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95% di emissioni in meno entro il 2050, in Europa

Ormai ha il sapore di una corsa disperata contro il tempo. Mancano circa 6 settimane al summit di Copenhagen e le speranze dei più di arrivare con un accordo siglato, stanno scemando via via sempre più rapidamente. Gli appelli si sprecano, le manifestazioni si moltiplicano, il mondo dell’attivismo ambientale sta facendo di tutto per supportare gli accordi di Copenhagen. Le aspettative sono talmente basse in questo momento che l’Europa, come in una partita a poker, ha deciso di rilanciare la posta in gioco. Se tutti i paesi che contano faranno la loro parte, non importa cosa, ma qualcosa, l’Europa si impegnerà a ridurre del 95% le emissioni di gas serra entro il 2050, e di passare dal precedente livello del 20 al 30% entro il 2020.

Allo stato attuale, tuttavia, i grandi attori in gioco, Stati Uniti, India, Cina e alcuni paesi della UE stanno temporeggiando sulle cifre relative alle riduzioni di emissioni che si impegnano ad affrontare. Questo temporeggiare delle grandi nazioni del G8, ma anche del G20, di certo non facilita i progressi dei negoziati. Il commissario europeo per l’ambiente, Stavros Dimas, infatti, afferma1 :

(…) by telling the decision now, we encourage other countries to come with their proposals. We don’t gain anything by not reaching a decision.

Ovvero, si spera in un effetto emulativo: se le grandi potenze scoprono le carte, annunciando i loro target di riduzione, si pensa che a seguire anche le altre nazioni potrebbero farlo. Chi pensasse ad una Europa allineata sulla medesima posizione, sbaglierebbe. Le posizioni sono diverse e se da un lato abbiamo Inghilterra, Olanda, Danimarca e Svezia che premono per un ruolo da guida dell’Europa, dall’altro lato abbiamo Italia, Germania e Polonia che si rivelano più attendiste.

Il gioco al rilancio, però, non è finito con il prodigioso 95% entro il 2050 e il 30% entro il 2020. No, perchè come va ormai di moda, il dito è puntato ripetutamente sull’Occidente e in particolare sull’Europa, che sembra assecondare molto questi sensi di colpa storici. E quindi, Sonja Meister, esponente di “Amici della Terra” sostiene che l’Europa deve affrontare le proprie responsabilità storiche e (per punizione, aggiungeremmo noi) ridurre le proprie emissioni del 40% entro il 2020.

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  1. http://www.guardian.co.uk/environment/2009/oct/21/europe-carbon-emissions []
Published inEconomia

6 Comments

  1. […] la pena ricordare che, pochi giorni orsono, l’Europa ha deciso di stanziare un fiume di euro proprio in favore dei paesi in via di sviluppo e, dall’altro […]

  2. […] nazioni, riuniti a Copenhagen, decideranno il nostro futuro. Il successo del grande summit mondiale non è scontato, me tra le buone intenzioni esteriori dei proponenti c’è l’auspicio di cambiare (e […]

  3. Alfonso Crisci

    La dimensione degli interessi in gioco, legata ai meccanismi finanziari dei CDM ( Clean development mechanism), specialmente nei territori in via di sviluppo come l’Africa,sfugge ai più e spiega in parte la frenesia che vediamo.Una torta ci sarà e dovra’ essere spartita. Fra i soliti, con una giustificazione potente: salviamo la terra e il clima.Il risultato sarà un capolavoro diabolico, mettere in aperta contrapposizione il giusto diritto alla salvaguardia dell’ambiente globale e quello dei diritti umani di popolazioni lontane dalle farraginosita della politica mondiale.
    La famosa ingerenza ambientale su scala globale è uno argomento su cui riflettere in modo da identificare gli attori di questo processo.
    Nuovi pesi attendono i già sovraccaricati, ma con il plauso dell’ipocrisia scientifica.

    Alfonso

  4. Non so, sono in parte stupito in parte sinceramente perplesso. Chi spinge sull’accelaratore sa di non rappresentare tutti quelli che dovrebbe, eppure lo fa. Una decarbonizzazione a queti livelli è irragiungibile e loro lo sanno. Ha ragione Claudio, è propaganda.
    gg

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