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El Niño in ritirata, cosa ci aspetta dopo?

Non si sono ancora attenuati gli effetti di un El Niño davvero potente, con il picco d’intensità negli ultimi due mesi del 2015, che già ci si interroga su quale sarà il futuro delle dinamiche che caratterizzano la ‘pompa di calore‘ del pianeta, la fascia intertropicale dell’Oceano Pacifico. Dopo diversi anni di potenziometro impostato sul raffreddamento, cioè di segno negativo dell’ENSO, abbiamo assistito nel 2014 alle prove generali e nel 2015 all’entrata in scena di una intensa fase di ENSO positivo, appunto, El Niño.

Ora, con l’equinozio appena alle spalle e tutta la primavera davanti, si tratta di capire cosa accadrà, non solo per più o meno dotte dissertazioni climatiche, ma anche per l’impatto che gli umori delle temperature superficiali di quella vasta porzione di oceano hanno sulle popolazioni delle aree che vi sono a contatto. Le antenne di quanti seguono i prezzi delle commodities si sono già drizzate e, come sempre accade, l’unica cosa possibile da fare è prestare attenzione ai segnali che il sistema sta mandando, sperando che la loro interpretazione sia corretta.

Innanzi tutto, benché sotto la superficie il segno dell’anomalia termica sia già cambiato, va detto che le acque superficiali sono ancora saldamente in territorio positivo. La riserva di calore sub-superficiale sembra essersi esaurita quindi, ma c’è ancora un sacco di calore che dovrà essere dissipato in atmosfera o spostato verso occidente, a ricostituire quella che in condizioni normali è la Pacific Warm Pool, ossia la bolla di acqua calda che gli alisei mantengono a ridosso del Continente Marittimo in condizioni di neutralità o di segno negativo dell’indice ENSO.

Perché questo accada, però, è necessario che appunto che gli Alisei tornino a soffiare da est verso ovest, essendo invece la fase di El Niño caratterizzata da impulsi di contro-alisei. Quindi, è necessario che cambi la distribuzione della massa atmosferica nell’area, cioè il dislocamento dei centri di alta e bassa pressione, dal cui monitoraggio lungo la linea immaginaria che collega Darwin in Australia a Tahiti mostra ancora una situazione sfavorevole alla ripresa dei venti del commercio.

E’ il classico problema dell’uovo e della gallina: sarà la ripresa degli alisei a innescare il trascinamento delle acque di superficie verso ovest permettendo alle più fredde acque di profondità di emergere ristabilendo la normalità o sarà l’emersione delle acque di profondità a contribuire a disporre la massa atmosferica in modo diverso e quindi consentire agli alisei di ripartire?

Ad oggi, non è dato saperlo, sebbene un buon numero dei modelli di previsione – confortati anche dalla statistica – indichino che dopo un El Niño intenso come quello che sta chiudendosi, potrà anche arrivare una La Niña altrettanto intensa. Con una condizione, sempre derivata dalla statistica: se l’anomalia negativa si realizzerà entro giugno, cioè se i venti riprenderanno e le acque sub-superficiali emergeranno, allora il raffreddamento potrebbe essere consistente. Se invece il processo tarderà a realizzarsi e l’anomalia negativa dovesse palesarsi tardivamente, tra agosto e settembre, è più probabile che la transizione avvenga verso condizioni di neutralità, riportando tutti ai nastri di partenza in attesa del prossimo ciclo.

Nel frattempo, dato che il calore della acque superficiali deve necessariamente andare da qualche parte, il 2016 sarà un altro anno caldo a livello planetario, ma condizioni di circolazione atmosferica probabilmente molto diverse dal 2015. Vale a dire, tanto per cambiare, che in materia di clima e meteo, che sono comunque regolati da imprescindibili leggi fisiche, due più due non fa quasi mai quattro ;-).

PS: Se volete saperne di pi andate qui.

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Published inAttualitàClimatologiaMeteorologia

6 Comments

  1. Fabio Vomiero

    Condivido il commento di Giovanni in quanto riprende alcuni concetti che anch’io ho cercato di esprimere più di una volta. Allora, nello studio dei fenomeni naturali 2+2 non fa quasi mai quattro. Verissimo, e il motivo di ciò è perché molti dei fenomeni naturali sono dei sistemi complessi. E’ anche vero ciò che dice Donato riprendendo Galileo, però non dobbiamo dimenticare che quattrocento anni fa certamente non si conoscevano tante cose, dalla meccanica quantistica allo studio appunto dei sistemi complessi, sistemi cioè aperti e fortemente accoppiati con l’ambiente circostante. Ricordo soltanto due caratteristiche fondamentali dei sistemi complessi: l’impredicibilità e l’emergenza. Nessuno nega l’importanza della matematica e dei modelli fisico-matematici, ma il concetto epistemologico di fondo, e che sta emergendo soltanto da qualche decennio, è che non tutto può essere codificato in termini matematici, insomma il mondo non è come quello che immaginava Laplace e cioè che tutto possa essere “zippabile” in una formula. Pensiamo ai sistemi biologici, ai sistemi cognitivi, all’evoluzione. I modelli non sono il mondo reale, ma sono soltanto delle nostre interpretazioni semplificate e approssimative in cui andiamo a studiare soltanto alcuni contesti, tralasciandone per forza altri; è come se andassimo a isolare pezzi di mondo, scegliendo poi in modo arbitrario soltanto alcune relazioni con l’ambiente tra le infinite possibili e questo per poterli in qualche modo calcolare e prevedere. Quindi i modelli catturano benissimo certi aspetti del mondo, ma ne tralasciano per forza altri, così per il ponte di Donato, come per lo studio del clima. Questi limiti, rendono necessaria l’introduzione di nuovi approcci scientifici, approcci che magari a volte intendono osservare i sistemi nella loro globalità comprese le proprietà emergenti piuttosto che insistere con lo studio analitico dei singoli elementi. Guardate che questo modo di ragionare è abbastanza normale per noi biologi e forse anche per i geologi, forse meno per i fisici. A proposito di clima ne ho parlato anche in questo articolo: http://meteolive.leonardo.it/news/Editoriali/8/previsioni-ecco-perch-pi-facile-fare-quelle-sul-clima-che-sul-tempo-/52895/
    Saluto cordialmente

  2. Donato

    “Vale a dire, tanto per cambiare, che in materia di clima e meteo, che sono comunque regolati da imprescindibili leggi fisiche, due più due non fa quasi mai quattro”
    .
    La cosa è profondamente condivisibile e per un motivo del tutto logico: stiamo parlando di sistemi dinamici non lineari che sono del tutto imprevedibili a grandi distanze di tempo. Per il clima sembrava di no, ma anche chi fa il climatologo per professione sta rivedendo molte delle idee che vanno per la maggiore.
    In questi giorni sto elaborando delle idee sull’argomento, ma sono piuttosto …. indigeste: spero di poterle condividere a breve con i lettori di CM (digestione permettendo). 😉
    Ciao, Donato.

    • giovanni geologo

      quello che sfugge sempre piu alla percezione “scientifica” é che nel campo delle scienze inesatte, cioé quelle che riguardano la descrizione e comprensione dei fenomeni naturali in genere 2+2 non fa quasi mai quattro, non solo in campo climatico. Purtroppo la tendenza a matematicizzare dei fenomeni naturali porta all’inconsapevole bisogno di inquadrare ogni dinamica all’interno di una formula matematica. Ricordiamoci sempre che la matematica é un’invenzione umana i fenomeni naturali no. QUindi il rapporto gerarchico vede la matemaica in un rapporto di subordinazione rispetto ai fenomeni naturali e non il contrario come spesso si pensa o si vuol far credere

    • Donato

      La matematica è la lingua in cui è scritto il libro della Natura, scriveva G. Galilei ed io sono del tutto d’accordo con lui. Non sarebbe possibile effettuare valutazioni quantitative senza l’utilizzo di modelli che rappresentino la realtà per cui il fisico, l’ingegnere, il geologo e chiunque studi fenomeni naturali, non può prescindere dall’utilizzare il linguaggio dei numeri.
      Il problema sorge nell’istante in cui si pretende di sostituire il modello alla realtà e meravigliarsi del fatto che la realtà sia diversa dal modello.
      Io progetto un ponte ed utilizzo un modello matematico dello stesso. Dopo la costruzione mi aspetto che il manufatto si comporti come prevede il modello, ma non ne sono sicuro, quindi lo collaudo applicando su di esso i carichi previsti in fase di progettazione e misurando le deformazioni della struttura. Se esse sono compatibili con quelle di progetto e di legge, si può utilizzare la struttura, in caso contrario ….., beh auguriamoci che il caso contrario non si verifichi mai 🙂 .
      Concludendo, modello si, ma con moderazione e nella misura strettamente necessaria. Neanche un po’ in più!
      Ciao, Donato.

    • Guido Botteri

      Caro Giovanni, concordo in pieno, ed è quello che anch’io vado dicendo da anni, che è la matematica che deve essere a servizio dei fenomeni naturali e non viceversa.
      Facevo spesso l’esempio della pentola piena d’acqua che scaldiamo sul fuoco.
      Se mettiamo un termometro, troviamo una legge lineare.
      Ma se volessimo estendere questa legge indefinitamente nei due versi topperemmo perché incontreremmo dei cambiamenti di stato, da liquido a aeriforme verso su, e da liquido a solido verso giù, e quindi la nostra legge vale all’interno di un certo intervallo e per dati valori di pressione atmosferica.
      Mi sembra un esempio chiaro, perché la legge cambia e si capisce perché; perché non è più un liquido.
      Questo alla matematica bisogna dirlo, lei da sola non lo sa e non può saperlo.
      Deve essere dunque la matematica a farsi guidare,
      e trarre conclusioni estendendone i calcoli in territori inesplorati può dare luogo a grossi errori.
      Secondo me.

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