Global warming catastrofico: scetticismo analitico e sociologico

Com’è stato il tempo oggi dalle vostre parti, caldo, freddo, così così? Non importa, quali siano state le condizioni atmosferiche della località dove vi trovate, tra le innumerevoli possibilità che la Natura mette a disposizione, non sarà stata colpa del riscaldamento globale. Per molte ragioni. La prima forse la conoscete se siete lettori assidui di questo blog o se semplicemente vi siete soffermati a riflettere: l’aumento delle temperature medie superficiali globali non è in alcun modo percepibile o riscontrabile nella quotidianità alla scala spaziale locale; e nemmeno a quella regionale o continentale. Non a caso la stima delle temperature medie è, appunto, globale. Ad altrettanto ampia scala spaziale sono poi riferite le proiezioni di ulteriore riscaldamento, tra l’altro sin qui largamente disattese, con i modelli di simulazione climatica che, se poco attendibili a scala globale, per spazi più ridotti sono del tutto inutili. Almeno sin qui.

 

Già questo basterebbe a tranquillizzare gli animi di quanti si sentono, come dire, un po’ assediati dai continui avvisi di catastrofe imminente così generosamente diffusi da una certa comunicazione scientifica e dalla grande maggioranza dei media. Ma per essere scettici di ragioni ce ne sono molte altre, anche analitiche e sociologiche.

Le prime ce le spiega Doug Keenan in un breve saggio che affronta il problema delle ‘numerose evidenze’ di riscaldamento da un punto di vista statistico. Tranquilli, è facile da leggere, perché malgrado le premesse non richiede alcuna particolare conoscenza della materia. Semplicemente, utilizzando non già le elucubrazioni di chissà quale perfido pseudo-scienziato al soldo delle multinazionali del petrolio, quanto piuttosto quanto scritto a chiare note nella Bibbia del clima che cambia e cambia male, il report IPCC, si apprende che i metodi statistici utilizzati per definire se e quanto possano essere ritenuti significativi in senso statistico i segnali di riscaldamento che il mondo starebbe trasmettendo, sono sbagliati nel migliore dei casi e appositamente scelti per sostenere una tesi preconcetta nel peggiore.

 

Vi sembrerà assurdo ma è così, è tutto scritto nel 5° Report IPCC, ovvero nella sola parte di esso già pubblicata, quella che fornisce le basi scientifiche del problema. Tra queste basi, ovviamente, anche la significatività statistica delle analisi condotte sulle serie storiche dei parametri climatici. Ora, per asserire che qualcosa sia cambiato in modo diverso da quanto accaduto in passato, su quelle serie devono essere condotte delle analisi di significatività statistica. Per farlo si deve innanzi tutto scegliere un modello statistico, ovvero si devono fare delle assunzioni che permettano poi di applicare dei testi di significatività che inevitabilmente però dipenderanno da quelle assunzioni. Come si può quindi nei diversi capitoli dello stesso report leggere da una parte che il riscaldamento a cui il pianeta è andato incontro non ha precedenti e dall’altra che il modello statistico impiegato è stato favorito in modo arbitrario rispetto ad altri modelli (assunzioni) nonostante la letteratura cui si fa riferimento stabilisca che quel modello è inadatto a descrivere quel genere di dati, ovvero quelle serie temporali? Ecco quello che dice il 5° Report IPCC, cap. 2 – Box 2.2, come ripreso da Keenan (neretto aggiunto):

 

The quantification and visualisation of temporal changes are assessed in this chapter using a linear trend model that allows for first order autocorrelation in the residuals (Santer et al., 2008; Supplementary Material 2.SM.3). Trend slopes in such a model are the same as ordinary least squares trends; uncertainties are computed using an approximate method. The 90% confidence interval quoted is solely that arising from sampling uncertainty in estimating the trend.

There is no a priori physical reason why the long-term trend in climate should be linear in time. Climatic time series often have trends for which a straight line is not a good approximation (e.g., Seidel and Lanzante, 2004). The residuals from a linear fit in time often do not follow a simple autoregressive or moving average process, and linear trend estimates can easily change when estimates are recalculated using data covering shorter or longer time periods or when new data are added. When linear trends for two parts of a longer time series are calculated separately, the trends calculated for two shorter periods may be very different (even in sign) from the trend in the full period, if the time series exhibits significant nonlinear behavior in time (Box 2.2, Table 1).

[…]

The linear trend fit is used in this chapter because it can be applied consistently to all the datasets, is relatively simple, transparent and easily comprehended, and is frequently used in the published research assessed here.

 

Riassunto di Keenan. E’ stato scelto un modello statistico senza una giustificazione statistica. Per di più, il modello scelto è ritenuto statisticamente inappropriato per i dati climatici. Ma è stato comunque scelto per due ragioni: la prima è che scegliere un modello più appropriato avrebbe richiesto uno sforzo maggiore; la seconda è che praticamente tutti hanno usato lo stesso modello – sebbene anch’essi senza una giustificazione statistica. La prima non è chiaramente una valida ragione per scegliere un modello inappropriato. Il box è corretto nel dire che il modello statistico prescelto è “utilizzato frequentemente nella ricerca pubblicata”; ripetere un errore molte volte, tuttavia, non corregge l’errore.

 

Ma, nel cap. 10.2.2, si legge:

 

Trends that appear significant when tested against [the statistical model used in Chapter 2] may not be significant when tested against [some other statistical models]”.

 

E, infatti, non viene fatta alcuna scelta, di fatto riconoscendo che non comprendiamo i dati in modo sufficiente per scegliere un modello statistico. Che strano, nel Summary for Policy Makers, l’unico documento che conta davvero, tutto questo passa inosservato, mentre la tesi del senza precedenti’ ha un posto d’onore. Forse vale la pena ricordare che l’analisi statistica dei dati ricade sotto la responsabilità del cap.10, non del cap.2. In sostanza, che sia caldo o freddo, oggi non siamo in grado di dire se questo abbia effettivamente una rilevanza statistica rispetto al passato.

 

Non stupisce quindi che qualcuno si sia preso la briga di analizzare il tema del riscaldamento globale di origini antropiche e dal futuro catastrofico da un punto di vista sociologico, sostenendo qualcosa che vi sorprenderà: il fenomeno di quella cui molte volte ci siamo riferiti come isteria collettiva è un memeplex, ossia un meme complesso, un’identità culturale capace di replicarsi e diffondersi al pari di un gene, un’identità che come molte altre che l’hanno preceduta e che hanno fatto anche la storia dell’umanità, non ha nulla che fare con il CAGW che esista o meno, che sia male o bene. Non una nuova religione quindi, come molte volte abbiamo detto. Non un’ideologia, come pure abbiamo sostenuto. E tantomeno uno schema a fini politici. Tutto questo viene dopo, dopo che il meme si è diffuso, moltiplicato, ingrandito e saldamente annidato nella nostra cultura, cioè nella nostra società. Vi starete chiedendo il perché del corsivo. Semplice, queste per chi scrive sono novità assolute, difficilmente digeribili al pari delle questioni analitiche di tipo statistico, per cui, nessuna intenzione di dar loro cittadinanza a prescindere. Si tratta, anche in questo caso, di un invito alla lettura e conseguente riflessione, prima della presentazione che Andy west fa del suo lavoro e, poi, se ve la sentite, del suo saggio per intero (stesso link, ospite di Judith Curry), che pare abbia anch’esso dimensioni bibliche, tanto per restare in argomento.

 

Se ne venite fuori con un’opinione proprietaria, forse vi porrete la domanda che segue: ma se con gli strumenti che l’attuale conoscenza mette a disposizione si dovrebbe essere in realtà molto più prudenti circa l’AGW e i suoi derivati, e se il problema è davvero qualcosa di culturalmente indipendente da quella conoscenza, sarà davvero il caso di puntarci su tutto il banco o piuttosto sarebbe meglio pensarci un attimo?

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Author: Guido Guidi

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3 Comments

  1. “….ho pensato alle statistiche IPCC ed agli studi di R. Spencer j. …”
    .
    errata corrige: R. Pielke jr. e non R. Spencer j. . Chiedo scusa per l’equivoco.
    Ciao, Donato.

    Post a Reply
  2. Ormai è un mantra che ossessiona il genere umano e, secondo me, nulla possono articoli come quello di Keenan.
    Un esempio fresco di giornata. Mentre tornavo a casa, stasera, circa un’ora fa, ho avuto modo di seguire un pezzo della trasmissione radiofonica Zapping 2.0 in onda su RadioUno RAI. L’argomento, ovviamente, era il nubifragio che ha funestato la Sardegna ed il conduttore ha intervistato un esperto di problematiche urbane ed ambientali di cui non ho avuto modo di memorizzare o appuntare il nome (stavo guidando 🙂 ).
    L’esperto alla domanda iniziale del conduttore circa le cause dell’immane disastro, ha risposto, dicendo che si è trattato di un evento eccezionale che non era prevedibile, MA certamente imputabile al cambiamento climatico in atto. Ad una successiva domanda inerente le responsabilità umane connesse alla cattiva gestione del territorio (mancanza di manutenzione ed eccessiva urbanizzazione) l’esperto ha risposto che sono cose che hanno influito, MA che l’evento era da attribuire principalmente al cambiamento climatico in atto.
    Ad un certo punto è intervenuto un ex amministratore locale che ha sostenuto che la responsabilità umana circa gli eventi luttuosi che da anni funestano il Bel Paese è essenzialmente da imputare all’incuria dell’uomo che non effettua operazioni di manutenzione e messa in sicurezza del territorio e massimamente degli amministratori locali che autorizzano tutto ciò che il cittadino chiede (dal punto di vista urbanistico) indipendentemente dal danno che questo intervento può arrecare al territorio.
    Il conduttore, forte dell’assist dell’ascoltatore, ha incalzato il suo ospite chiedendogli se non fosse il caso di spendere qualche soldino in più per la messa in sicurezza del territorio preventivamente piuttosto che intervenire a posteriori con costi enormi. L’esperto ha convenuto sulla circostanza, MA solo perché ad ogni autunno ed a ogni primavera si verificano (a causa del cambiamento climatico 🙂 ) eventi che una volta erano molto rari e che producevano danni ingenti, ma sostenibili proprio perché molto meno frequenti di oggi.
    .
    A questo punto mi sono arreso: ho pensato alle statistiche IPCC ed agli studi di R. Spencer j. che, nero su bianco, attestano che non vi è alcun segnale statisticamente significativo che il cambiamento climatico ha prodotto un aumento della frequenza degli eventi estremi; ho pensato al Ministro dell’ambiente che, oggi, in parlamento (pur con molti problemi con la specificità tecnica del linguaggio con cui era stata stilata la sua informativa 🙂 ) ha certificato che gli amministratori locali erano stati avvisati per tempo dell’eccezionalità del fenomeno meteorologico (con tempo di ritorno plurisecolare) in arrivo senza che l’allarme venisse trasmesso ai cittadini; ho pensato alle mappe meteorologiche (visibili a tutti liberamente su ilmeteo.it) che già da sabato evidenziavano delle preoccupanti macchie violacee ad ovest della Sardegna e mi sono detto che era molto più comodo, per tutti, prendersela con “le bombe d’acqua” che “cadono” su un’area ristretta e con il cambiamento climatico globale, piuttosto che fare i conti con le proprie responsabilità.
    .
    Conosco l’area di Oristano (molto meno le altre) e non mi meraviglio che un fenomeno molto intenso possa aver avuto conseguenze così disastrose. La fascia costiera era una zona paludosa ricca di stagni salmastri che, se da un lato sono un paradiso per turisti ed ornitologi, dall’altro testimoniano la difficoltà delle acque piovane di defluire verso il mare. Di ciò non credo che si sia tenuto conto quando si è consentito di sfruttare, da un punto di vista edilizio, aree che la natura aveva destinato all’accumulo delle acque piovane. Allo stesso modo ho le competenze per affermare che molti dei ponti e ponticelli che hanno ceduto inghiottendo macchine e vite umane o erano troppo malconci o dimensionati in modo errato (ho visto in televisione, per esempio, una strada che, in corrispondenza di un torrente o di un fiume, si abbassava fin quasi a sfiorare l’alveo: fare il contrario avrebbe aumentato la sicurezza, ma, ahimè, anche i costi del ponte).
    In altre parole Keenan ed i suoi emuli avranno voglia a scrivere e noi a commentare ed a dannarci l’anima nel tentativo di dimostrare l’infondatezza di certe tesi, per ora il vento soffia da un’altra parte, dalla parte della responsabilità umana circa il cambiamento climatico: come si fa a perseguire l’intero genere umano per le sue responsabilità nel determinare il cambiamento climatico? Sarebbe molto più semplice (ma molto meno conveniente politicamente e socialmente), invece, perseguire chi ha consentito e realizzato tante nefandezze e, indirettamente, tanti lutti.
    E per finire consentitemi di ricordare con tristezza e rispetto le vittime provocate dall’alluvione della Sardegna: che possano riposare in pace.
    Ciao, Donato.

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  3. Bellissimo articolo , la cosa molto interessante é il fatto che Keenan smascheri l’infondatezza primaria di tutto il circo IPCC, cosa che dovrebbe venire dalla scienza e non dalla socio-psicologia. Come da tempo ripeto, senza voler nessun merito, il punto fondamentale di incosistenza del tutto é il fatto che i modelli previsionali e le statistiche si basano su scale spazio temporali inconsistenti e insensate per degli eventi “geologici” o dei fenomeni naturali di superficie, non importa il nome che vogliamo dargli. Basterebbe scardinare finalmente questo punto e tutto il resto crollerebbe di conseguenza. QUello che ci dice l’autore é che in realtà il tutto sta su non per basi scientifiche solide ma per una volontà umana figlia evidentemente di una società malata o di una mutazione genetica retroevolutiva ( che forse ci porterà all’estinzione?)

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