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Non c’è tempo da perdere! (a Marrakech)

A meno di un anno dalla conclusione della fantasmagorica Conferenza delle Parti di Parigi (COP21) che partorì lo storico Accordo di Parigi, ierii a Marrakech, in Marocco, ha preso il via la ventiduesima edizione della Conferenza delle Parti (COP22). Il Ministro francese dell’ambiente S. Royal ha passato il testimone al corrispondente Ministro marocchino, S. Mezouar, che presiederà i lavori della Conferenza.

Secondo gli osservatori ed i commentatori, quella di Marrakech sarà una Conferenza poco entusiasmante in quanto si svolgerà su un piano squisitamente tecnico. A Marrakech si devono, anzi si dovrebbero, riempire di contenuti pratici i roboanti proclami ideologici che costellano l’accordo di Parigi che, in mancanza, resterà un contenitore vuoto e privo di effetti pratici.

Giusto per rinfrescarci le idee diamo una ripassata agli aspetti salienti dell’accordo di Parigi. I partecipanti alla COP21 hanno fissato un limite massimo all’aumento della temperatura globale della Terra: 2°C al 2100, ma con l’ambizione di contenerlo entro 1,5°C, rispetto all’epoca pre-industriale. Per raggiungere tale obiettivo ogni Stato partecipante ha assunto, su base volontaria, degli impegni di riduzione delle emissioni di gas serra (principalmente CO2). Allo scopo di contenere le emissioni dei Paesi in via di sviluppo, consentire il trasferimento di tecnologie verdi e finanziare le misure per la mitigazione degli effetti ormai inevitabili del riscaldamento globale, pardon cambiamento climatico, i Paesi industrializzati si sono impegnati a corrispondere loro un fiume di denaro che, in qualche modo, possa compensare i loro sacrifici. Nell’accordo si posticipa al 2020 l’implementazione delle iniziative necessarie per la progressiva decarbonizzazione della produzione energetica mondiale.

La cosa che sin da subito ha fatto storcere il naso ai più, è stata il fatto che nell’intesa di Parigi non era prevista alcuna sanzione per chi non manteneva gli impegni assunti e non era previsto alcun meccanismo per rimpinguare il fondo dei 100 miliardi di dollari annui da trasferire dai Paesi industrializzati, responsabili morali e materiali del riscaldamento globale, ai Paesi in via di sviluppo. Né sono stati previsti meccanismi per il controllo del reale raggiungimento degli impegni di riduzione delle emissioni.

Sin da subito gli scienziati hanno messo in guardia politici ed osservatori circa l’impossibilità di raggiungere gli obiettivi di contenimento del riscaldamento globale entro 2°C (figuriamoci 1,5°C) con gli impegni di riduzione delle emissioni assunti dai vari Stati: in teoria, se essi fossero mantenuti il riscaldamento globale a fine secolo si attesterebbe su 3°C, il doppio di quanto preventivato. In parole più terra terra, l’accordo di Parigi di ambizioso aveva solo il nome. Chi ha messo in evidenza già a Parigi che il re era nudo è stato J. Hansen, subito etichettato come negazionista dalle vestali del “clima che cambia e cambia male”.

Nel frattempo le emissioni sono aumentate, portando la concentrazione di diossido di carbonio atmosferico, a superare stabilmente le 400 ppmv. La cosa ha suscitato crisi di panico negli ambienti deputati a salvare il pianeta che si sono affrettati a lanciare l’allarme: non c’è più tempo da perdere, bisogna fare in fretta perché il pianeta non ce la può fare e gli impegni assunti sono del tutto insufficienti. Il loro appello è diventato il grido di battaglia dei conferenzieri in vacan…, ehm in trasferta in Marocco. L’accordo di Parigi è stato ratificato, intanto, da un centinaio di Paesi che rappresentano oltre il 55% delle emissioni globali e, quindi, è entrato in vigore in un tempo inferiore alle più rosee previsioni, secondo S. Royal. Mi permetto di far notare che la cosa è stata fin troppo facile in quanto si è trattato di assumere impegni che, qualora disattesi, non avrebbero avuto alcuna conseguenza pratica, eccezion fatta per la riprovazione morale dei politici da parte della società civile e, in particolare, degli attivisti climatici. Per quello che può contare!

A Marrakech ci si aspetta quindi di vedere come fare praticamente per trovare i soldi da trasferire dal Nord al Sud del mondo e come mettere in atto dei meccanismi di controllo per verificare se gli Stati che hanno ratificato l’accordo di Parigi manterranno fede agli impegni. Ci si aspetta, inoltre, che gli Stati assumano impegni più ambiziosi sin da subito perché la situazione sarebbe ormai prossima al punto di non ritorno.

In realtà a Marrakech non accadrà nulla di tutto ciò in quanto la COP22 è una conferenza interlocutoria che serve a traghettare i circa 15000 partecipanti dalle visionarie conclusioni della COP21 alla COP23 del prossimo anno che dovrebbe essere quella decisiva, quella in cui verranno fissate le procedure operative per monitorare lo stato di avanzamento degli impegni finanziari e di riduzione delle emissioni. Altro che aumento delle ambizioni.

Gli attivisti ambientali sono comunque sul piede di guerra ed intendono porre in atto tutte le iniziative per far si che a Marrakech si verifichi un cambiamento di passo decisivo, che non si assista, per dirla con la presidente del WWF Italia, ai soliti piccoli passi che neanche un lillipuziano riesce ad apprezzare. Mi sa che alla fine la delusione in questo campo sarà grande.

Un discorso a parte merita la posizione dell’Italia. Il Trattato di Parigi è stato ratificato dal nostro Parlamento, ma fuori tempo massimo. Si teme che il nostro Paese possa restare fuori da uno speciale gruppo di lavoro: quello dei Paesi che hanno ratificato in tempo utile l’accordo di Parigi e che cominceranno a discutere delle procedure di verifica del mantenimento degli impegni presi a Parigi. Non credo che sarà una grave perdita anche se, penso, che alla fine troveranno una scappatoia per ammetterci, nonostante tutto.

Ad oscurare una conferenza già di per se abbastanza opaca, ci sono anche le elezioni del presidente degli USA che ha monopolizzato e monopolizzerà l’attenzione per i prossimi giorni. Anzi uno dei principali motivi di tensione nella Conferenza è la possibilità (piuttosto improbabile, stando ai sondaggi preliminari) che D. Trump vinca le elezioni, in quanto ciò ostacolerebbe non poco il raggiungimento degli obiettivi previsti nell’accordo di Parigi. In realtà nessuno pensa che gli USA possano rimangiarsi la ratifica del Trattato di Parigi anche in caso di vittoria del candidato repubblicano, ma verrebbero meno tutte quelle scelte di politica interna che ha fatto l’Amministrazione Obama e che sono essenziali per il raggiungimento delle riduzioni delle emissioni previste dagli Stati Uniti.

Come si vede le prospettive sono piuttosto scoraggianti e nei prossimi giorni, in ogni caso non prima di mercoledì quando si conosceranno gli esiti delle elezioni presidenziali negli USA, la Conferenza entrerà nel vivo (si fa per dire). Lo scorso anno ho redatto un diario giornaliero degli accadimenti in quel di Parigi; quest’anno, viste le premesse, la cadenza dei resoconti sarà meno serrata e, salvo imprevisti o novità particolarmente eclatanti, ci sentiremo ogni due o tre giorni.

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Published inAttualitàCOP22 - Marrakech

8 Comments

  1. Rinaldo Sorgenti

    @ Virgilio
    Questocapitolo del libro di Roy W. Spencer, Ph.D.: ” A Guide to Understanding Global Temperature Data” può offrire qualche altro spunto:

    1) Does an increasing CO2 level mean there will be higher global temperatures?

    Probably, yes. As we burn fossil fuels (primarily petroleum, coal, and natural gas) to meet most of humanity’s energy needs, carbon dioxide (CO2) is unavoidably released. Its concentration has risen from about 270 parts per million (ppm) before the industrial revolution to about 400 ppm in 2015. It has been monitored accurately since 1959 at Mauna Loa, Hawaii, and at several other locations around the world in later years. All of the measurements tell a consistent story: CO2 levels in the atmosphere are slowly increasing.
    The following plot of the CO2 increase at Mauna Loa shows that even though the increase seems substantial in relative terms (left panel), the amount of CO2 in the atmosphere is so small in absolute terms that the change in concentration is not even visible in a plot (right panel) where percent, rather than parts per million, is used for the vertical scale.

    In fact, most people are surprised to learn that humans have so far contributed only about 1 molecule of CO2 to every 10,000 molecules of air over the last 60 years. About 50 percent of all we emit is absorbed by nature, since CO2 is necessary for photosynthesis and for life to exist on Earth.
    So, how can such a minor atmospheric constituent (technically, a “trace gas”) have such a large predicted impact on global temperatures? To answer that question, we must briefly address what causes the temperature (of anything) to change.
    The temperature of anything you can think of can be increased in one of two ways: (1) by adding more energy (e.g., turn up the stove top to warm a pot of water; turn up the furnace in your house), or (2) by reducing energy loss (e.g., put a lid on the uncovered pot of water as it is heated; add insulation to your walls).

    For the Earth’s climate system, the energy input is sunlight, while the energy loss is through infrared (heat) radiation emitted by the surface and atmosphere to the cold depths of outer space. Infrared radiation is the radiant heat you feel at a distance from a fire, and is emitted by all solid objects and by some gases in the atmosphere.
    Carbon dioxide is a so-called “greenhouse gas,” an admittedly misleading name for the gases which are good absorbers and emitters of infrared (IR) radiation. Water vapor is by far the most important greenhouse gas, while CO2 and methane have lesser influences.

    In the case of global warming theory, the extra CO2 we have added to the atmosphere is believed to have reduced the rate at which the Earth loses infrared radiation to space by about 1 percent, based upon theoretical calculations backed up by laboratory measurements. It’s like covering the pot of water on the stove slightly more with a lid, or adding a little more insulation to the walls of a house.
    This human-caused ‘radiative forcing’ (an imposed imbalance between the energy flows in and out of the climate system) is what is believed to cause global warming, and associated climate change. There are other gases involved in radiative forcing estimates, such as methane and chlorofluorocarbons, but by far most of the effect is from increasing carbon dioxide.
    The science supporting some warming effect of more CO2 in the atmosphere is reasonably sound; what isn’t well known is just how much of a temperature rise will result. This uncertainty is tied up in the holy grail of climate sensitivity, which I will address later.

    For the time being, suffice it to say that more CO2 in the atmosphere should cause some warming, but the amount of warming is much more uncertain than the public has been led to believe.
    It should be noted that most of what you hear regarding expected global warming and climate change originates from a United Nations-sponsored organization of scientists and policy experts called the Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). The UN IPCC releases new reports every few years summarizing the state of climate science, and surveys the results of climate models run in many different countries. The IPCC was formed and is still guided with considerable political influence from a variety of world governments, which should be kept in mind when its official views on climate change are being examined. Also, a number of global warming scientists who were originally involved in the IPCC process have either not been invited to continue their participation, or have resigned in protest of the IPCC’s biased treatment of the science.

  2. Donato b

    Oggi a Marrakech non è successo praticamente nulla. Sono stati implementati i vari tavoli e sono partite le varie iniziative collaterali: manifestazioni, conferenze, incontri e chi più ne ha più ne metta. Il terrorismo psicologico regna sovrano ed i media, a corto di notizie degne di questo nome, si dilungano sugli eventi estremi in fase di aumento. Il tutto sulla base di rapporti più o meno interessati a cura di questo o quel centro di ricerca. Paccottiglia di poco conto, insomma.
    .
    @ F. Turturici
    Le tue considerazioni sono ampiamente condivisibili e basate su dati concreti. Il problema è che nessuno vuole sentirci da questo orecchio. Qualunque persona di buonsenso si orienterebbe verso un mix energetico che sia capace di fronteggiare tutte le possibile evenienze, invece se non è green la fonte di energia deve essere eliminata a priori. Punto. E’ sciocco, è stupido, è pericoloso, ma non frega niente a nessuno perché la parola d’ordine è “o rinnovabili, o morte” 🙂
    .
    @ G. Botteri
    Ambizione fa rima con presunzione, caro Guido. Un trattato ambizioso non può non essere presuntuoso. 🙂
    A parte gli scherzi leggendo i vari resoconti da Marrakech non si può fare a meno di notare quanto sia vero ciò che tu hai scritto. Un diluvio di retorica che, in ultima analisi, porta ad un’unica conclusione: la CO2 è brutta, la CO2 è male, la CO2 antropica sta uccidendo il nostro povero mondo e soprattutto i Paesi più poveri. A nessuno viene in mente che, se dessimo a questi Paesi la possibilità di svilupparsi con energia a basso costo e non con quella costosa ed incerta dei pannelli solari (il solito discorso del pane e delle brioches), potrebbero acquisire quella resilienza che li metterebbe al riparo dai paventati, ma mai provati, rischi del cambiamento climatico di origine antropica.
    p.s.: ho cercato di abituarmi a respirare di meno per emettere meno CO2, ma non mi sembra di aver fatto molti progressi! 🙂
    .
    @ L. Mariani
    Caro Luigi, le tue considerazioni sul ritardo “culturale” dell’Italia sono da incorniciare: sto ancora ridendo!
    Non sono molto d’accordo sul fatto che non è stata emessa CO2 per scrivere il post: ho usato il PC per le ricerche e per scrivere, quindi un po’ di CO2 è stata emessa: unita a quella emessa con la respirazione fa un bel po’. 🙂
    Per compensare domani, tempo permettendo, pianterò un’altra pianta di insalata! Credi che possa bastare?
    .
    @ Virgilio
    Che la CO2 determini un aumento di temperatura attraverso lo squilibrio radiativo, mi sembra un fatto assodato. Che quella prodotta dall’attività umana sia la responsabile esclusiva del riscaldamento globale dell’ultima parte del secolo scorso un po’ meno, ma in questo si annida la diversità tra il mio modo di pensare e quello di chi vede nell’azione dell’uomo l’unica causa del cambiamento climatico in atto. Il problema è, però, ancora più profondo in quanto costoro sono dell’avviso che è l’uomo occidentale in quanto tale a costituire una minaccia per il mondo. E con questi io non sono assolutamente d’accordo.
    Ciao, Donato.

  3. virgilio

    Si parte dal presupposto che CO2 e temperature siano correlate, però mi chiedo in qual senso? Ora è accertato che sia CO2 a produrre aumento dei gradi terrestri e non il contrario, ovvero che invece sia la temperatura a far aumentare la CO2? Tempo fa sentii e lessi qualche autorevole studioso asserire quest’ultima possibilità. Attualmente esiste prova oggettiva per scegliere con sufficiente sicurezza fra le due alternative? E’ domanda che rivolgo a chi ne sappia più di me.

  4. Guido Botteri

    Vacanzieri in conferenza.

    Resto sempre basito dall’ostentata presunzione di avere in mano la manopola del termostato del pianeta, e che questa sia le emissioni antropiche di CO2; anzi, quella parte che si possa ragionevolmente ridurre.
    Per esempio, respirando emettiamo CO2, e voglio sperare che potremo continuare ad emetterla anche in futuro 🙂
    Quando leggo
    // I partecipanti alla COP21 hanno fissato un limite massimo all’aumento della temperatura globale della Terra: 2°C al 2100, ma con l’ambizione di contenerlo entro 1,5°C, rispetto all’epoca pre-industriale. Per raggiungere tale obiettivo ogni Stato partecipante ha assunto, su base volontaria, degli impegni di riduzione delle emissioni di gas serra (principalmente CO2). //
    penso all’ambizione di sacerdoti di altri tempi, e dei loro fedeli, di fermare carestie, alluvioni, eruzioni o terremoti sacrificando un essere umano, colpevole di aver causato l’ira degli dèi. E non ci vedo molta differenza.

    • Luigi mariani

      Due commenti telegrafici.
      ll primo riguarda l’Italia che non smentisce mai se stessa, ratificando fuori tempo massimo il trattato di Parigi (il che spiega anche la longevità di noi italiani, frutto del fatto che arriviamo in ritardo anche al nostro funerale…. altro che genetica, questa è cultura!)
      2. CM è virtuosa oltre ogni limite nel senso che il nostro corrispondente non ci costa neppure un grammo di CO2 in più.
      Un grazie di cuore a Donato!
      Luigi

  5. Filippo Turturici

    Io invece penso che le “scelte di politica interna che ha fatto l’Amministrazione Obama e che sono essenziali per il raggiungimento delle riduzioni delle emissioni previste dagli Stati Uniti”, nel medio e lungo termine sarebbero controproducenti proprio nell’ottica della riduzione delle emissioni di CO2. Tre su tutte:

    – il massiccio sostegno pubblico a fallimentari mega-progetti (es. Ivanpah) ed aziende (es. Solyndra) nel campo solare;

    – l’appoggio a politiche demenziali da talebani dell’ambientalismo, come quella della California, dove l’energia costa (molto) più che altrove e deve pure essere importata dagli stati confinanti; e ironia della sorte, le pale eoliche costano più nell’economia sussidiata della California, che in quella concorrenziale del Texas, col risultato che lo stato dei petrolieri repubblicani armati brutti sporchi e cattivi è quello con la maggiore quota di eolico degli USA;

    – l’appoggio a paorle ma nullo nei fatti al nucleare, unica fonte di energia “base load” affidabile e ad impatto quasi nullo di CO2 (no, nemmeno le rinnovabili sono ad impatto veramente e totalmente nullo), col rischio che di qui a 10 anni chiudano molti più reattori di quanti nuovi ne aprano, anche a causa di politiche locali come quella californiana di cui sopra.

    Insomma un bagno di sano, vecchio realismo non farebbe male, sulle politiche energetiche, anche e proprio in ottica di riduzione delle emissioni. Poi bisognerebbe iniziare ad intaccare le emissioni dei trasporti, ma anche lì, bisogna evitare di correre dietro agli unicorni tipo Tesla, sogni bellissimi sulla carta, ma fallimentari nel mondo reale (dove carta, specie moneta, canta).

    • Filippo Turturici

      P.S. Tanto per chiarire anche ai sordi ed ai ciechi. Tecnologie come nucleare o carbone con CCS (Carbon Capture and Storage) possono ugualmente essere impiegate per produrre energia ad emissioni (quasi) nulle. Sono ampiamente provate ed efficaci, nel caso nucleare, o ancora da provare, ed hanno certamente i loro costi ambientali e finanziari. Di contro, le rinnovabili hanno un’efficienza bassa/issima, sono spesso intermittenti, e richiedono abnormi quantità di terreno (per “piantare” pannelli solari o pale eoliche, da allagare per le centrali idroelettriche, o semplici foreste/coltivazioni per le biomasse); più, per solare ed eolico, ci sono minerali rari da estrarre, con impatti ambientali non inferiori alle miniere di uranio o carbone. L’ideale sarebbe dunque un mix energetico equilibrato, con il ricorso a tutte le tecnologie affidabili ed utili. Invece si vuole investire massicciamente e solo nelle “rinnovabili”, anche a dispetto dell’efficienza e dell’elementare buon senso: questo fa capire quale sia il vero obiettivo. Non la riduzione della CO2, ma la transizione verso altre forme energetiche, evidentemente appoggiate da altre lobbies oggi più forti/popolari che quella dei combustibili fossili e quella del nucleare (quest’ultima in realtà non è mai stata fortissima, se non in Francia ed in pochi altri paesi).

      P.P.S. Se poi vi parlano del costo del kWh, senza considerare il fattore di capacità annuo né l’intermittenza o meno della fonte, è solo una buffonata. Di un’energia che mi costa uguale o anche la metà, ma viene prodotta “random” nel 20% dell’anno, non me ne faccio comunque molto contro una fonte “solida” che lavora il 90% dell’anno. Il problema non è il costo in sé, ma il beneficio.

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