Di prima mano dall’AGU

Riccardo Biondi, ricercatore freelance che ha anche recentemente collaborato con le nostre pagine (qui e qui i suoi post sulle vicende del Lago Trasimeno), anche quest’anno ha avuto la possibilità di partecipare al meeting autunnale dell’AGU, appuntamento di notevole rilevanza per la comunità scientifica di cui nei giorni scorsi vi abbiamo riportato qualche highlight. Quello che segue è un breve report della sua esperienza, con l’accento su un paio di lavori interessanti di cui probabilmente sentiremo parlare nel prossimo futuro.
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Il mio meeting è iniziato la domenica con il “Communicating Climate Science Workshop“, basti dire i nomi dei relatori per capire quale fosse il taglio … John Cook, Susan Hassol e Aaron Huertas. Avevo provato a seguirlo anche lo scorso anno ma mi ero arreso dopo un paio di ore per lo sconforto. Quest’anno ho riprovato e sono riuscito ad arrivare fino in fondo. Non capisco se lo organizzino per trovare proseliti o per per autocelebrarsi, vengono descritte ed insegnate le tecniche di comunicazione piú fini ed efficaci per convincere la gente (general public) delle loro teorie e certezze sui cambiamenti climatici. Il succo del workshop é che si devono considerare le persone come degli idioti, non si devono spiegare come stanno veramente le cose (mai dire che ci sono delle incertezze) perché altrimenti la gente non ti crede (!), utilizzare frasi brevi e concise dette con sicurezza, far vedere gli effetti che il GW ha nella vita reale (distruzione dei cicloni, alluvioni …) se poi la causa dei disastri non é il GW non importa, almeno una parte lo sará e quindi non si dice una cavolata!

E’ fondamentale dire che il 97% degli scienziati concorda con queste conclusioni, chi non concorda non é uno scienziato che si occupa direttamente di cambiamenti climatici e, quindi non ha titolo per esprimersi. Quelli che una volta venivano definiti scettici vanno definiti adesso solo negazionisti, altrimenti con il termine scettico gli si da credito di fronte a chi non si occupa di queste cose; si deve puntare molto sulla percezione delle parole dal parte del general public, perché negazionista viene percepito come qualcosa di negativo, mentre scettico come qualcosa di possibile.

Insomma qualche ora di indottrinamento, ma la cosa piú bella é successa quando l´infiltrato ha messo in discussione l´esempio che stavano dando. Dopo tutti i loro sermoni sulla riduzione delle emissioni, su quanto siano cattivi coloro che non credono nelle loro teorie, ho chiesto per quale motivo stessimo di giorno in una stanza con tre lati di finestroni e il sole fuori e tenessimo inutilmente accese tutte le luci. Magari sarebbe utile dare l’esempio se si crede veramente qualcosa… La risposta é stata tombale, quella che avrebbe potuto dare un buon prete: noi stiamo parlando di cose molto piú ad alto livello, molto piu importanti di queste, non siamo noi quelli che inquinano. Ok, devo dire esperienza molto “(d)istruttiva”.

E’ poi interessante confrontare la risposta che “si consiglia” di dare ques’anno a chi fa notare la presenza del hiatus (la persistente pausa del riscaldamento globale) con quella che si consigliava di dare l´anno scorso. Ques’anno la parola d’ordine è che si deve rispondere dicendo che il calore si è accumulato negli oceani ed è parte di un ciclo che si è verificato numerose volte in passato. L’anno scorso veniva consigliato di dire che il periodo era troppo breve per essere statisticamente valido. Una volta pubblicato il lavoro di Nieves, sono curioso di leggere il consiglio del 2015.

Già, chi è Nieves?
Veronica Nieves (JPL – NASA) è l’autrice di uno dei due lavori da cui sono venute le note scientificamente interessanti. Solo due poster, purtroppo, nonostante si tratti di lavori veramente buoni. Chissà che l’averli relegati alla sessione poster non faccia parte della strategia comunicativa 😉

Comunque, passeggiando ho letto per caso la parola “hiatus” nel titolo del primo poster, così mi sono fermato a dare un’occhiata. Un lavoro semplicissimo, hanno preso i dati storici di Argo.net (rete che profila i parametri oceanici) e confrontato i risultati e le anomalie con quelle dei modelli che danno ‘accumulo di calore nelle profondità oceaniche (Trenberth & Fasullo 2013 e 2014). Risultato: le misure non indicano nessun accumulo di calore nelle profondità dell’oceano! Non ci sono anomalie né nel Pacifico né in nessun altro oceano. L’autrice non mi ha permesso di fotografare il poster né di averne una copia fino a quando i risultati non saranno pubblicati. Il lavoro è stato sottomesso ormai da un paio di settimane su Science, vedremo che fine farà.

Il secondo lavoro interessante è quello di Johannes Nielsen (Danish Meteorological Institute) che smentisce un’altra delle innumerevoli teorie che tentano di giustificare l’hiatus, ossia quella che sostiene che non ci siano abbastanza acquisizioni di dati osservativi validi ai poli (Cowtan and Way, 2014). In questo caso hanno usato le radio occultazioni (che sono ben distribuite su tutto il globo) per misurare le temperature troposferiche ed ha dimostrato che in realtá il hiatus proviene dalle zone tropicali. Questo lavoro verrá pubblicato molto presto su JGR (giá in minor revision) con primo autore Hans Gleisner.

E’ tutto, dall’AGU, per ora.

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Author: Riccardo Biondi

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4 Comments

  1. ottimo articoletto 🙂 ..prima o poi la fantasia lascerà il posto alla realtà…per la serie..non si sa più cosa inventare….(loro..quelli de l’AGW..)
    Buona Domenica

    Alex.

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  2. Un sentito ringraziamento a R. Biondi per il suo bel resoconto: oltre a fornirci notizie di grande interesse rende possibile anche a chi non è presente, avere un’idea di ciò che succede da quelle parti. Fino ad ora avevo dovuto affidarmi ai due post di G. Guidi ed ai resoconti di A. Watts di WUWT, oggi sono felice di queste informazioni di prima mano offerte da R. Biondi che confermano l’impressione avuta leggendo alcuni post su WUWT.
    .
    In attesa di conoscere meglio i lavori di cui egli ci ha parlato nel suo post, vorrei fare una considerazione su quanto ci ha riferito a proposito della “seduta di indottrinamento” cui, con stoicismo ammirabile, si è sottoposto.
    La comunicazione dell’incertezza è il discriminante tra scienza e fede. Il principale ostacolo che incontro con i miei alunni è far capire loro che le leggi scientifiche sono vere fino a prova contraria e che ogni conclusione scientifica è affetta da un margine di errore. Questo per molti di loro è traumatico in quanto, nell’uso comune, un dato scientifico è “esatto”. Basta. Scoprire che nelle misurazioni commettiamo degli errori, che gli errori accidentali non possono essere evitati, ma solo limitati e che i dati devono essere trattati matematicamente per estrarne i risultati fisici (o altri), si scontra con l’idea che lo scienziato è il depositario della verità rivelata e che ogni frase che esce dalle sue labbra è vera al pari di un dogma.
    Se questa è la cultura dominante è del tutto normale che il comune cittadino perde fiducia nella scienza appena una previsione viene smentita dai fatti: crolla il mito dello scienziato depositario della certezza. Se noi riuscissimo ad insegnare ai nostri figli che ogni dato scientifico è caratterizzato da incertezza e che la maggiore o minore affidabilità di esso dipende dal margine di errore, avremmo meno apologeti di “decrescite felici”, No(Tutto) 🙂 e credenti di una mitica età dell’oro in cui gli esseri umani vivevano in simbiosi con l’ambiente magari in un mulino o in una laguna blu.
    Fare come i relatori descritti da R. Biondi è il peggior servigio che si può rendere alla scienza: quando il credente si rende conto che lo si voleva prendere per i fondelli, diventa agnostico, perde la fiducia in TUTTA la scienza, non solo in quella branca scientifica in cui è rimasto deluso.
    Ciao, Donato.

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  3. Tante grazie per queste notizie; non c’era il nobel rubbia a segnalare le sue ri-conversioni contro le rinnovabili?

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  4. Se è così, cioè se in maniera pianificata si definisce negazionista chi non è d’accordo per ottenere un effetto infamante allora credo siamo in presenza di calunnia. Indipendentemente dal fatto che chi non è d’accordo abbia o non abbia parte di ragione.

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