Uhm…due gradi in più sono comunque meglio di niente…

I lettori più assidui di questo blog ricorderanno che qualche giorno fa abbiamo commentato l’apparizione nella blogosfera climatica della bozza di secondo ordine del futuro 5° Report IPCC. Un documento interessante, oltre che per il suo valore intrinseco, anche per quello che si potrebbe definire un accenno di cambiamento di rotta rispetto alle monolitiche convinzioni che hanno accompagnato nel recente passato il lavoro del Panel.

 

Ad oggi, tuttavia, non è dato sapere se questo cambiamento riguarderà anche uno degli argomenti più centrali in ordine al dibattito sul clima, ovvero la sensibilità climatica, cioè la stima dell’aumento delle temperature medie superficiali che sarebbe lecito attendersi per un raddoppio della concentrazione di CO2 rispetto all’era pre-industriale.

La sensibilità climatica, stimata saldamente da oltre un trentennio in un range che va da 1,5°C a 4°C con un valore centrale più probabile di 3°C, è assolutamente centrale nel dibattito perché da questi numeri, o più precisamente, dall’estremo superiore di questa stima, hanno preso spunto praticamente tutti i tentativi di mettere in pratica delle politiche di riduzione delle emissioni con annessi e connessi gli enormi costi prospettati per la realizzazione di queste policy. Molti ad esempio avranno presente le dichiarazioni circa la “necessità” di limitare il riscaldamento del Pianeta a 2°C e non oltre per evitare dei non meglio specificati sconquassi diversamente inevitabili.

 

Recentemente, forse anche per effetto della circolazione della famosa bozza del report, la discussione sulla sensibilità climatica ha subito una nuova accelerazione (qui e qui, per esempio, ma anche qui su CM). Come già avevano avuto modo di fare alcuni tra gli esperti meno convinti che il clima stia andando a ramengo, senza tra l’altro essere minimamente ascoltati, questa nuova ondata di informazioni va tutta nella direzione di valori di sensibilità climatica decisamente più bassi di quelli precedentemente stimati e universalmente accettati. Questo accade non solo perché nel computo del forcing netto della CO2 e dei suoi derivati o assimilati sono comparsi altri fattori come ad esempio gli aerosol e il black carbon, ma anche e soprattutto perché si deve necessariamente tener conto di quanto è accaduto negli anni più recenti. Cosa? Beh, semplicemente, nonostante tutti i forcing conosciuti, tenuti in considerazione e inseriti nel calcolo abbiano continuato ad insistere senza tregua, la temperatura media superficiale non è aumentata. Questo può significare molte cose insieme:

 

  1. Esistono forcing non noti o quelli noti non si comportano come si crede (leggere sopra ma pensare anche al Sole);
  2. La variabilità naturale, ovvero le normali oscillazioni del clima di cui si ha ampia contezza per il passato ha un peso diverso e più significativo di quanto sin qui attribuitole, cioè la CO2 pesa meno;
  3. Le precedenti stime della sensibilità climatica non sono corrette.

 

Come detto in apertura questa discussione sta animando il dibattito soprattutto nella blogosfera climatica, divenuta il luogo dove ormai si trovano le informazioni più stimolanti e dove si confrontano a viso aperto anche gli esperti più accreditati. Judith Curry, che anima uno dei blog più seguiti ed autorevoli ha appena pubblicato un post in cui riassume e analizza le opinioni di alcuni di questi esperti, siano essi più specificatamente degli addetti ai lavori o dei divulgatori.

 

Direi che l’opinione più sorprendente è quella di un convinto sostenitore dell’AGW, nonché scienziato che collabora al processo di elaborazione dei report IPCC, che dichiara apertamente che la stima della sensibilità climatica del panel, alla luce di quanto accaduto negli ultimi anni e della letteratura attualmente disponibile, non è più sostenibile né difendibile. Naturalmente però c’è anche chi quella stima la difende e la conferma, magari sostenendo che tener conto degli ultimi 10/15 anni, sia in ordine alle temperature superficiali che al contenuto di calore degli oceani, fa scendere troppo i valori della sensibilità climatica e dal momento che si potrebbe trattare di una “semplice” oscillazione di breve periodo che vedrà presto un ritorno di fiamma del riscaldamento, è meglio non tenerne conto ai fini delle stime di lungo periodo. Vero, come è vero del resto che la stasi degli ultimi 10/15 anni è lunga la metà del periodo del global warmin ruggente, cioè le ultime tre decadi circa del secolo scorso. Una differenza climaticamente importante ma non decisiva.

 

Del resto, come fa notare sempre la Curry nel suo commento, è difficile che possa essere intervenuto qualcosa che abbia improvvisamente fatto crollare la sensibilità climatica, si deve ragionare piuttosto in termini di shift, di cambiamenti repentini dello stato di equilibrio del sistema. Cambiamenti di cui però si hanno ampie tracce anche in passato e quindi certamente provocabili dalle dinamiche del sistema stesso. E qui si torna, come ci è capitato di scrivere e commentare molte volte, a quei cambiamenti di fase che riguardano sia il contributo degli oceani che i regimi atmosferici prevalenti da esso indotti. Tutte cose che possono certamente subire o aver subito un forcing anche antropico, ma che esistono comunque a prescindere. Finché non si dispoorà del livello di conoscenza di queste dinamiche che consenta di costruire modelli in grado di replicarle, sarà impossibile separare un eventuale segnale esogeno, ovvero esterno al sistema, da quello della sua intrinseca variabilità.

 

Insomma, c’è coma la sensazione, o se preferite la speranza, che grazie al tempo, che scorrendo sta dimostrando ogni giorno che passa quanto sia elevato il livello di incertezza su di un futuro del clima che pareva già scritto, si stia cercando di adeguarsi e di correggere il tiro, anche tra quanti ci dicono da tempo di aver capito tutto. Tutto bello tutto interessante e scientificamente leggittimo, se questa sicumera non fosse già costata vagonate di soldi e se la voglia di mantenere comunque in piedi il circo del movimento-salva-pianeta non fosse di fatto un limite a questa correzione. Sempre la voce dall’interno dell’IPCC, infatti, riporta di una certa attitudine di alcuni suoi colleghi a mentire scientemente per il raggiungimento dell’obbiettivo politico. Ecco, con tutta la nostra ignoranza, preferiamo sempre pensare che l’unico obbiettivo valido sia quello scientifico. Per tutto il resto, bene o male che faccia, c’è già chi ci pensa.

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Author: Guido Guidi

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9 Comments

  1. Non tutti sono d’accordo che il 97% degli scienziati credano nell’AGW:
    http://www.forbes.com/sites/jamestaylor/2013/02/13/peer-reviewed-survey-finds-majority-of-scientists-skeptical-of-global-warming-crisis/
    parlando con varie persone, ho notato che molti siano convinti che la totalità degli scienziati concordino sull’AGW, NESSUN climatologo escluso
    Quando gli fai qualche nome dei tanti che invece sono scettici, partono con la denigrazione, pagati dai petrolieri… ma c’è cho dice che ai petrolieri questo giochino dell’AGW stia bene:
    http://www.forbes.com/sites/energysource/2012/11/21/with-exxons-backing-obama-may-have-chance-to-institute-a-carbon-tax/

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  2. Non posso crederci. La bufala del 97%, fatta a pezzi tempo fa, viene ripresentata come fosse un’ultima notizia. Consiglio di star lontani da quella robaccia.

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  3. Donato scrive: “reputa, però, del tutto irrealistica una sensibilità climatica uguale o addirittura maggiore di 4,5 come si legge ancora da qualche parte o si ascolta in qualche documentario “divulgativo”.

    ho visto un doc qualche giorno fa sulle10 possibili cause di estinzione della specie umana, e al 4° posto dopo guerra biologica, guerra nucleare e cataclismi, c’è il riscaldamento globale.!
    A testimoniare l’enorme rischio c’era Stephen Schneider che diceva che entro il secolo le T aumenteranno di circa 4° C ma è più probabile di 6° e questo potrebbe portare a un escalation senza controllo fino all’estinzione.

    Stephen Schneider : il padre del catastrofismo

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  4. Concordo con Agrimensore. L’atteggiamento di Annan è corretto e dovrebbe caratterizzare tutto il mondo scientifico: di fronte all’evidenza dei dati è difficile sostenere il contrario. Dopo J. Hansen che ammetteva la stasi delle temperature e si chiedeva a cosa dovesse essere imputata (pur sostenendo che era temporanea e di breve durata) ecco le considerazioni di Annan sulla sensibilità climatica. Esse, inoltre, fanno il paio con quelle che un gruppo di studiosi norvegesi ha pubblicato (senza revisioni paritaria, però) qualche mese fa. Leggendo un post a firma di G. Schmidt pubblicato su RC
    http://www.realclimate.org/index.php/archives/2013/01/on-sensitivity-part-i/
    ho potuto rendermi conto che il problema della sensibilità climatica è molto sentito anche in quella che rappresenta la linea di pensiero dominante del dibattito climatico. Gli ultimi lavori pubblicati, in particolare quello di Annan et al. 2012, per esempio, fanno propendere per un valore medio della sensibilità climatica inferiore a 3°C e maggiore di 2°C. Ciò non toglie, però, che altri lavori portano a conclusioni diverse. Come al solito le campane sono diverse e suonano in modo diverso 🙂
    In ogni caso si tratta di ottime notizie perché dimostrano che il mondo scientifico è aperto a riconsiderare le sue posizioni. Con questo non voglio dire che Annan consideri plausibile un valore della sensibilità climatica pari ad 1, reputa, però, del tutto irrealistica una sensibilità climatica uguale o addirittura maggiore di 4,5 come si legge ancora da qualche parte o si ascolta in qualche documentario “divulgativo”.
    Come scrive G. Schmidt man mano che si affinano le conoscenze la sensibilità climatica tende a divenire sempre meno incerta. Io sono d’accordo con lui, però, non posso fare a meno di notare che i nuovi lavori, pur con estrema prudenza, tendono a fissarla su valori più bassi di quanto si facesse una volta.
    In altri termini quando dagli ambienti scettici si levava la richiesta di valutare bene le cose prima di prendere decisioni pericolose non si andava molto lontano dalla verità.
    Ciao, Donato.

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  5. the wendy’ hole citato anche sul blog della curry è un video pubblicitario su un fast food che mostra la gente cadere in un buco come i lemming ( sono quelli che hanno creduto all’IPCC finora senza un minimo di senso critico)

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  6. Secondo me:
    “Le precedenti stime della sensibilità climatica non sono corrette” (3)
    perché
    “la CO2 pesa meno” (2)
    in quanto
    “Esistono forcing non noti o quelli noti non si comportano come si crede” (1)

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  7. Per quanto mi riguarda, il tema della sensibilità climatica è di gran lunga quello principale dell’AGW. Come al solito, i post della Curry colgono il cuore del problema (per me rimane la numero uno, con tutto il rispetto per climatemonitor 🙂 ). Secondo me, l’opinione di Annan non è sorprendente, anzi, dovrebe essere normale: a fronte delle evidenze si può tranquillamente modificare la propria idea, per la verità si dovrebbe. Forse il problema è proprio questo, che spesso, anche a fronte delle evidenze, si cerca una qualsiasi giusificazione per rimanere della propria idea, perchè ci si è infilati in polemiche troppo aspre.

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