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Quando la divulgazione scientifica danneggia la scienza

E’ domenica mattina, però, mi sono alzato un po’ presto (relativamente ad altre domeniche, ovviamente). In attesa del richiamo usuale di mia moglie a prepararmi per uscire, accendo il computer e dò un’occhiata in giro: CM non ha ancora aggiornato la pagina, WUWT presenta le solite polemiche tra lo staff e D. Archimbald, BEST, ecc. ecc. per cui torno, dopo un’assenza di qualche mese a leggere ClimateAudit e mi capita sott’occhio una recensione che attira la mia attenzione. Si tratta di Rosenthal et al., 2013, articolo che ha generato una vivace discussione nell’ambiente climatologico e che riguarda la ricostruzione del contenuto di calore degli oceani negli ultimi 10000 anni (qui l’abstract).

Scopo di questo post non è la discussione dell’articolo in quanto non ho avuto modo di leggerlo (è a pagamento), per cui ciò che ho letto lo deduco dal commento di Climate Audit e dalle comunicazioni alla stampa, ma di condividere con i lettori di CM alcune considerazioni che riguardano il mondo della divulgazione scientifica (tema sfiorato in questi giorni a proposito di un mio post piuttosto controverso 🙂 ).

L’articolo, stando all’abstract, riguarda la ricostruzione del contenuto di calore dell’Oceano Pacifico settentrionale negli ultimi diecimila anni (determinato sulla base di dati di prossimità derivati da una carota profonda contenente un particolare foraminifero) dimostra che:

  1. eventi come il periodo caldo medievale, periodo caldo olocenico e la piccola era glaciale sono stati globali e non locali;
  2. il rateo di riscaldamento degli oceani negli ultimi 50 anni è stato maggiore di quello negli ultimi 10.000 anni.

Fino a qui nulla di male, anzi un bel colpo a chi sostiene che il periodo caldo medievale, il periodo caldo olocenico e la piccola era glaciale sono stati eventi locali. Il problema riguarda ciò che alcuni divulgatori hanno fatto di questo studio: uno strumento di propaganda.

Allo scopo di chiarire meglio il senso di quello che scriverò è opportuno dare un’occhiata al grafico seguente, tratto da qui, in cui si riportano le temperature dell’Oceano Pacifico ricostruite sulla base dei dati di Rosenthal et al. 2013.

Fig_1
Da Rosenthal et al 2013 Figura 2C. In rosso le anomalie di temperatura derivate dai dati del contenuto di calore oceanico nello strato 0-700 m dell’Oceano Pacifico (fonte NOAA), in celeste la ricostruzione tratta dalla figura 3B di Rosenthal (digitalizzato da S. McIntyre), in arancione la linea di tendenza desunta dal confronto effettuato da Rosenthal et al. 2013 sulla base della tabella S3. (n.b.: il grafico è stato creato da S. McIntyre sulla base dei dati di Rosenthal et al. 2013 e dati NOAA in quanto nel lavoro originale i dati strumentali NON sono stati “incollati” a quelli di prossimità)

Dal grafico di cui sopra un qualunque osservatore deduce che la funzione rappresentata ha avuto molte oscillazioni nel corso dei secoli all’interno di un trend di continua diminuzione. Cosa succede negli ultimi anni? A colpo d’occhio praticamente nulla. Ingrandendo il tratto relativo agli ultimi 500 anni, cosa si nota? Calma piatta, direi. E nell’ultimissimo tratto (a destra della linea tratteggiata)? Leggero aumento, ovviamente. Come si vede il fattore di scala è di fondamentale importanza in questo grafico.

Mi spiego meglio. Se guardiamo la parte di sinistra del grafico non notiamo nulla di strano al di là di una variabilità interna al sistema studiato. Se amplifichiamo la scala delle ascisse si nota una variabilità insita all’interno del sistema (meno evidente), ma presente. Il periodo attuale è caratterizzato da una crescita delle temperature, ma ampiamente compresa entro la variabilità interna del sistema. Anzi, a costo di essere accusato di “scala mobilista” da color che tutto sanno, direi che negli ultimi 400 anni ad un periodo di rialzo termico segue un periodo di stasi di circa 100 anni (eccezion fatta per le solite oscillazioni ad alta frequenza del sistema). Nulla di spaventevole, in altri termini. C’è, però, un “ma”, un dettaglio che non ci deve sfuggire perché, lo sappiamo, il diavolo è li che si nasconde. Se andiamo infatti a leggere quest’altro grafico tratto dalla stessa fonte del grafico precedente, e relativo agli ultimi duemila anni (vale sempre l’avvertenza circa i dati strumentali),

Fig_2ci accorgiamo che dopo un periodo caratterizzato da temperature oceaniche relativamente alte, a partire dall’anno 1000 della nostra era, si è avuta una diminuzione di temperatura per circa 500 anni, poi una ripresa delle stesse temperature e, infine, in epoca moderna (ultimi 50 anni circa) un aumento del trend di variazione delle anomalie (le temperature oceaniche crescono più velocemente che nel passato).

Personalmente ne deduco che ad un periodo caldo ha fatto seguito un periodo freddo cui è seguito un periodo di incremento delle temperature che prosegue ancora oggi e di cui non dovrei preoccuparmi molto perché prima di arrivare alle anomalie termiche di mille anni orsono ce ne vuole e fino ad arrivare a quelle di 10000 anni fa ce ne vuole altrettanto, anzi tanto di più. Questo, a grandi linee, lo studio scientifico con le “volgarizzazioni” introdotte da McIntyre.

E veniamo, adesso, alla divulgazione. I comunicati stampa di Columbia e Rutgers lasciano poco spazio alle interpretazioni: il rateo di aumento delle temperature fatto registrare negli ultimi anni è senza precedenti negli ultimi 10000 anni (quindici volte di più, sparano nei sottotitoli, ma ad onor del vero questo numero non è presente nell’articolo come tiene a precisare McIntyre)! E’ vero? I numeri si prestano poco alle interpretazioni per cui andiamo a vedere cosa c’è scritto nello studio.

Fig_3

Leggendo il grafico ho l’impressione che i conti non tornino. Il primo rateo (prima riga) è stato misurato su circa 5500 anni. Il secondo rateo (seconda riga) su circa 600 anni, il terzo su 350 anni e quello incriminato su 45 (si 45) anni. Credo che non sia necessaria alcuna “patente” per rendersi conto che confrontare medie realizzate su intervalli temporali così diversi equivale, in soldoni, a confrontare mele con pere.

Né credo sia necessaria una grande competenza statistico-fisico-matematica per accertarsi personalmente (vedi secondo grafico) che tra il 1700 ed il 1750 il riscaldamento è avvenuto più velocemente di oggi e lo stesso si è verificato tra il 1800 ed il 1900 (per limitarsi agli ultimi 300 anni). In altre parole l’aumento del contenuto di calore dell’Oceano Pacifico (pardon, di una parte pari a circa la metà) che stiamo registrando oggi è del tutto confrontabile a quanto si è già verificato in passato, anzi in qualche caso addirittura minore.

A questo punto mi chiedo e vi chiedo se questi comunicati stampa rendono un buon servizio alla causa della divulgazione scientifica. Si potrebbe obbiettare che nel corpo delle comunicazioni le cose sono diverse. Onestamente risponderei che esse dicono e non dicono e tra ipotetiche, subordinate e condizionate … lasciano capire che è tutto peggio di quanto pensassimo e senza precedenti (la solita solfa, in altre parole). Ho l’impressione, comune a quella di Mc Intyre, che alla fine gli autori avendo ottenuto risultati (periodo caldo olocenico, periodo caldo medievale, piccola era glaciale su scala globale) contrastanti con quanto sostengono Marcott et al. 2013, Mannet al. 2008 e, soprattutto, IPCC AR5, hanno dovuto pagare pegno per passare le revisioni.

Prima di chiudere (è domenica mattina e debbo uscire) una piccola precisazione: S. McIntyre individua anche molte altre cose che non vanno in questo articolo: chi ha voglia di conoscerle può leggere il post di Climate Audit.

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Published inAttualità

6 Comments

  1. virgilio

    Se non capisco male il succo dell’articolo qui commentato asserisce che malgrado le temperature oceaniche dell’ultimo secolo sono nel complesso inferiori a quelle di alcuni precedenti secoli però l’AGW è provato dalla velocità con cui si sta rialzando la temperatura, ovvero se prima (ad es.) per passare da t° a t°+x° ci voleva un anno adesso nella nostra epoca bastano 4 mesi (ovviamente queste sono cifre a caso che inserisco tanto per indicare quel che ho capito). Dunque se così è non può esser probabile che quest’aumento dipenda anche dal modo di rilevamento di detta temperatura? In 50 anni gli strumenti si saranno affinati, magari saranno stati utilizzati in più luoghi che in passato, magari qualcuno di quei luoghi in cui sono situati effettivamente è divenuto più caldo a causa di frequenti rotte navali o di qualche sostanza inquinante che alza un poco localmente i gradi dell’acqua. Gli autori dell’articolo hanno affrontato questo possibile fattore: cioè il modo e la frequenza e la precisione dei rilevamenti attuali?

    • donato b

      Virgilio, gli autori fanno riferimento solo ed esclusivamente a dati di prossimità basati sui foraminiferi contenuti nella carota oceanica. Dati strumentali non sono stati presi in considerazione. Anche per gli ultimi cinquanta anni il tasso di variazione del contenuto di calore degli oceani è stato desunto dai dati di prossimità.
      Ciò che lascia un poco perplessi è la base sulla quale sono stati mediati i dati per ottenere le tendenze: migliaia d’anni, centinaia d’anni e decine d’anni. In particolare appare poco congruo l’ultimo intervallo: 50 anni sono veramente pochi per mediare i dati di prossimità desunti dai foraminiferi.
      Ciao, Donato.

  2. zol

    Ottimo dossier sulle serie tv all’interno del nuovo numero di Focus: personaggi, costruzione trama, organizzazione e soprattutto che zone del nostro cervello stimolano…

  3. zil

    Bello il dossier di Focus sulle serie tv: personaggi, costruzione trama, organizzazione e soprattutto che zone del nostro cervello stimolano…

  4. Luigi Mariani

    Secondo un vecchio detto, la prima vittima di una guerra è sempre la verità. Questo si attaglia bene non solo alla prima guerra mondiale (di cui commemoriamo in questi giorni l’inizio e che, lo ricordo, fu un immane massacro, una sorta di “genocidio generazionale” per dirla con lo storico francese Emmanuel Leroy Ladurie, di cui sto leggendo l’ultimo lavoro, “Une vie avec l’histoire”) ma anche alla vicenda che giustamente stigamatizzi e che ci rimanda ad un’altra e più subdola guerra, per fortuna ritualizzata, il cui fine ultimo e l’accaparramento dei fondi di ricerca e la sopravvivenza della grande bolla speculativa della green economy, che come sappiamo sta minando alle radici le nostre economie. Ciò giustifica la cortina di silenzio in cui affondano tutti i dubbi e le incertezze, ivi compreso il fatto che il riscaldamento attuale manifesti rimarchevoli doti di provvidenzialità.
    Caro Donato, continua così, .
    Luigi

  5. Fabio Vomiero

    Articolo molto interessante che aggiunge molte nuove informazioni nella comprensione del quadro generale relativo al riscaldamento globale. Condivido in particolare l’allusione al fatto che il punto fondamentale nell’interpretazione di una serie storica di dati, possa risiedere proprio nella scelta della scala, in questo caso, così come nella lettura ad esempio dei più conosciuti grafici inerenti alle dinamiche delle temperature superficiali. Quello che però faccio fatica a digerire in generale di lavori scientifici come quello citato e molti altri simili è l’accettazione della presunta possibilità di poter mettere a confronto dati strumentali recenti che hanno una copertura spaziale praticamente totale e una sensibilità diciamo al centesimo di grado, con dati proxi paleoclimatici che sappiamo essere per loro natura assai limitati nello spazio e con sensibilità di una approssimazione disarmante. Ecco, io credo che questo tipo di lavori, anche se molto accurati e ben fatti, debbano essere sempre considerati per quello che sono, altrimenti possono facilmente indurre a trarre conclusioni quantomeno affrettate e fuorvianti. Rimanendo in tema di aspirazione ad una corretta divulgazione scientifica, io aggiungerei anche questo tipo di considerazione.
    Comunque pregevole lavoro del sempre efficace e preciso dott.Donato.
    Saluto tutti cordialmente.

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