Piccoli nuclei di scienza in grandi gusci di demagogia: come si confeziona una Letter per Nature Climate Change

Trovo la letter di Screen e Simmonds “Amplified mid-latitude planetary waves favour particular regional weather extremes”, già commentata da Guido Guidi nel post La scoperta dell’acqua calda un vero capolavoro, un prodotto scientifico emblematico al punto di meritare un’analisi più approfondita, che svilupperò in questo scritto.

Lo faccio ad ammaestramento dei nostri giovani ricercatori per insegnar loro come si deve scrivere una letter di successo per un’“autorevole rivista scientifica”.

Il nucleo concettuale della letter, e cioè quello che gli scienziati hanno trovato analizzando i dati in loro possesso, sta tutto in una frase che appare alla fine del secondo capoverso e che così recita: “The months of extreme temperature and the months of extreme precipitation lie relatively evenly through the 34-year period, and there is no long-term trend. A full discussion of 34-year trends is provided in Supplementary Discussion 1”. Traducendo per i non addetti ai lavori, gli autori dicono che i fenomeni termici e pluviometrici estremi alle medie latitudini del pianeta sono stazionari nel periodo in esame (1979-2012), alla faccia di Al Gore e dei catastrofisti.

Come nucleo concettuale, tale evidenza avrebbe dovuto essere presente nel titolo e nell’abstract, il che avrebbe comportato l’immediato rifiuto di pubblicazione da parte di NCC. Ma gli autori non si sono persi d’animo. “Che importa infatti se quanto da noi trovato non conferma ciò di cui a priori siamo convinti?” si saranno detti i nostri eroi e, con un vero e proprio colpo di genio, hanno stemperato un nucleo concettuale “scandaloso” ma vero in un enorme guscio retorico molto, molto politically correct.

Nello specifico, con un minimo di “analisi logica”, evidenzio i concetti chiave che gli autori hanno utilizzato (giovani ricercatori, imparate):

    1. “A series of weather extremes have hit the Northern Hemisphere mid-latitudes in recent years”… segue elenco (e questo è l’incipit)
    2. “There is increasing scientific evidence (e qui si fanno le citazioni di rito…) and a growing public perception (altre citazioni di rito) that extreme weather events are occurring more frequently.” (vox populi, vox dei, recita l’antico adagio)
    3.“However, the mechanisms that drive weather extremes and through which climate change may influence climate variability are poorly understood.” (il mistero s’infittisce)
    4. …. e qui arrivano I nostri eroi a spiegare il mistero, scoprendo l’acqua calda (secondo il concetto giustamente evidenziato da Guido) e cioè che regimi ondulati sono più favorevoli agli eventi estremi rispetto a quelli zonali.
    5. dell’acqua calda viene poi fatta una attentissima esegesi condita da un uso rilevantissimo del termine “positive anomalies” legato al fatto che con i regimi ondulati favoriscono gli eventi estremi (concetto questo che viene poi ripetuto fino alla nausea).

E si giunge così alla chiusa, con un vero pezzo da manuale (giovani ricercatori, prestate attenzione):

    6. “These findings reinforce suggestions that amplified planetary waves favour extreme weather in mid-latitudes (citazioni di rito…). However, previous studies have not determined which types of extreme weather are caused by amplified waves, or where these extremes are likely to occur (e qui gli autori ci dicono che l’acqua calda non l’aveva ancora scoperta nessuno…). Clearly these details are critically important for decision makers in assessing the risk of, and planning for the impacts of, extreme weather events in the future. If quasi-stationary wave numbers 3–8 are amplified in response to anthropogenic climate change, as has been proposed”

Ma che c’entra questo pistolotto con il fatto che gli autori non hanno rilevato uno straccio di trend nè negli eventi termo-pluviometrici estremi né nei regimi ondulati? Nulla, ma questo non conta. Ed infatti gli autori si lanciano nel concetto di chiusura che segue, atterrando in piedi come bravi ginnasti (e con questo la letter, se Dio vuole, si chiude):

    “However, robust observational evidence for long-term trends in planetary-wave amplitude is lacking (citazioni di rito…) and further work is required to understand better the physical mechanisms through which human-induced climate change may have an impact on mid-latitude planetary waves.”

Traduco quest’ultimo concetto utilizzando in chiave metaforica un ragionamento in uso presso gli scienziati del medioevo e che mi fu citato dalla mia professoressa di filosofia del liceo come segno di deteriore scienza pre-galileiana “se sezioniamo un cuore umano non vediamo collegamenti fra i due atrii e fra i due venticoli. Tuttavia Aristotile nelle sue opere afferma che tali collegamenti esistono e questo è verità. Pertanto dobbiamo dedurre che con i nostri mezzi non siamo stati in grado di vederli, il che è colpa nostra e non di Aristotile”.

Dobbiamo dunque dedurre che stiamo tornando agli schemi concettuali propri degli aristotelici del nostro Medioevo? La cosa mi pare del tutto evidente perché nella letter in questione si ragiona in modo totalmente opposto rispetto a quello cui ci ha ammaestrato Galileo. Peraltro trovo un tale modo di ragionare totalmente in linea con il trattatello secentesco “Della dissimulazione honesta” di Torquato Accetto (http://it.wikipedia.org/wiki/Della_dissimulazione_onesta), opera riscoperta da Croce e che invito i giovani a leggere perché contiene verità eterne e molto adatte ai nostri tempi.

Ironia a parte, trovo francamente il modo di fare letteratura scientifica nell’articolo in questione vergognoso e ributtante. Questa non è più scienza ma pura demagogia. Il guaio è che la demagogia funziona alla grande se si pensa che la letter è stata inviata il 2 aprile, accettata il 12 maggio e pubblicata il 22 giugno. Morale: il sistema postale dei fabbricanti di catastrofi funziona benissimo. Ricordo infine che una pubblicazione su Nature apre le porte dell’accademia, e che dunque la demagogia e l’ipocrisia saranno con ogni probabilità premiate con ruoli di grande responsabilità scientifica ed accademica. Amen.

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Author: Luigi Mariani

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13 Comments

  1. Un piccolo grande esempio di demagogia, condito da un innumerevole quantità di generosi “apprezzamenti”!

    Q U O T E

    Australia has a choice: join others to combat climate change, or stand alone

    We can be proud that we are making our contribution to a global effort, or
    we can be embarrassed by our lethargy. Which one is it going to be?

    There is no doubt our earth is warming and our seas rising – or that
    humankind is the cause. There is no evidence to refute this – or any
    genuine scientific counterargument in the climate change debate. This is
    not “absolute crap “. It is the inescapable truth.
    If we do not act, the consequences will be severe. It is predicted we will
    endure more droughts, more bushfires, more floods, more storms – more
    extremes. The damage to our coasts, our farmland, our forests and our
    animal life will be irretrievable – and irreversible. And today, we must
    decide whether Australia will step up and play our part.
    Next year, in Paris, world leaders will gather to develop the next set of
    emissions goals for 2030. Australia can choose: we can attend that
    conference proud that we are making our contribution to a global effort,
    or we can be embarrassed by our lethargy. We can go as a country with an
    integrated, effective emissions trading schemes (ETS) or as a nation with
    no climate policy.
    The governments of the world, both progressive and conservative, are
    making their choice clear. Today, 39 national and 23 sub-national
    jurisdictions – accounting for almost a quarter of global greenhouse gas
    emissions – have implemented or are on track to implement carbon pricing
    instruments, including ETS. Already, the world’s emissions trading schemes
    are valued at more than $30bn.
    China’s seven pilot schemes alone cover a quarter of a billion people –
    the second largest carbon market in the world, second only to the European
    Union’s. South Korea will introduce its ETS on 1 January 2015. Mexico put
    a price on carbon in 2013.
    The European Union has had an ETS for many years, and many European
    countries have applied their own carbon pricing on top of the European
    system, including France in 2013. In the United States, Oregon and
    Washington are exploring carbon pricing options, and California – itself
    the world’s 8th largest economy – already has an ETS in place.
    This growing international trend means every year more people are trading
    more emissions in more markets, for more money – and we can vote today for
    our economy to be a part of this.
    Labor’s ETS provides an added commercial incentive for better carbon
    capture and storage, natural gas and clean coal – delivering more benefit
    for Australian industries. And Labor’s ETS is ready to link to the world’s
    biggest emissions trading market – the European Union.
    Our world is moving forward on climate change. If Australia goes
    backwards, we will be going alone.
    World leaders recognise what former Republican US treasury secretary Henry
    Paulson recently called “the profound economic risks of doing nothing”.
    Paulson, a powerful conservative, has said that “waiting for more
    information before acting” is not conservative. It is taking a very
    radical risk.
    Tony Abbott is no leader. He is incapable of identifying the risks and
    costs of inaction. He is sleepwalking his way to a major climate policy
    disaster. It is a disaster that guarantees he will be remembered forever
    for his environmental vandalism.
    While the prime minister dithers over his dodgy deals with the crossbench,
    Labor’s policies continue to deliver economic and environmental benefits.
    Since we put a price on pollution two years ago, emissions in the energy
    sector – the main industry covered by the carbon tax – have dropped by
    10.4%. Since the renewable energy target was introduced, $18bn has flowed
    into Australia’s renewable energy sector.
    Under Labor, wind power generation tripled. The number of jobs in the
    renewable energy sector tripled. And the number of Australian households
    with rooftop solar panels increased from under 7,500 to almost 1.2m.
    Abolishing the carbon tax will put Australia out of step with the rest of
    the world – and it will cut us off from the next wave of international
    investment in clean energy. Already, after nine months of this government
    talking down the RET – and lying about its impact – Australia has slipped
    from fourth to eight on Ernst and Young’s renewable energy country
    attractiveness index .
    Australia is one of 144 countries in the world with a set of renewable
    targets – and Labor believes we should lead the world as a supplier of
    clean energy.
    If we are strategic, if we are smart, Australia can power our future
    prosperity with solar, wind, geothermal and tidal energy. This is not just
    about taking advantage of our country’s natural gifts, the sunlight that
    bathes our continent and the waves that break upon our coastline.
    It means Australian researchers, scientists and investors leading
    innovation and creating economic growth by developing new energy
    technology and boosting energy efficiency. This is precisely what the
    Clean Energy Finance Corporation (CEFC) and the Australian Renewable
    Energy Agency (ARENA) are helping achieve. Last year, every dollar ($1)
    the CEFC invested generated two dollars ninety ($2.90) of private sector
    investment – yet this government is so blinded by its ideology that it
    wants to abolish this organisation.
    The parliament can vote for Labor’s emissions trading scheme today. The
    intricate, carefully calibrated design work has been done. The
    international compatibility is assured. Labor’s ETS is legislated. It is
    ready to go.
    Australians are bigger, better and braver than this awkward, divisive,
    backward-looking government. They deserve a government that represents
    their moderate, informed views on climate change –not one that delivers
    pre-Enlightenment, science-sledging nonsense.
    They can participate in mature debates about the future of our environment
    and the future of our economy. And unlike this prime minister, Australians
    can look beyond self-interest and see the national interest, the global
    interest.
    We all have choices in history. Some are more important than others. Today
    we can embrace the extreme risk of doing nothing. And when, in the future,
    it is proved to be wrong, the costs will not be measured by a wry laugh,
    an embarrassed smile or a belated and sincere expression of regret from
    the government.
    No apology will suffice. It will be forever remembered as your greatest
    folly. Not because we were responsible, but because this parliament did
    not accept our responsibility.

    Bill Shorten – The Guardian, 14-07-14

    Post a Reply
  2. Chiedo scusa per l’involontario malinteso, dovuto al fatto che non è rimasto nel mio precedente commento il riferimento a cui appunto mi riferivo. Si tratta di questa “chicca”:

    http://oggiscienza.wordpress.com/2014/07/11/il-ruolo-delle-balene-nel-cambiamento-climatico/

    L’articolo di testa dell’amico Luigi Mariani è impeccabile e da divulgare ai tanti giovani che si interessano dei temi dell’energia e dell’ambiente, ma non solo.
    Cordialità..

    Post a Reply
    • Ho letto il post sulle balene. Tutto molto condivisibile eccetto la parte relativa al cambiamento climatico.
      Se non erro il ciclo vitale delle balene coinvolge, dal punto di vista del CO2, materiale biologico che, quindi, fa parte del normale ciclo naturale (come le biomasse utilizzate per la generazione di energia termica) e, pertanto, non dovrebbe incidere sul bilancio globale del CO2.
      Tra le varie ipotesi “geo-ingegneristiche” si annovera anche la fertilizzazione artificiale degli oceani per aumentare la produzione di fito plancton, quindi l’ipotesi a base dell’articolo potrebbe essere vista in questa ottica, ma per avere un effetto misurabile dovrebbe interessare con dosi massicce di fertilizzanti superfici immense di oceano. Non mi sembra che questo sia il caso per cui ho l’impressione che questo articolo faccia il paio con quello sulle emissioni corporali dei mammuth et similia di qualche anno fa. 🙂
      Ciao, Donato.

    • Non sono in grado di accedere all’articolo dell’ESA citato nel post segnalato dall’amico Rinaldo Sorgenti. Tuttavia l’abstract segnala due dati che mi paiono preoccupanti e cioè “The decline in great whale numbers .. is .. estimated to be at least 66% and perhaps as high as 90%”. Preoccupanti perchè i grandi cetacei sono fa le cose più belle e maestose degli oceani, e confesso di aver imparato ad amarli tanti anni fa’, leggendo Melville (http://librami.wordpress.com/2009/09/19/chiamatemi-ismaele/).
      Da qui poi a stabilire gli effetti del declino dei grandi cetacei sul clima, confesso di non essere in grado di esprimermi… E’ probabile che abbia ragione tu, Donato. Tuttavia penso che sarebbe interessante poter indagare il fenomeno con strumenti quantitativi.
      E qui mi fermo perché penso che siamo fuori tema (questi commenti sarebbero più in tema con il post sul pinguino imperatore)….

  3. A Rinaldo dico che in effetti quanto emerge dalla letter è importante. Se solo non ci fosse il guscio retorico….
    Circa l’ultima frase di Donato credo che per qualunque fenomeno naturale (fenomeni meteorologici inclusi) si hanno due chiavi di lettura e cioè:
    -> una lettura naturalistica, per la quale almeno nel sottoscritto domina lo stupore per la complessità, la varietà e la bellezza (lo stupore destato ad esempio dai banchi di cirri o di altocumuli o per le nubi convettive così frequenti su Milano nei cieli “primaverili” di questi giorni)
    -> una lettura quantitativa che non può che essere basata su strumenti matematici sufficientemente complessi da rappresentare in modo realistico i fenomeni che si propongono di descrivere (e la capacità di rappresentare è frutto del lavoro di calibrazione su dati reali e validazione su dati indipendenti cui ogni modellista serio sottopone i propri modelli).
    Luigi

    Post a Reply
    • “Infatti gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’intero universo.”
      (Aristotele, Metafisica, 982a e seg., trad. di Giovanni Reale).
      Ciao, Donato.

  4. Però! Questo articolo è davvero un contributo importante: !

    ………………

    Post a Reply
  5. Caro Donato,
    “Ho notato, infatti, che (parte c della figura 1) alcuni eventi estremi sono associati ad anomalie delle distribuzioni d’onda emisferiche mentre altri eventi estremi non lo sono (si sono verificati in condizioni di onde emisferiche “normali”). Mentre il 50% circa degli eventi estremi termici corrisponde ad anomalie nelle onde emisferiche, gli eventi estremi precipitativi associati ad anomalie delle onde emisferiche sono in numero inferiore (40%).
    Possiamo da questi dati dedurre con certezza che anomalie delle onde emisferiche determinano eventi estremi? Io ho qualche dubbio, anzi sono dell’avviso che non lo possiamo dire.”
    La tua deduzione è a mio avviso sbagliata nel senso che trascura un elemento chiave nelle dinamiche atmosferiche e cioè le scale dei fenomeni, nel senso che non ci sono solo le grandi onde planetarie ma anche onde di dimensione inferiore, anch’esse in grado di produrre eventi estremi (soprattutto eventi alluvionali e ondate di caldo o di freddo, le siccità un po’ meno). Ad esempio le onde planetarie c’entrano con l’alluvione del Piemonte del 2004 o con la grande ondata di caldo del 2003 o con la dust bowl statunitense degli anni ’30 ma non con l’alluvione della Garfagnana che è stata prodotta da una ondulazione più “piccola”.
    Ciò non toglie che le grandi ondulazioni planetarie (alias regimi di blocco, nel senso che la circolazione ovest-est – alias circolazione zonale – viene “bloccata” per tempi più o meno lungi, a volte anche mesi) sono favorevoli ad una rilevante fetta di eventi estremi ed in specie a quelli più durevoli. Ciò spiega il grande interesse della meteorologia per le strutture di blocco, anche perché poter prevedere con largo anticipo la persistenza di una struttura di blocco sua certa area avrebbe grandi implicazioni pratiche. In proposito pensa ad esempio alla grande ondata di freddo sulla costa Est degli USA verificatasi nel dicembre e gennaio scorsi. In quel caso la causa fu una grande struttura blocco (omega block) ed averlo potuto prevedere con anticipo avrebbe portato a migliorare la gestione delle scorte di carburanti con un riequilibrio fra east coast (in anomaia termica negativa) e west coast (in anomalia positiva).
    Tieni infine conto che gli autori accennano al problema delle scale quando dicono che “…planetary waves are more important for longer-duration precipitation extremes, such as those that contribute to drought, than they are for short-lived precipitation extremes. We speculate that precipitation variability is closely related to synoptic- or local-scale drivers on short timescales whereas longer-lived events are more closely tied to the large-scale atmospheric circulation.”

    Post a Reply
    • Caro Luigi, tu scrivi:
      “La tua deduzione è a mio avviso sbagliata nel senso che trascura un elemento chiave nelle dinamiche atmosferiche e cioè le scale dei fenomeni, nel senso che non ci sono solo le grandi onde planetarie ma anche onde di dimensione inferiore, anch’esse in grado di produrre eventi estremi (soprattutto eventi alluvionali e ondate di caldo o di freddo, le siccità un po’ meno).”
      .
      Ad onor del vero dopo aver scritto il commento ed averlo inviato, riflettendo sul significato delle situazioni di blocco come illustrato da te e da G.Guidi, la mia deduzione era troppo semplicistica (oserei dire ingenua) in quanto è difficile che ci sia un evento estremo senza una situazione di blocco, cioè un’anomalia d’onda. Avevo anche abbozzato una parziale rettifica del commento, ma al momento di inviarla ho cambiato idea per i motivi che adesso mi accingo a spiegare.
      Probabilmente la mia deduzione è troppo perentoria, ma, secondo me, non del tutto sbagliata se ci limitiamo alla lettera del grafico ed all’analisi che la sottende.
      Gli autori dimostrano che gli eventi estremi sono associati ad anomalie delle onde planetarie nel 50% circa dei casi per cui se, per cause connesse al riscaldamento globale, aumenta la frequenza delle anomalie delle onde planetarie, automaticamente aumenterà anche il numero e la frequenza degli eventi estremi. Il loro teorema funziona in modo egregio.
      Noi in modo esplicito e loro in modo un po’ meno esplicito, diciamo che i dati non evidenziano trend di aumento della frequenza di anomalie delle onde planetarie e, quindi, ne deduciamo, con gli autori, che non vi è un trend significativo, a medio ed a lungo termine, della frequenza di occorrenza di eventi estremi.
      Resta, però, un fatto: gli eventi estremi, stando alla figura 1, si associano ad anomalie d’onda solo nel 50% dei casi. Lo scrivono anche gli autori precisando che se l’analisi passa a 20 mesi, da quaranta, le cose cambiano leggermente e la correlazione aumenta. Ed è vero anche che precisano che a scale più piccole (come tu hai giustamente citato) le cose cambiano, ma se ci limitiamo solo al grafico della figura 1 …. mah, non lo si vede chiaramente. 🙂
      Per il resto concordo con te. Le onde, infatti, non sono sinusoidi perfette per cui ognuna di essa è ricca di ondulazioni secondarie in grado di determinare condizioni che, a scala minore, generano eventi estremi di portata più limitata. La figura 1, però, si presta ad un’interpretazione più “manichea” come la mia: è sbagliata, ma coerente con i dati (stì numeri quante ne combinano!) 🙂
      .
      Ancora una volta vorrei che da questa vicenda si traesse una lezione. La matematica e la fisica, come dice G. Pascoli (il geologo), producono stupendi diagrammi, ma essi debbono essere sempre interpretati alla luce della realtà.
      Detto da uno che ama analizzare diagrammi ed equazioni, bisogna riconoscerlo, non è un’ammissione di poco conto! 🙂 🙂
      Ciao, Donato.

  6. Grazie ancora per questa utile ed istruttiva lezione che ci auguriamo i molti studenti trovino la pazienza di leggere per evitare di aggregarsi acriticamente al gregge od incolonnarsi dietro ai soliti “Pifferai magici”, …ma estremamente costosi e fuorvianti!

    Post a Reply
  7. Caro Donato,
    la figura 1, che trovi qui (http://www.nature.com/nclimate/journal/vaop/ncurrent/full/nclimate2271.html) si compone dall’alto in basso di:
    – un diagramma che mostra dal 1979 al 2012 (34 anni) l’andamento dei 40 eventi termici mensili più intensi che hanno interessato le medie latitudini dell’emisfero Nord (fascia fra 35 e 60°N)
    – un analogo diagramma che mostra i 40 eventi pluviometrici mensili più intensi
    – una figura che mostra le corrispondenti anomalie circolatorie.
    I 40 eventi sono stati ottenuti valutando per ogni cella i valori temici e pluviometrici mensili espressi come scostamento rispetta alla media e prendendo i 40 scostamenti assoluti più rilevanti (e dunque le 40 precipitazioni mensili più estreme ovvero le 40 temperature mensili più estreme, siano esse alte o basse).
    Prendendo i 40 valori estremi si ricava la seguente distribuzione temporale (TT sta per temperatura e RR per precipitazione):
    periodo TT RR
    1979-1983 2 6
    1984-1988 7 5
    1989-1993 6 6
    1994-1998 6 13
    1999-2003 11 6
    2004-2008 2 2
    2009-2012 7 2
    Come vedi il periodo termicamente più estremo è il quinquennio 1999-2003, con ben 11 eventi termici estremi e (ad avere la palma di anno termicamente più estremo non è il 2003 ma il 2002, con ben 5 eventi). Per le precipitazioni invece la palma va al 1994-1998 con 13 eventi estremi (anno più estremo è il 1996 con 4 eventi).
    Da rilevare anche che il decennio 1994-2003 totalizza quasi il 50% degli eventi estremi totali (ben 36 su 80).
    Dimenticavo: le serie storiche termiche provengono da CRUTEM4 e quelle pluviometriche da GPCC v.2.2.
    Luigi

    Post a Reply
    • Commento lucido e chiaro! Grazie.
      Guardando la figura (a e b) ho la netta impressione che la frequenza e l’intensità degli eventi estremi non mostra alcun trend negli ultimi trentaquattro anni. L’impressione è confermata anche dai tuoi dati: gli eventi anomali termici e precipitativi (indipendentemente dal segno) non mi sembrano correlati tra loro e, inoltre, non evidenziano alcun trend significativo.
      Cosa che, del resto, gli autori dicono anche nel testo e che si evince dalla parte c della figura 1.
      Ho notato, infatti, che (parte c della figura 1) alcuni eventi estremi sono associati ad anomalie delle distribuzioni d’onda emisferiche mentre altri eventi estremi non lo sono (si sono verificati in condizioni di onde emisferiche “normali”). Mentre il 50% circa degli eventi estremi termici corrisponde ad anomalie nelle onde emisferiche, gli eventi estremi precipitativi associati ad anomalie delle onde emisferiche sono in numero inferiore (40%).
      Possiamo da questi dati dedurre con certezza che anomalie delle onde emisferiche determinano eventi estremi? Io ho qualche dubbio, anzi sono dell’avviso che non lo possiamo dire.
      .
      Riassumendo: ammesso (e non concesso, stando a quanto hai scritto tu, a quanto ha scritto G. Guidi e da quanto mi è parso di capire hanno scritto gli stessi autori) che il cambiamento climatico di origine antropica aumenti le anomalie delle onde emisferiche non è detto che queste anomalie modifichino frequenza ed intensità degli eventi estremi. Almeno a livello emisferico.
      Effettivamente un articolo notevole.
      Che poi gli “artifici retorici” facciano apparire che i risultati siano diversi da quello che effettivamente sono, è un altro paio di maniche.
      Si, ora posso dire di condividere pienamente lo spirito del tuo post.
      .
      p.s.: Questo articolo mi ha suggerito molte considerazioni circa i benefici che un simile modo di comunicare la scienza apporta alla causa della Scienza, ma preferisco passare oltre. 🙂
      Ciao, Donato.

  8. Un attimo.
    I ricercatori individuano una serie di eventi cosiddetti estremi e sulla base di alcuni lavori scientifici, corroborati dalla percezione dell’opinione pubblica (nuovo modo di raccogliere dati e misure 🙂 ), postulano che essi siano in aumento a causa del cambiamento climatico, ma ammettono che non si conoscono ancora i meccanismi fisici mediante i quali i cambiamenti climatici possono far aumentare gli eventi estremi.
    Tradotto: sappiamo che deve essere così, ma non sappiamo perché! Ho capito bene, o ho preso fischi per fiaschi?
    Se è come ho capito i nostri ricercatori non hanno detto praticamente nulla di scientifico, si sono limitati a ripetere alcuni dei luoghi comuni più triti e ritriti del tipo: “non ci sono più le mezze stagioni”, “il tempo è cambiato rispetto al passato”, ecc., ecc..
    .
    Anche sulla base dei punti 6 e 7 indicati nel post di L. Mariani sembra che il contributo all’avanzamento delle conoscenze della letter sia piuttosto modesto: i risultati dello studio rafforzano le “suggestioni” (letterale), ma non riescono a fornire prove evidenti che il cambiamento climatico ad opera dell’uomo rafforzi la frequenza e l’intensità degli eventi climatici estremi. Essendo, però, importante sapere se il cambiamento climatico causato dall’uomo è in grado di modificare frequenza ed intensità di tali eventi, si rende necessario approfondire lo studio in quanto non sono riusciti a dimostrare ciò che è evidente cioè che l’uomo determina il cambiamento climatico e, quindi, fa aumentare gli eventi estremi in frequenza ed intensità.
    .
    Devo riconoscere agli autori dell’articolo che sono riusciti a compiere un miracolo: i dati sperimentali (statisticamente parlando, credo) dimostrano che non ci sono stati aumenti di frequenza ed intensità di eventi estremi, ma ciò non significa che essi non ci sono per cui bisogna lavorarci ancora su.
    Chapeau!
    .
    @ L. Mariani.
    .
    Caro Luigi, in uno dei tuoi commenti al post di G. Guidi parlasti (cito a memoria 🙂 di un grafico originale che valeva l’intero lavoro. Che ne diresti di commentarne i contenuti?
    Ciao, Donato.

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