Pregi e difetti dell’Isola di Calore Urbano

In inverno scudo contro nebbia e gelo, in estate foriera di notti rese agitate dal caldo e dall’afa

L’antefatto è che oggi, mercoledì 7 dicembre ricorrenza di Sant’Ambrogio patrono di Milano, dopo essere stato in mattinata fuori città, ho avuto la ventura di attraversare le vie del cento in ora di punta, ritrovandole più che mai intasate da gente a piedi.

Venendo poi alle condizioni meteorologiche, debbo segnalare che eravamo sotto un promontorio anticiclonico da sudovest e sulla zona rurale attorno a Milano gravava un fitta nebbia con temperature intorno agli 0°C. Nel centro di Milano invece il cielo era sereno limpido e le temperature misurate sul balcone di casa mia, nell’intervallo fra le 0 e le 14 di oggi, hanno presentato un minima di 2,6°C (con umidità relativa dell’85%) ed una massima di 10,1°C (con umidità relativa del 74%). Nello stesso periodo a Carpiano, sobborgo rurale a sud di Milano, la temperatura minima è stata di -1,6°C e la massima di 4,9°C (con umidità relativa al 99%) (dati attinti da qui).

Quanto descritto spiega a mio avviso l’invasione del centro di Milano da parte degli abitanti del contado che non ne possono più di nebbia e gelo.

In ragione di quanto sopra mi è venuto da riflettere su quanto si sia tutti noi ingenerosi nei confronti dell’isola di calore urbano (UHI) che, è vero, in estate rende sgradevole il centro città per temperatura ed afa ma d’inverno ci ripaga con un’estate di San Martino protratta a gran parte dei giorni con tempo anticiclonico.

In sostanza sarebbe saggio che di UHI si ragionasse in termini di costi e benefici, stimando da un lato i costi dovuti all’incremento delle spese di condizionamento estivo e della morbilità da caldo e dall’altro i benefici dovuti alla riduzione delle spese di riscaldamento e della morbilità da malattie di raffreddamento.

In particolare per quanto riguarda la morbilità da caldo e da freddo i conti li hanno già fatti altri e dunque mi limito a segnalare che uno studio a livello globale condotto da Gasparrini et al. (2015) e pubblicato su Lancet giunge alla seguente conclusione:

La maggior parte del carico di mortalità globale correlato alla temperatura è riconducibile al contributo di freddo. Questo dato di fatto ha importanti implicazioni per la progettazione di interventi di sanità pubblica volti a ridurre al minimo le conseguenze sulla salute di temperature negative, e per le previsioni di effetti futuri degli scenari del cambiamento climatico.”

In sostanza l’aumento delle temperature causato dall’intensificazione dell’isola di calore urbano, indotta non solo dall’aumentato impatto umano sulle città ma anche dal global warming, si sta traducendo in una diminuzione della morbilità da eventi termici estremi che è evidenziata per l’Europa (Healy, 2003) e per gli USA. Ciò non toglie che non si debba prestare attenzione ad evitare la morbilità da caldo, soprattutto per quel che riguarda gli areali urbani, e che dunque si debba in tutto i modi promuovere l’uso razionale dei condizionatori, in particolare da parte delle persone anziane che rispetto a tali strumenti sono per tradizione oltremodo refrattarie.

Nota: L’immagine che accompagna questo post in home page è di repertorio e viene dal blog di Francesco Boccanera. In evidenza l’effetto di dissipazione della nebbia esercitato dall’areale urbano della città di Milano.

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Author: Luigi Mariani

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9 Comments

  1. Da profano mi domando :ma se oggi c’è meno nebbia,allora anche in tempi non sospetti come gli anni 60/70 vi erano potenti anticicloni invernali con
    frequenti inversioni termiche?

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    • Scusate per il post incomprensibile di ieri(ero con il cell.).Riformulo la domanda:negli anni d’oro (secondo i sostenitori del GW)c’erano più nebbie persistenti,allora dico io da profano vi erano anche più anticicloni simili all’attuale,quindi un clima simile?

    • La nebbia è frutto di fattori che agiscono a scale diverse, per cui non bastano grandi anticicloni ma occorrono anche una sufficiente umidificazione dal basso dell’atmosfera e quel minimo di turbolenza che serve a mantenere in aria l’umidità (che altrimenti precipita come rugiada e brina).
      Circa l’umidificazione dal basso ricordo che oggi la pianura padana è spesso meno ricca di acqua superficiale di quanto lo fosse fino agli anni 70. Ad esempio del tutto sono scomparse le marcite, forma d’irrigazione invernale dei prati che era diffusa da secoli soprattutto in Lombardia.
      Aggiunga a ciò il drastico calo dei livelli di anidride solforosa nei combustibili, molecola che era molto efficiente nell’aggregare molecole d’acqua aumentando l’intensità delle nebbie.
      In ogni caso per validare la sua ipotesi sulla diminuzione degli anticicloni occorrerebbe analizzare la frequenza e persistenza degli stessi. Si tratta di lavori di climatologia dinamica relativamente semplici da fare con un’idonea disponibilità di tempo. Se ci fossero dei volontari disponibili ad analizzare le carte meteorologiche giornaliere per un numero congruo di anni potremmo organizzare la cosa anche su CM.

  2. Leggo:
    ” Quanto descritto spiega a mio avviso l’invasione del centro di Milano da parte degli abitanti del contado che non ne possono più di nebbia e gelo.”

    Per me è semplicemente il fatto che l’industrializzazione ha facilitato l’aumento di densità di popolazione all’interno delle città, poi non so quanto siano state vantaggiose le scelte di vita tra asfalto e cemento in termini di salute o in termini lavorativi-economici.
    Si dovrebbe respirare aria migliore in campo agricolo sia al chiuso che all’aperto?
    Bisognerebbe valutare la morbilità su più variabili tra cui la qualità dell’aria oltre alla variabile termica.

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  3. Fabrizio, grazie per la testimonianza. Come commentoo aggiungo che il cielo grigio che si osserva a volte in città quando fuori c’è nebbia e “nebbia alta” o “Stratus nebulosus”.
    Non so invece cosa si intenda per maccaja, ce lo spieghi?
    Luigi

    Post a Reply
    • Aggiungo un paio di considerazioni che mi paiono utili a meglio dettagliare il fenomeno in esame. La prima è che prima degli anni 70 nel circondario di Milano e in area urbana c’era più nebbia (si veda la tabella 12 di questo mio vecchio lavoro che peraltro sviluppa un’analisi del fenomeno nebbia in Valpadana http://www.agrometeorologia.it/documenti/Rivista2009_3/Ria3_2009Mariani.pdf).
      La seconda è che se ci si collega a questo indirizzo del sito tedesco wetterzentrale: http://old.wetterzentrale.de/topkarten/fsavnmgeur.html e nel menu a tendina centrale in alto (colore verde) si clicca su “GFS Ens (16 d): Europa (karte)” compare una carta dell’Europa su cui si può cliccare con il mouse sul punto corrispondente a Milano (lat=45°, Lon=10°) si vede quanto un modello globale come il GFS della NOAA sia incapace di descrivere i drenaggi di aria fredda che colpiscono la valle padana nel periodo invernale e che sono responsabili di gelo e nebbia. Le temperature infatti ottenute dalle diverse run del modello eseguite oggi (8 dicembre 2016) sono mostrate su livelli superiori alla norma di oltre 5°C, il che non è.

    • Versione corretta (mi scuso per gli errori dovuti a fretta):
      Fabrizio, grazie per la testimonianza. Aggiungo che il cielo grigio che si osserva a volte in città quando fuori città c’è nebbia non altro che “nebbia alta” o Stratus nebulosus (https://it.wikipedia.org/wiki/Stratus_nebulosus).
      Non so invece cosa si intenda per maccaja, ce lo spieghi?
      Luigi

    • La maccaja… devo starci attento perché da un lato, credo, ha una definizione tecnica molto precisa, ma poi qui usiamo il termine in senso ampio (anche metaforico). Tecnicamente sono nuvole basse, causate da venti caldi meridionali e umidi – tipicamente si caricano di umidità sul mare – che si “intruppano” sull’arco alpino-appenninico. Il risultato è uno strato sottile di nuvole, ma visivamente compatto, a poche centinaia di metri di altezza. Siccome i monti dietro la città sono relativamente alti (in pochi minuti di auto si arriva a 6/800 metri dietro Genova, e in mezz’ora a più di 1000 tra Genova e Savona), alcuni quartieri della città e frazioni si trovano in mezzo alle nuvole, a volte con 50/100 metri di visibilità. Come la nebbia padana. Noi non abbiamo la nebbia, tecnicamente, ma questo tipo di tempo porta, almeno in alcune zone, condizioni di visibilità simili. Per questo consideriamo la “maccaja” una specie di “versione ligure” della nebbia, anche se è sempre circoscritta geograficamente.

      La cosa può avvenire con alta pressione (e quindi, credo, inversione termica) per cui sopra quello strato il cielo può essere anche totalmente sereno. A volte la previsione meteo è “giornata serena in tutto il nord Italia”, e invece in città c’è “brutto tempo”. Solo nelle zone a ridosso del mare, perché – anche se le nuvole tendono ad infilarsi un po’ nelle vallate – il bel tempo si trova già a pochi chilometri nell’entroterra.

      Questo tipo di fenomeno è abbastanza comune tra l’autunno e la primavera. In primavera porta temperature più basse del normale; d’inverno è associato a temperature più elevate del normale – anche percepite, nel senso che uno ha addosso l’abbigliamento invernale – il che, assieme all’umidità, lo rende fastidioso (da qui anche il senso metaforico relativo allo stato d’animo). Gianni Brera sosteneva che le squadre di calcio genovesi hanno un rilevante handicap proprio perché questo fenomeno danneggia gli allenamenti. Il termine è anche usato nella nota canzone “Genova per noi” di Conte.

      Invece, pochissime volte nella mia vita ho visto banchi di vapore acqueo a livello del mare (non so se vanno ritenuti ancora nuvole basse o vera e propria nebbia) che arrivano in pochi minuti sulla terraferma, a causa di vento forte. In pochi minuti ti ritrovi con poche decine di metri di visibilità anche in città. Quelle poche volte che ho visto il fenomeno è durato non più di mezz’ora. Anche se tecnicamente non so se l’origine è la stessa, ci riferiamo a questo fenomeno con lo stesso termine.

      Qualcosa di analogo accade anche in Costa Azzurra: l’ho potuto vedere sia dalle parti di Monaco che nell’entroterra di Cannes. Lì l’orografia più complessa produce fenomeni ancora più curiosi: molte zone sono carsiche e sono costellate da un certo numero di “chiuse” (clue), ovvero di strettissimi passaggi tra due muri di roccia in fondo ai quali scorre un torrentello (ed è stata tipicamente costruita una strada). Queste fungono da ostruzione in certe valli, per cui le nuvole basse, che si sono infilate nella vallata per decine di chilometri, rimangono bloccate dalla chiusa. Se ti trovi su una montagna più elevata, vedi il “mare di nuvole” intrappolato in una valle fino alla chiusa, mentre nella parte alta della valle è “di botto” bel tempo. Le nuvole sono come un liquido che tenta di debordare dalla chiusa, ma in quantità così esigua che si dissolve immediatamente. Devo avere una foto da qualche parte, appena la trovo la posto.

  4. Il post di Luigi mi ricorda i primi tempi in cui andavo a lavorare a Milano e, da genovese, ero orripilato dalla nebbia (qui a volte c’è la maccaja, che però è altra roba). Orripilato ed un po’ teso dopo aver guidato per mezza A7 con bassa visibilità il lunedì mattina, proveniente dalla mia città. Per giunta, siccome avevo preso casa in affitto a Cassina de’ Pecchi, nel “contado”, la prospettiva era di ritrovare la nebbia pure ogni sera e ogni mattina della settimana lavorativa. Fatto salvo che poi le nebbie sono diminuite un po’ in generale, fu uno dei motivi per cui, pochi anni dopo, mi trovai a comprare casa poco fuori dal centro di MIlano: infatti, pur senza capire niente di meteo, mi rendevo conto che ad un certo punto la nebbia spariva e, pur rimanendo sotto un cielo grigio, almeno la visibilità non creava problemi. Odiando il freddo (addosso e anche la brina congelata sul parabrezza alla mattina), anche quei pochi gradi in più non erano disprezzabili.

    L’afa estiva si controlla con un condizionatore, ma non esiste un aspiratore di nebbia. Per me, quindi, l’isola di calore ha più pregi che difetti.

    Negli anni, dedicandomi alla fotografia amatoriale, ho imparato ad apprezzare la nebbia (anche se non quella in pianura: piuttosto quella ai margini delle zone collinari, dove si creano contrasti). Ma questo è un altro discorso.

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  1. Pregi e difetti dell’Isola di Calore Urbano : Attività Solare ( Solar Activity ) - […] Autore: Luigi MarianiData di pubblicazione: 08 Dicembre 2016Fonte originale: http://www.climatemonitor.it/?p=42990 […]

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