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La Deriva Ambientalistica di The Lancet

Il cambiamento climatico distruttivo additato come emergenza assoluta; l’agricoltura intensiva indicata come concausa della crisi climatica e di danni alla salute della popolazione mondiale (ivi inclusa la genesi del Covid19). Con questi preconcetti non si può pensare di garantire un progresso stabile e duraturo. Colpisce che tutto ciò venga da una categoria, quella dei medici, che forse dovrebbe apprezzare i giganteschi vantaggi in termini di salute che sono derivati all’umanità dall’innovazione tecnologica e che si stanno traducendo in una sensibile crescita della speranza di vita a livello mondiale e locale.

di Luigi Mariani e Gianluca Alimonti

Il commento “Climate and COVID-19: converging crises”, uscito su The Lancet il 2 dicembre scorso, rende pienamente ragione del concetto espresso nel titolo. Il commento si richiama anzitutto al movimento giovanile che lo scorso anno reclamava interventi immediati contro la crisi climatica e prosegue richiamando per sommi capi quanto emerge dal report “The 2020 report of The Lancet Countdown on health and climate change: responding to converging crises” (Watt et al., 2020), pubblicato sullo stesso numero della rivista e firmato da ben 87 autori, che ci parla degli effetti deleteri del cambiamento climatico sulla salute umana, anche mentale, in virtù del maggiore inquinamento, degli incendi boschivi, della minore sicurezza alimentare (calo delle rese e diete più povere), della minore disponibilità di spazi verdi e dell’aumentato rischio di stress da caldo della popolazione di età superiore a 65 anni.

Sarebbe troppo lungo ed un tantino donchisciottesco sottoporre a critica le svariate tematiche chiamate in causa dal “report degli 87”. Donchisciottesco in quanto il report si auto-presenta nel modo che segue:

This report represents the findings and consensus of the 35 leading academic institutions and UN agencies that make up The Lancet Countdown, and draws on the expertise of climate scientists, geographers, engineers, experts in energy, food, and transport, economists, social, and political scientists, data scientists, public health professionals, and doctors.

E chi siamo noi per contrastare una simile macchina da guerra? Ci limiteremo pertanto a controbattere ad alcune affermazioni presenti in Watt set al., 2020, utilizzando dati desunti da bibliografia o da dataset internazionali.

  • global yield potential for major crops declined by 1·8–5·6% between 1981 and 2019 (indicator 1.4.1).” Le 4 colture che oggi garantiscono il 64% della sicurezza alimentare globale (mais, riso, frumento e soia) manifestano una crescita delle rese unitarie del 3-4% l’anno e tale incremento prosegue stabilmente dagli anni ‘60 del XX secolo. Le rese potenziali saranno una gran cosa ma quelle reali raccontano una storia diversa. Perché dunque non citarle? Forse perché potrebbero generare dubbi sull’esistenza della crisi climatica? Inoltre, se con il concetto di “minor qualità dei prodotti agricoli” ci si riferisce al calo del tenore proteico nel fumento, si ricorda che esistono da oltre un secolo i concimi di sintesi prodotti dall’azoto atmosferico che sono somministrabili anche per via fogliare e con i quali è possibile mantenere elevato il tenore in proteine.
  • wildfires—headline finding: in 114 countries, there was an increase in the number of days people were exposed to very high or extremely high risk of danger from fire in 2016–19 compared with 2001–04”. L’osservazione satellitare mostra che la superficie globale bruciata nel nostro pianeta è diminuita di circa il 25% dal 1998 al 2015, come riportato dal lavoro di Andela et al. del 2017. Il motivo per cui il rischio di esposizione della popolazione agli incendi sia aumentato nello stesso periodo, va probabilmente ricercato nella mancata o cattiva gestione delle risorse forestali e/o nel minor distanziamento tra gli insediamenti umani e le aree boschive, specie in areali in cui le aree boschive si stanno espandendo. In tal senso si ricorda l’angoscia con cui molti sindaci di località montane italiane vivono l’inesorabile avvicinarsi del bosco ai paesi. In tal senso sono interessanti i dati riportati da Strader (2018), secondo i quali dal 1940 al 2010 le abitazioni negli Stati Uniti occidentali edificate in aree a medio o elevato rischio di incendi boschivi sono passate da 0,6 a 6,9 milioni il che non può che tradursi in un più elevato rischio per i residenti, non determinato però dal cambiamento climatico.
  • in 2018, the global land surface area affected by excess drought was more than twice that of a historical baseline”. L’analisi delle aree globalmente interessate da siccità indica che l’areale interessato da siccità a livello globale è stazionario nel periodo compreso fra 1950 e 2017 (Scott M. e Lindsey, 2018).

Inoltre, si considerino le seguenti evidenze:

  • A livello globale il numero totale di catastrofi naturali è in significativo calo dal 2000 ad oggi e quelle di natura meteo-climatica sono stazionarie (fonte: CRED).
  • Nei paesi posti alle latitudini medio-alte (Italia inclusa) la mortalità più elevata si registra in inverno come conseguenza delle malattie da raffreddamento e non in estate. Pertanto, l’atteso aumento delle temperature globali dovrebbe portare a significativi cali nella mortalità, come evidenziato per l’Europa da Ballester et al. (2016). Lo stesso COVID19 alle latitudini medio-alte ha manifestato una virulenza nettamente più elevata durante la stagione fredda che non in quella calda.
  • Alle latitudini medio-alte l’inquinamento dell’aria per molte specie chimiche e per le polveri appare correlato in modo diretto con la frequenza e persistenza di strutture anticicloniche che non sembrano mostrare trend collegabili a quelli delle temperature globali.
    – L’aumento delle temperature globali si accompagna a minori necessità in termini di riscaldamento domestico (in Italia -8% dagli anni ’70 ad oggi, secondo le stime di uno degli autori di questo commento), il che si traduce anche in minori emissioni di sostanze inquinanti.
  • La vita media è in costante aumento: siamo a oltre 82 anni in Italia e a 70 anni a livello mondiale (analisi demografiche di fonte ONU).
    Ma veniamo al “nucleo politico” dell’analisi di The Lancet e cioè al fatto che, alla luce del nesso causale arbitrariamente stabilito fra cambiamento climatico e salute umana, si giunge a sostenere la necessità di cambiare il modello di sviluppo rifiutando l’agricoltura intensiva a favore di modelli agricoli estensivi.

Al riguardo pesa come un macigno il seguente brano:

Curbing the drivers of climate change will help to suppress the emergence and re-emergence of zoonotic diseases that are made more likely by intensive farming, international trade of exotic animals, and increased human encroachment into wildlife habitats, which in turn increase the likelihood of contact between people and zoonotic disease. Increased international travel and urbanisation leading to higher population density encourage the rapid spread of zoonoses once they spill over into the human population. These factors also have an important role in climate change as environmental determinants of health.

Come si può dimenticare che malattie come il carbonchio, la listeriosi, il tetano, la tubercolosi bovina e la brucellosi la fanno da padrone nelle agricolture arretrate mentre sono letteralmente scomparse negli allevamenti bovini intensivi? In Italia negli anni 50/60 non vi era una stalla che non fosse minata dalla tubercolosi, eppure erano stalle con un massimo di 30 vacche.
Come dimenticare poi che il contatto con animali selvatici e domestici e con le relative zoonosi è di gran lunga più rilevante nei paesi con larghe fasce della popolazione impegnante in attività agricolture di sussistenza, cosa che del resto accadeva in Italia fino agli anni ’50 del XX secolo.

Su tale tema l’analisi di The Lancet mostra appieno la propria debolezza sul piano culturale, in quando alla rivista sfugge il fatto che garantire sicurezza alimentare a una popolazione mondiale che è oggi di oltre 7,5 miliardi di abitanti è un’impresa ardua e solo un sistema agricolo intensivo ed aperto all’innovazione può affrontarla con successo e rispettando i requisiti di sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Giova peraltro ricordare che gli impatti sulla salute dell’innovazione tecnologica in agricoltura sono stati di recente evidenziati da von der Goltz et al. (2020), i quali, analizzando 600.000 nascite avvenute in 21604 località di 37 paesi in via di sviluppo nel periodo fra 1961 e 2000, hanno posto in evidenza che la diffusione di varietà di colture moderne ha ridotto la mortalità infantile di 2,4-5,3 punti percentuali rispetto a una baseline del 18%, con effetti più significativi per le famiglie povere. Gli autori auspicano che tale contributo dovrebbe essere tenuto in dovuta considerazione in sedi di programmazione delle politiche di sicurezza alimentare globale. Questa è solo una delle tante evidenze del successo dell’innovazione tecnologica in agricoltura, che si compendia nel fatto che la percentuale della popolazione mondiale al di sotto dalla soglia di sicurezza alimentare è passata dal 50% del 1945 al 31% del 1970 all’11% odierno.

Conclusioni

Ci pare opportuno concludere con una citazione tratta da un recentissimo scritto scientifico di Bjorn Lomborg (2020):

Il riscaldamento globale è ormai diventato una priorità assoluta in tutto il mondo, con quasi tutte le nazioni impegnate a limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 ° C o appena sopra. Ciò è in parte dovuto al fatto che gli impatti del clima vengono presentati ripetutamente come catastrofici, portando molte persone a credere che il cambiamento climatico possa portare a vite devastate, società al collasso e persino all’estinzione della specie umana. Tali affermazioni, pur se quasi del tutto ingiustificate, sono tuttavia in grado di spingere la collettività e i singoli a prendere decisioni sotto la spinta della paura o addirittura del panico con conseguente allocazione di risorse in politiche climatiche irrazionali.

L’impietosa analisi di Lomborg ci riporta peraltro alla mente le profetiche parole pronunciate anni fa da di Richard Lindzen:

le generazioni future guarderanno attonite al fatto che il mondo sviluppato dell’inizio del XXI secolo sia stato colpito da un panico isterico in seguito all’aumento della temperatura media globale di pochi decimi di grado e, in base a grossolane esagerazioni di proiezioni informatiche altamente incerte combinate in catene inferenziali non plausibili, abbia potuto concepire l’idea di porre fine dell’era industriale.

Bibliografia

  • Ballester J., Rodo X., Robine J., Herrmann F., 2016. European seasonal mortality and influenza incidence due to winter temperature variability Nature Climate Change,July 2016, 6(10):927-930, DOI:10.1038/nclimate3070
  • Lomborg B., 2020. Welfare in the 21st century: Increasing development, reducing inequality, the impact of climate change, and the cost of climate policies, Technological Forecasting & Social Change 156 (2020) 119981
  • Scott M. e Lindsey R., 2018. Global drought in Usa state of climate, 2017 edition (https://www.climate.gov/news-features/featured-images/2017-state-climate-global-drought)
  • von der Goltz J., Dar A., Fishman R., Mueller N.D., Barnwal P., McCord G.C., 2020. Impacts of the Green Revolution: Evidence from 600,000 births across the Developing World, Journal of Health Economics, 74(2020), 102373
  • Strader, S. M., 2018. Spatiotemporal changes in conterminous us wildfire exposure from 1940 to 2010. Natl. Hazards 92 (1), 543–565.
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Published inAmbienteAttualità

4 Comments

  1. Andrea

    Buonasera !
    guidi
    Questa sera alle 20,30 il TG1, di natura pubblica ( pagato dai contribuenti ) ha partorito l’ultimo anello della lunga catena di idiozie
    Il riscaldamento globale causa riscaldamento stratosferici il quale a loro volta causano ondate di gelo alle medie latitudini
    Ci risiamo col ” freddo che viene dal caldo ” ??

    • Andrea,
      è uscito un paper che suggerisce questa interpretazione, almeno ad una lettura superficiale, e ci sono stati dei lanci di agenzia in questo senso. È normale che il TG lo abbia ripreso, anche se non so esattamente in che termini. Non ho ancora letto il paper in questione, che non credo faccia queste affermazioni, pur avendo invece altri problemi. Ne parleremo a breve.
      gg

  2. Alessandro2

    La pessima figura fatta con il famigerato articolo sulla terapia del COVID con idrossiclorochina doveva già dirci qualcosa sull’evoluzione (rectius: involuzione) della letteratura scientifica peer-reviewed.

  3. Cristiano Griggio

    Eccellente intervento!
    Da qualche tempo il “Lancet” che pubblicava ottima letteratura medica sembra aver mandato in pensione board editoriale e revisori per dedicarsi a un deleterio attivismo politico, pubblicando materiale francamente pessimo che ne ha minato, temo irreparabilmente, minato la fama.
    Se fosse nelle mie capacità invierei un commento come il presente sotto forma di “letter to the editor” per esprimere la mia indignazione!
    Evidentemente siamo tornati ai tempi in cui il “consenso” sostenuto dal papato poteva sottoporre all’inquisizione Galileo che toglieva la terra dal centro del creato…

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