze simili ? Non c’è diminuzione di acqua di falda là dove ci sono gli allevamenti ! L’acqua non si disintegra. Nulla si crea e nulla si distrugge.
    Un’incapacità di capire il messaggio di Darwin, questa gente vorrebbe fermare l’evoluzione, salvando qualsiasi specie esista attualmente, e chiamando questo atto contro-natura “un valore”…. contro la logica e la Natura, però. La teoria dell’evoluzione è in effetti antitetica all’ambientalismo talebano dei nostri giorni.
    E cosa grave, vorrebbe fermare i cambiamenti, ma per fare questo dovrebbe inchiodare (a cosa ?) l’asse terrestre, in modo che resti fisso, dovrebbe essere in grado di correggere l’eccentricità dell’orbita (che cambia a causa dell’attrazione anche di Giove e Saturno…che hanno il vizio antiambientalista di non stare fermi nello spazio…), dovrebbero fermare o rendere costanti i raggi cosmici, uniformare le emissioni di energia del Sole, proibendogli ogni macchia…. insomma serve che Gaia non sia una semplice dea, ma una superdea capace di cambiare le leggi della fisica.
    Ultimamente c’è chi ha suggerito di fermare i monsoni…. come se fosse un gioco di ragazzi, e cche ce vole, tutti in fila sulla spiaggia a soffiare contro 🙂
    Ma i monsoni sono la vita, sono un sistema di mitigazione del clima, che portano acqua abbondante a territori assetati.
    L’acqua dagli oceani nelle zone calde quando cambia stato incamera il calore latente, che poi restituisce quando torna allo stato liquido, dopo aver raggiunto una regione meno calda, ed in questo modo contribuisce a mitigare il clima. Questa gente non ha idea delle energie in gioco, e magari pensa di poter produrre energia con le bici. Sì, ma quanta ? Scrive David JC MacKay:
    “We have a huge amount of wave and wind.” The trouble with this sort of language is that it’s not sufficient to know that something is huge: we need to know how the one “huge” compares with another “huge,” namely our huge energy consumption. To make this comparison, we need numbers, not adjectives.
    Abbiamo bisogno di numeri, non di aggettivi, e i talebani ambientalisti avrebbero bisogno di confrontarsi coi numeri, quelli seri e veri, e cercare di capirli. E di confrontarsi col passato (historia est magistra vitae).
    Capirebbero che non devono avere una paura irrazionale del cambiamento, né della mancanza di risorse, e che comunque la decrescita non può che peggiorare le condizioni dell’uomo.
    E lasciassero crescere l’Africa.
    Secondo me.

    • Piero Iannelli

      Dopo il colonialismo arrivò l’ambientalismo, lo sviluppo sostenibile, i programmi per la riduzione della popolazione e la salvaguardia degli animali selvaggi.

      L’arretratezza del continente africano è frutto di queste politiche imposte con ricatti finanziari, militari e corruzione.

      http://www.stampalibera.com/?p=4777

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Categorie

Termini di utilizzo

Licenza Creative Commons
Climatemonitor di Guido Guidi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso info@climatemonitor.it.
scrivi a info@climatemonitor.it
Translate »