Climate Lab – Fatti e Dati in Materia di Clima

Tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, poco dopo la fine della COP21 di Parigi, abbiamo messo a punto un documento pubblicato nella sua interezza (e scaricabile qui in vari formati) con il titolo “Nullius in Verba, fatti e dati in materia di clima”. L’idea è nata dall’esigenza di far chiarezza, ove possibile e nei limiti dell’attuale conoscenza e letteratura disponibili, in un settore dove l’informazione sembra si possa fare solo per proclami, quasi sempre catastrofici.

Un post però, per quanto approfondito e per quanto sempre disponibile per la lettura, soffre dei difetti di tutte le cose pubblicate nel flusso del blog, cioè, invecchia in fretta. Per tener vivo un argomento, è invece necessario aggiornarlo di continuo, espanderlo, dibatterle, ove necessario, anche cambiarlo. Così è nato Climate Lab, un insieme di pagine raggiungibile anche da un widget in home page e dal menù principale del blog. Ad ognuna di queste pagine, che potranno e dovranno crescere di volume e di numero, sarà dedicato inizialmente uno dei temi affrontati nel post originario. Il tempo poi, e la disponibilità di quanti animano la nostra piccola comunità, ci diranno dove andare.

Tutto questo, per mettere a disposizione dei lettori un punto di riferimento dove andare a cercare un chiarimento, una spiegazione o l’ultimo aggiornamento sugli argomenti salienti del mondo del clima. Qui sotto, quindi, l’elenco delle pagine di Climate Lab, buona lettura.

  • Effetti Ecosistemici
    • Ghiacciai artici e antartici
    • Ghiacciai montani
    • Mortalità da eventi termici estremi
    • Mortalità da disastri naturali
    • Livello degli oceani
    • Acidificazione degli oceani
    • Produzione di cibo
    • Global greening

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Contenuti a cura di Luigi Mariani e revisionati in base ai commenti emersi in sede di discussione e per i quali si ringraziano: Donato Barone, Uberto Crescenti, Alberto Ferrari, Gianluca Fusillo, Gianluca Alimonti, Ernesto Pedrocchi, Guido Guidi, Carlo Lombardi, Enzo Pennetta, Sergio Pinna e Franco Zavatti.

Nuovi “Rifugiati Climatici” dall’Europa verso l’Asia?

Posted by on 08:00 in Attualità, Climatologia, Media Monitor | 1 comment

Nuovi “Rifugiati Climatici” dall’Europa verso l’Asia?

Grazie ad un articolo scritto da Sara Gandolfi sul Corriere.it, ho avuto modo di sapere che viene calcolato ogni anno un indicatore detto Global Climate Risk Index, con l’obiettivo di classificare gli stati del mondo dal punto di vista della loro esposizione agli eventi climatici estremi. Tale classificazione è effettuata da Germanwatch, un gruppo di persone che si autodefinisce come think tank sugli argomenti in oggetto.

Dire che alcuni dei dati presenti nelle tabelle di Germanwatch lasciano stupefatti è un vero eufemismo. Consiglio infatti di controllare il loro documento per apprendere che, come media annuale del ventennio 1997-2016, l’Italia ha un numero di vittime ogni 100 mila abitanti pari a 1,71 e la Francia 1,83. Per valutarne la portata, si pensi, ad esempio, che il rispettivo dato è di 0,11 per l’Indonesia, di 0,31 per l’India e di 0,98 per le Filippine.

Di fronte a tali cifre, il lettore non può che esclamare: «che sfiga vivere in Europa!». Quando le suddette informazioni dovessero diffondersi, sarebbe presumibilmente lecito attendersi l’innesco di flussi migratori dall’Europa verso altri continenti: dei nuovi “rifugiati climatici”.

Credo sia abbastanza semplice capire in quale modo si siano create delle statistiche così demenziali come quelle appena citate. Da tempo ormai vari enti internazionali (anche il WMO, col suo penoso atlante dei disastri) stanno mettendo insieme dati per nulla congruenti, con l’unico scopo di fornire prove di una situazione catastrofica in atto. Nel caso presente, sono sicuramente stati associati ad Italia e Francia i dati sulla sovra-mortalità dell’estate 2003; metterli però insieme con quelli delle vittime di alluvioni, tornado ecc. ha un valore scientifico equivalente alla classica somma delle mele con le pere, cioè significa non capire nulla di quanto si sta facendo.

La traduzione letterale di “think tank” è serbatoio di pensiero. Ebbene, mi pare che il serbatoio di Germanwatch sia al momento riempito di molti pensieri senza senso, per cui consiglierei ai componenti di questo ente tedesco di studiare un po’, al fine di sostituire certe cose assurde con dati più seri.

Non posso concludere questa breve nota senza sottolineare la preoccupazione data dal vedere come organi di importanza mediatica quali il Corriere prendano per attendibile qualunque stupidaggine che sia indirizzata nel filone catastrofistico.

NB: il post è uscito in origine sul blog dell’autore

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COP 24: i negoziati entrano nel vivo.

Posted by on 06:53 in Ambiente, Attualità, Climatologia, COP24 - Katowice | 0 comments

COP 24: i negoziati entrano nel vivo.

La prima settimana del vertice volge al termine e qualche risultato comincia a delinearsi. Non è facile capire in che direzione evolvano le trattative, in quanto i documenti ufficiali oltre ad essere scritti nel linguaggio criptico della diplomazia, sono pieni di opzioni e parentesi quadre. Come sa chi ha avuto modo di seguire i  resoconti delle precedenti conferenze delle parti, durante le trattative  vengono inserite nelle bozze dei documenti delle formule alternative dette opzioni e delle frasi in parentesi quadre che dovranno essere oggetto di ulteriori trattative.  Giusto per avere un’idea, potrebbe essere utile dare un’occhiata al testo di una proposta di deliberazione in corso di elaborazione nella sessione AP 1.7, che si occupa di individuare gli strumenti normativi necessari a definire con chiarezza e trasparenza gli impegni volontari di riduzione delle emissioni degli Stati aderenti all’Accordo di Parigi ed a monitorarne l’osservanza. Si tratta di uno dei temi cruciali della COP24 e su tale tema le trattative saranno  molto dure. La bozza è molto breve: si tratta di sole 9 pagine. In queste nove pagine troviamo però centinaia di parentesi quadre, addirittura interi paragrafi sono contenuti nelle parentesi quadre e, quindi, del tutto da definire. Detto in altri termini: siamo ancora in alto mare. Dal confronto tra le varie bozze, comunque, si riesce a capire come sta evolvendo la discussione.  Nella fattispecie i progressi sono piccoli, ma ci sono.

Ancora più complesso è il documento relativo al modo in cui dovranno essere erogati e contabilizzati i fondi destinati alle misure di mitigazione ed adattamento che i Paesi più ricchi dovranno destinare a quelli in via di sviluppo. Si tratta dei famigerati cento miliardi di dollari all’anno sui quali si sono arenate le COP precedenti. Anche in questa occasione si procede piuttosto a rilento, ma, a detta di molti osservatori, i progressi registrati sono maggiori di quanto si pensasse. Rispetto ai documenti approntati nel corso degli incontri preparatori, infatti, quelli in discussione a Katowice sono molto più snelli. Provando a leggerli, però, ci si scontra quasi subito con una marea di parentesi quadre ed opzioni. I tempi non sono ancora maturi per poter tentare un primo bilancio. Giusto per avere un’idea, si consideri che l’articolo 9.5 della bozza relativa alla trasparenza dei finanziamenti, si trova ancora in una fase embrionale in quanto non è stato ben definito chi, come e quando deve dichiarare i finanziamenti per le misure di mitigazione ed adattamento. In particolare deve essere deciso da quando bisogna cominciare a dichiarare i finanziamenti (2020/2022/20XX, è scritto nella bozza); se la dichiarazione riguardi solo i trasferimenti dai Paesi ricchi a quelli in via di sviluppo o anche quelli che passano da un Paese in via di sviluppo ad un altro. Sembrano dettagli, ma in realtà rappresentano la sostanza del negoziato in quanto se non si definiscono le modalità di conteggio di questi fondi, si rischia di contarli due volte (dal Paese sviluppato a quello in via di sviluppo e, quindi, da quello in via di sviluppo ad un altro in via di sviluppo). Per finire è solo il caso di notare che ancora non sono state definite le caratteristiche del registro in cui tener traccia dei fondi stanziati.

Che quello finanziario sia uno dei principali temi della COP 24, è cosa ormai nota. Ad oggi non siamo in grado di dire con certezza a quanto ammontino questi fondi. Stando a stime dell’OCSE, basate sulle dichiarazioni dei finanziatori, essi ammonterebbero a oltre settanta miliardi di dollari nel 2016 (di cui 57di fonte governativa e la restante parte proveniente da fonti private), ma tali dati sono contestati dalle organizzazioni non governative (Oxfam, per esempio). Secondo Oxfam, infatti, la cifra stanziata oscillerebbe tra i 16 ed i 21 miliardi di dollari nel 2016. Le ragioni di questa discrepanza contabile devono essere ricercate nell’etichettatura dei finanziamenti, ovvero nello scopo del finanziamento che viene erogato. I finanziamenti “climatici” hanno un doppio indicatore: componente climatica principale e componente climatica significativa. Un progetto ha una componente climatica principale se esso è destinato ad azioni di mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici o di adattamento ai cambiamenti climatici; significativa se esso non è destinato prioritariamente al raggiungimento di questi obiettivi. L’UNFCCC e l’OCSE tengono conto essenzialmente della componente climatica significativa, mentre altri tengono conto della componente climatica principale. Detto in altri termini i Paesi ricchi tendono a far passare per finanziamenti climatici, finanziamenti che con la mitigazione degli effetti del cambiamento climatico o con l’adattamento ai cambiamenti climatici, hanno poco a che fare. L’Accordo di Parigi prevedeva, infine, che i finanziamenti dovessero essere equamente ripartiti tra adattamento e mitigazione, ma sulla base dei dati raccolti dalle organizzazioni internazionali e da quelle non governative, la maggior parte dei finanziamenti riguarda misure per l’adattamento ai cambiamenti climatici.

Sulla scorta di queste considerazioni appare chiaro pertanto come l’argomento sia piuttosto spinoso. Sono diversi anni che su questi temi si infrangono infatti  le speranze dei Paesi poveri di ottenere un aumento dei trasferimenti dal Nord al Sud del mondo. Secondo i rappresentanti dei Paesi in via di sviluppo i Paesi sviluppati tendono a truccare le carte, trasformando in finanziamenti “climatici”, i finanziamenti dei progetti di sviluppo, per così dire, “ordinari”. Possiamo essere ben certi che come accaduto per il passato, su questi temi si decideranno le sorti della Conferenza delle Parti 2018. E stando a voci di corridoio, raccolte dai corrispondenti di The Independent, già cominciano a sentirsi i primi mugugni dei rappresentanti dei Paesi in via di sviluppo.

Altro aspetto da non trascurare per comprendere le dinamiche in atto, è quello relativo al disimpegno degli USA dall’Accordo di Parigi. Gli Stati Uniti hanno contribuito con oltre due miliardi di dollari annui al finanziamento delle iniziative di contrasto dei cambiamenti climatici, risultando al quinto posto tra i donatori dopo Giappone, Germania, Francia e Regno Unito. Gli altri Paesi sviluppati saranno disposti a sostituirsi agli USA? Anche su questa questione si decideranno le sorti della COP 24.

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COP 24: avanti, ma non troppo.

Posted by on 07:29 in Ambiente, Attualità, Climatologia, COP24 - Katowice | 0 comments

COP 24: avanti, ma non troppo.

Come è ormai tradizione consolidata delle COP, i lavori proseguono stancamente. L’elefantiaca macchina partita il 2 dicembre scorso sembra immobile, ma sotto sotto qualcosa si muove. Tra ieri l’altro e ieri le varie sessioni in corso non hanno prodotto nulla di significativo: le pagine dedicate del sito dell’UNFCCC continuano ad essere desolatamente vuote. Gli unici documenti disponibili sono quelli pre-vertice e cliccando sulle altre caselle, appare uno sconsolante messaggio: “information will appear as soon as available” oppure i nomi dei funzionari UNFCCC con i relativi contatti. Sembrerebbe che a Katowice non succeda proprio nulla, ma è solo un’impressione.

Qualcosa in realtà sta succedendo. Consultando la pagina principale del sito apprendiamo infatti che è stato pubblicato e presentato alla COP un ponderoso lavoro curato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Dal  comunicato stampa  della WHO apprendiamo che l’attuazione dell’Accordo di  Parigi potrebbe evitare un milione di decessi da qui al 2050. Il ragionamento sviluppato dalla WHO non è incentrato sulle emissioni del diossido di carbonio o altri gas serra, ma parte dal presupposto che riducendo l’uso dei combustibili fossili, come previsto negli Accordi di Parigi, si ridurrebbero anche le emissioni dei composti che determinano danni all’ambiente ed alla salute umana. Diciamo che secondo il report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il raggiungimento degli obiettivi della COP21, oltre ad avere effetti positivi sul clima, come effetto collaterale determinerebbe un miglioramento delle condizioni ambientali generali, soprattutto in quei Paesi come India e Cina che, attualmente, sono soffocati dallo smog e dall’inquinamento atmosferico ed ambientale in genere. Un altro aspetto positivo della riduzione del consumo dei combustibili fossili deve essere ricercato nell’aumento dell’attività fisica. Il disincentivo dell’uso dei mezzi di trasporto alimentati da motori a combustione interna favorirebbe infatti, l’utilizzo di mezzi alternativi come le biciclette o il cammino a piedi, con evidenti ricadute positive sulla salute e benessere fisico dei cittadini del mondo. Tutto ciò in sovrappiù rispetto ai principali vantaggi conseguenti la piena attuazione degli Accordi di Parigi, ovvero la riduzione degli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute umana. Dice, infatti, il dott. Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS che “le prove dimostrano chiaramente che il cambiamento climatico sta già avendo un grave impatto sulla vita e sulla salute umana. Minaccia gli elementi di base di cui tutti abbiamo bisogno per una buona salute – aria pulita, acqua potabile sicura, fornitura di cibo nutriente e riparo sicuro – e minerà decenni di progressi nella salute globale. Non possiamo permetterci di ritardare ulteriormente l’azione “.

Non stupisce che egli giudichi l’Accordo di Parigi come il miglior accordo per la salute di questo secolo, l’unico problema è che è difficile provare che il cambiamento climatico danneggi la salute, come dimostrano le molte discussioni su questo argomento che si sono succedute negli anni su CM.

Altro aspetto che ha caratterizzato la giornata odierna a Katowice è stato un panel  in cui è stato fatto il bilancio di un prodotto di altre COP: il Clean Development Mechanism (CDM). Si tratta di uno strumento che a fronte di progetti di decarbonizzazione dell’economia, attribuisce ai soggetti proponenti un credito spendibile per ogni tonnellata di CO2 non emessa. Tali crediti possono essere venduti sul mercato del carbonio (ETS, per esempio) ed acquistati dai soggetti fortemente emettitori che, in tal modo, si lavano la coscienza. Secondo i relatori il meccanismo ha avuto un successo clamoroso, in quanto ha consentito di incentivare oltre 8000 progetti in 111 Paesi in via di sviluppo. Il problema, stando alle dichiarazioni dei relatori, è che per tale meccanismo non sembra esserci posto nel mondo dopo il 2020. Sempre secondo i relatori è un peccato dover rottamare una struttura che ha così ben funzionato per il passato perché vetusta, basta rinnovarla e rimetterla in corsa: favorirà il raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi e contribuirà a mantenere l’incremento delle temperature globali al di sotto di 1,5-2°C rispetto ai livelli dell’epoca pre-industriale. All’osservatore poco addentro ai meccanismi decisionali dell’UNFCCC sorge un dubbio. Perché liquidare un meccanismo che ha così ben funzionato? Non è che le modeste prestazioni dei mercati del carbonio hanno reso inutile un simile meccanismo?  Sono solo cattivi pensieri di uno scettico, ma a pensar male…..

E per finire un annuncio che ha gelato il clima della COP24: secondo uno studio dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) nel 2018 le emissioni di diossido di carbonio sono aumentate dello 0,5% rispetto al 2017 a causa di un incremento dell’uso del petrolio e del gas, non compensato da un’adeguata riduzione dell’uso del carbone o di un adeguato incremento delle energie rinnovabili. Possiamo solo immaginare lo stupore e lo sconforto che si è impadronito dei delegati a Katowice: ma com’è possibile, non stiamo facendo del nostro meglio? Probabilmente non è sufficiente, ma, molto più realisticamente, gli stati predicano bene e razzolano male.

“Questo cambiamento dovrebbe essere un altro avvertimento ai governi che si incontrano a Katowice questa settimana. Sono necessari sforzi crescenti per incoraggiare ancora più fonti rinnovabili, maggiore efficienza energetica, più nucleare e più innovazione per tecnologie quali la cattura, l’utilizzo e lo stoccaggio del carbonio e l’utilizzo dell’idrogeno, per esempio”

ha dichiarato Fatih Birol, direttore esecutivo dell’AIE. Più nucleare? Possibile che a Katowice si possa sostenere un’eresia del genere? Il nucleare non è politicamente corretto, inquina, sporca, uccide, fa male alla salute e via cantando. Meglio tornare alla bicicletta o, visto che ci troviamo, all’asinello.

A questo punto mi viene un dubbio. Le decine di migliaia di delegati ed attivisti che affollano Katowice, si rendono conto della schizofrenia della situazione? Sono decenni che essi discutono di riduzione delle emissioni di gas serra, che negoziano trattati su trattati, che siglano accordi su accordi e qual è il risultato? Le emissioni di gas serra continuano a salire. Mah!

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Trombe d’Aria a Ovest di Paperino

Posted by on 07:00 in Attualità, Climatologia, Meteorologia | 10 comments

Trombe d’Aria a Ovest di Paperino

Questa breve nota sulla climatologia delle trombe d’aria (alias tornado) è frutto delle riflessioni portate avanti negli ultimi giorni con alcuni amici (Gianluca Alimonti, Sergio Pinna, Franco Zavatti e altri)  che ringrazio per il loro contributo critico.

In questa pagina del Corriere della Sera  il giornalista Alessandro Fulloni si pone la fatidica domanda “Le trombe d’aria stanno diventando più frequenti?” e si risponde così: “Sì. E la causa è il global warming, il surriscaldamento del globo terrestre. Ad esempio le temperature anomale di questo autunno, piuttosto elevate, hanno creato le condizioni per la formazione di diverse trombe d’aria che hanno flagellato tutta la Penisola a settembre, ottobre e novembre.

La risposta che si dà Fulloni sarebbe scientificamente fondata se disponessimo una serie storica delle trombe d’aria in Italia. Il guaio è che a me non risulta che tale serie storica esista (e se qualcuno ne dispone si faccia avanti, prego, possibilmente evitando di portare la serie storica ricavata dalle citazioni di trombe d’aria riportate sugli articoli di giornale, perché in tale sede sono spesso scambiati per trombe d’aria i comuni fronti delle raffiche dei temporali).

La mia deduzione è che in quello che fu il paese di Galileo Galilei si stia sempre più assistendo alla sostituzione della scienza fondata sui dati (il grande atto di umiltà di Galileo di cui ci parla Edoardo Boncinelli nel suo recentissimo libro – La farfalla e la crisalide ed. Raffaello Cortina) con la scienza fondata sull’ideologia, portandoci così in una terra incognita che, richiamando l’azzeccassimo titolo di un film del 1981 ispirato al nonsense ribattezzerò “a Ovest di Paperino”.

Occorre allora dire che “a Ovest di Paperino” non troviamo né l’IPCC e nemmeno la NOAA che è titolare di una delle serie storiche più lunghe del mondo in fatto di Tornado.

L’IPPC infatti nel Summary For Policymakers del suo report 2012 sugli eventi estremi afferma che:

There is low confidence in observed trends in small spatial-scale phenomena such as tornadoes and hail because of data inhomogeneities and inadequacies in monitoring systems.

Inoltre la NOAA nella sua pagina dedicata alla climatologia dei Tornado riporta una serie di dati molto interessanti e afferma fra l’altro che:

With increased National Doppler radar coverage, increasing population, and greater attention to tornado reporting, there has been an increase in the number of tornado reports over the past several decades. This can create a misleading appearance of an increasing trend in tornado frequency.”

Figura 1 – Scala Fujita dei danni da tornado

Misleading in quanto oggi la possibilità di l’osservare i tornado deboli (F0 secondo la scala di danno di Fujita – figura 1) è molto più elevata che in passato, il che dà luogo a un trend fittizio che ci viene mostrato dalla figura 2, tratta da Verbout et al. (2008). In figura 3 si evidenzia infine che negli USA i tornado violenti (categoria maggiore o uguale a 3) mostrano un sensibile trend negativo.

Insomma, ora che il nostro Paese per cultura climatologica è ormai strutturalmente “a Ovest di Paperino” che facciamo? Ci decidiamo finalmente a raccogliere serie storiche in modo serio o continuiamo a procedere per slogan?

Bibliografia

Verbout etal 2008. Tornado outbreaks associated with landfalling hurricanes in the north Atlantic Basin: 1954–2004 Meteorol Atmos Phys 97, 255–271

Figura 2 – Tornado di qualunque categoria (triangoli, interpolati dalla linea di trend continua, in crescita) e tornado di categoria maggiore o uguale a 1 (cerchi pieni, interpolati dalla linea di trend tratteggiata, in lievissimo calo). Il trend positivo si deve dunque ai tornado di categoria F0 ed è dovuto al fatto che oggi le nostre capacità osservative dei tornado deboli sono molto più elevate che in passato, il che da luogo a un trend fittizio (Verbout et al., 2008).

Figura 3 – Serie storica 1954-2018 dei tornado violenti – categoria 3 o superiore (fonte: NOAA).

 

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COP 24: si parte.

Posted by on 08:18 in Ambiente, Attualità, Climatologia, COP24 - Katowice | 13 comments

COP 24: si parte.

Il 2 dicembre 2018 hanno avuto inizio in quel di Katowice, in Polonia, i lavori della 24a Conferenza delle Parti, meglio nota come COP24. In Polonia si assiste ad un formidabile schieramento di tutte le forze che lottano contro il cambiamento climatico di origine antropica: 30.000 (trentamila) tra attivisti, scienziati, politici, rappresentanti delle economie locali e globali discuteranno per circa due settimane intorno alle misure da adottare per rendere operativo l’Accordo di Parigi siglato 3 anni fa in occasione della COP21, e daranno vita ad eventi collaterali di carattere ludico-propagandistico.

La parte del leone la faranno i rappresentanti di 198 Paesi del Mondo che dovranno discutere dei dettagli tecnici necessari per trasformare le dichiarazioni di principio dell’Accordo di Parigi in azioni concrete.

Cerchiamo di capire più in dettaglio gli scopi di questa ennesima conferenza planetaria sul clima.

In primo luogo bisogna rendere vincolanti gli impegni su base volontaria assunti dai sottoscrittori dell’Accordo di Parigi che, oggi come oggi, non valgono neanche la carta su cui sono scritti: nessuno ha il potere di costringere un Paese aderente all’Accordo a mantenere gli impegni presi, in quanto non sono previste sanzioni per gli inadempienti. Ciò significa che bisogna individuare dei protocolli per quantificare le emissioni di ogni Paese aderente all’Accordo e degli strumenti per verificare il rispetto degli impegni assunti da ognuno di essi. Sarebbe necessario, infine, individuare delle sanzioni per colpire quei Paesi che non rispettano gli impegni presi. In secondo luogo bisogna capire in modo definitivo chi pagherà ed in che misura i 100 miliardi di dollari annui da versare ai Paesi in via di sviluppo per consentire loro di implementare le tecnologie idonee a produrre l’energia necessaria, senza aggravare il livello di emissione dei gas serra e porre in atto tutte quelle iniziative in grado di mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Bisognerà, infine, regolamentare l’utilizzo e la conservazione delle principali risorse forestali del pianeta.

Su questi tre obiettivi principali si misurerà il successo o l’insuccesso della COP 24. Ho preferito come mia abitudine precisarli a monte della Conferenza perché, alla fine, di essi si perderà traccia nelle fumose dichiarazioni finali che cercheranno di esaltare gli effimeri successi e tenere in sordina i clamorosi insuccessi. Così è successo in passato e, forse, così succederà anche questa volta. Esistono inoltre tutta una serie di obiettivi minori da raggiungere che riguardano la parità di genere, l’avanzamento della ricerca in ambito climatologico e via cantando. Per ognuno di essi è prevista una sottocommissione con tanto di presidenti, co-presidenti, segretari e funzionari vari.

Per valutare lo stato d’avanzamento dei lavori, si può utilizzare il sito ufficiale dell’UNFCCC che viene aggiornato in tempo reale e che contiene le varie bozze di risoluzione in discussione nelle varie sessioni della Conferenza. Per sondare gli umori dei partecipanti sono molto utili i siti delle organizzazioni non governative che seguono con grande attenzione lo svolgimento dei lavori. I principali organi di informazione italiani e non solo, si occupano saltuariamente della Conferenza ad eccezione di alcune testate straniere che sono più sensibili alle problematiche ambientali (più orientate politicamente, in altre parole) e che dedicano ampio spazio ai resoconti dei lavori.

Vediamo ora quali sono le prospettive dei lavori appena iniziati. La situazione non è delle più rosee e di ciò si è avuto un assaggio nelle conclusioni del recentissimo vertice di Buenos Aires (G20): sul clima non si è raggiunto alcun accordo, per cui si procederà in ordine sparso. Scendendo nel dettaglio, possiamo vedere che gli Stati Uniti d’America, pur partecipando ai lavori, non si sentono in alcun modo vincolati dall’Accordo di Parigi, per cui baderanno solo ed esclusivamente ai propri interessi. I riflettori saranno puntati sulle iniziative dei singoli stati degli USA come la California che assumeranno posizioni opposte a quelle della delegazione ufficiale statunitense, ma ciò che conta sono le decisioni federali e quelle sembrano già prese. Rispetto alle precedenti Conferenze delle Parti, agli Stati Uniti si sono aggiunti il Brasile e l’Australia che non hanno denunciato ancora l’Accordo di Parigi, ma si sono collocati su posizioni simili a quelle degli USA. Il Brasile ha addirittura rinunciato ad organizzare la COP25, prevista per il mese di novembre del prossimo anno. La restante parte dei partecipanti alla COP24 sostiene, a parole,  la necessità di rendere vincolanti gli impegni volontari assunti a Parigi, ma nei fatti li sta violando: le emissioni globali di gas serra non sono affatto diminuite, ma addirittura cresciute rispetto a tre anni fa. La tanto vagheggiata transizione dalle fonti energetiche fossili a quelle rinnovabili è di la da venire: il consumo mondiale di petrolio ha raggiunto il livello più alto della storia sfiorando i 100 milioni di barili al giorno. Nessuno vuole essere pessimista a prescindere, ma, oggettivamente, io non vedo spazi per una inversione di tendenza così drastica, da consentire di raggiungere in dieci anni (2020-2030) un dimezzamento delle emissioni di gas serra.

Molte perplessità suscita, infine, il fatto che la presidenza della COP24 sia affidata alla Polonia che fonda quasi tutta la sua produzione energetica sui combustibili fossili, carbone in testa e che, pertanto, è molto restia ad implementare in modo drastico le politiche necessarie al raggiungimento degli obiettivi previsti negli Accordi di Parigi. I maligni prevedono perciò che la presidenza polacca non si sprecherà più di tanto per raggiungere gli obiettivi prefissati.

Una delle poche note positive riguarda l’Unione Europea che ha già stabilito per legge i livelli di emissione al 2030 anche in quei settori non coperti dal Regolamento del 2003 sulle emissioni (ETS): con due regolamenti entrati in vigore il nove luglio scorso anche l’edilizia, l’agricoltura, le foreste, il cambiamento d’uso del suolo e la silvicoltura devono ridurre le emissioni del 40% rispetto al 1990 entro il 2030. Neanche nell’UE le cose vanno però per il verso giusto: le recenti manifestazioni di piazza in Francia  che hanno avuto come bersaglio le politiche del presidente E. Macron, reo di aver voluto l’imposizione di una carbon-tax sui carburanti, la dicono lunga sugli umori dell’opinione pubblica quando si passa dalle parole ai fatti.

E per finire una breve cronaca della prima giornata dei lavori. Per massimizzare le possibilità di successo, diversi incontri tecnici sono stati anticipati al 2 dicembre, ma l’apertura ufficiale della COP  è avvenuta il 3 dicembre. E’ stata un’apertura di basso profilo, in quanto le varie delegazioni non prevedono la presenza di leader politici di primo livello. Molto eloquente il senso dell’intervento del Segretario Generale dell’ONU Guterres: è venuto meno l’impegno politico che aveva consentito di raggiungere l’Accordo di Parigi.

Altrettanto eloquente il senso della conferenza stampa del presidente polacco Duda che ha escluso per la Polonia una transizione rapida dal carbone alle energie rinnovabili: le riserve polacche coprono l’intero fabbisogno nazionale per i prossimi due secoli e rappresentano, inoltre, una garanzia tanto per la sicurezza energetica della nazione polacca, quanto per la sua sovranità.

Mi sento di dar ragione a Guterres: il clima politico mondiale sta cambiando, ma non nella direzione auspicata dall’ONU.

Piccola nota di colore: a Katowice oggi l’attenzione dei media è stata concentrata sulle performances di sir D. Attenborough e di A. Shwarzenegger, attivisti del movimento che si prefigge la lotta contro i cambiamenti climatici: nessuno dei due è climatologo, ma entrambi hanno diritto di parola perché annunciano il verbo.

Per quel che riguarda gli atti concreti della COP 24, il sito ufficiale dell’UNFCCC ci informa che a tutto il 3 dicembre 2018, sono state adottate le agende dei lavori della sessione principale e delle altre sessioni. Nel frattempo i lavori vanno avanti mentre scure nubi si addensano all’orizzonte.

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Un Mese di Meteo – Ottobre 2018

Posted by on 15:22 in Attualità, Climatologia, Commenti mensili, Meteorologia | 0 comments

Un Mese di Meteo – Ottobre 2018

IL MESE DI OTTOBRE 2018[1]

Mentre sul meridione hanno prevalso condizioni di instabilità sul settentrione hanno dominato condizioni di tempo stabile a cui dal 27 è subentrata un fase intensamente perturbata.

Il periodo dall’1 al 26 ottobre ha visto sul Settentrione il prevalere di condizioni anticicloniche interrotte solo dal passaggio di una debole perturbazione atlantica transitata fra 6 e 7 ottobre. Nello stesso periodo il meridione ha invece subito l’influsso  di tre depressioni mediterranee rispettivamente transitate nei giorni 1-3, 18 e 22-23 ottobre. Dal 27 ottobre invece l’intera penisola ha subito l’influsso di una grande saccatura atlantica da ovest che ha determinato condizioni di tempo perturbato fino a fine mese. Per rendere ragione di tali condizioni abbiamo realizzato le topografie del livello di pressione di 850 hPa per il periodo 1-26 (figura 1a) che mostra l’Italia interessata da un promontorio dell’anticiclone delle Azzorre e la carta dal 27 al 31(figura 1b) che evidenzia invece la presenza sul Mediterraneo della suddetta saccatura con afflusso verso la nostra area di masse d‘aria calda di  origine africana. E’ dal confronto fra tali masse d’aria con l’aria artica che confluisce nella saccatura che sono derivate condizioni fortemente perturbate con piogge abbondanti e ventosità localmente accentuata.

Figure 1a e 1b – 850 hPa – Topografie medie mensili del livello di pressione di 850 hPa per il periodo 1-26 e 27-31 ottobre. Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Figure 1a e 1b – 850 hPa – Topografie medie mensili del livello di pressione di 850 hPa per il periodo 1-26 e 27-31 ottobre. Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Una ventosità accentuata con estesi danni da vento si è verificata su Alto Veneto e Trentino Alto Adige il 29 ottobre in coincidenza con il transito di un minimo depressionario chiuso particolarmente profondo che ha dato luogo a venti di scirocco di intensità molto elevata. Al riguardo si riporta in (figura 1c) l’analisi a 500 hPa delle 18 UTC del 29 ottobre scorso.

Figura 1c – Topografia del livello di pressione di 500 hPa per le ore 18 UTC del 29 ottobre 2018.

Si segnala infine che l’analisi circolatoria giornaliera sull’Italia ha evidenziato il transito di un totale di 6 perturbazioni descritte in tabella 1.

Tabella 1 – Sintesi delle strutture circolatorie del mese a 850 hPa. Il termine perturbazione sta ad indicare saccature atlantiche o depressioni mediterranee (minimi di cut-off) o ancora fasi in cui la nostra area è interessata da regimi che determinano variabilità perturbata (es. flusso ondulato occidentale).

 

Andamento termo-pluviometrico

Le temperature medie delle massime mensili (figura 2) hanno manifestato un’anomalia positiva debole o moderata al Centro – Nord mentre al Sud sono risultate nella norma, salvo locali anomalie negative su Sicilia, Sardegna e Calabria.

Figura 2 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Le temperature medie delle minime mensili (figura 3) sono state in prevalenza soggette a un’anomalia positiva debole o localmente moderata. Dalla figura 5 si coglie che la piovosità è risultata abbondante su gran parte dell’area, con anomalie positive su Piemonte sudoccidentale, Liguria, Trentino – Alto Adige, Sardegna, Puglia, Calabria e Sicilia centro-orientale. Anomalie negative a carattere locale si sono registrate invece su Abruzzo, Molise, Lazio meridionale, Toscana centro-settentrionale e Sicilia Occidentale.

Figura 3 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

Figura 4 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 5 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

L’analisi decadale (tabella 2) evidenzia che le anomalie positive delle temperature si sono concentrate nella seconda e terza decade del mese interessando soprattutto il centro-nord. Le anomalie pluviometriche positive si sono invece concentrate nelle prime due decadi al sud e nella terza decade al centro-nord.

Tabella 2 – Analisi decadale e mensile di sintesi per macroaree – Temperature e precipitazioni al Nord, Centro e Sud Italia con valori medi e anomalie (*).

(*) LEGENDA:

Tx sta per temperatura massima (°C), tn per temperatura minima (°C) e rr per precipitazione (mm). Per anomalia si intende la differenza fra il valore del 2013 ed il valore medio del periodo 1988-2015.

Le medie e le anomalie sono riferite alle 202 stazioni della rete sinottica internazionale (GTS) e provenienti dai dataset NOAA-GSOD. Per Nord si intendono le stazioni a latitudine superiore a 44.00°, per Centro quelle fra 43.59° e 41.00° e per Sud quelle a latitudine inferiore a 41.00°. Le anomalie termiche positive sono evidenziate in giallo(anomalie deboli, inferiori a 2°C), arancio (anomalie moderate, fra 2 e 4°C) o rosso (anomalie forti,di  oltre 4°C), analogamente per le anomalie negative deboli (minori di 2°C), moderata (fra 2 e 4°C) e forti (oltre 4°C) si adottano rispettivamente  l’azzurro, il blu e il violetto). Le anomalie pluviometriche percentuali sono evidenziate in  azzurro o blu per anomalie positive rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% e  giallo o rosso per anomalie negative rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% .

L’anomalia termica sopra descritta è confermata dalla carta delle anomalie termiche globali riportata in figura 6a, ricavata da dati MSU e dalla quale si nota che l’anomalia termica positiva si lega a un nucleo di anomalia positiva centrato sull’Europa centro-orientale. In figura 6b riportiamo inoltre la carta dell’anomalia termica globale da stazioni il suolo prodotta dal Deutscher Wetterdienst sulla base dei report mensili CLIMAT che i diversi servizi meteorologici fanno confluire presso la sua sede.

Figura 6a – UAH Global anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile della bassa troposfera. Dati da sensore MSU UAH [fonte Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama in Huntsville – prof. John Christy (http://nsstc.uah.edu/climate/)

Figura 6b – DWD climat anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile al suolo. Carta frutto dell’analisi svolta dal Deutscher Wetterdienst sui dati desunti dai report CLIMAT del WMO [https://www.dwd.de/EN/ourservices/climat/climat.html).

[1]              Questo commento è stato condotto con riferimento alla  normale climatica 1988-2017 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

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536 d.C.: il peggior anno negli ultimi 2000 anni di storia dell’umanità

Posted by on 21:41 in Attualità, Climatologia | 6 comments

536 d.C.: il peggior anno negli ultimi 2000 anni di storia dell’umanità

Circa tre anni fa L. Mariani pubblicò qui su CM un post di grande successo che descriveva con dovizia di fonti storiografiche e scientifiche, un periodo storico terribile per l’uomo: quello compreso tra il 535 ed il 550 d.C..

L’evento freddo del 535/550 dC – Alcune fonti per l’Italia

Da qualche giorno è stato pubblicato su Science un articolo divulgativo a firma di A. Gibbons, che riprende l’argomento attraverso le parole del medievalista M. McCormick.

Why 536 “was worst year be alive

Lo storico britannico utilizzando le fonti citate già da L. Mariani nel suo articolo del 2015, descrive un periodo caratterizzato da eventi atmosferici estremamente fuori dal normale. Il Sole appariva pallido come durante un’eclissi parziale e non scaldava. Al Sole pallido si associarono inverni molto freddi, estati siccitose e fredde e le “mezze stagioni” sparirono del tutto. Le coltivazioni agricole non diedero frutto e l’intera Europa piombò in una paurosa carestia.

La novità dell’articolo di A. Gibbson riguarda i risultati di una ricerca effettuata da un team di ricercatori guidati dal glaciologo P. Mayewski che opera presso il Climate Change Institute dell’Università del Maine di Orono e dallo stesso M. McCormick. In un recente seminario gli studiosi hanno comunicato i risultati di una ricerca effettuata su una carota di ghiaccio lunga una settantina di metri, estratta dal ghiacciaio di Colle Gnifetti sulle Alpi Svizzere. Analizzando la carota con una nuova tecnica di indagine, essi sono riusciti ad aumentare in modo estremamente alto la risoluzione degli strati che la costituiscono, riuscendo a definire le caratteristiche di una dozzina di componenti della carota addirittura a livello mensile.

Sulla base dei risultati ottenuti, P. Mayewski ed il suo gruppo hanno potuto accertare che tra la fine dell’anno 535 d.C. e l’inizio dell’anno 536 d.C. ci fu una violenta eruzione vulcanica che rovesciò in atmosfera una tale quantità di polveri e ceneri, da oscurare il Sole per oltre un anno e che causò i fenomeni descritti da Procopio, Cassiodoro ed altri cronisti coevi. Nello strato relativo a quel periodo storico sono stati individuati, inoltre, due granelli di polvere che appartenevano ad una roccia molto comune in Islanda, per cui i ricercatori hanno dedotto che l’eruzione responsabile del cambiamento climatico che innescò l’era più buia negli ultimi 2300 anni della storia dell’uomo, abbia riguardato un vulcano Islandese. Non tutti i ricercatori concordano, però, con le conclusioni del gruppo di P. Mayewski: secondo alcuni il vulcano responsabile dell’eruzione dovrebbe trovarsi in Nord America.

Tornando ai risultati delle analisi effettuate sulla carota di ghiaccio estratta dal ghiacciaio del Colle Gnifetti, tra il 535 ed il 536 d.C. un vulcano islandese avrebbe eruttato violentemente, immettendo nell’atmosfera terrestre una tale quantità di polveri e ceneri da oscurare il sole per circa diciotto mesi e determinando una diminuzione delle temperature estive dell’emisfero nord, compresa tra 1,5°C e 2,5°C. Gli effetti di questo improvviso abbassamento di temperatura riguardarono almeno tutto l’emisfero settentrionale terrestre e si protrassero per circa un decennio: il decennio peggiore degli ultimi 2000 anni. A circa metà del decennio (tra il 540 ed il 541 d.C.) ci fu un’altra eruzione che determinò l’abbassamento delle temperature estive europee di ulteriori 1,4°C-2,7°C. Quasi in coincidenza con questa nuova eruzione si verificò l’epidemia di peste bubbonica, nota come peste di Giustiniano che determinò la morte di milioni di persone: si stima che la popolazione dell’impero bizantino si ridusse da un terzo alla metà a causa delle terribili condizioni meteorologiche, sociali, economiche e sanitarie venutesi a creare. A seguito di ciò iniziò la decadenza dell’impero bizantino che culminò, infine, con il suo collasso.

La crisi sociale ed economica fu terribile e si protrasse per circa un secolo, come suggeriscono altri risultati delle analisi effettuate sulla carota glaciale di Colle Gnifetti. Nel 640 d.C. si cominciano a trovare nel ghiaccio delle tracce di piombo. Con ogni probabilità esse sono legate ai processi di estrazione dell’argento e ciò significa che la popolazione europea si era ripresa ed aveva bisogno di un metallo prezioso per coniare monete necessarie alle nuove condizioni economiche che si andavano instaurando nel nostro Continente. Evidentemente il peggio era passato e gli esseri umani iniziarono il lento processo di recupero dalla crisi appena finita.

Molto interessanti, secondo me, le parole di uno dei ricercatori intervistati dalla Gibbson: siamo entrati in una nuova era delle ricostruzioni paleoclimatiche, in quanto siamo in grado di discriminare, come mai prima era successo, gli strati delle carote glaciali aumentandone fortemente la risoluzione e porle in correlazione con le cronache storiche ad altrettanto alta risoluzione.

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La dissonanza cognitiva dei chicchi di grano

Posted by on 07:00 in Ambiente, Attualità, Climatologia | 0 comments

La dissonanza cognitiva dei chicchi di grano

Qualche anno fa, ma con argomenti ancora attuali che stanno trovando inoltre ulteriori conferme, il nostro “esperto” di dinamiche invernali, Carlo Colarieti Tosti, scrisse per CM un lungo articolo dal titolo “Il clima del Futuro, la risposta è nel passato“, rinforzando una volta di più il concetto secondo cui prima di cimentarsi nell’arte di dipingere il futuro a tinte fosche in quanto sconosciuto, è sempre bene controllare se quello che si pensa di avere davanti non sia qualcosa attraverso cui questo fantastico pianeta non sia già passato.

Questo naturalmente vale per tutto, anche per quelle dinamiche che non sono climatiche ma che sono strettamente connesse con quelle del clima, prima tra tutte la produzione di materie prime alimentari.

Probabilmente consci di questo, alcuni ricercatori del settore hanno pubblicato su Science Advances un articolo in cui si esplorano, grazie a dati storici e di prossimità, le modifiche alle attività colturali e di scambio delle merci cui si è fatto ricorso in passato per fronteggiare le difficoltà nella coltivazione delle materie prime alimentari a causa delle modifiche del clima.

Tra gli esempi presenti nel loro paper, che occupa un lasso temporale che va da 1000 a 5000 anni fa, riportano ad esempio la nascita della “via della seta”, ovvero lo sviluppo di attività commerciali tra l’impero cinese e quello romano forzato dalle difficoltà di approvvigionamento di risorse alimentari al termine del periodo caldo noto come Optimum Romano. Questo ed altri esempi, scrivono, dimostrano come i cambiamenti climatici abbiano sempre rappresentato un pericolo e abbiano richiesto grandi capacità di adattamento al prezzo spesso di tragedie epocali.

Tutto molto vero e molto interessante, ma, c’è un ma…

Tutti gli esempi più significativi cui si fa riferimento nel paper parlano di eventi di raffreddamento, siano stati essi globali, regionali o entrambe le cose. Anche questo è molto vero, tant’è che in questi ultimi tragici anni (decenni) di global warming, la disponibilità di materie prime alimentari non ha mai smesso di aumentare. Complice lo sviluppo tecnologico, certamente, ma soprattutto anche per effetto di due “piccoli” particolari, la fertilizzazione da CO2, che è il cibo delle piante, e, come abbiamo letto appena qualche giorno fa, anche un clima genericamente più favorevole, ovvero più mite e privo di picchi di caldo.

Il Global Warming e le sue conseguenze, la scienza va da una parte, l’isteria, ovviamente, dall’altra.

Ergo, se qualcuno avesse ancora dei dubbi, per nutrire una popolazione mondiale ancora in aumento, è notoriamente meglio un clima a regime caldo come quello che abbiamo sperimentato negli ultimi decenni di un clima a regime freddo, ove per regime non si intende certo la sola temperatura, quanto piuttosto le modalità di circolazione atmosferica che vi si associano (rileggete l’articolo di Colarieti Tosti al riguardo).

Allora, dopo aver fornito delle prove schiaccianti di questo fatto, come diavolo si fa a suggerire che il problema del nostro futuro di produzione di cibo è il global warming? Ah, certo, lo leggiamo nella loro introduzione con tanto di bibliografia:

Projected estimates for global warming are expected to pose serious challenges for existing systems of grain production around the globe, with some regions having predicted decreases in production as high as 70% (1)

E bé, certo, projected…

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Le ultime sul buco dell’Ozono

Posted by on 11:48 in Ambiente, Attualità | 4 comments

Le ultime sul buco dell’Ozono

Nelle nostre dissertazioni invernali sulle evoluzioni del Vortice Polare Stratosferico dell’emisfero nord, abbiamo più volte accennato al fatto che la circolazione stratosferica dell’emisfero sud sia simile, ma tutt’altro che uguale a quella che ci riguarda più da vicino.

Nell’altra metà del pianeta, infatti, la prevalenza di superficie liquida rispetto alle terre emerse, la presenza di un continente (il sesto) interamente isolato e posizionato sul Polo e l’assenza di catene montuose importanti – eccezion fatta per le Ande – conferiscono al Vortice Polare Stratosferico molta più solidità del suo omonimo nel nostro emisfero. Solidità vuol dire anche forti velocità zonali e compattezza del vortice stesso, quindi, sebbene con le dovute differenze interannuali, anche raffreddamento molto più accentuato della stratosfera polare nei lunghi mesi della notte invernale.

Una stratosfera molto fredda – tracciabile anche attraverso la diffusa formazione di nubi nottilucenti, proprio come è accaduto quest’anno, è anche l’ambiente ideale per l’innesco dei processi chimici che portano al depauperamento dell’ozono, processi in parte naturali, ma soprattutto facilitati dalla presenza di clorofluorocarburi (CFC), gli idrocarburi banditi dal Protocollo di Montreal del 1989 che pare stiano finalmente diminuendo in concentrazione dopo il picco raggiunto nell’anno 2000.

Ebbene, terminato l’inverno australe, la NASA fa sapere che nonostante le condizioni ideali, quest’anno il “buco dell’ozono” è stato più piccolo di quanto sarebbe avvenuto a parità di condizioni negli anni ’90, ossia prima che fosse implementato il Protocollo di Montreal.

Ozone Hole Modest Despite Optimum Conditions for Ozone Depletion

Il cammino però sembra ancora lungo, dal momento che l’estensione dello strato atmosferico polare in cui l’ozono scende sotto la media delle 350-500 Unità Dobson (con minimo di 136 per quest’anno) è comunque ancora considerevole e soggetta a forti variazioni da un anno all’altro. Ad esempio, l’anno scorso, con condizioni ambientali molto diverse dovute ad una persistente debolezza del Vortice Polare Stratosferico e conseguente stratosfera “calda”, l’estensione era stata molto inferiore a quella di quest’anno.

Una curiosità: una unità Dobson è pari al numero di molecole che sarebbero necessarie a creare uno strato di ozono puro di 0,01mm alla temperatura di 0°C e con pressione equivalente a quella del livello del mare, per cui le 350-500 Unità Dobson misurate mediamente nell’atmosfera terrestre sono pari allo spessore di… 3,5-5mm. Tanto basta a quel particolare strato della nostra atmosfera per schermare il pianeta dalla radiazione ultravioletta che altrimenti lo renderebbe invivibile. La Natura fa tutto per bene, anche il minimo dettaglio!

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Ancora sui danni del clima che farà, dimenticando quelli che oggi non fa.

Posted by on 13:41 in Ambiente, Attualità | 0 comments

Ancora sui danni del clima che farà, dimenticando quelli che oggi non fa.

Fa un po’ specie parlare di foreste in questi giorni, dopo i gravi danni che il forte maltempo del 29 ottobre scorso ha causato alla vegetazione delle nostre Alpi orientali ma, l’argomento che sto per proporvi in qualche modo vi si ricollega.

Si tratta di un paper uscito recentemente su Nature Communications e rilanciato da Science Daily. Qui di seguito le coordinate:

In sostanza, al di là della trasformazione abbastanza evidente del titolo e dei contenuti operata da Science Daily, si tratta di un lavoro nel quale sono stati presi in esame gli eventi di disturbo – siccità, incendi, attacchi da insetti etc…, subiti nel recente passato da una selezione di foreste temperate soggette a regime di protezione, con lo scopo di separare un eventuale segnale climatico, tipicamente associato all’aumento delle temperature ed alle condizioni di siccità, da quello molto più variabile e agente a scale temporali e spaziali più limitate imputabile alla variabilità atmosferica, ovvero, per esempio, l’incorrere di forti eventi di maltempo.

Qui sta il collegamento con i fatti recentemente accaduti, per inquadrare i quali, tuttavia, vi esorto a leggere un interessantissimo articolo di Gian Antonio Stella uscito su corriere.it nei giorni scorsi.

Ma, torniamo al paper, che Science Daily trasforma nel solito peana del clima che cambia e che invece parla di tutt’altro, anche perché, incredibilmente, in tutto il lavoro la locuzione “climate change” compare appena due volte. Ad ogni modo, quel che si evince, è che per l’aumento degli episodi di disturbo a larga scala, quindi soprattutto quelli legati a incendi e attacchi da insetti, sarebbe piuttosto evidente un segnale climatico, tipicamente rappresentato da temperature più elevate e minor apporto di precipitazioni.

La faccenda lascia un po’ perplessi, perché, come già affrontato in un altro lavoro recente, e spiegato da Luigi Mariani proprio su CM, a livello globale c’è una netta tendenza alla diminuzione degli incendi boschivi, segnale di aumento della resilienza e della prevenzione, certamente, ma anche di condizioni ambientali non inclini a favorire l’occorrenza di questi episodi.

Il Declino Globale delle Aree Soggette a Incendio: Alcune Riflessioni in Chiave Storica, Etnografica ed Ecologica

Ora, pur con l’interesse che l’analisi di cui si da conto nel lavoro di cui stiamo parlando, è sempre un bene che si rifletta su come aver cura del patrimonio boschivo, se le cose nei tempi recenti sono andate in un certo modo, perché, come al solito, dovremmo aver davanti un futuro peggiore?

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