Un po’ di news

Solo un po’ di informazioni oggi, come sempre con le coordinate per approfondire se ne avete voglia.

Intrigante. Il carattere delle stagioni europee, specialmente quella invernale, è fortemente condizionato dal comportamento dell’anticiclone delle Azzorre e della depressione d’Islanda. Dal confronto tra i valori di pressione delle aree solitamente occupate da queste due strutture bariche semi-permanenti, scaturisce l’indice NAO (North Atlantic Oscillation) dalle cui variazioni si evince la traiettoria media delle perturbazioni che dall’oceano arrivano sul continente; aria più o meno mite, aria più o meno umida etc. Tutto questo, a livello intuitivo, è importante per l’ecosistema continentale. Da oggi lo è anche a livello sperimentale, perché un team di ricercatori ha appena pubblicato un paper su Nature Communications i cui risultati mostrano una significativa correlazione tra le oscillazioni della NAO e un processo di massiva produzione di semi da parte di diverse specie di alberi presenti in molte zone d’Europa. Il segnale, ovviamente, è tanto più forte quanto più gli episodi di oscillazione positiva della NAO coincidono con il periodo riproduttivo delle piante.

Fantascientifico. La predicibilità del carattere della stagione degli uragani in Atlantico potrebbe arrivare a due anni! Lo afferma una compagnia di ricerca e servizi meteo-climatici (per cui lavora anche Judith Curry, nota scienziata del settore) dopo aver effettuato uno studio su alcuni predittori di lungo periodo per le condizioni che solitamente poi incidono sull’intensità e la frequenza di occorrenza degli eventi ciclone tropicale. Tra questi predittori ci sono l’ENSO (per i meno esperti le oscillazioni tra El Niño, La Niña e le fasi di neutralità), la QBO (Quasi Biennal Oscillation) o venti stratosferici che invertono la direzione di provenienza con periodo appunto intorno ai due anni e la pressione atmosferica dell’area caraibica. Naturalmente non si parla di sapere se e dove si formeranno degli uragani, quanto piuttosto di definire se la stagione possa essere più o meno attiva.

Pessimistico. Più global warming più temporali forti, ovvero, come simulare il clima con la definizione di un modello meteorologico, che solitamente ha un passo di griglia (e complessità di calcolo) di un ordine di grandezza inferiore. Teoria vuole che all’aumento della temperatura aumenti l’intensità dei fenomeni atmosferici. Tralasciando il fatto che sin qui non c’è traccia di questa relazione causa-effetto, un gruppo di ricercatori ha compiuto un esercizio interessante, cioè quello di far girare un modello climatico con un passo di griglia di 4km anziché di 50-100km come avviene di solito. Per farlo, ovviamente, molti processi devono essere descritti in modo molto più accurato e, tra questi, anche la dinamica di formazione delle nubi, specialmente quelle temporalesche (convettive). Dai loro calcoli risulta che per fine secolo, sui Great Plains americani, i temporali deboli o moderati diminuiranno, mentre quelli forti aumenteranno di intensità. Il lavoro è di per se interessante, perché affronta i termini della questione da un punto di vista strettamente meteorologico, ma… inevitabilmente, per ottenere dei risultati sufficientemente spaventosi, hanno dovuto forzare il loro modello con lo scenario RCP8.5, cioè il più pessimistico (e notoriamente irrealistico) tra gli scenari di accoppiamento delle emissioni, dei consumi, della produzione di energia e dell’economia globale. In sostanza, che valore predittivo può avere applicare una scala di dinamiche atmosferiche tanto fine ad uno scenario forzante del tutto irrealizzabile? Sarebbe davvero interessante vedere che risultati restituisce il loro modello applicando scenari più realistici, ma, forse, allora non leggeremmo di questi lavori ;-).

 

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Author: Guido Guidi

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12 Comments

  1. Visto che si fa un gran parlare di AGW indotto dalla “produzione umana di CO2”, vorrei chiedere qualcosa sul gas vitale per il nostro organismo, il caro vecchio ossigeno ( che però inalato puro ti ammazza).
    Nei peana salvamaondisti che, ahimè, accompagnano documentari naturalistici altrimenti splendidi, viene ossessivamente rammentato che la sparizione delle foreste ( in barba al greening da CO2) contribuisce alla disponibilità di ossigeno sulla Terra perché la fotosintesi bla bla…
    Da reminiscenze liceali mi sovviene che questo gas contribuisce per ben il 21% alla composizione dell’aria che respiriamo. Ora credo che questo 21% sia stato misurato (in aria standard) in ogni parte del mondo. Dal Kazakhstan ove è appena atterrato Nespoli (incauto fotografo extraterrestre) alla base di Diego Garcia nell’oceano Indiano ( da dove partivano i B1B che spianavano Tora Bora in Afghanistan), passando per la base antartica dell’ENEA (altro ente carotatore di ghiacci alla ricerca dell’inutile). Il dubbio che mi assale è questo: ma se l’ossigeno che respiriamo è di primaria provenienza dalla fotosintesi vegetale, trovandomi vicino al polo sud dovrei morire asfissiato e con un bel colorito cianotico, mentre a cavallo di un tapiro nel mezzo della foresta, amazzonica dovrei stare attento ad accendermi una cicca per il rischio di vedere incendiarsi l’aria intorno a me!
    Al contrario, in ogni momento del giorno, ogni atomo d’ossigeno viene equamente ripartito su tutta la superficie del globo. Sarà merito delle renne di Babbo Natale che hanno questo compito tutte le notti dell’anno meno una?
    Buon Natale!

    Immagine allegata

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    • Cerco di semplificare per dare un’idea del come funziona. La diffusione di un gas dipende dalla differenza di pressione parziale del singolo gas. Se abbiamo due zone con concentrazioni di gas diverse, i gas si muoveranno da dove sono presenti in più alta concentrazione (alta pressione parziale del singolo gas) verso dove quel gas non è presente ( bassa pressione parziale dello stesso gas) anche se la presione totale in quel punto fosse più alta.

    • Evidentemente non mi sono espresso con sufficiente chiarezza. Quello che volevo evidenziare è il fatto che, se fosse vero che l’unico modo di immettere ossigeno in atmosfera fosse deputato alla fotosintesi clorofilliana, si avrebbe una maggiore concentrazione nelle aree maggiormente forestate del pianeta rispetto alle aree desertiche o polari. Indipendentemente dalla capacità di un gas e di diffondersi e stratificarsi in base a pressione e peso specifico…

  2. Mi permetto di continuare l’elenco di G. Guidi. 🙂
    .
    Apprezzabile. Secondo il Bulletin of American Meteorological Society il cambiamento climatico di origini antropiche ha determinato un aumento di eventi estremi. Il Bulletin ha esaminato 27 eventi estremi verificatisi nel mondo nel corso del 2016 e per 21 di essi ha individuato un legame con il cambiamento climatico di origine antropica. Secondo il mio modesto parere la cosa più eclatante che emerge dal Bulletin è un legame tra El Nino ed il riscaldamento globale. Fino ad ora ENSO è sempre stato considerato un evento legato alla variabilità interna al sistema, ma uno dei lavori riportati nel Bulletin (il numero 4) adombra (non lo afferma esplicitamente in quanto sarebbe un’enormità di cui anche gli autori si rendono conto) il sospetto che gli eventi intensi di El Nino possano aumentare in frequenza a causa del riscaldamento globale. Non riuscendo ad individuare tale legame per la regione 3 dell’evento, gli autori ripiegano sulla 4: livello del mare e temperature dell’acqua in quella zona sono stati senza precedenti e non potrebbero spiegarsi senza il riscaldamento globale di origine antropica.
    E’ una stupidaggine, secondo me, ma necessaria per avallare la narrativa corrente. E che sia una stupidaggine lo evinciamo dal resto dell’articolo perché tra i “forse” ed i condizionali che si contano a decine, si capisce che il modello creato dagli autori non dimostra in nessuna parte che il riscaldamento globale ha modificato in intensità e frequenza ENSO nell’ultimo secolo. La conclusione è ancora più esplicita: è necessario proseguire gli studi per ridurre i margini di incertezza ancora molto ampi.
    Analoghe incertezze sono presenti in quasi tutti i lavori che ho esaminato (diciotto, perché poi mi sono stancato). Quello che è apprezzabile è che nell’abstract del Bulletin si dichiara in modo esplicito che i margini di incertezza nell’attribuzione sono ancora piuttosto notevoli e che nelle sei edizioni del Bulletin dedicate agli eventi estremi, sono stati esaminati 131 articoli: di essi il 65% individua un qualche legame tra tali eventi ed i cambiamenti climatici di origine antropica, mentre il 35% non individua alcun legame.
    Ciò che non è apprezzabile è il tono dei resoconti che molti siti di divulgazione scientifica dedicano all’argomento: in tali resoconti sparisce ogni riferimento ai margini di incertezza ed alle percentuali e si titola “Il meteo estremo provocato dall’uomo”. Tra le righe si capisce che non è proprio così, ma tra le righe! 🙂

    http://www.ametsoc.net/eee/2016/2016_bams_eee_low_res.pdf
    http://www.lescienze.it/news/2017/12/18/news/aumento_eventi_meteo_estremi_clima_influsso_umano-3794387/?ref=nl-Le-Scienze_22-12-2017

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    • @donato

      … e mentre questi qui tentano di ‘dimostrare’ ché il Global Warming’ Antropico generato dalla CO2 assassina sarebbe alla base di tutti gli eventi estremi… e per farlo utilizzano i modelli farlocchi, in contemporanea usciva uno studio basato su DATI che mostra come gli incendi nell’ovest usa e Canada siano molto meno frequenti oggi e, soprattutto, colpiscano aree molto più piccole rispetto al passato:
      https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4874420/

      È la ‘percezione’ che è aumentata, di questi eventi estremi: 50 e più anni fa i cicloni colpivano le Filippine, che avevano meno della metà della popolazione di oggi, e se ne accorgevano solo i filippini… oggigiorno viene un borino a 80 allora che scoperchia un garage e il video fatto col telefonino arriva su Facebook in diretta.

      “Instead, global area burned appears to have overall declined over past decades, and there is increasing evidence that there is less fire in the global landscape today than centuries ago.”

      Mentono sapendo di mentire, certi “scienziati”. Perché lo fanno? Questa è la vera domanda che attende risposta.

    • Roberto a me pare chiaro che la maggioranza del popolo voglia questo altrimenti non sarebbero chiamati con la parola “scienziati”.
      Ormai in tutti gli ambienti è sceso il livello qualitativo professionale.
      Si fanno certe cose perchè danno il pane e non perchè meritiamo di farle, tutto qua.

    • @robertok06
      Roberto, non so rispondere alla tua domanda sul perché accadano certe cose. Anzi ad essere precisi, ho un sacco di risposte parziali che tutte insieme danno la risposta giusta ma diventerebbe troppo lungo da spiegare, per cui è meglio dire che non lo so. 🙂
      Giusto per fare un esempio, potrei invocare il paradigma di Kuhn , il deficit model, l’empatia e tante altre cose, ma mi riservo di fare un discorso più organico in un post molto più articolato di un commento a cui sto lavorando in questi giorni.
      Ciao, Donato.
      .
      p.s.: Buon Natale a tutti i lettori ed amici di CM.

  3. PS Comunque, leggendo bene, direi che l’articolo de Le Scienze è ottimistico, perché prevede che per la fine del secolo sia ancora rimasto qualcuno in Africa…

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  4. Intanto Le Scienze l’altro giorno…

    Immagine allegata

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    • Eh già. Si sostituisce “clima” con “politica” e si capisce che fine vogliono farci fare. L’unica cosa di origine antropica qui è la sciocca miopia sottesa a questa politica.

    • Come s’è detto più volte, il “clima” è la scusa perfetta per i politici: o per la loro incapacità di agire, oppure per mascherare azioni subdole.

    • Sono sempre lì anche dopo 20-30 anni a conferma della loro incapacità e nonostante tutto ancora sono lì, a questo punto è chiaro come il sole che chi li vuole lì è la maggioranza del popolo, inutile prendersela con gli incapaci se chi sceglie gli incapaci è della stessa pasta.

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