Inizia l’estate, ma in Atlantico non sempre porta buona notizie

Ormai ci siamo, il 1° giugno inizieranno ufficialmente sia l’estate meteorologica dell’emisfero nord che la stagione degli uragani sull’Oceano Atlantico. Sulla prima lo sapete, si tratta di una mera convenzione che fissa i mesi estivi in giugno, luglio e agosto spostando la data indietro rispetto al solstizio di giugno – che determina l’inizio della stagione astronomica – e rispetto all’equinozio d’autunno, che ne segna la fine. Il metro del tempo però lo stabilisce l’energia entrante nel sistema, che però varia gradualmente, quindi fissare la data di inizio e di fine di una stagione ha meteorologicamente poco senso. Sulla seconda si potrebbe dire la stessa cosa, ma la statistica è piuttosto solida: nonostante qualche raro caso di formazione di depressioni tropicali in atlantico nel mese di maggio, è davvero difficile che ci siano tempeste che arrivano all’intensità idonea per la classificazione prima dell’inizio di giugno.

E, quindi, verso la fine del mese di maggio escono normalmente gli outlook stagionali pepr gli uragani, che sono indiscutibilmente gli eventi atmosferici più intensi in termini di dimensioni con cui ci si deve misurare. Quest’anno ha aperto i giochi lo UK Met Office, pubblicando un outlook in cui si prevede una stagione piuttosto attiva, come da tweet qui sotto.


A seguire è arrivata la NOAA appena qualche giorno fa, praticamente sullo stesso solco. L’outlook del National Hurrican Center definisce la prossima stagione (1 giugno – 30 novembre) come molto attiva, sopra la media sia per numero complessivo di eventi che per quelli tra questi che raggiungeranno intensità da uragano.

 

Come esposto brevemente nel video i fattori determinanti che indirizzano la previsione verso un’attività piuttosto intensa sono lo stato dell’indice ENSO, che continua ad essere in una fase di neutralità ma potrebbe virare verso una fase fredda (La Niña) nel corso dei mesi estivi, la persistenza di temperature in anomalia positiva per l’area del Mar dei Caraibi e del Golfo del Messico, la persistenza di alisei un po’ più deboli della norma nell’area atlantica e, infine, la previsione di una stagione intensa anche per il Monsone dell’Africa occidentale, ossia dell’area dalla quale partono le onde atmosferiche che possono evolvere in Depressioni Tropicali durante il tragitto est-ovest nella fascia intertropicale.

E’ quindi probabile che questa estate ci troveremo a commentare più di qualche evento, sperando che non si ripetano quelli distruttivi arrivati sui Caraibi l’anno scorso. A proposito di intensità, con un tempismo davvero encomiabile, nei primi giorni del mese di maggio è uscito sui PNAS un articolo i cui autori nel titolo e nell’abstract spiegano – a beneficio dei media – di esser finalmente riusciti a tirar fuori un trend positivo (ossia di aumento) della frequenza di occorrenza degli uragani più intensi, proprio come dicono la teoria e le proiezioni climatiche.

Global increase in major tropical cyclone exceedance probability over the past four decades

A queste premesse (titolo e abstract) sarebbero giunti riorganizzando e rivedendo i dati disponibili, per disporre alla fine di un dataset in cui sarebbero risolti i problemi di disomogeneità e di accuratezza che affliggono queste osservazioni e che sin qui hanno impedito che le previsioni (o proiezioni) fossero sovrapponibili alla realtà.

Capita però che nel corpo dell’articolo, da cui sono scaturiti comunque degli ottimi lanci mediatici, si dica che in realtà per gli uragani ad elevata intensità non sia stato trovato alcun trend, specie nei decenni più recenti. La figura che pubblicano è piuttosto inequivocabile.

Del resto, non è molto chiaro perché si dovrebbero utilizzare dei dati che definiscono “fixed” quando ce ne sono di disponibili già accreditati… Qui sotto la frequenza di occorrenza a livello globale degli uragani. Qualcuno ci vede un trend?

Alla fine, anche questa sembra essere la solita operazione a scopo mediatico più che scientifico. Comunque quello che accadrà in questa stagione avrà in ogni caso poco a che fare con qualsiasi trend, a meno che, dovesse realmente essere molto attiva, qualcuno non si ricordi di questo paper a fine stagione. Vogliamo scommettere?

Enjoy.

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Author: Guido Guidi

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2 Comments

  1. a prescindere dagli uragani che sono la firma meteo dell’estate, c’è un fenomeno che mi è sempre parso curioso in “clima” di riscaldamento globale: come mai le temperature estive del polo sono stabili o in leggera diminuzione (come da istituto danese di meteorologia http://ocean.dmi.dk/arctic/meant80n_anomaly.uk.php )
    C’è una risposta causa-effetto che eviti le solite statistiche e correlazioni?

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    • Rocco,
      volendo stare alla teoria (e non vedo cos’altro in assenza di evidenza) potrebbe essere un feedback negativo dovuto al vapore acqueo. Più superficie esposta implica maggiore evaporazione e quindi più nubi, per cui possibile effetto sulle temperature. Si dovrebbe cercare conferma nei dati di nuvolosità.
      gg

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