Il Global Warming latita, ma i modelli insistono

Sinceramente , sebbene sia giunta a latere di bel altre e ben più spaventevoli considerazioni, l’ammissione da parte del capo dell’IPCC circa il fatto che la temperatura media superficiale globale non ha subito alcun trend significativo negli ultimi 17 anni, è decisamente un bel passo avanti. Certo, ha anche detto che, perché questa assenza di trend possa avere un impatto sull’andamento nel lungo periodo di anni ce ne vorranno 30 o 40 ma al riguardo può stare tranquillo, di tempo ne abbiamo.

 

Anche perché, dopo tutto questo gran parlare, sarà pure il caso di aspettare e vedere come va. Del resto il problema di fondo, la discrepanza tra osservazioni e simulazioni, che si concretizza soprattutto nelle dinamiche con cui queste ultime redistribuiscono il calore in eccesso realizzando scenari che non trovano riscontro nella realtà, è tutt’altro che risolto.

 

La zona del Pianeta che riceve la maggior parte dell’energia è quella delle basse latitudini. Secondo la fisica – quindi anche secondo i modelli – se la temperatura alla superficie sale di un tot, in quota deve salire di più perché si conservi il gradiente pseudoadiabatico. Dal momento che la temperatura alla superficie è salita poco o niente in quella zona, parimenti poco o niente sale quella in quota nella realtà. Ciò significa che le simulazioni, se si assume che in effetti del calore in eccesso ci sia, o ne sovrastimano l’entità, o sbagliano nel redistribuirlo. John Christy ha recentemente riassunto così (quelle che seguono sono le conclusioni dell’articolo disponibile al link per intero):

 

CMIP5 e osservazioni1

Di pari importanza in questo caso sono le ampiezze dei trend attuali in superficie e in troposfera. Il trend medio che scaturisce da 90 simulazioni modellistiche per il periodo 1979-2012 (Climate Model Intercomparison Project 5 o CMIP-5 utilizzati per l’AR5 dell’IPCC) è di +0.232 °C/decade.  La media delle osservazioni è +0.157 °C/decade.  Per cui i modelli, in media, descrivono gli ultimi 34 anni come soggetti ad un riscaldamento che è circa 1,5 volte quello che è in effetti accaduto. Sannter et al. 2012 (per l’output modellistico 1979-2011) ha notato che un sottoinsieme di modelli produce un riscaldamento nella LT [bassa troposfera] che circa 1,9 volte quello osservato, e per uno strato atmosferico più ampio (media troposfera, superficie e fino a circa 18km) i modelli riscaldano l’aria 2,5 volte l’osservato. Queste sono differenze significative, che implicano che la sensibilità climatica dei modelli è troppo alta.

 

 

Conclusioni

Quanto sopra affronta le due problematiche affrontate inizialmente. Primo, i modelli climatici globali mediamente dipingono una relazione tra la superficie e la quota che è differente da quella osservata, cioè i modelli descrivono un fattore di amplificazione in quota che è superiore a quello osservato. Secondo, la media dei modelli climatici descrivono il rateo di riscaldamento dal 1979 come molto più elevato di quello osservato, con discrepanze che aumentano all’aumentare della quota (fattore consistente con la prima problematica).

 

Dal momento che questo aumento del riscaldamento negli strati superiori è la firma del forcing dei gas serra nei modelli, e non è osservato, si solleva il problema dell’abilità dei modelli di rappresentare i reali processi atmosferici dei flussi di calore verticali e quindi di rappresentare limpatto climatico dell’eccesso di gas serra che stiamo mettendo in atmosfera. Non è difficile immaginare che quando l’atmosfera vine riscaldata da qualunque cosa (leggi eccesso di gas serra) i processi esistenti che naturalmente espellono calore dalla Terra (leggi feedback negativi) possano essere attivati con maggior forza contrastando il riscaldamento derivante dal forcing.Questo risultato è collegato al concetto di sensibilità climatica, cioè a quanto sia sensibile la temperatura di superficie ad un forcing da gas serra più forte, concetto secondo cui recenti pubblicazioni suggeriscono che i modelli, in media, abbiano prodotto una sovrastima.

 

Restando sempre su questo argomento, Judith Curry ha recentemente pubblicato un post in cui raccoglie quel poco che sin qui è stato fatto in termini di comparazioni tra l’output modellistico e la realtà osservata. Potrà sembrare assurdo ma è la realtà dei fatti, la letteratura scientifica che analizza ed esplode in mille direzioni i risultati delle simulazioni, tra impatto sugli eventi estremi, sulla biosfera, sull’ambiente, sulla vita sociale etc etc, è soverchiante rispetto a quella che cerca di capire se queste simulazioni abbiano qualcosa in comune con la realtà. Questo, direi, racchiude in poche righe l’inconsistenza di tutta la montagna di carta, parole e, soprattutto risorse prodotte, sprecate e impiegate per inseguire un problema che non è affatto sicuro che esista.

 

Tenendo ben presente che la logica delle simulazioni è CO2-dipendente e che a diversi scenari di emissione corrisponderebbero un diverso riscaldamento e diversi impatti, con questi ultimi inevitabilmente peggiorativi al crescere delle emissioni, da qualunque parte si guardino queste comparazioni, è impossibile non notare che il riscaldamento occorso sin qui è inferiore a quello che sarebbe dovuto arrivare con lo scenario di emissioni migliore, mentre si sta in realtà realizzando quello peggiore. Non ha neanche senso quindi vedere la curva delle temperature cadere all’interno della forchetta, benchè sulla soglia minima, perché non ha senso la relazione CO2-temperatura sottostante al modello o al set di modelli che la generano. Se le simulazioni fossero valide, la temperatura dovrebbe essere sulla soglia massima o addirittura oltre, cosa che, ovviamente, non è.

 

Non so se un domani saremo in grado di riprodurre con sufficiente affidabilità le dinamiche della temperatura media superfizle del Pianeta e le variazioni climatiche ad essa collegate. Al momento sembra proprio di no.2

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  1. L’acronimo sta per Copuled Model Intercomparison Project phase 5 []
  2. L’immagine in testa al post rappresenta la comparazione tra le osservazioni del Dataset dell’Hadley Centre cui è stata applicata una maschera che esclude le aree per cui quel dataset è privo di dati e i modelli del CMIP5 – qui []
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Author: Guido Guidi

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12 Comments

    • Donato, lunedì approfondiamo questo aspetto.
      gg

  1. @guidi

    Pensavo fosse ovvio che chiedevo la fonte diretta in cui Pachauri avrebbe fatto queste affermazioni e non fonti copiate l’una dall’altra come “the australian””WUWT””GWPF” ecc. ecc., la googlata l’ho fatta e l’unica cosa che ho trovato è questa intervista di Pachauri in australia dove però non c’è traccia di quanto riportato sopra, quindi ripropongo il quesito esiste da qualche parte la prova di quanto affermate sopra o è un’invenzione del web?

    http://www.radioaustralia.net.au/international/radio/program/connect-asia/ipcc-head-pachauri-tackles-climate-change-issue-in-australia/1091880

    Post a Reply
    • Se alludi a video o audio io non ne ho. Ma questa cosa circola da un pezzo e non mi pare circolino smentite. La prossima volta curerò di assistere all’evento.
      gg

    • e2, la fonte originale (come puoi verificare da tutti coloro che riportano la notizia) è The Australian, che ha intervistato Rajendra Pachauri.
      Non mi risulta che Pachauri abbia smentito, anche se vari sostenitori dell’ipotesi AGW si sono messi in moto. Loro sì, ma Pachauri (che mi risulti) no.
      Questo allo stato dei fatti, ora come ora.

    • Ma figuriamoci se Pachauri passa le giornate a smentire ogni castroneria che viene pubblicata da The Australian e soci, bene quindi prendo atto che un qualunque giornale può riportare una qualunque dichiarazione e tanto basta per renderla reale…..

    • Hai ragione, Rajendra Pachauri avrebbe già troppo tempo da impiegare a smentire le cavolate che scrive e dice… come nell’Himalayagate…
      da
      http://news.bbc.co.uk/2/hi/8387737.stm
      Recently India’s Environment Minister Jairam Ramesh released a study on Himalayan glaciers that suggested that they may be not melting as much due to global warming as it is widely feared.
      He accused the IPCC of being “alarmist”.
      India says the rate of retreat in many glaciers has decreased in recent years
      Mr Pachauri dismissed the study as “voodoo science” and said the IPCC was a “sober body” whose work was verified by governments. (…) Michael Zemp from the World Glacier Monitoring Service in Zurich also said the IPCC statement on Himalayan glaciers had caused “some major confusion in the media”.
      “Under strict consideration of the IPCC rules, it should actually not have been published as it is not based on a sound scientific reference.
      “From a present state of knowledge it is not plausible that Himalayan glaciers are disappearing completely within the next few decades. I do not know of any scientific study that does support a complete vanishing of glaciers in the Himalayas within this century.”

  2. Riporto parte delle conclusioni
    “Non è difficile immaginare che quando l’atmosfera vine riscaldata da qualunque cosa (leggi eccesso di gas serra) i processi esistenti che naturalmente espellono calore dalla Terra (leggi feedback negativi) possano essere attivati con maggior forza contrastando il riscaldamento derivante dal forcing.Questo risultato è collegato al concetto di sensibilità climatica, cioè a quanto sia sensibile la temperatura di superficie ad un forcing da gas serra più forte”

    E’ un paragrafo con cui concordo assolutamente e, piùin genrale, le conclusioni riassumono, ovviamente in maniera più precisa e più autorevole, quelle che sono sempre state le mie perplessità sull’AGW.

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  3. e dove sarebbe questa dichiarazione di Pachauri?
    @donato
    Divergenza evidente? Ma se in entrambi i casi le osservazioni sono all’interno del range modellistico 5-95%.

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    • Basterebbe una googolata, ma ecco il link.
      Quanto alle temperature, credevo di averlo scritto ma lo rispiego. La relazione di fondo è +CO2=+Temperatura. Se hai invece +CO2 e meno temperatura o temperatura stabile, vuol dire che la relazione è sbagliata. Quell’intervallo viene dalla media dei modelli, così accade che le corse che prevedono temperature più basse ti consentano di avere un trend che rientra nell’intervallo (tra l’altro per un pelo e ancora per poco), ma comunque tu non sai né come né perché, visto che la tua relazione resta sempre quella. Non mi pare molto settled come scienza.
      gg

    • La divergenza è evidente rispetto al valore centrale del modello ed anche rispetto alla fascia di confidenza 25/75. Ovviamente i dati sono contenuti (per ora) nella fascia 5/95, ma anche nella fascia 0/100 e, se consideriamo i numeri interi, in quella meno infinito/più infinito 🙂 .
      Scherzi a parte, vorrei mettere in evidenza il fatto che nel grafico indicato in testa al post il diagramma dei dati è compreso entro la fascia modellistica 25/75 fin quasi agli inizi del primo decennio del 2000. Succesivamente ne esce e, di questo passo, abbandonerà anche la fascia d’errore più ampia. Nei grafici di RealClimate, invece, è riportata la curva del valore centrale del modello e la fascia di errore (5/95): la curva del valore centrale interpola in modo pressochè perfetto il grafico dei valori reali fino a, più o meno, lo stesso periodo, successivamente diverge permanendo entro la fascia di errore con tendenza ad uscirne.
      I dati reali usciranno dalla fascia dei valori modellistici? Se ne usciranno sarà per sempre o temporaneamente? Probabilmente, come scrive RC, si tratta solo di una pausa temporale del trend che, fra qualche tempo riprenderà; oppure, come scrive qualcun altro, il clima sta virando verso il freddo. Io, francamente non so chi abbia ragione. Mi limito a commentare i fatti ed i fatti mi spingono a scrivere che vi è una divergenza tra i valori previsti e quelli misurati pur in presenza di una permanenza dei dati entro la fascia di errore del modello. Credo, però, che nessuno possa negare che ci troviamo quasi alla frontiera inferiore del campo di oscillazione del dato modellistico.
      In occasioni opposte, a proposito del livello dei mari, per esempio (Comparing climate projections to observations up to 2011 di Stefan Rahmstorf et al. 2012), nessuno ha avuto da ridire sul fatto che le cose andavano peggio del previsto. Credo, pertanto, che in questo caso si dovrebbe poter dire che le cose vanno meglio del previsto senza per questo suscitare scandalo. A meno che, ovviamente non si decida di usare due pesi e due misure.
      Ciao, Donato.

  4. Un confronto simile a quello illustrato da G. Guidi nel suo post è stato eseguito anche da RealClimate
    http://www.realclimate.org/index.php/archives/2013/02/2012-updates-to-model-observation-comparions/

    I risultati sono del tutto simili a quelli indicati nel grafico in testa al post: esiste una divergenza evidente (direi macroscopica) tra le previsioni dei modelli e la realtà dei dati. Nel post su RC si riportano anche i confronti tra le medie modellistiche e quelle misurate relative al livello del mare ed ai ghiacci marini. In tutti i casi le misure dimostrano che le grandezze reali sono inferiori a quelle previste (è meglio di quanto potessimo pensare, per parafrasare un modo di dire piuttosto comune su queste pagine 🙂 ).
    Ovviamente su RC le spiegazioni di queste divergenze sono del tutto diverse da quelle proposte da J. Christy: i modelli non riescono a riprodurre variazioni ad alta frequenza o di breve periodo, rappresentano una media probabile e non la realtà, in ogni caso ci troviamo di fronte a periodi molto più caldi degli anni precedenti, nel futuro il GW riprenderà a correre, ecc., ecc.).
    Resta il fatto che, oggi come oggi, modelli e realtà divergono.
    Ritornando al capo dell’IPCC ed ai suoi 30/40 anni, noto che dovrebbero trascorrere altri 13/23 anni prima di poter dire la parola definitiva circa un’inversione di tendenza: 54+13=67; 54+23=77. Mah, la probabilità di riuscire a vedere chi ha ragione è abbastanza alta! 🙂 🙂
    p.s. visti i risultati di sondaggi, previsioni e proiezioni di queste ultime ore mi sa che, se tanto mi dà tanto, fra qualche anno potremmo anche vederne delle belle!
    Ciao, Donato.

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