Climate Change? Occhio a quello che dite…

Occorre fare attenzione a quel che si dice, cosa ovvia ma a quanto pare ancora più cogente in ambito climatico. Quindi parole semplici e messaggi chiari nella comunicazione. Un eventuale  eccesso di zelo o una eventuale sopravvalutazione delle capacità dell’interlocutore potrebbe risultare nel grave danno di non essere creduti, perché pare che le parole non siano tutte uguali. Alcune entrano facilmente nell’uso comune, altre possono metterci anche decine d’anni.

 

Queste considerazioni vengono da Science Daily o, più precisamente, da un paper pubblicato su PLOS ONE:

 

Word Diffusion and Climate Science 

 

Analizzando la frequenza d’uso delle parole, ovvero quella che è stato possibile misurare nel database di Google Ngram, i ricercatori hanno trovato differenze notevoli nella velocità con cui queste sono diventate di uso comune e, considerata la lentezza di alcuni di questi processi, raccomandano particolare attenzione alla semplificazione del messaggio.

L’analisi, almeno per quel che mi è sembrato di capire, è però strettamemente quantitativa, non qualitativa, nel senso che il fatto che termini come quelli divenuti ormai di uso comune nella comunicazione di argomenti di interessi climatici – climate change, global warming, biodiversity etc etc, siano diventati sempre più frequenti non vuol dire affatto che sia aumentata la comprensione che il pubblico ha di questi.

 

L’esempio più lampante direi possa essere il termine “effetto serra”. La frequenza d’uso è ovviamente aumentata in modo esponenziale nelle ultime decadi, ma non sono certo che sia parimenti aumentata la comprensione del significato, dato che oggi se rivolge la domanda “cos’è l’effetto serra” a un non addetto ai lavori si ottiene quasi sempre una risposta che lo descrive in termini negativi, quando è scientificamente noto che l’effetto serra è il meccanismo che consente al mondo di essere come lo conosciamo, semmai è la sua presunta accentuazione a poter essere negativa e comunque sempre in termini relativi.

 

Ma lo stesso vale per il termine “climate change”. Oggi, e capita anche nelle publicazioni scientifiche, con questa locuzione si fa riferimento ai presunti cambiamenti delle dinamiche del clima che intervengono in ragione di un forcing esogeno al sistema, nella fattispecie quello antropico. Ma lo stesso uso del termine “dinamiche” nella spiegazione, implica qualcosa che è soggetto a variazioni, per cui è implicito che il clima sia per sua natura soggetto a cambiamenti, concetto che con questo uso semplicistico del termine si perde completamente. E non sono sicuro che questo non faccia parte di una strategia di comunicazione magari latente, magari non necessariamente intenzionale, che però nel tentativo di semplificare di sicuro non rende un buon servigio in termini di efficacia della comunicazione.

 

Comunque l’articolo, come anche la puntuale segnalazione che Science Daily fa in calce al post del database di Ngram, ha degli spunti interessanti. Facendo qualche prova ho notato che molti dei termini connessi con la problematica del climate change hanno avuto un picco di utilizzo poco dopo l’inizio degli anni ’90, per poi scendere e attestarsi su livelli più bassi o continuare a scendere piuttosto inesorabilmente.

 

Fermo restando che si dovrebbero conoscere le caratteristiche del campione, perché non sappiamo quali sono e come sono distribuiti in termini di argomenti trattati i libri contenuti nel DB, un vocabolo che raggiunge un picco dovrebbe aver raggiunto la massima diffusione e (con i caveat di cui sopra) anche la massima comprensione. Perché la curva cambia allora? Perché l’argomento cessa di essere al centro del dibattito o perché è stato nel frattempo soppiantato da altri riferiti allo stesso campo di discussione?

 

Probabilmente entrambe le cose. Il che significa da un lato che nonostante la comunicazione scientifica sia ancora martellante il pubblico non ne può più di sentirsi dire che il Pianeta si sta sfasciando se questo poi di fatto non accade, e dall’altro che la comunicazione scientifica ha nel tempo adottato delle strategie per tenere alto l’interesse sui propri argomenti, magari prestando scarsa cura anche al reale significato dei termini utilizzati. Al riguardo è lampante il caso del global warming che è diventanto climate change quando il mondo ha smesso di scaldarsi per poi diventare climate disruption (magari a mezzo del dibattito sugli eventi estremi) quando è sorta l’esigenza di trasferire nel mondo reale dei discorsi diversamente molto virtuali quali quelli delle improbabili proiezioni centenarie sul comportamento del clima.

 

Insomma, alla fine si tratta di un paper che fornisce dei suggerimenti su come orientare la comunicazione, pratica in cui mi pare di poter dire che il mainstream sia più che ferrato. Semmai sarebbero utili delle informazioni un po’ più precise circa l’attendibilità del messaggio, ma questa è un’altra storia.

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NB: ho volutamente evitato di inserire immagini dei risultati delle mie prove sui vari vocaboli perché basta andare a questo link per replicare per proprio conto l’esperienza. Buon divertimento.

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Author: Guido Guidi

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5 Comments

  1. Caro Guido,

    sono d’accordo su quel ” Semmai sarebbero utili delle informazioni un po’ più precise circa l’attendibilità del messaggio ” ma io aggiungerei anche che sarebbero utili informazioni sull’uso distorto che allo scopo di “educare il popolo” si è fatto di termini che dal punto di vista scientifico sono chiari come il sole da almeno un secolo e che vengono invece utilizzati in modo colpevolmente distorto per “cavalcare la tigre millenaristica”.

    Uno per tutti il termine “effetto serra” da cui lo slogan “lotta all’effetto serra” che ritrovo non solo sulla bocca di giornalisti e politici ma anche su quella di “scienziati”. Quest’ultimo fatto, per me moralmente riprovevole, si giustifica con la dottrina degli “scary scenarios” di Stephen Schneider (buonanima), che all’uso distorto dei concetti per fini superiori ha dato una “giustificazione morale” (aprendo la strada ad una vera e propria “doppia morale”), un po’ come Torquato Accetto aveva dato “giustificazione morale” all’ipocrisia, diffusissima nel XVII secolo per difendersi dal “Leviatano” assetato di sangue che erano gli Stati del tempo.

    Oggi non ci sono più i Leviatani di una volta ma la “doppia morale” alla Accetto/Schneider continua a prosperare, segno che, come il millenarismo, essa costituisce un tratto caratteriale profondo dell’essere umano.
    A quando uno studio da parte di dotti sociologi? Dubito che verrà mai fatto… ma magari mi sbaglio.

    Luigi

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  2. dott.guido guidi,scusa l’ot,ma sull autlook del 4 gennaio nn ho piu ricevuto una risp.

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  3. Trovo inaccettabile che la scienza condizioni i suoi risultati ad un giudizio etico.
    Punto primo perché questo presuppone che esista “la” etica giusta, quella unica e vera…il Pensiero Unico, insomma, e cioè la dittatura.
    La democrazia è invece qualcosa di molto diverso.
    Del resto, chi dovrebbe imporre la sua etica, tanto per fare un esempio, quelli che vogliono impiccare i gay, o quelli che vogliono il matrimonio dei gay ?
    Lungi da me voler aprire un OT su questo argomento, voglio SOLO ed ESCLUSIVAMENTE evidenziare che la possibile etica NON è UNICA, e quella che si imponesse potrebbe non essere quella che sperate.
    Un ricercatore che studiasse gli orsi, per esempio, è tenuto a “correggere” i dati che provengono dalle sue osservazioni, per essere conforme alla propria etica e alla propria ideologia ?
    Io credo che compito del ricercatore (come del magistrato in un processo) non sia quello di favorire una ideologia piuttosto che un’altra, ma rispettare la verità, QUALUNQUE ESSA SIA.
    La verità è il compito di chi fa ricerca. Poi, una volta descritti i fatti per quel che sono, la loro INTERPRETAZIONE può essere quella che si vuole.
    Chiariamo i fatti, in modo da avere una base di discussione;
    e poi apriamo la discussione sul perché quei fatti si siano verificati, e quali ne possano essere le conseguenze.
    Secondo me.

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    • Se non volevi aprire un OT dovevi cambiare esempio. Scusami ma anche questa è etica. Il primo caso necessita di galera pesante, il secondo di norme del vivere civile, a prescindere dal lessico con cui le si può definire.
      gg

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  4. La scienza non è né etica né ideologica. Lo sono, invece, gli scienziati ed i ricercatori. Noi molte volte, a torto, dimentichiamo che la scienza la fanno gli uomini che, per loro natura, seguono schemi mentali ben definiti a cui è difficilissimo sottrarsi. Noi vorremmo che lo scienziato fosse un puro spirito che spendesse tutto se stesso al servizio della scienza e della verità. Credo che questa sia una pia illusione. L’uomo, per esempio, è un essere sociale che, in genere, ama vivere in armonia con i propri simili perché in tal modo riesce a trarre il massimo vantaggio dall’altruismo che caratterizza la maggior parte di noi umani. E’ ovvio, pertanto, che ognuno di noi cerca di inserirsi in un gruppo all’interno del quale si parli la stessa lingua, si coltivino gli stessi interessi, si collabori alle varie imprese e si possano creare le condizioni per migliorare il proprio status. Chi la pensa diversamente dagli altri tende ad essere escluso e, alla fine, deve trovare il proprio spazio in un altro gruppo o ribellarsi al gruppo da cui viene emarginato attraverso la protesta, l’anarchia, l’insubordinazione, il nichilismo, fino alla violenza cieca. La parola riesce ad essere uno dei collanti del gruppo e, perciò, nei gruppi prendono piede dei linguaggi tipici, esclusivi, gergali destinati ad essere compresi solo dai membri del clan. Ecco, quindi, nascere le parole, i termini specifici di cui si parla nel post di G. Guidi. Essi sono un tratto distintivo della comunità e si evolvono in questa comunità. Probabilmente più che essere destinati a comunicare qualcosa al di fuori del mainstream sono destinati a rafforzare il legame all’interno della linea di pensiero dominante, a costituirne un segno distintivo che anche coloro che fanno parte dei flussi secondari cercano di utilizzare per farsi capire e, in qualche modo, accettare dal grosso del gruppo.
    Gli scienziati sono parte di una comunità (la comunità scientifica) molto esclusiva che riesce a comunicare poco con il resto della società. Qualche anno fa, nel trattare un argomento scientifico, mi lamentavo della mia modesta conoscenza della lingua inglese. Uno dei partecipanti alla discussione, ad un certo punto, mi chiese con quale diritto mi arrogavo di discutere di scienza visto che io non facevo parte della comunità come evinceva dal fatto che non ne conoscessi neanche la lingua! Secondo me molti termini sono coniati al solo scopo di consentire ai membri della comunità di contraddistinguersi e riconoscersi reciprocamente attraverso la specificità del linguaggio. Molti divulgatori, infatti, amano dire che la scienza non è per tutti, nel senso che non tutti sono in grado di capirla. Ovviamente sarebbe auspicabile che tra i vari gruppi esistessero dei canali di comunicazione e nessuno di essi si chiudesse a riccio. Quando questi canali si aprono, molte volte ad opera di individui di buona volontà che fanno da “pontieri”, però, nascono quei comportamenti che tendono a tutelare la specificità del gruppo e ad impedire che la linea pura (di pensiero, di sangue, di razza, ecc., ecc.) venga contaminata. Quasi sempre questi comportamenti portano allo scontro: a volte solo verbale, altre volte, purtroppo, fisico. La storia dell’evoluzione del mondo animale, di cui volenti o nolenti facciamo parte, ed anche la storia del genere umano ne è piena e, credo, che anche il futuro ne sarà pieno. Purtroppo siamo fatti così e se non siamo riusciti a cambiare fino ad oggi, credo che resteremo così anche nel futuro. Bisogna accettarci così come siamo, c’è poco da fare!
    Ciao, Donato.

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