Salta al contenuto

Non tutta la CO2 viene per nuocere (Sottotitolo: a qualcuno piace brullo)

Premessa per chi si avvicina per le prime vote a questi temi. L’anidride carbonica è un gas indispensabile nella composizione della nostra atmosfera. Presente in tracce, se paragonata a Azoto 78%, Ossigeno 20% e Argon 1%, concorre all’effetto serra insieme al vapore acqueo, che fa la maggior parte del lavoro, e un certo numero di altri gas sempre in tracce. L’effetto serra, che impedisce alla radiazione riemessa dalla superficie verso l’alto di sfuggire dall’atmosfera, fa sì che la temperatura media del pianeta sia circa 32°C più alta di quanto sarebbe in sua assenza. Va da se, che all’aumento della concentrazione di questi gas, corrisponda un aumento della quantità di radiazione trattenuta e quindi anche un aumento della temperatura.

Su queste pagine ci sono decine di post che affrontano questo tema, per cui non è di questo che parleremo oggi. Facciamo invece una breve incursione in un’altra proprietà dell’anidride carbonica, quella qui sotto:

Reminiscenze degli studi secondari, evidentemente, ma qualcosa che tutti quelli che dicono di avere a cuore la salute del pianeta fanno fatica a ricordare. L’anidride carbonica è il cibo delle piante.

Quindi, se è ovvio che all’aumento dell’effetto serra aumenti la temperatura (come, quando e quanto non è così semplice), è altrettanto ovvio che con l’aumento della concentrazione di CO2 e della temperatura aumenti la disponibilità di cibo per le piante. Che quindi prosperano.

Infatti, la quantità di biomassa presente sul pianeta continua ad aumentare, alimentando quello che si definisce global greening. Di gran lunga meno spaventoso del global warming, non è vero?

Quello qui sotto è l’andamento del Global Vegetation Index costruito con dati della NASA.

Come commentato in questo post su WUWT (covo di miscredenti 🙂 ), il trend è stabilmente positivo. Negli ultimi 20 anni l’indice ha avuto un incremento del 10%. Del resto, complici anche tante altre ragioni, tra cui non ultimo l’abbandono delle aree rurali a beneficio di quelle densamente urbanizzate, che oggi ci sia più vegetazione è un fatto assodato. Come lo è che questa vegetazione concorre in misura maggiore ad assorbire (meglio dire utilizzare) una quantità maggiore di CO2 presente in atmosfera, compresa la parte che in proporzione è minimale di origine antropica.

Domanda, quanti di voi hanno visto lanci d’agenzia, post, raduni e/o summit sul global greening? Io sì, uno, questo, dall’Huffington Post: Effetto greening: la Terra è più verde “grazie” alle emissioni di CO2, ma gli scienziati lanciano l’allarme.

Non ce la possiamo fare.

Enjoy.

 

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...Facebooktwitterlinkedinmail
Published inAttualità

6 Comments

  1. Luigi Mariani

    Caro Guido,
    segnalo questo mio scritto del 2014 in cui si affrontano una serie dei temi emersi in sede di discussione: https://sites.google.com/site/storiagricoltura/definizioni/co2-e-vegetali#_ftn1
    Lì è in particolare descritta l’equazione di Goundrian e Van Laar che utilizzo da tempo ni miei modelli per stimare l’incremento della produzione di piante coltivate C4 e C3 a fronte di livelli crescenti di CO2. Tale equazione tuttavia è stata calibrata su dati osservativi e non va mai a saturazione (nei miei lavori l’ho usata fino a 800 ppmv di CO2.
    In realtà la saturazione si determina in quanto diventano limitanti altri fattori (luce, azoto, acqua, ecc.) in base alla legge de minimo di Sprengel – Liebig. Questo dato di fatto è ben espresso nel vecchio testo di botanica di Tonzig e Marré (Casa editrice ambrosiana, 1968) in cui si dice anche che:
    – aumentando i livelli di CO2 di 9 volte (da 300 a 2700 ppmv) gli aghi di pino triplicano la fotosintesi (pag. 1138) e la saturazione non viene ancora raggiunta
    – diminuendo la concentrazione di CO2 si raggiunge un livello (punto di compensazione) a cui l’assimilazione di CO2 equivale l’emissione per respirazione. Tale punto è mediamente intorno a 30 ppmv (pag. 1140).
    Aggiungo che secondo il lavoro di Zeng et al (2014) il global greening è determinato per il 50% circa dalla crescita di resa delle colture agrarie, il che attesta quanto l’agricoltura tramite la fotosintesi sia strategica per contenere la crescita dei livelli di CO2. Si noti che tale strategicità viene sistematicamente nascosta onde evitare che qualcuno possa pensare che l’agricoltura è una parte fondamentale della soluzione (si consideri che l’agricoltura assorbe 7,5 Gigatonnellate di carbonio e 4,5 Gigastonnellate sono assorbite dai pascoli) e ne emette solo 1,4 (Tubiello et al., 2015). In alrti termini l’agricoltura emette solo una piccola parte di quanto ha prima assorbito con la fotosintesi e qui mi chiedo quale altro settore può vantare una tale efficacia in termini di mitigazione. Ma ammettere questa cosa significherebbe rinnegare le agricolture passatiste (biologico e biodinamico in primis) in cui la UE crede moltissimo sostenendo (a mio avviso in modo del tutto irrazionale) che quello sia il futuro per nostra agricoltura mentre secondo me il futuro sta nell’agricoltura integrata e che integra cioè le migliori innovazioni in ambito genetico e delle tecniche colturali per produrre in modo sostenibile elevati quantitativi di prodotto per ettaro. Purtroppo il green deal della UE si basa sul bio e spingerà i paesi europei che oggi sono autosufficienti (ad es. la Francia) a dipendere dall’estero per il loro approvvigionamento alimentare. E poi non lamentiamoci se gli stati amazzonici abbattono foreste per produrre mais e soia (OGM ovviamente) che poi esportano in Europa….
    In ogni caso osservo con tristezza che questi concetti (tutti fondati su letteratura scientifica mainstream) sono sistematicamente esclusi dal dibattito e noi facciamo la parte della “vox clamans in desertum”.

  2. Gianni

    Caro Guido,

    Vorrei precisare (a beneficio di tutti) che è un’applicazione incorretta della legge di Stefan-Boltzmann (https://en.wikipedia.org/wiki/Stefan%E2%80%93Boltzmann_law) l’artefatto da cui derivano i 32 °C di differenza tra i 15 °C (288 K) di temperatura effettiva e i -18 °C (255 K) in assenza di atmosfera (fa 33 °C ma poco importa).
    E’ il risultato di un calcolo semplicistico che presuppone che tutta la Terra sia appiattita e riceva direttamente e permanentemente tutta la radiazione solare media, cioè 240 W m-2, una volta dedotto l’albedo. Questo valore pero’ è la media tra i 480 W m-2 della faccia illuminata e 0 W m-2 della faccia non illuminata, a cui corrispondono 303 K e 0 K rispettivamente, la cui media fa 151.5 K, cioè -122 °C. La temperatura media di una Terra senza atmosfera né oceani sarebbe quindi tra questi due estremi: -122 °C, -18 °C.
    T = -18 °C è la temperatura di un corpo che riceve 240 W m-2 uniformemente nel tempo e nello spazio; ma qualsiasi fluttuazione dell’irraggiamento intorno a questa media si traduce in una temperatura media inferiore: -18 °C è quindi una temperatura media massima teorica.
    Senza dilungarmi oltre, aggiungo che lo stesso (falso) calcolo che dà -18 °C non puo’ spiegare l’innalzamento a 15 °C della temperatura atmosferica.

    Grazie per questo aggiornamento sul global greening.

    • Gianni,
      grazie per la precisazione. E’ evidente che è tutto molto più complesso di come è stato esposto nel post il cui obbiettivo, come hai evidenziato al termine del tuo commento, è quello di aggiornare su di un tema troppo spesso trascurato e che ha invece risvolti importanti. E’ ovvio che tutto questo greening non è solo forestale, molte sono coltivazioni e anche intensive, ma quello che non è affatto ovvio, è che questo produce cibo per chi sul pianeta ci vive. Al netto dei progressi tecnologici (benedetti), meno CO2 vuol dire anche meno rese, quindi minor disponibilità di materia prima alimentare. Il fatto che questo argomento sia trascurato è preoccupante, a mio parere, molto più della temperatura che aumenta.
      gg

  3. rocco

    ma esiste un lavoro sperimentale che indaga il limite massimo di concentrazione di CO2 che possono sopportare gli organismi fotosintetici?
    Leggo solo di statistica, uff… mi sono annoiato.
    Il metodo scientifico non dovrebbe basarsi sia sull’osservazione che sull’esperimento?
    Non mi sembra complicato allestire un esperimento in cui in una serra si immette CO2 e vedere l’effetto che fa sulla crescita e sullo stato di salute generale.
    Se esistono lavori del genere, me li potreste gentilmente citare?
    Grazie.

  4. Guido,
    Sono questi pazzi furiosi a non potercela fare: “la CO2 fa male perché fa bene” (o viceversa: in questi voli pindarico-filosofici la mia mente limitata si “incarta”) fa proprio il paio con “fa freddo perché fa caldo” (credo che qui il viceversa non funzioni bene come vorrebbero quelli bravi e profondi).
    Come ormai noto, sono ateo, ma mi sorprendo a pensare che un grande mistero della fede è tentare di capire come un normale cervello, minimamente razionale, possa prendere per oro colato le fesserie che il riscaldamento globale antropogenico ci propina a ritmi serrati in questo periodo.
    Come Luigi Mariani ha fatto sapere ad alcuni di noi, un piccolo esempio di “inoculazione vaccinale” forzata si può ammirare in questa intervista del TG3 toscano al Prof. Buizza
    https://www.santannapisa.it/it/multimedia/rai-3-cambiamenti-climatici-appello-di-roberto-buizza-docente-della-scuola-santanna-e

    dove si sentono dire cose abbondantemente smentite da innumerevoli lavori scientifici (elencati ad esempio in
    http://www.climatemonitor.it/?p=53955).
    Siccome siamo brutti e cattivi, e per di più non capiamo niente, continuiamo a sperare per il meglio, qualunque sia. Franco

Rispondi a Gianni Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Categorie

Termini di utilizzo

Licenza Creative Commons
Climatemonitor di Guido Guidi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso info@climatemonitor.it.
scrivi a info@climatemonitor.it
Translate »