Salta al contenuto

Il clima che cambia a casa vostra (e di tutti noi)

I cambiamenti climatici sbarcano nel “fai da te”, a breve li troveremo nei megastore di bricolage o magari in apparentemente comodi imballaggi formato IKEA corredati di indecifrabili istruzioni pronti per entrare nelle nostre case.

Ecco qua, trattasi di progetto della NASA, in cui è stata messa a punto una enorme banca dati contenente le uscite dei modelli di simulazione climatica a scala globale mese per mese fino alla fine di questo secolo. Temperatura massima, temperatura minima e precipitazioni su tutto il pianeta diviso in quadratini di 25×25 chilometri o, come dicono quelli bravi, 0,25°.

Sicché, decisori, investitori, produttori di ogni cosa, dall’elettricità alle barbabietole, nonché massaie, assicuratori, atleti, giramondo e tutte le altre innumerevoli categorie di interessati potranno, ognuno per i propri scopi, visitare il sito web dedicato, scaricare le indecifrabili istruzioni e vedere con i propri occhi sul proprio computer, quanto caldo farà nel cortile di casa nel ferragosto del 2040 o nel capodanno del 2090, senza dimenticare di passare per la Pasqua del 2050 o di qualunque altro anno dovesse loro interessare.

Altro che realtà virtuale, altro che realtà aumentata, questo è veramente il top… … … dei videogiochi! Già, perché c’è un piccolo problema, nulla di quello che doveste riuscire a cavar fuori dalla banca dati (ricordate la faccenda dell’IKEA) ha più probabilità di essere vero del classico lancio della monetina. Quindi, nel ferragosto del 2040, nel gennaio del 2090 o nella Pasqua del 2050, o farà freddo o farà caldo, o pioverà o ci sarà il sole, alla faccia delle proiezioni.

Breve bagno di realismo.

Dunque, i modelli di simulazione climatica lavorano normalmente su scala spaziale ben più ampia dei 25×25 chilometri, almeno quattro se non otto volte più vasta. E già così, avremo discusso e provato migliaia di volte che sono parecchio lontani dall’essere in grado di avvicinare in termini di previsione la realtà di quello che accade. Per esempio, non sono in grado di replicare i cicli dell’AMO, della PDO, dell’ENSO, dell’ITCZ, della NAO, insomma, di gran parte delle modalità atmosferiche e oceaniche che battono il ritmo del clima e del tempo, perché contribuiscono all’insieme ma sono anche all’origine di specifiche condizioni climatiche e meteorologiche su porzioni ristrette di territorio. L’ENSO per esempio regola la distribuzione delle piogge sulle due sponde del Pacifico, la NAO descrive la traiettoria delle perturbazioni sull’Europa e così via. Quindi, ridurre la scala spaziale – tecnicamente si definisce downscaling – perseguendo lo scopo di fornire informazioni relative a piccole porzioni di territorio senza avere la capacità di riprodurre ciò che il sistema nel suo complesso presenta a più piccola scala spaziale è un paradosso della logica e non può che aumentare le probabilità di errore. In altri termini, nei modelli globali da cui derivano quelli regionali ciò che serve a descrivere quello che accade a scala regionale non c’è; inoltre, il sistema è uno solo e non conosce soluzione di continuità né nello spazio né nel tempo e quello che accade a scala regionale ha impatto anche a scala globale, ma non c’è modo di ritrasmettere questa informazione al modello di origine perché si adeguino le condizioni al contorno che poi tornano ad essere importanti per la scala spaziale inferiore.

Questo, oltre ad essere noto, è anche spiegato con dovizia di particolari in un paper di Roger Pielke Sr uscito sul GRL qualche anno fa:

Dealing with complexity and extreme events using a bottom-up, resource-based vulnerability perspective.

Così Pielke dal suo sito web:

Un lavoro che riassume perché il downscaling dinamico non aggiunge informazioni più accurate di quanto sarebbe possibile ottenere semplicemente interpolando le previsioni a scala globale su di una mappa a maggiore definizione spaziale.

e…

Il downscaling dinamico da proiezioni globali multi-decadali non fornisce valore aggiunto all’accuratezza spaziale o temporale che possano tornare utile alle comunità che ne subiscono l’impatto in modo diverso da quanto è già disponibile in termini di dati storici o paleoclimatici.

Questa, per tornare da dove siamo partiti, l’intenzione di chi ha messo a disposizione la banca dati secondo Le Scienze:

Scopo dell’iniziativa, partita nel 2009, è quello di aiutare scienziati, responsabili della gestione del territorio e politici a  valutare meglio gli effetti dei cambiamenti climatici non solo a scala globale ma anche locale, così da predisporre, regione per regione, misure per ridurre le conseguenze di eventi come siccità, inondazioni, ondate di calore e riduzione della produttività agricola.

Con le premesse di cui sopra, prepararsi alle dighe nel deserto, ai pannelli fotovoltaici dove non c’è il sole e alle torri eoliche dove non c’è vento…un momento, tutto questo c’è già! Beh, allora previsione in più previsione in meno.

Piccola richiesta finale:

Con i mobili dell’IKEA sono sempre stato una frana, se qualcuno riesce a tirar giù una mappa, sarebbe così gentile da dirmi che succede in Italia nei mesi di agosto dei prossimi cent’anni? Chissà che noi meteo non si riesca a far pace con gli albergatori…

__________________________

NB: grazie a Max per avermi segnalato l’informazione.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...Facebooktwitterlinkedinmail
Published inAttualitàClimatologia

5 Comments

  1. Guido… è abbastanza semplice prevedere ciò che accadrà nei prossimi decenni.
    Considerando che la velocità di raffreddamento del pianeta è generalmente 4 volte maggiore rispetto a quella di riscaldamento…
    ….e tenendo conto del fatto che nel 2022 circa si avrà il ripetersi di un Bond Event in concomitanza con la fase di minima del Ciclo Undecennale, la fase di minima del Ciclo di circa 400 anni che porta alle PEG e la fase di minima di un ciclo multi-millenario di cui non ricordo più i termini, ne consegue che, intorno al 2022 terminerà una prima fase di “raffreddamento”… quello cioè caratterizzato da alternanze continue tra caldo e freddo. Seguirà poi un periodo di circa 60-70 anni durante il quale si avrà più che altro raffreddamento e infine un periodo di riscaldamento della durata di altri 40-50 anni circa.
    Il tutto in perfetto accordo con le dinamiche solari che determinano l’attività solare la quale, come più volte sottolineato, influisce al 98% circa sul Clima Terrestre (di recente sembra siano stati pubblicati lavori che dimostrano tale correlazione andando ad analizzare i sedimenti di laghi andini…).

    • Bernardo,
      circa la semplicità della previsione ultra decennale sinceramente avrei qualche dubbio. Tra il serio e il faceto, ti rammento che in questi giorni si sta mettendo in piedi un blocco atmosferico e a distanza di pochi giorni non siamo in grado di capire quanto durerà. Per cui, a tutte le scale temporali, ma soprattutto a quella climatica, la parola semplice la eliderei.
      Circa il futuro che hai esposto, mi suona un po’ come le uscite mainstream fatte a colpi di modelli e scenari CO2-centrici. Con tutto il rispetto per un termine che richiama non a caso il dibattito, non penso possa funzionare neanche un approccio eliocentrico. Non in quanto non possibile, ma perché é bel lungi dall’essere dimostrato.
      Con riferimento al Sole ed al clima è in corso un esperimento naturale come quello della forza te antropica. Purtroppo non siamo ammessi in laboratorio, possiamo solo guardare da uno spioncino dal quale si vede solo un pezzetto del suo contenuto. Se non vogliamo ricadere nello stesso errore che critichiamo tanto spesso, penso sia d’uopo usare almeno il condizionale e corroborare il tutto con qualche riferimento bibliografico. Domani tra l’altro esce un post che parla proprio di sole e clima.
      gg

    • Capisco la tua perplessità… e capisco anche la necessità di indicare qualche riferimento bibliografico. Purtroppo non ho la pazienza per mettermi a salvare tutto ciò che leggo, intravedo, ascolto.
      Nel mio precedente articolo ho fatto riferimento ad una ricerca “recente”. Ho ritrovato il documento e tanto recente non è, però sembra essere interessante…

      https://www.geo.umass.edu/climate/theses/polissar-thesis.pdf

      Per quanto riguarda lo scenario descritto, invece, è il frutto delle proiezioni nei prossimi decenni delle variazioni che sono state registrate negli ultimi 12.000 anni. Ma stiamo ancora lavorando al sistema e molte variazioni sono solo approssimative e poco chiare.
      Ad ogni modo… abbiamo buone indicazioni. Ma ci vuole tempo… e non ne abbiamo molto!

  2. Luigi Mariani

    Per una presentazione che ho fatto ieri presso la borsa merci di Milano mi sono trovato a ragionare di previsioni a lungo termine (prossimi 3-6 mesi) ed in particolare a ragionare dello skill (abilità) previsionale del modello CFSV2 di NOAA NCEP, un modello per previsioni stagionali allo stato dell’arte. Ho scelto CFSv2 perché è di gran lunga quello meglio documentato e che sforna previsioni operative completamente free per tutto il globo.
    Per tale modello e per il territorio americano lo skill delle previsioni di temperatura analizzato con l’Heidke skill score (HSS) dal 1995 ad oggi risulta del 12% (il che equivale a dire che in media 12% delle celle il modello manifesta skill mentre per il resto è meglio lanciare una monetina con tre facce -> sopra la norma, sotto la norma nella norma). Se dalle temperature (che sono più facili da prevedere) passiamo alle precipitazioni, lo skill scende al 3.7%. Peraltro come professionista ringrazierò sempre NOAA in quanto dichiarando lo skill dei loro modelli (c’è un sito da cui puoi scaricare i dati di skill dal 1995 ad oggi) mi consentono di evitare brutte figure con i miei clienti.
    Se poi da piogge e temperature passiamo alle situazioni di blocco (per noi cruciali in quanto ai blocchi sono legate le grandi ondate di caldo e di freddo, le grandi siccità o alluvioni) lo skill di CFSV2 secondo un lavoro del 2014 reperibile gratuitamente in rete (Jia et al., 2014. Prediction of Wintertime Northern Hemisphere Blocking by the NCEP Climate Forecast System, Journal of meteorological research.) scende praticamente a zero dopo i primi 10 giorni di previsione.
    Se a tre – sei mesi il nostro attuale stato di ignoranza è quello che ho più sopra delineato, mi domando con che serietà si possano spacciare per previsioni gli scenari disegnati dai GCM. Capisco che i GCM si propongano di valutare la risposta alla variazione del forcing ma questo non può essere in alcun caso visto come weather. Tutto ciò non genera altro che una gran confusione in un’utenza che non ha lo spirito critico necessario per interpretare in modo corretto i dati.
    Luigi

  3. donato

    La colpa è sempre di noi scettici: sono anni che si rimproverava ai modellatori l’inettitudine dei loro prodotti a rappresentare il clima a livello regionale e questi alla fine ci hanno accontentati. Ora non abbiamo più alibi: i modelli sono perfetti perché ci danno previsioni (no, scenari) a livello globale e a livello regionale.
    Non è possibile? Vabbè, che c’entra, l’importante è il risultato, il messaggio per il pubblico. Del resto non si è sempre detto che gli scienziati del clima erano poco efficaci nel comunicare le loro ragioni mentre gli scettici erano maestri nell’arte della comunicazione? Ecco colmato il gap. 🙂 Ciao, Donato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Categorie

Termini di utilizzo

Licenza Creative Commons
Climatemonitor di Guido Guidi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso info@climatemonitor.it.
scrivi a info@climatemonitor.it
Translate »