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Il consenso in una cella di excel

Un foglio elettronico, un risultato clamoroso, un consenso concesso perché non si vedeva l’ora di farlo, un valore sbagliato in una cella, un risultato sbagliato, una figura da cioccolatai. Queste, più o meno con questa successione, le cose che sono accadute, con la crisi iniziata nel 2008 divenuta cronica forse anche in ragione di questi eventi.

 

Non parleremo di clima, almeno non subito, ma ci torneremo presto. L’argomento di oggi mi è stato suggerito da uno dei nostri lettori, che tra l’altro mi onora della sua amicizia. Ecco qua, due articoli molto simili usciti uno sul Financial Times e l’altro sul New York Times. Concentriamoci sul secondo, perché è di libera lettura (FT richiede la sottoscrizione) e perché lo ha scritto Paul Krugman, già premio nobel per l’economia, che magari non ne saprà di clima ma di certo ne sa di soldi e dintorni.

 

 

La storia. Nel 2010 esce un articolo a firma di due economisti di Harvard, Reinhart e Rogoff, uno studio che aveva lo scopo di ricercare un limite all’indebitamento che un paese possa sopportare prima che questo conduca ad una limitazione ove non vero e proprio arresto della crescita. Tale limite, nel loro paper, è stato individuato nel punto in cui il debito pubblico raggiunge il 90% del PIL. Un risultato sorprendente che tutti i sostenitori dell’austerità economica hanno subito fatto proprio e trasformato in dogma. E così, sui media, nasceva il consenso del mondo dell’economia sul “tipping point” del debito pubblico. Sotto dunque con politiche di assoluta austerità e, alcuni dicono, sotto anche con il colpo di grazia al sistema economico occidentale. Circa questi aspetti, ci tengo a precisarlo, la mia è pura cronaca. Sono fatti ben noti e non posso né voglio esprimere valutazioni dal momento che non possiedo assolutamente le conoscenze necessarie.

 

Bene, Krugman riporta nel suo articolo  che in realtà il paper aveva suscitato non poche perplessità nel mondo della ricerca sull’economia, ma, a quanto pare, nessuno sembrava volerne tener conto. Perplessità sul rapporto causale di quella che sembrava essere una correlazione neanche tanto solida e, soprattutto, impossibilità da parte di quanti ci avevano provato, di riprodurre i risultati del loro lavoro, pratica ritenuta giustamente un caposaldo della ricerca in qualsiasi settore.

 

Dopo non poca fatica e soprattutto dopo gli sconquassi economici che la politica dell’austerità ad ogni costo sembra aver generato piuttosto che risolto, finalmente qualcuno è riuscito ad ottenere i dati e i codici utilizzati da Reinhart e Rogoff, scoprendo con non poco stupore che i due avevano omesso una parte dei dati, avevano utilizzato procedure statistiche inusuali e controverse e, infine, avevano commesso un semplice errore di calcolo nel loro foglio excel. Fatte le correzioni, ne è venuto fuori quello che già si sapeva e cioè che la correlazione negativa tra debito pubblico e crescita esiste ma è molto debole, che non è possibile stabilire una relazione causale in un senso o nell’altro e che, questa è la parte più significativa, non c’è nessuna traccia di “tipping point” per un debito pubblico al 90% del PIL o a qualsiasi altro livello.

 

Torniamo a casa. Vi ricorda qualcosa tutto questo? Riproducibilità dei risultati, reticenza nella cessione dei dati in proprio possesso utilizzati per la ricerca, procedure statistiche stravaganti e, dulcis in fundo, errori, magari piccoli, che alterano però completamente il risultato, con tanto di punto di non ritorno pericolosamente vicino. Sembra di parlare di clima non è vero? Quanti anni ci sono voluti a Steve McIntyre per smascherare l’Hockey Stick di Michael Mann? Quasi una decina, e se non ci fosse stato il climategate non sarebbero bastati. Oppure vogliamo parlare della nuova versione della mazza da Hockey, il lavoro di Marcott et al., di qualche mese fa?

 

Chissà se tra qualche anno si riuscirà a capire se ha fatto più danni il consenso sul lavoro di Reinhart e Rogoff su cui si sono gettati con entusiasmo i predicatori dell’austerità ad ogni costo o quello sulle origini interamente antropiche del riscaldamento globale che l’economia mondiale la sta erodendo da un paio di decenni almeno? Vedremo. Per adesso, in campo economico si dovrà innanzi tutto capire se la scoperta di questo “errore” riceverà la stessa attenzione e considerazione che i due hanno ottenuto con un lavoro che evidentemente faceva molto comodo. In campo climatico invece i media si stanno finalmente accorgendo che la scienza è tutt’altro che definita, ma la strada è ancora lunga, molto lunga.

 

NB: Grazie ad Alvaro per la segnalazione.

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Published inAttualità

Un commento

  1. Per la cronaca, non mi fido per niente di Krugman in quanto premio Nobel, perché i suoi articoli sono tutti del tipo “Io solo capisco l’Economia, e concedo che capiscono qualcosa quelli che mi danno ragione; gli altri sono repubblicani, sporchi, cattivi, bugiardi e ignoranti”. Diciamo un approccio non proprio equilibrato per una materia scientifica, o pseudo tale. Peraltro è uno che, seriamente, ha proposto di risolvere il debito pubblico USA coniando una singola moneta da un triliardo di dollari (sic!), a dimostrazione di un approccio “lievemente” accademico ai problemi concreti. Krugman sta all’economia come Hansen alla climatologia, secondo me,

    Questo non invalida la storia raccontata perché in questa circostanza, se ho capito bene, Krugman invece che (suppongo piuttosto oltre che) esprimere la propria opinione ha fatto da reviewer trovando un errore oggettivo.

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