Catastrofi Meteorologiche – Il Trend nel Numero e nei Danni

Questo scritto prende le mosse da uno scambio di mail con l’amico Gianluca Alimonti che mi segnalava un lavoro dello  Science Advisory  Council  delle European Academies (EASAC, 2018) in cui si riportavano dati attinti dall’archivio della compagnia assicurativa Munich Re. Per discorrere di tale archivio, una chiave importante è costituita dall’articolo che Peter Hoppe, ricercatore di Munich Re, ha scritto nel 2016 per la rivista scientifica Weather and Climate Extremes di Elsevier.

Tale scritto, dal titolo “Trends in weather related disasters – Consequences for insurers and society”, riporta dati frutto di una pluridecennale campagna di raccolta dati sui disastri naturali e i danni da essi provocati. Tale attività si giustifica con gli interessi commerciali delle compagnie assicurative e ha portato finora a censire un totale di 36.000 singoli eventi, raccolti nel database NatCatSERVICE che è oggi il più ampio fra i dataset globali che raccolgono tale tipologia di eventi (gli altri dataset essendo quelli di Sigma/Swiss Re e EmDat/CRED).

Nel suo lavoro del 2016, Hoppe conclude in sostanza che:

  1. L’analisi dei dati di NatCatSERVICE mostra chiaramente un’elevata variabilità interannuale, con tipiche oscillazioni decadali legate a fenomeni come ENSO, AMO e PDO, e una generale tendenza a lungo termine ad un aumento del numero di catastrofi naturali in tutto il mondo (figura 1), con danni sempre crescenti (figura 2).
  2. Poiché l’aumento nel numero di catastrofi naturali è principalmente attribuibile a eventi meteorologici estremi (tempeste e inondazioni) mentre gli eventi geofisici (terremoti, tsunami e eruzioni vulcaniche) sono grossomodo stazionari, è giustificato assumere che i cambiamenti nell’atmosfera e il riscaldamento globale possano giocare un ruolo rilevante nei trend in atto.
  3. Occorre tuttavia considerare che il principale contributo al trend positivo dei danni da catastrofi naturali deriva da fattori socio-economici e demografici come la crescita della popolazione e la crescente urbanizzazione in atto, che aumentano significativamente il valore totale dei beni esposti.

Figura 1 – Numero di eventi dannosi registrati a livello mondiale e suddivisi in meteorologici (tempeste tropicali ed extratropicali, temporali e tempeste locali), idrologici (alluvioni, frane) e climatologici (temperature estreme, siccità, incendi boschivi).

Figura 2 – Entità dei danni globali dovuti a fenomeni meteorologici.

Ai fattori di incertezza evidenziati da Hoppe si deve aggiungere quello evidenziato dal report EASAC (2018), in cui si scrive fra l’alto che il monitoraggio delle catastrofi naturali è migliorato significativamente grazie all’uso di Internet, per cui gli eventi minori sono oggi meglio registrati di quanto fossero 30 anni fa. Il migliore monitoraggio ha:

  • Un effetto sensibile sulla tendenza all’aumento del numero di eventi dannosi che emerge da figura 1.
  • Un effetto assai più contenuto sul trend di aumento dei danni (figura 2) in quanto i danni sono determinati soprattutto dagli eventi catastrofici principali, i quali sono sempre stati registrati.

E’ inoltre a mio avviso necessario sottoporre a critica anche i dati riportati in figura 2, in quanto se si parla di trend di lungo periodo nei danni dovuti a catastrofi naturali è fondamentale esprimerlo depurandolo dall’effetto di crescita della ricchezza, che a livello mondiale espone quote sempre più elevate di beni all’inclemenza del tempo atmosferico. Un modo efficace per ottenere ciò è quello di esprimere le perdite dovute a disastri naturali come percentuali del Gross domestic product (GDP) globale.

E’ quello che hanno ad esempio fatto Shalini Mohleji e Roger Pielke jr. (2014) quando nella loro figura 1  presentano i danni globali relativi al periodo 1980-2008 espressi come percentuali del GDP. Tale serie è stata poi aggiornata al 2017 da Roger Pielke jr. e viene riportata nel sito https://theclimatefix.wordpress.com/2018/01/04/weather-disasters-as-proportion-of-global-gdp-1990-2017/ (figura 3).

Figura 3 – Serie storica delle catastrofi di origine meteorologica con danni espressi in percentuale sul GDP (Pielke jr., 2018).

Dall’analisi visuale di tale figura si nota la presenza di un debole trend lineare negativo (linea rossa) unito a una grande variabilità interannuale, con il 1993, 1998, 2005 e 2017 come anni di massimo e 1997, 2000, 2001, 2006, 2009, 2014 e 2015 come anni di minimo.

Conclusioni

In sintesi per interpretare in modo corretto i trend negli eventi estremi e nei relativi livelli di danno è fondamentale utilizzare dati depurati da effetti che meteorologici non sono.

In tal senso ricordo come emblematico il caso dei danni da uragani negli USA che lo stesso Roger Pielke jr. (2008) depurò dall’effetto dei crescenti livelli di urbanizzazione delle aree costiere mostrando che un trend sensibilmente positivo era in realtà lievemente negativo come si evince dal digramma di figura 4.

Figura 4 – Serie storica dei danni da uragani negli USA in milioni di dollari 2014 (Pielke Jr. et al, 2008 e http://rogerpielkejr.blogspot.it/2014/08/normalized-us-hurricane-losses-1900-2013.html).

Bibliografia

  • EASAC, 2018. Extreme weather events in Europe Preparing for climate change adaptation: an update on EASAC’s 2013 study, European Academies’ Science Advisory  Council, www.easac.eu
  • Hoeppe P., 2016. Trends in weather related disasters – Consequences for insurers and society, Weather and Climate Extremes 11 (2016) 70–79
  • Mohleji and Pielke, 2014 Reconciliation of Trends in Global and Regional Economic Losses from Weather Events: 1980 – 2008
  • Pielke, Jr., R.A., J. Gratz, C.W. Landsea, D. Collins, M. Saunders, and R. Musulin (2008), Normalized Hurricane Damages in the United States: 1900-2005. Natural Hazards Review 9:29-42. And is updated to 2014 values by ICAT.
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Author: Luigi Mariani

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5 Comments

  1. Grazie, Gianni.
    quello da te segnalato è un ulteriore e significativo elemento di disomogeneità temporale dei dati. Pertanto se sei d’accordo potremmo meglio esprimere quanto da me sopra riportato dicendo che i trend positivi evidenziati nelle catastrofi naturali sono inficiati quantomeno da:
    1. disomogeneità nella serie storica delle catastrofi
    2. mancata normalizzare dei dati relativi ai danni.
    A sua volta la disomogeneità nelle serie storiche delle catastrofi è dovuta a due fattori:
    – al fatto che un evento può rivelarsi o meno catastrofico in funzione della comunità umana su cui va ad impattare (es: se non ci fosse stato un albergo, della valanga che ha ahimè distrutto l’Hotel Rigopiano non resterebbe traccia in alcun annale)
    – all’aumentata capacità (grazie a internet e non solo) di individuare e registrare catastrofi anche nelle aree più remote del globo.
    Come riflessione generale non posso tuttavia fare a meno di domandarmi se, a fronte di dati affetti da così elevati livelli di incertezza, non occorrerebbe un atteggiamento più prudente da parte di enti scientifici come Easac e Lincei prima di lanciare allarmi.

    Post a Reply

  2. Poiché l’aumento nel numero di catastrofi naturali è principalmente attribuibile a eventi meteorologici estremi (tempeste e inondazioni) mentre gli eventi geofisici (terremoti, tsunami e eruzioni vulcaniche) sono grossomodo stazionari, è giustificato assumere che i cambiamenti nell’atmosfera e il riscaldamento globale possano giocare un ruolo rilevante nei trend in atto.

    Si parla di “aumento nel numero”, quindi lasciando perdere il calcolo dei danni, allora parrebbe vero che le catastrofi naturali hanno il trend che cresce o no?

    Post a Reply
    • Aumenta il loro numero in senso assoluto o aumenta il numero di eventi individuati, segnalati e rubricati come tali?

    • Domanda legittima, AledD, cui rispondo anzitutto segnalando che quanto scritto da Hoppe è responsabilità sua e io lo cito per dovere di cronaca, citando al contempo quanto riportato dal report EASAC (2018), in cui si scrive che il monitoraggio delle catastrofi naturali è migliorato significativamente grazie all’uso di Internet, per cui gli eventi minori sono oggi assai meglio registrati di quanto fossero 30 anni fa. Tale conclusione di EASAC è peraltro suffragata dal report EM-DAT 2016 edito dall’Università di Lovanio (2017) nel quale si riporta fra l’altro il diagramma che le allego, il quale mostra un calo del numero globale di disastri (di tutti i tipi) registrati dal 2000 in avanti, dopo un aumento sensibile registratosi dal 1996 al 2000 (da 230 nel 1996 a 425 nel 2000), aumento che è imponente al punto da far pensare a qualche disomogeneità nelle fonti.
      In base ai dati di cui sopra, quantomeno contraddittori, l’ipotesi prudenziale che mi sento di formulare (pronto a ritirarla in presenza di dati più coerenti) è che il numero di disastri naturali di origine meteorologia sia grossomodo stazionario dal 1980 ad oggi e che i trend evidenziati siano frutto di:
      1. disomogeneità nelle fonti
      2. mancata normalizzare dei dati relativi ai danni.
      Per inciso segnalo ai lettori che sulla questione è intervenuta anche l’Accademia dei Lincei (http://www.greenreport.it/news/clima/sempre-piu-frequenti-gli-eventi-meteorologici-estremi-possibile-si-spenga-la-corrente-del-golfo/) che ha avvalorato ed enfatizzato l’allarme relativo all’aumento degli eventi meteo estremi lanciato da EASAC.

      Immagine allegata

    • “Since the 1980s the frequency of loss relevant natural disasters worldwide has increased highly significantly (p<0.001), has about tripled since then" (Hoeppe, 2016).

      Probabilmente l'ambiguità risiede nel "loss relevant". Non si parla di numero di eventi per sé ma in relazione alle perdite che determinano, le quali variano per cause socio-economiche e demografiche. Quindi lo stesso evento oggi è registrato come estremo o catastrofico mentre non lo era anni fa.

      "Thus today a small earthquake is classified as loss relevant, while some decades ago, because of less people and/or lower values affected, such an earthquake has not been loss relevant. Such a socio-economic driver has also to be expected in the weather related loss events but they still show strong increases after the slope for the geophysical events has been deducted and thus cannot explain the whole increase."

      L'autore quindi spiega questo concetto per gli eventi geofisici mentre sfuma su quelli meteorologici, ma l'argomento merita comunque un approfondimento perché la letteraturu scientifica (ampiamente segnalata su Climatemonitor) non conferma un aumento generalizzato in intensità e frequenza degli eventi meteorologici estremi, ex.

      Glaser et al., 2010, Climatic Change

      Sheffield et al., 2012, Nature

      Screen and Simmonds, 2014, Nature Climate Change

      Westra et al., 2013, Journal of Climate

      Charpentier et al., 2016, Nature

      Chang et al., 2016, Geophyscal Research Letters

      McCabe et al., 2017, International Journal of Climatology

      Screen, 2017, Nature Communications

      Blöschl et al., 2017, Science

      Truchelut and Staehling, 2017, Geophysical Research Letters

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