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Milano sott’acqua, non è per la pioggia

Un evento precipitativo con tempi di ritorno inferiori a 10 anni rientra secondo voi nella normale gestione delle acque meteoriche?
Un evento precipitativo che scarica tra i 25 e i 40mm in un giorno sulla città è intenso o eccezionale?

A queste semplici domande, Luigi Mariani risponde dati e numeri alla mano su La nuova Bussola Quotidiana, aggiungendo alcune considerazioni di semplice buon senso che a quanto pare condividono tutti tranne gli amministratori e gli esperti di clima che cambia e cambia male.

Andate al link e poi tornate qui a commentare se credete.

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Published inAttualità

2 Comments

  1. Fabio Vomiero

    Ciò che ha illustrato, come sempre molto egregiamente il prof. Mariani, non è altro quello che dovrebbe essere l’esatto modo di procedere nella valutazione di un qualsiasi fenomeno osservabile ed indagabile. Senza dati veri e significativi alla mano, infatti, risulta facile confondere pane con focaccia e quindi etichettare un evento meteorologico ai limiti della Gaussiana come un fenomeno eccezionale come una bomba d’acqua, neologismo volgare tra l’altro che è tutto un programma. Concordando poi pienamente con il commento di Donato, io credo, purtroppo, che le cause della negligenza nei confronti della tutela del territorio in generale, siano da ricercarsi soprattutto nei soliti conflitti di interesse di natura economica. Un attento studio del territorio e una scrupolosa applicazione delle normative in vigore, infatti, costa, e nell’incoscienza e nell’irresponsabilità di qualcuno, risulta sempre più facile, in un perversa logica a dir poco infantile, affidarsi al caso e sperare che il sistema regga quei 15 o 20 anni. Poi la responsabilità sarà sempre di qualcun’ altro. Purtroppo temo che questa strana “filosofia” sia abbastanza diffusa nel nostro paese. Saluto tutti cordialmente.

  2. donato

    Scrive L. Mariani:
    “…. il Nord Milano ha subito negli ultimi decenni imponenti trasformazioni che hanno condotto alla quasi totale sparizione delle aree agricole, sostituite da aree urbanizzate dotate di limitatissima capacità di trattenere l’acqua piovana. Tale constatazione dovrebbe di per se stessa condurre ad una rinnovata attenzione al territorio e più nello specifico alle opere di gestione delle acque meteoriche, da dimensionare con adeguati studi idrologici in funzione dell’attuale uso del suolo ed in funzione di serie storiche pluviometriche recenti.”
    .
    Ricordo, dal corso universitario di impianti tecnici nell’edilizia, che nel momento in cui si costruisce un edificio e si modificano le caratteristiche dei suoli su cui insistono le aree urbanizzate, è buona norma tecnica dotare, tra l’altro, l’opera di un sistema di accumulo delle acque piovane dotato di bocca di efflusso in grado di far defluire le acque meteoriche in modo non troppo diverso da quanto accadeva prima di urbanizzare l’area. Il corso risale ad oltre trenta anni fa e già all’epoca si trattava di una tecnologia matura. In trenta anni di attività, posso testimoniare, che nessuno ha mai dovuto (e voluto) costruire impianti di questo tipo e, nonostante ciò, ha ottenuto “regolarmente” permessi per costruire ed agibilità del costruito. Questo a dimostrazione della cura del territorio che hanno posto in essere le Amministrazioni.
    Questa mancanza di interesse per la salvaguardia del territorio è difficile da giustificare per cui se i danni sono conseguenza di eventi estremi connessi ai cambiamenti climatici indotti dall’uomo (in generale e non politico o burocrate, perché la colpa, secondo me, va ricercata più tra i burocrati che tra i politici e, in ogni caso, nell’oscuro intreccio di interessi tra le due categorie), è meglio per tutti (o quasi).
    Da qui il florilegio di neologismi di stampo allarmistico cui i media (ed anche alcuni ricercatori) si prestano generosamente. 🙂
    Ciao, Donato.

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