Il bombardamento dell’ansia e l’insegnamento dell’estate 2016

Sono giorni brutti e tristi questi di fine estate. Il tragico evento che ha colpito il Paese li ha segnati indelebilmente. Ma, per fortuna e per quella strana caratteristica che ci contraddistingue, non è l’ansia a segnare i tratti più evidenti, quanto piuttosto la voglia di fare. Di aiutare nell’immediatezza del bisogno e di ripartire appena la componente emergenza potrà dirsi passata. Per una volta, forse e finalmente, anche con il piede giusto.

Leggo sulle pagine del Foglio una sacrosanta verità il cui riassunto è il seguente. In Italia la parola ambiente dovrebbe avere due sole accezioni, quelle del rischio sismico e del rischio idrogeologico. Invece ne ha mille altri, tutti per lo più travisati, che invece di aiutare a risolvere i problemi li hanno esacerbati, drenando risorse e spargendo immobilismo, per portarci ora ad avere di fronte problemi quasi irrisolvibili e a non avere i soldi per risolverli. Se credete leggetelo, perché merita, ma il succo è questo.

Qual è stata la leva di questa autentica strategia, vi starete chiedendo. Semplice, la leva è l’ansia, ansia per mille cose, quasi tutte impalpabili, tranne che per quelle giuste. Una volta l’ansia c’era perché non si sapeva come mettere insieme il pranzo con la cena. Oggi l’ansia c’è per cose le cui soluzioni suggerite tendono a far sì che si ritorni a quel tipo di problema. La chiamano decrescita felice gli indoratori di pillole. Ditemi se è ambientalismo combattere gli inceneritori e lasciare che le nostre strade trabocchino di rifiuti. Ditemi se è ambientalismo combattere il Golia del clima con la caricatura di Davide delle risorse rinnovabili. Ecco, siamo tornati nel nostro di ambiente, quello del sistema climatico è dell’ansia da clima.

Sapete cos’è quella che stiamo vivendo? Si chiama estate mediterranea. È su tutti i libri di climatologia, compreso il Bignami di Wikipedia. Bella e solo un po’ capricciosa, non troppo calda e piuttosto lunga. È quella che non avremmo mai più avuto secondo chi dice di saperne sempre un po’ di più degli altri. È quella che avrebbe dovuto arrostirci secondo chi non ne sa un accidente ma sparge conoscenza a un tot al chilo sulla rete. È quella che sarebbe dovuta finire presto secondo il meteo pettegolezzo che fa tanta presa su tanti.

Certo, ci sta che una stagione sia ‘normale’, dicono sempre quelli bravi, ma il problema sono quelle che normali non sono. Beh, vi dirò una cosa semplice semplice: la normalità non ha casa nel paese del clima, ecco perché non ha senso cadere nel tranello di chi sparge ansia. Quest’anno abbiamo imparato che anche in pieno global warming, si può sopravvivere all’estate, anzi ce la si può normalmente godere. Pensateci bene appena uscirà la prossima ansia climatica o il prossimo presagio, per esempio quello di un’inverno insostenibile, quale sia il suo segno. Gli è infatti che ci hanno regalato ansia sia quando è stato molto freddo, come nel 2012, sia quando è stato molto mite, come l’ultimo.

Cacciamola indietro quest’ansia a buon mercato e pensiamo alle cose serie. Magari si recupera anche qualche risorsa per ripartire. Per una volta e finalmente, con il piede giusto.

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Author: Guido Guidi

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5 Comments

  1. Prima si parla di ipotesi “un’ipotesi inquietante è che a cedere sia stato un chiodo”, poi giustamente si ricorda che “sulle Dolomiti il rischio del cedimento dei chiodi è relativamente alto a causa della roccia piuttosto friabile”, ma nel titolo deve esserci il puntuale (sennò l’articolo non lo pubblicano?) riferimento al GW (anzi, al AGW) “per effetto del riscaldamento climatico, la roccia sta diventando friabile e gli appigli sempre meno sicuri”.

    Commento sintetico: buffoni!

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  2. Commento da condividere completamente. Mi trovo particolarmente d’accordo sulla parte “economica” dell’articolo. Le risorse spese nel sostengo per lo sviluppo di fonti energetiche di dubbio impatto sulle condizioni di vita della popolazione avrebbero già salvato centinaia di vite se solo fossero state impegnate nella prevenzione del rischio sismico e geologico in generale. Viviamo in una triste società dominata dal pensiero omologato che butta al vento la conoscenza accumulata in decenni di sviluppo scientifico e tecnologico per inseguire teorie non provate solo perchè la maggioranza dice che è giusto così.

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  3. I prins a protestà… ‘e son i masse passuz

    I primi a protestare… sono i troppo pasciuti

    Decisamente fa parte di un’esperienza popolare segnata storicamente da difficoltà e da miseria, alle volte dalla fame e quasi sempre da un vivere difficile: chi ha conosciuto queste condizioni, chi le ha consumate sulla propria pelle, sa benissimo che prima di protestare per qualcosa è necessario aver conosciuto tante altre cose.
    Ma la sentenza va intesa oltre questo significato: e vuol precisare che spesso chi si lamenta, chi alza la voce, chi grida per avere qualcosa di più non è il povero, ma proprio chi ha già avuto tanto e dovrebbe accontentarsi.
    Caso non certo raro fra la gente che viene accomunata da un’esperienza collettiva: si troverà sempre a protestare proprio chi ne avrebbe meno diritto.

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  4. Foto emblematica. E’ una sintesi perfetta della confusione in cui viviamo in questi anni. Fortuna che esistono siti come questo (pochi) in cui posso prendermi una boccata di ossigeno tra lo smog che infesta il mondo dell’informazione in generale. Grazie Guidi!

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