COP 24: i negoziati entrano nel vivo.

La prima settimana del vertice volge al termine e qualche risultato comincia a delinearsi. Non è facile capire in che direzione evolvano le trattative, in quanto i documenti ufficiali oltre ad essere scritti nel linguaggio criptico della diplomazia, sono pieni di opzioni e parentesi quadre. Come sa chi ha avuto modo di seguire i  resoconti delle precedenti conferenze delle parti, durante le trattative  vengono inserite nelle bozze dei documenti delle formule alternative dette opzioni e delle frasi in parentesi quadre che dovranno essere oggetto di ulteriori trattative.  Giusto per avere un’idea, potrebbe essere utile dare un’occhiata al testo di una proposta di deliberazione in corso di elaborazione nella sessione AP 1.7, che si occupa di individuare gli strumenti normativi necessari a definire con chiarezza e trasparenza gli impegni volontari di riduzione delle emissioni degli Stati aderenti all’Accordo di Parigi ed a monitorarne l’osservanza. Si tratta di uno dei temi cruciali della COP24 e su tale tema le trattative saranno  molto dure. La bozza è molto breve: si tratta di sole 9 pagine. In queste nove pagine troviamo però centinaia di parentesi quadre, addirittura interi paragrafi sono contenuti nelle parentesi quadre e, quindi, del tutto da definire. Detto in altri termini: siamo ancora in alto mare. Dal confronto tra le varie bozze, comunque, si riesce a capire come sta evolvendo la discussione.  Nella fattispecie i progressi sono piccoli, ma ci sono.

Ancora più complesso è il documento relativo al modo in cui dovranno essere erogati e contabilizzati i fondi destinati alle misure di mitigazione ed adattamento che i Paesi più ricchi dovranno destinare a quelli in via di sviluppo. Si tratta dei famigerati cento miliardi di dollari all’anno sui quali si sono arenate le COP precedenti. Anche in questa occasione si procede piuttosto a rilento, ma, a detta di molti osservatori, i progressi registrati sono maggiori di quanto si pensasse. Rispetto ai documenti approntati nel corso degli incontri preparatori, infatti, quelli in discussione a Katowice sono molto più snelli. Provando a leggerli, però, ci si scontra quasi subito con una marea di parentesi quadre ed opzioni. I tempi non sono ancora maturi per poter tentare un primo bilancio. Giusto per avere un’idea, si consideri che l’articolo 9.5 della bozza relativa alla trasparenza dei finanziamenti, si trova ancora in una fase embrionale in quanto non è stato ben definito chi, come e quando deve dichiarare i finanziamenti per le misure di mitigazione ed adattamento. In particolare deve essere deciso da quando bisogna cominciare a dichiarare i finanziamenti (2020/2022/20XX, è scritto nella bozza); se la dichiarazione riguardi solo i trasferimenti dai Paesi ricchi a quelli in via di sviluppo o anche quelli che passano da un Paese in via di sviluppo ad un altro. Sembrano dettagli, ma in realtà rappresentano la sostanza del negoziato in quanto se non si definiscono le modalità di conteggio di questi fondi, si rischia di contarli due volte (dal Paese sviluppato a quello in via di sviluppo e, quindi, da quello in via di sviluppo ad un altro in via di sviluppo). Per finire è solo il caso di notare che ancora non sono state definite le caratteristiche del registro in cui tener traccia dei fondi stanziati.

Che quello finanziario sia uno dei principali temi della COP 24, è cosa ormai nota. Ad oggi non siamo in grado di dire con certezza a quanto ammontino questi fondi. Stando a stime dell’OCSE, basate sulle dichiarazioni dei finanziatori, essi ammonterebbero a oltre settanta miliardi di dollari nel 2016 (di cui 57di fonte governativa e la restante parte proveniente da fonti private), ma tali dati sono contestati dalle organizzazioni non governative (Oxfam, per esempio). Secondo Oxfam, infatti, la cifra stanziata oscillerebbe tra i 16 ed i 21 miliardi di dollari nel 2016. Le ragioni di questa discrepanza contabile devono essere ricercate nell’etichettatura dei finanziamenti, ovvero nello scopo del finanziamento che viene erogato. I finanziamenti “climatici” hanno un doppio indicatore: componente climatica principale e componente climatica significativa. Un progetto ha una componente climatica principale se esso è destinato ad azioni di mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici o di adattamento ai cambiamenti climatici; significativa se esso non è destinato prioritariamente al raggiungimento di questi obiettivi. L’UNFCCC e l’OCSE tengono conto essenzialmente della componente climatica significativa, mentre altri tengono conto della componente climatica principale. Detto in altri termini i Paesi ricchi tendono a far passare per finanziamenti climatici, finanziamenti che con la mitigazione degli effetti del cambiamento climatico o con l’adattamento ai cambiamenti climatici, hanno poco a che fare. L’Accordo di Parigi prevedeva, infine, che i finanziamenti dovessero essere equamente ripartiti tra adattamento e mitigazione, ma sulla base dei dati raccolti dalle organizzazioni internazionali e da quelle non governative, la maggior parte dei finanziamenti riguarda misure per l’adattamento ai cambiamenti climatici.

Sulla scorta di queste considerazioni appare chiaro pertanto come l’argomento sia piuttosto spinoso. Sono diversi anni che su questi temi si infrangono infatti  le speranze dei Paesi poveri di ottenere un aumento dei trasferimenti dal Nord al Sud del mondo. Secondo i rappresentanti dei Paesi in via di sviluppo i Paesi sviluppati tendono a truccare le carte, trasformando in finanziamenti “climatici”, i finanziamenti dei progetti di sviluppo, per così dire, “ordinari”. Possiamo essere ben certi che come accaduto per il passato, su questi temi si decideranno le sorti della Conferenza delle Parti 2018. E stando a voci di corridoio, raccolte dai corrispondenti di The Independent, già cominciano a sentirsi i primi mugugni dei rappresentanti dei Paesi in via di sviluppo.

Altro aspetto da non trascurare per comprendere le dinamiche in atto, è quello relativo al disimpegno degli USA dall’Accordo di Parigi. Gli Stati Uniti hanno contribuito con oltre due miliardi di dollari annui al finanziamento delle iniziative di contrasto dei cambiamenti climatici, risultando al quinto posto tra i donatori dopo Giappone, Germania, Francia e Regno Unito. Gli altri Paesi sviluppati saranno disposti a sostituirsi agli USA? Anche su questa questione si decideranno le sorti della COP 24.

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Author: Donato Barone

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