Climate Lab – Fatti e Dati in Materia di Clima

Tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, poco dopo la fine della COP21 di Parigi, abbiamo messo a punto un documento pubblicato nella sua interezza (e scaricabile qui in vari formati) con il titolo “Nullius in Verba, fatti e dati in materia di clima”. L’idea è nata dall’esigenza di far chiarezza, ove possibile e nei limiti dell’attuale conoscenza e letteratura disponibili, in un settore dove l’informazione sembra si possa fare solo per proclami, quasi sempre catastrofici.

Un post però, per quanto approfondito e per quanto sempre disponibile per la lettura, soffre dei difetti di tutte le cose pubblicate nel flusso del blog, cioè, invecchia in fretta. Per tener vivo un argomento, è invece necessario aggiornarlo di continuo, espanderlo, dibatterle, ove necessario, anche cambiarlo. Così è nato Climate Lab, un insieme di pagine raggiungibile anche da un widget in home page e dal menù principale del blog. Ad ognuna di queste pagine, che potranno e dovranno crescere di volume e di numero, sarà dedicato inizialmente uno dei temi affrontati nel post originario. Il tempo poi, e la disponibilità di quanti animano la nostra piccola comunità, ci diranno dove andare.

Tutto questo, per mettere a disposizione dei lettori un punto di riferimento dove andare a cercare un chiarimento, una spiegazione o l’ultimo aggiornamento sugli argomenti salienti del mondo del clima. Qui sotto, quindi, l’elenco delle pagine di Climate Lab, buona lettura.

  • Effetti Ecosistemici
    • Ghiacciai artici e antartici
    • Ghiacciai montani
    • Mortalità da eventi termici estremi
    • Mortalità da disastri naturali
    • Livello degli oceani
    • Acidificazione degli oceani
    • Produzione di cibo
    • Global greening

____________________________________

Contenuti a cura di Luigi Mariani e revisionati in base ai commenti emersi in sede di discussione e per i quali si ringraziano: Donato Barone, Uberto Crescenti, Alberto Ferrari, Gianluca Fusillo, Gianluca Alimonti, Ernesto Pedrocchi, Guido Guidi, Carlo Lombardi, Enzo Pennetta, Sergio Pinna e Franco Zavatti.

COP23: Un “clima” salvifico

Posted by on 07:00 in Ambiente, Attualità, COP23 | 17 comments

COP23: Un “clima” salvifico

Con l’ultimo atto della nostra cronaca quasi quotidiana, abbiamo avuto modo di “toccare con mano” l’ennesimo nulla di fatto dell’ennesima Conferenza delle Parti dell’UNFCCC. Il clima del resto era noto, altrimenti non sarebbe stato annunciato un nuovo incontro a ranghi ristretti di un club ristretto ad appena due mesi da ora. E, altrimenti, non ci sarebbe stata la lettera aperta di Papa Francesco al presidente delle Isole Fiji, che presiedeva i lavori della COP23. In quella missiva, di cui raccomando la lettura, il pontefice definisce perversa la cocciutaggine di chi vorrebbe che il dibattito scientifico sul tema clima che cambia fosse un po’ più aperto. Cocciutaggine che, ahimè, anche il Papa qualifica come negazione.

Sicché, il prof. Benedetto Rocchi, dell’Università degli Studi di Firenze, ha mandato a sua volta una lettera al quotidiano Avvenire definendosi (sic!) negazionista impenitente in quanto ancora convinto che il metodo scientifico sia altra cosa. Il direttore del quotidiano ha accolto la lettera nella rubrica “Il direttore risponde”, ovviamente poi rispondendo. Trovate tutto qui e, ancora, prima di proseguire, vi pregherei di leggerle entrambe.

Qui di seguito, invece, trovate la controreplica che il prof. Rocchi ha scelto di affidare alle nostre pagine, cosa di cui lo ringrazio pubblicamente.

La risposta di Tarquinio mi sembra un esempio paradigmatico, con modulazione un po’ clericale, del vento ideologico che ancora soffia sul clima. Notate la successione degli argomenti.

1. L’impatto dell’uomo moderno e contemporaneo (ultimi tre secoli) sul clima è un crimine come il nazismo. Il direttore di Avvenire dichiara di voler “maneggiare con cura” l’esempio ma non mi sembra ci riesca molto. Decisamente notevole è il parallelo tra l’antisemitismo latente in Europa prima della Shoah e i cicli di riscaldamento e raffreddamento della Terra: credo che sia una novità assoluta nel dibattito sul clima. Un po’ inquietante però: a forza di dare del “negazionista” agli scettici sulle cause antropiche nel cambiamento climatico non vorrei che si finisse per attribuire loro anche altri cattivi pensieri…

2. Che l’azione dell’uomo stia accelerando il riscaldamento globale è “sempre più evidente” e quindi chi nega non è saggio (e magari, aggiungo io, è pure fesso). La mia predica popperiana sulle ipotesi scientifiche che devono essere vagliate dalla critica viene respinta al mittente. E io che mi preoccupavo della commistione tra fede e scienza che in passato ha creato così tanti equivoci nella storia della Chiesa!

3. Dobbiamo tutti diventare più buoni. Con un “serio eppure felice cambiamento degli stili di vita” riscaldare il mondo non con un “uso perverso della creazione” ma con il “fuoco dell’amore, della giustizia, della responsabilità, della solidarietà”. Un po’ di moralismo non guasta mai. Ovviamente su amore, giustizia, responsabilità e solidarietà sono completamente d’accordo: e immagino lo siano anche tutti i più biechi negazionisti climatici. Anche sull’adozione di stili di vita buoni e ambientalmente corretti (a parte il vegetarianesimo, perché da fiorentino mi mancherebbe troppo la bistecca) Marco Tarquinio con me sfonda una porta aperta: per merito dei miei genitori e di tutti gli educatori che ho incontrato non ho bisogno di sentirmi in colpa per il cambiamento climatico per evitare lo spreco di acqua o di energia o per fare la raccolta differenziata. Mi basterebbero le mie ragioni da economista (risparmio, efficienza) ma lo faccio anche perché il creato mi sembra un dono meraviglioso. Detto questo rimane però la domanda: cosa c’entra con la scienza?

“Discutiamo pure ma diamoci da fare” conclude il direttore di Avvenire. Come se la critica scientifica sulle cause dei cambiamenti climatici non fosse un “darsi da fare”. Invece no: “mentre gli scienziati discutono” dobbiamo “vivere e lavorare in modo giusto”, visto che abbiamo già capito tutto.

Che dire? Perché sussista una negazione, deve esserci una fede dall’altra parte, questo è ovvio. Si sperava, evidentemente sbagliando, che i temi scientifici non dovessero più passare dalla lente della fede per essere accreditati, ma, evidentemente, l’AGW e i suoi derivati hanno bisogno di una mano ultimamente…

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Un Mese di Meteo – Ottobre 2017

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Un Mese di Meteo – Ottobre 2017

IL MESE DI OTTOBRE 2017[1]

Elementi più caratteristici del mese sono la scarsità delle precipitazioni, la moderata anomalia positiva delle temperature massime sul Nordovest e l’anomalia negativa delle minime su gran parte dell’area.

La topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (figura 5a) mostra la penisola iberica interessata da un promontorio anticiclonico subtropicale da sud. L’Italia si trova a est di tale struttura di blocco per cui ha subito l’influenza di un flusso di deboli correnti settentrionali che sull’arco alpino occidentale ha assunto carattere favonico, come attesta l’isoipsa di 1545 m con “naso di foehn” a nord dello spartiacque e curvatura ciclonica a sud dello stesso. La carta delle isoanomale (figura 5b) mostra un potente nucleo di anomalia positiva centrato sul golfo di Biscaglia a sbarrare il passo alle perturbazioni atlantiche. L’anomalia positiva si estende all’Italia centro – settentrionale mentre il settore ionico del meridione appare nella norma il che è coerente con le precipitazioni a carattere temporalesco ivi registrate nel corso del mese.

Figura 5a – 850 hPa – Topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota). Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Figura 5b – 850 hPa – carta delle isoanomale del livello di pressione di 850 hPa.

Nel corso del mese di ottobre abbiamo assistito al passaggio sulla nostra area di un totale di 7 perturbazioni (Tabella 1), per lo più attive a mesoscala. Si noti che sono del tutto mancate le grandi saccature atlantiche tipiche del periodo autunnale e talora foriere di eventi alluvionali.

Tabella 1 – Sintesi delle strutture circolatorie del mese a 850 hPa (il termine perturbazione sta ad indicare saccature atlantiche o depressioni mediterranee (minimi di cut-off) o ancora fasi in cui la nostra area è interessata da regimi che determinano  variabilità perturbata (es. flusso ondulato occidentale). 
Giorni del mese Fenomeno
1ottobre Campo livellato sull’intera area
2-3 ottobre Settentrione marginalmente interessato dal flusso perturbato atlantico (perturbazione n. 1) e meridione interessato da una depressione africana con attività temporalesca sparsa che interessa anche la Sardegna il giorno 2 (perturbazione n. 2).
4-5 ottobre Campo di pressioni alte e livellate con tempo stabile e soleggiato su tutta la penisola. Unica eccezione è data dalla Sicilia, interessata da una depressione africana con attività temporalesca sparsa (perturbazione n. 3).
6-7 ottobre Si rafforza l’anticiclone sull’area iberica e le correnti si dispongono più decisamente da nordovest assumendo carattere di foehn sulle regioni nordoccidentali mentre instabilità con attività temporalesca sparsa si registra sulle regioni del Nordest e del Centro Italia (perturbazione n. 4).
8-10 Ottobre Regime da nordovest in attenuazione progressiva.
11 ottobre transito di una debole saccatura responsabile di deboli piogge locali perturbazione n. 5).
12-17 ottobre Promontorio anticiclonico da sudovest con tempo stabile e soleggiato sull’intera area.
18-20 ottobre Un promontorio anticiclonico da sudest impedisce l’accesso alla nostra area a una saccatura atlantica in arrivo da ovest. Da quest’ultima venerdì 20 si isola un minimo di cut-off sulle Baleari che nel suo successivo moto verso sudest interessa la Sicilia (perturbazione n. 6).
21-24 ottobre Deboli piogge locali sul settentrione, interessato da una debole perturbazione atlantica (perturbazione n. 7) che domenica 22 genera un minimo di cut-off sui Balcani il quale influenza il centro-sud fra domenica 22 e martedì 24 con temporali e vento forte mentre nel settentrione si registra un episodio di foehn alpino lunedì 23.
25-26 ottobre Promontorio anticiclonico da sudovest sul settentrione e correnti da settentrione sul centro-sud.
27-30 ottobre Regime di correnti da Nordovest che assumono carattere favonico sul settentrione.
31 ottobre Campo di pressioni alte e livellate sull’intera area italiana.

Andamento termo-pluviometrico

Come dicevamo nel sottotitolo l’elemento più anomalo è stato costituito dalla scarsità di precipitazioni (figura 3), con eccezioni a carattere locale su Puglia, Calabria, Sicilia ionica e Sardegna orientale. Le temperature massime (figura 1) hanno manifestato anomalie positive moderate sul Nordovest per effetto foehn e deboli anomalie positive sulla maggior parte del centro-nord. Le temperature minime (figura 2) sono dal canto loro risultate in prevalenza in anomalia negativa, da debole a moderata.

Figura 1 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Figura 2 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

Figura 3 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 4 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

L’anomalia pluviometrica negativa si è distribuita in modo relativamente omogeneo sulle tre decadi (tabella 2) tanto che solo nella prima decade del mese si notano precipitazioni complessivamente nella norma sul meridione.

Tabella 2 – Analisi decadale e mensile di sintesi per macroaree – Temperature e precipitazioni al Nord, Centro e Sud Italia con valori medi e anomalie (*).

Si segnala infine che la carta di anomalia termica globale prodotta dall’Università dell’Alabama – Huntsville non è al momento disponibile. Preghiamo pertanto i lettori di consultare il sito http://nsstc.uah.edu/climate/ per poterla consultare non appena sarà prodotta.

[1]             Questo commento è stato condotto con riferimento alla  normale climatica 1988-2015 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

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I Segreti del Ghiaccio

Posted by on 09:44 in Attualità, Climatologia | 0 comments

I Segreti del Ghiaccio

Avremo parlato mille volte sulle nostre pagine dei temi legati alle dinamiche della porzione di acqua che sul pianeta si trova allo stato solido, il ghiaccio, marino o terrestre che sia. Con riferimento al secondo, i due “grandi magazzini” della terra sono la Groenlandia e l’Antartide, il cui ghiaccio sulla terraferma è tanto da regolare – ed aver regolato in passato – anche ovviamente il livello dei mari.

E’ quindi naturale che gli studi sul bilancio di massa siano particolarmente importanti. Girando come al solito sul web ho trovato un paper rilanciato recentemente da Judith Curry:

Antarctica-Regional Climate and Surface Mass Budget

Il paper appare interessante perché affronta il tema del bilancio di massa glaciale antartica in relazione alle dinamiche della circolazione atmosferica dell’area, quindi senza legarle direttamente al trend della temperatura media superficiale globale. Del resto un tale discorso, oltre che assolutamente riduzionistico, sarebbe davvero senza senso in considerazione del fatto che le temperature dell’area antartica nel suo complesso non sono aumentate, anzi, per una consistente parte di essa sono anche leggermente diminuite.

Non è così dappertutto però, dal momento che la porzione del continente più esterna alla zona polare, la Penisola Antartica, ha visto in effetti tanto un trend positivo della temperatura, quanto una consistente diminuzione della massa glaciale. Ancora una volta in modo piuttosto incomprensibile però, se si continuasse a ragionare esclusivamente in termini di oscillazioni della temperatura, sarebbe ben difficile inquadrare in questo contesto il trend della temperatura della Penisola Antartica negli ultimi dieci anni o poco più, un trend che ha fatto registrare un segno negativo. Vale a dire che anche quella porzione del continente, riscaldatasi in modo significativo alla fine del secolo scorso, negli ultimi anni è tornata a raffreddarsi.

Il bilancio di massa è quindi in questo paper collegato alle dinamiche atmosferiche, che pure negli ultimi decenni hanno presentato nell’area dei comportamenti interessanti. Un segno largamente positivo del Southern Annular Mode (SAM), indice di zonalità più o meno paragonabile all’Oscillazione Artica (AO) dell’emisfero settentrionale, e la variabilità climatica osservata nel Pacifico tropicale alla fine del secolo scorso, questi i due fattori ritenuti importanti nel regolare il bilancio di massa glaciale nel periodo corrispondente.

In particolare, direi sia interessante questo passaggio del loro abstract:

[…]the high regional climate variability overwhelms climate changes associated to human drivers of global temperature changes, as reflected by a slight recent decadal cooling trend over the AP. Climate models still fail to accurately reproduce the multi-decadal SMB trends at a regional scale, and progress has to be achieved in reproducing atmospheric circulation changes related to complex ocean/ice/atmosphere interactions. Complex processes are also still insufficiently considered, such as (1) specific polar atmospheric processes (clouds, drifting snow, and stable boundary layer physics), (2) surface firn physics involved in the surface drag variations, or in firn air depletion and albedo feedbacks. Finally, progress in reducing the uncertainties relative to projections of the future SMB of Antarctica will largely depend on climate model capability to correctly consider teleconnections with low and mid-latitudes, and on the ability to correct them for biases, taking into account the coupling between ocean, ice, and atmosphere in high southern latitudes.

[…] l’elevata variabilità climatica regionale sovrasta i cambiamenti climatici associati ai fattori antropici dei cambiamenti delle temperature globali, come evidenziato dal recente decadale lieve raffreddamento della Penisola Antartica. I modelli climatici ancora falliscono la riproduzione del bilancio di massa multidecadale a scala regionale e devono essere compiuti dei progressi nel riprodurre le variazioni della circolazione connesse alle complesse interazioni tra oceano, ghiaccio e atmosfera. Anche [altri] processi complessi sono insufficientemente considerati, come (1) processi specifici dell’atmosfera polare (nubi, scaccianeve e fisica dello strato limite stabile), (2) la fisica dello strato nevoso superficiale coinvolto nel trascinamento o nell’eliminazione dello strato superficiale e del feedback dell’albedo. Infine, i progressi nel ridurre le incertezze relative alle proiezioni sul futuro del bilancio di massa dell’Antartide dipenderanno in larga misura dalla capacità dei modelli climatici di considerare correttamente le teleconnessioni con le medie e le basse latitudini e dall’abilità di eliminarne i bias, prendendo in considerazione l’accoppiamento tra oceano, ghiaccio e atmosfera nelle alte latitudini meridionali.

Altro lampante esempio di scienza “settled”.

Buona giornata.

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Tutto torna nel reality check

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia, Meteorologia | 3 comments

Tutto torna nel reality check

E dopo l’Atlantico tocca al Pacifico. Con la stagione degli uragani che volge al termine – manca poco più di un mese al 30 novembre – archiviati Harvey, Irma, Ophelia e i loro fratelli che hanno spazzato l’Oceano Atlantico in lungo e in largo complice una combinaizone di fattori favorevoli come ne se ne vedevano da anni, ecco che l’energia si sposta sull’Oceano Pacifico, come spesso accade per la parte terminale della stagione calda della fascia tropicale del nostro emisfero.

Si chiama Lan il mostro rotante di questi giorni, un Tifone molto potente che ha appena seminato distruzione sul Giappone uccidendo almeno quattro persone.

Fonte: https://www.theweathernetwork.com/news/articles/most-powerful-storm-on-earth-headed-for-tokyo/88057/

Incredibilmente, è stata già scritta la sua pagina, sebbene pare che il titolo sia ancora in fase di elaborazione per effetto dei meccanismi alquanto cervellotici della generazione di contributi di Wikipedia.

Imperdibili poi le immagini che Paolo Nespoli ha scattato dalla cupola della ISS e pubblicato sul suo account Twitter:

Dunque dopo i disastri del Mar dei Caraibi e lo spaghetto che si è presa l’Europa – complici anche dei media alquanto superficiali nell’affrontare il tema Ophelia – finiremo col commentare una stagione terribile?

Ehm… pare proprio di no. Ecco i numeri dell’Accumulated Cyclone Energy, l’indice con cui si misura la somma dell’energia sprigionata da questo genere di eventi.

Prestate attenzione al numero in alto a destra (100), significa che la stagione degli uragani per l’emisfero nord è stata sin qui al 100% della norma, ovvero, assolutamente normale, proprio come ha twittato Ryan Maue, indiscusso esperto della materia.

Certo, la media nella media scaturisce da un consistente aumento dell’ACE per l’area atlantica che è stato bilanciato da una signficativa diminuzione per l’area del Pacifico. Un’evoluzione in controtendenza rispetto agli ultimi anni, in cui è stato registrato l’opposto. Questo succede perché il pianeta è uno, è grande, e molto difficilmente presenta numeri diversi da quelli che ha sempre avuto, tranne naturalmente per quel che riguarda i fiumi di inchiostro spesi per commentare stranezze che a ben guardare sono del tutto … … normali.

Per sincerarvene, un altro piccolo scroll verso il basso e troverete il grafico dell’ACE così come è stato calcolato dagli anni ’70 ad oggi. Chi trova segnali di cambiamento diverso dalle oscillazioni decadali e interannuali vince un premio.

Fonte: http://wx.graphics/tropical/

Qui, infine, qualche altro numero per chi proprio non ne potesse fare a meno.

Buona giornata

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Clima, fame, cibo

Posted by on 06:00 in Ambiente, Attualità | 3 comments

Clima, fame, cibo

Chi avrà seguito un po’ i flussi delle notizie avrà notato i numerosi interventi in materia di clima, fame e cibo. La ragione è presto detta, si sono susseguiti a distanza di pochi giorni il G7 Agricoltura a Bergamo e la Giornata Mondiale dell’Alimentazione alla sede della FAO a Roma.

Non possedendo gli elementi e le conoscenze per entrare nel merito di questi argomenti, ma riconoscendo la loro profonda connessione con quello che discutiamo di solito sulle nostre pagine, lascio volentieri il campo all’amico Luigi Mariani, che ha pubblicato un post su Agrarian Sciences partendo dagli eventi di questi giorni e leggendoli in chiave molto critica.

Ecco qua.

Segnali sconfortanti dal G7 dell’ Agricoltura e dalla Giornata Mondiale dell’ Alimentazione FAO

Il G7 agricoltura, svoltosi a Bergamo fra il 14 e il 15 ottobre e la giornata mondiale dell’alimentazione, celebrata il 16 ottobre presso la FAO, hanno portato per un giorno l’agricoltura al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. Purtroppo quanto è emerso da questi due avvenimenti è stato ad avviso di chi scrive ampiamente insoddisfacente per il settore agricolo in quanto si è persa un’ulteriore occasione per porre in luce i veri nodi dello sviluppo agricolo globale, quelli con cui dovremo confrontarci nei prossimi anni se vogliamo garantire sicurezza alimentare per un pianeta che si avvia a superare i 9 miliardi di abitanti, in maggioranza inurbati e dunque lontani dalle fonti di cibo.

Il resto lo trovate qui, su Agrarian Sciences.

Buona lettura e buona giornata.

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Piovono dissensi

Posted by on 05:59 in Attualità, Climatologia | 3 comments

Piovono dissensi

Sarà che bisogna dar tempo al tempo, ma sarei curioso di sapere cosa ne pensano tutti quelli che sono convinti che in materia di clima e, soprattutto, di futuro del clima, sia tutto molto chiaro e si debba discutere solo di alcuni dettagli.

Le due richerche di cui parliamo oggi e di cui ho saputo tramite Science Daily, non direi proprio che parlino di dettagli.

La prima:

Deciphering the expression of climate change within the Lower Colorado River basin by stochastic simulation of convective rainfall, o, su SD, Rainfall trends in arid regions buck commonly held climate change theories.

In pratica, l’analisi dei dati reali, tanto per cambiare, contraddice la teoria sottostante alle simulazioni. Si parla di trend di lungo periodo delle precipitazioni nelle aree aride dove, secondo la teoria, il riscaldamento e la conseguente maggiore disponibilità di vapore dovrebbero innescare delle precipitazioni più intense e più frequenti. Dal momento che nelle aree aride la piovosità viene tutta o quasi dagli episodi convettivi, l’incapacità strutturale di descrivere con efficacia queste dinamiche nelle simulazioni produce risultati opposti alla realtà. Le serie dimostrano infatti che le precipitazioni divengono meno intense.

La seconda.

Causes of model dry and warm bias over central U.S. and impact on climate projections, o su SD, Study reveals need for better modeling of weather systems for climate prediction.

Il tema è sempre quello delle dinamiche convettive, che sono fondamentali perché è attraverso quelle che avvengono gli scambi verticali di calore in atmosfera. In questo lavoro gli autori hanno individuato un bias persistente di eccesso di riduzione dell’umidità e di aumento del calore in un set di 19 modelli climatici. Correggendo questo bias, il trend prospettato per le precipitazioni è neutrale e il riscaldamento si riduce del venti per cento.

In tutti e due questi lavori, è difficile non pensare che qualunque decisone fosse stata presa in base alle informazioni precedenti sarebbe stata condizionata da gravi errori e quindi passibile di altrettanti errori di valutazione. Alzi la mano chi pensa che questi siano dettagli.

Nel frattempo la scienza “settled” del clima che cambia va avanti, per fortuna. Un paradosso no?

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Pillole di complessità orbitale nella periodicità del clima

Posted by on 10:18 in Attualità, Climatologia | 4 comments

Pillole di complessità orbitale nella periodicità del clima

Riassunto: si conferma che il massimo spettrale a 100 ka npon dipende dall’eccentricità orbitale ma dalla combinazione di altri due massimi (80 e 130 ka)
Abstract: The 100 ka spectral maximum does not depend on orbital eccentricity variations. A cambination of 80 and 130 ka maxima is suggested as “parents” of the 100 ka maximum.

Nel post “Gli Interglaciali tra 0 e 2.7 milioni di anni fa” avevo ipotizzato che la periodicità a 100.000 anni (100 ka) che si osserva nei dati di prossimità (proxy) di ampia estensione temporale (carote di ghiaccio, stalagmiti) potesse essere non la conseguenza diretta della variabilità dell’eccentricità dell’orbita terrestre, ma la combinazione altre due periodicità, a ~80 e ~120-130 ka, che si osservano nello spettro di alcuni intervalli temporali.

Basavo questa ipotesi su tre figure del post citato, che riproduco di seguito, derivate da misure di δ18O bentico (in seguito indicato come d180) tra 0 e 2.7 Ma (milioni di anni). Le figure sono gli spettri Lomb della stessa serie (denominata LR04 in Tzedakis et al., 2017), calcolati su intervalli temporali diversi.
La fig.1 (pdf) copre l’intero intervallo disponibili di 2.7 Ma e mostra anche il confronto con lo spettro della serie sia detrended che filtrata e con lo spettro Mem di un dataset tra 0 e 800 ka.

Fig.1: Spettro di d180 (Tzedakis et al., 2017) in varie forme, tra 0 e 2.7 Ma.

Appare chiaramente che gli spettri sono caratterizzati dai massimi a 41 e 100 ka (il massimo a sinistra, di circa 2.5 ka, qui non viene cosiderato) e si notano massimi minori a 70-80, 80-90,, 120-130, 140-160 ka.
Si può ipotizzare con relativa facilità che i dati di prossimità mostrano una netta influenza delle variazioni dell’obliquità dell’orbita (41 ka) e dell’eccentricità (100 ka). Anche la precessione degli equinozi (26 ka) influenza sia i dati paleografici che l’insolazione (v. ad esempio gli spettri wavelet qui, su CM.
Qualche dubbio sorge dopo gli spettri di fig.2 (pdf) per l’intervallo 1.5-2.7 Ma e di fig.3 (pdf) nei quali il massimo a 100 ka scompare, sostituito da massimi di bassa potenza in figura 2 e da massimi a ~80 e ~125 ka in figura 3.
L’influenza dell’eccentricità si sarebbe manifestata, sempre a 100 ka, anche se con possibili variazioni di potenza, in ognuno dei tre intervalli: il fatto che questo massimo non sempre sia presente, porta a pensare che possa derivare dalla combinazione dei picchi a 80 e 130 ka.

Fig.2: come figura 1, tra 1.5 e 2.7 Ma.

Fig.3: come le figure precedenti, tra 0.6 e 1.5 Ma. Notare la comparsa dei massimi a 80 e 120-130 Ma.

I nuovi dati
Per motivi diversi da questo post, ho acquisito i dati d180 compositi, provenienti da 5 stalagmiti (D8, SB-12, SB-14, SB-32, SB-58) delle due cave cinesi di Dongge e Sanbao (qui indicati complessivamente come “dongge”). I dati D8 rimpiazzano quelli già disponibili, ma di qualità inferiore, tra 217.2 e 225.3 ka BP (Before Present; Present è il 1950).
I dati coprono un periodo tra 300 e 640 ka (+D8), come si vede nel quadro superiore di fig.4 (pdf).

Fig.4: I nuovi dati, da Cheng et al., 2016. Le singole stalagmiti sono separate per colore, secondo la legenda a destra. Nel quadro inferiore gli spettri Lomb delle singole serie. La serie più estesa (SB-14, in rosso) mostra gli stessi massimi di figura 3.

Questi dati, descritti in dettaglio da Cheng et al., 2016, sono standardizzati e poi detrended tramite la sottrazione dell’insolazione al 21 luglio a 65°N.

Ho calcolato gli spettri Lomb di ognuna delle 5 stalagmiti e li mostro nel quadro inferiore di figura 4, con l’indicazione dei periodi spettrali.
Si vede una conferma di figura 3, con la mancanza, nelle 5 serie, del massimo a 100 ka e con la presenza dei massimi a 80 e 130 ka, oltre ai massimi minori (23.7 ka in particolare).

In conclusione, questo dataset conferma, in modo indipendente, che 100 ka è un periodo derivato (probabilmente da 80 e 130 ka) e non una “firma” diretta dell’eccentricità orbitale. La figura 4 estende, inoltre, la validità delle figure precedenti relativamente all’intervallo 0.3-0.64 Ma.

Tutti i grafici e i dati, iniziali e derivati, relativi a questo post si trovano nel sito di supporto qui.

Bibliografia

  • Hai Cheng, R. Lawrence Edwards, Ashish Sinha, Christoph Spötl, Liang Yi, Shitao Chen, Megan Kelly, Gayatri Kathayat, Xianfeng Wang, Xianglei Li, Xinggong Kong, Yongjin Wang, Youfeng Ning & Haiwei Zhang: The Asian monsoon over the past 640,000 years and ice age terminations , Nature, 534, 640-646, 2016. doi:10.1038/nature18591
  • P. C. Tzedakis, M. Crucifix, T. Mitsui & E. W. Wolff: A simple rule to determine which insolation cycles lead to interglacials, Nature, 542, 527-544, 2017. doi:10.1038/nature21364
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Clima: I Modelli a CO2 continuano a mostrare la loro inadeguatezza

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia | 45 comments

Clima: I Modelli a CO2 continuano a mostrare la loro inadeguatezza

Oggi si legge. Due nuovi lavori di Nicola Scafetta, tornato ormai da un paio d’anni a lavorare in Italia, presso l’Università Federico II di Napoli. Entrambi i paper sono open source.

In pratica si tratta nel primo lavoro di un’analisi comparativa dei dati osservati con quanto previsto dai modelli climatici, analisi che giunge ad un verdetto che già conosciamo ma che molti sembrano voler ignorare: l’attuale capacità di riprodurre le dinamiche del clima è molto limitata; ne deriva una sostanziale sovrastima del contributo antropico al trend di riscaldamento osservato e una ancora più sostanziale inadeguatezza degli strumenti di proiezione ad essere utilizzati come riferimento per le policy in materia di clima e ambiente.

Natural climate variability, part 1: Observations versus the modeled predictions

Abstract:

During the whole history of the planet, astronomical factors (orbital and solar variability) have determined the energy balance of the Earth and generated natural climate oscillations affecting the life of plants, animals and human beings at all time scales. During the last decades, severe concerns have been raised about whether human activities could have been so influential as to deeply modify the natural variability of the global climate and, in particular, could have caused a significant warming since the beginning of the 20th century. To properly address the latter issue, it is required to understand the phenomenology of the natural climate fluctuations. These are well emphasized by several climate indexes such as the Atlantic Multidecadal Oscillation, the Pacific Decadal Oscillation, the El Niño–Southern Oscillation and others. This complex natural dynamic is still not reproduced by the general circulation models (GCMs) supporting the Anthropogenic Global Warming Theory (AGWT), which is mainly advocated by the Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). In this “part 1” of our work we briefly introduce the general topic and statistically compare observed and GCM modeled global surface warming trends from 1860 to 2016. We find that the models have significantly overestimated the observed warming during the historical record. In addition, we compare observed and modeled temperature trends of three significant periods: from Jan/1922 to Dec/1941, from Jan/1980 to Dec/1999 and from Jan/2000 to Dec/2016. We find that only during the 1980-1999 period the observed and synthetic records show compatible warming trends within the 95% confidence level. The severe discrepancy between observations and modeled predictions found during the 1922-1941 and 2000- 2016 periods further confirms, according to the criteria proposed by the AGWT advocates themselves, that the current climate models have significantly exaggerated the anthropogenic greenhouse warming effect.

Il secondo lavoro riprende un filone di ricerca già lungamente esplorato da Nicola Scafetta. Partendo dall’evidenza che, al netto del potente contributo di El Niño, il trend delle temperature medie globali continua ad essere molto distante da quanto prospettato dalle simulazioni, l’applicazione di un modello climatico semi-empirico basato su di uno specifico set di oscillazioni climatiche naturali e con un contributo antropico significativamente ridotto, restituisce risultati molto più soddisfacenti di quanto non facciano i modelli climatici tradizionali.

Natural climate variability, part 2: Interpretation of the post 2000 temperature standstill

Abstract

The period from 2000 to 2016 shows a modest warming trend that the advocates of the anthropogenic global warming theory have labeled as the “pause” or “hiatus.” These labels were chosen to indicate that the observed temperature standstill period results from an unforced internal fluctuation of the climate (e.g. by heat uptake of the deep ocean) that the computer climate models are claimed to occasionally reproduce without contradicting the anthropogenic global warming theory (AGWT) paradigm. In part 1 of this work, it was shown that the statistical analysis rejects such labels with a 95% confidence because the standstill period has lasted more than the 15 year period limit provided by the AGWT advocates themselves. Anyhow, the strong warming peak observed in 2015-2016, the “hottest year on record,” gave the impression that the temperature standstill stopped in 2014. Herein, the authors show that such a temperature peak is unrelated to anthropogenic forcing: it simply emerged from the natural fast fluctuations of the climate associated to the El Niño–Southern Oscillation (ENSO) phenomenon. By removing the ENSO signature, the authors show that the temperature trend from 2000 to 2016 clearly diverges from the general circulation model (GCM) simulations. Thus, the GCMs models used to support the AGWT are very likely flawed. By contrast, the semi-empirical climate models proposed in 2011 and 2013 by Scafetta, which are based on a specific set of natural climatic oscillations believed to be astronomically induced plus a significantly reduced anthropogenic contribution, agree far better with the latest observations.

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Clima, Reti Neurali, Dati di Prossimità e Analisi Spettrali

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Clima, Reti Neurali, Dati di Prossimità e Analisi Spettrali

Riassunto: Viene mostrata l’analisi spettrale di tre serie proxy tra quelle citate da Abbot e Marohasy(2017) in un lavoro di applicazione a reti neurali artificiali (ANN) per confrontare il contributo antropico rispetto a quello naturale nel cambiamento climatico.
Abstract: Spectral analysis of three proxy series quoted by Abbot and Marohasy (2017) is presented. These authors use artificial neural network (ANN) in order to compare antropogenic and natural contribution in climate change.

Introduzione
Abbot e Marohasy (2017, d’ora in poi AM17) usano una rete neurale artificiale per simulare le temperature del 20.mo secolo partendo dall’analisi (anche spettrale) delle temperature disponibili fino al 1830. Queste temperature sono in genere derivate anche da dati di prossimità (proxy), in particolare da anelli di accrescimento di alberi in varie regioni del globo. Vengono citati anche i dati derivati da una stalagmite in Cina e utilizzate le informazioni provenienti da ricerche archeologiche e racconti orali relativi al nord-ovest della Groenlandia.
Una volta che il modello (ANN) ha incamerato le informazioni, le usa per estrapolare le temperature del 20mo secolo. La differenza tra le temperature osservate e quelle calcolate è poi usata come indicazione del contributo umano al riscaldamento globale. Diciamo subito che gli autori trovano che il contributo naturale è preponderante rispetto a quello antropico.

Riassumendo: la rete neurale riceve in ingresso i parametri spettrali – periodo (o frequenza), ampiezza e fase ricavati dagli spettri delle serie proxy – e produce in uscita una serie di temperature dell’aria “previste” per il 20mo secolo, essenzialmente un modello delle temperature da confrontare con quanto si osserva.

Come è noto, il rapporto IPCC AR5 stabilisce che le temperature superficiali medie globali sono aumentate di 0.85 °C dal 1880 al 2012 e che il riscaldamento dal 1900 in poi è attribuibile all’aumento di concentrazione dei gas serra, dovuto alle attività umane. L’attribuzione è basata sui GCM (Global Climate Models) dai quali deriva una sensibilità climatica all’equilibrio (ECS) di 3.2°C.
In pratica, un raddoppio della concentrazione di gas serra (in particolare CO2) porterebbe ad un aumento della temperatura media globale di 3.2°C (la stima ha un orizzonte temporale, che è quello dei modelli, e si riferisce al 2100. Qui possiamo considerare sottinteso questo orizzonte).

Il concetto di ECS nasce storicamente da un lavoro di Arrhenius del 1896 che prevedeva un aumento di 5-6°C. La sua stima è andata progressivamente diminuendo ma quella derivata dai modelli globali è nettamente più alta di quella che proviene da metodi di spettroscopia sperimentale, i cui valori sono attorno a 0.5-0.6°C (e, in alcuni casi, anche inferiori). È chiaro dalla definizione di ECS che, se le stime fossero quelle spettroscopiche, l’AGW, ancor più l’AGW catastrofico o CAGW, non esisterebbe al tavolo della discussione politica, con profonde conseguenze sociali, nel bene e nel male.

In AM17 i modelli di temperatura dell’aria (regionali e globali), generati da reti neurali, portano a valori stimati di ECS pari a 0.6-0.8°C. Il risultato è simile a quello da spettroscopia e da modelli di bilancio energetico (0.4-2°C) ma è lontano dalla stima da GCM e da studi paleoclimatici (2-3°C).

Confronti
L’uso dell’analisi spettrale per generare onde sinusoidali che siano l’input per una rete neurale implica sia l’uso di serie proxy che la selezione di periodicità disponibili in letteratura: AM17 elenca una notevole bibliografia di risultati spettrali e di periodi caratteristici che si riferiscono a fenomeni naturali (sole, oscillazioni oceaniche, El Nino, ecc, e relazioni tra loro).
Mi sono posto il problema di verificare almeno in parte i periodi spettrali citati in letteratura, ma mi sono scontrato con l’impossibilità o la difficoltà di disporre delle serie usate dai vari autori.

Wilson et al., 2007
In particolare ho apprezzato il lavoro di Wilson et al., 2007, un’attenta e dettagliata analisi spettrale di temperatura derivata da anelli di accrescimento di 22 siti (+9 analizzati ma poi non usati) del Golfo dell’Alaska (GOA). Nell’articolo, però non sono forniti i dati da cui si parte (temperatura superficiale dell’aria, del periodo gennaio-settembre), anche se sono una complessa combinazione, seguita da calibrazione e detrending, di quanto si osserva nei 22 siti selezionati. Wilson si limita a mostrare grafici difficilmente gestibili e a fornire periodi spettrali ottenuti con MTM (Multi Taper Method): 10-11, 13-14, e 18-19 anni e con SSA (Singular Spectrum Analysis): 14.1, 15.3, 24.4, 38, 50.4, 91.8 anni. Non è quindi possibile verificare se la serie, estesa dal 700 al 1999, mostri periodicità più lunghe (o più brevi) di quelle elencate.

Rob Wilson appare come uno scienziato molto serio e consapevole delle “bufale” che possono derivare dai proxy. In particolare è molto critico nei confronti dell’Hockey Stick di Mann. Nel sito Bishop Hill ho trovato questa testimonianza di Andrew Montford -il proprietario del sito- che ha assistito ad una lezione di 2 ore di Wilson nel 2013.

Mentre scrivevo queste righe ho pensato che, invece di lamentare la mancanza di dati, avrei potuto scrivere a Wilson per chiederli a lui direttamente. L’ho fatto e nel giro di tre ore ho ricevuto il link ai dati del 2007 e quello ad una elaborazione successiva che qui non uso. Nella sua risposta Rob Wilson mi fa notare che, a causa del detrending, sarebbe stato difficile trovare periodi più lunghi di 100 anni (NB. The detrending of the data will make it difficult to find a strong centennial signal I think.).
Invece in fig. 1 (pdf) si osservano tre massimi spettrali oltre i 100 anni (e non identificati in Wilson et al., 2007) di cui uno, a 222 anni, è il massimo assoluto dello spettro.

Fig.1: grafico delle temperature detrended (e con sovrapposto un filtro passa basso di finestra 20 anni) e spettro dei dati GOA07resi disponibili da Rob Wilson. Nello spettro, oltre ai picchi di periodo superiore ai 100 anni, da notare i massimi a 6 anni (El Nino) e a 2.87 anni.

Date le ampie incertezze nelle misure degli anelli e nelle cause che possono averli fatti crescere o meno, credo che il massimo principale possa essere associato al ciclo solare di de Vries (o Suess) di 208 anni. Nello spettro si vedono i massimi a 14.1,15.4, 18.1, 23.8, 38 e 92.8 anni, coincidenti o largamente compatibili con quelli già elencati sopra; si vedono anche i tre intervalli calcolati da Wilson con MTM.
L’analisi conferma i risultati di Wilson et al., 2007 e aggiunge un forte segnale, probabilmente solare, e una “firma” di El Niño, non particolarmente potente ma ben visibile.

Infine, e solo a titolo di curiosità, noto la presenza del massimo a 2.87 anni, una mia vecchia “fissazione”, istigata da un commento di Donato Barone, v. ad esempio qui, su CM.

Tan e Liu, 2003
Un’altra serie disponibile, tra quelle elencate da AM17, è Tan e Liu, 2003. La temperatura è derivata da una stalagmite nella cava di Shihua, Pechino e la serie copre un periodo di 2650 anni, dal -650 al 2000. Il suo grafico è mostrato in fig.2 (pdf).

Fig.2: Serie di Tan e Liu (2003) derivata da una stalagmite in Cina. La linea azzurra è un filtro passa-basso di finestra 20 anni.

Per AM17, da questa serie si deducono periodi significativi a 206 e 325 anni, mentre gli autori aggiungono anche 750 e 900 anni
Lo spettro Lomb, mostrato in fig. 3 (pdf), con alcune differenze poco significative, conferma le quattro periodicità ma racconta una storia molto più articolata e complessa: ad esempio sono visibili tutti i periodi identificati nello spettro GOA di Wilson ma anche i periodi (3-6 anni) legati a El Niño, quello a 9.8 anni legato all’interazione sole-pianeti e quello a 342 anni, tutti presenti nello spettro di Wilson.

Fig.3: Spettro Lomb dei dati di fig.2 che evidenzia la complessità delle interazioni che hanno concorso alla formazione della stalagmite.

Moffa-Sanchez et al., 2014
usa carote di sedimenti marini per analizzare la variabilità idrografica della Corrente Nord-Atlantica (NAC) negli ultimi 1000 anni. La NAC è importante per il trasporto di sale verso le alte latitudini e il sale è un prerequisito per la formazione di acque profonde, a loro volta essenziali per AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation) e quindi per il sistema climato generale. In più il calore prodotto da NAC -e trasportato dai venti occidentali- contribuisce ad un clima migliore in Europa.
Gli autori di questo lavoro sono interessati al confronto tra temperatura, salinità, rapporto Mg/Ca e alla loro relazione con l’irraggiamento solare (TSI, Steinhilber et al, 2009).

Avevo ricevuto i dati relativi a questo lavoro nel marzo 2014 da Paola Moffa-Sanchez e li avevo elaborati allora, ma mai pubblicati.
Mostro qui in fig. 4 (pdf) il confronto tra le variabili e la relazione con TSI.

Fig.4: Confronto fra temperatura, salinità, rapporto Mg/Ca e la loro relazione con TSI. Nel quadro d) il confronto diretto tra temperatura e TSI a cui è stato applicato un ritardio (lag) di 12.42 anni, in accordo con la cross-correlazione calcolata da Moffa-Sanchez. I dati hanno un passo di 6.21 anni per cui non permettono una definizione troppo accurata dei periodi spettrali. Questa figura è simile alla fig.3 dell’articolo.

Dall’analisi spettrale wavelet gli autori derivano periodi significativi compresi tra 135 e 225 anni, ma trovano anche 30, 16,14 anni.

Lo spettro che ho calcolato io, fig. 5 (pdf) non conferma, o conferma molto vagamente, l’analisi spettrale del lavoro. In particolare, dei tre periodi più brevi trovo solo quello di 14 anni e l’intervallo 135-225 anni, oltre ad essere poco preciso, non include il secondo massimo più potente che trovo a 261.5 anni (però ricorda molto due dei tre massimi di periodo più lungo nello spettro di Wilson, in fig.1). Il mio massimo più potente, a 50.3 anni, presente anche negli spettri di Wilson e di Tan e Liu, non viene citato. Da notare che, malgrado la fig.4d faccia pensare diversamente, l’analisi spettrale mostra una relazione quasi inesistente con l’irraggiamento solare.

Fig.5: Spettro della serie di temperatura (nero) e confronto con lo spettro di TSI (rosso).

Conclusioni
Le conclusioni che si possono derivare sono simili a quelle del post scritto insieme a Luigi Mariani: le tecniche di intelligenza artificiale fanno sperare in un futuro davvero interessante, ma per ora usano solo una minima parte delle complesse interazioni tra le variabili climatiche evidenziate dall’analisi spettrale.

Tutti i grafici e i dati, iniziali e derivati, relativi a questo post si trovano nel sito di supporto qui.

Bibliografia

  • John Abbot and Jennifer Marohasy: The application of machine learning for evaluating anthropogenic versus natural climate changeGeoResJ14, 36-46, December 2017.doi:10.1016/j.grj.2017.08.001.
  • Arrhenius S : On the influence of carbonic acid in the air upon the tempera- ture of the groundPhilos Mag41(5), 237-76, 1896 .
  • Ming Tan and Tungsheng Liu: Cyclic rapid warming on centennial-scale revealed by a 2650-year stalagmite record of warm season temperature GRL30, 191-194, 2003. doi:10.1029/2003GL017352
  • Paola Moffa-Sánchez, Andreas Born, Ian R. Hall, David J. R. Thornalley and Stephen Barker: Solar forcing of North Atlantic surface temperature and salinity over the past millennium,Nature Geoscience 7, 275-278, 2014. doi:10.1038/NGEO2094
  • Steinhilber, F., J. Beer, and C. Fröhlich. Total solar irradiance during the Holocene. Geophys. Res. Lett.36, L19704, 2009. doi:10.1029/2009GL040142
  • Rob Wilson, Greg Wiles, Rosanne D’Arrigo and Chris Zweck: Cycles and shifts: 1,300 years of multi-decadal temperature variability in the Gulf of Alaska Clim Dyn28, 425-440, 2007.doi:10.1007/s00382-006-0194-9.
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Un Mese di meteo – Settembre 2017

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Un Mese di meteo – Settembre 2017

IL MESE DI SETTEMBRE 2017[1]

Mese di settembre decisamente autunnale con piovosità generalmente buona e temperature in prevalenza inferiori alla norma.

Venerdì 1 settembre, in perfetta sincronia con l’inizio dell’autunno meteorologico, l’anticiclone ha ceduto sotto la spinta di una saccatura atlantica. A tale rottura iniziale delle condizioni di stabilità estiva è seguito un mese all’insegna della variabilità a tratti perturbata. Lo conferma la topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (figura 5a) che ci mostra l’anticiclone delle Azzorre in posizione arretrata, in pieno Atlantico, mentre sull’Italia domina un regime di correnti atlantiche a curvatura ciclonica e che isola sulla val Padana un minimo depressionario frutto dell’interazione delle correnti con l’arco alpino. La carta delle isoanomale (figura 5b) mostra invece un nucleo di anomalia negativa centrato nell’Atlantico settentrionale a sud dell’Islanda e che influenza  la nostra penisola con una sua saccatura.

Figura 5a – 850 hPa – Topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota). Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Figura 5b – 850 hPa – carta delle isoanomale del livello di pressione di 850 hPa.

Nel corso del mese abbiamo assistito al passaggio sulla nostra area di un totale di 5 perturbazioni, transitate rispettivamente fra l’1 e il 3, fra il 6 e il 11, fral il 12 e il 18, fra il 19 e il 20 e fra il 23 e il 30 del mese.

Tabella 1 – Sintesi delle strutture circolatorie del mese a 850 hPa (il termine perturbazione sta ad indicare saccature atlantiche o depressioni mediterranee (minimi di cut-off) o ancora fasi in cui la nostra area è interessata da regimi che determinano  variabilità perturbata (es. flusso ondulato occidentale).
Giorni del mese Fenomeno
1-3 settembre Cedimento dell’anticiclone sotto la spinta di una saccatura atlantica (perturbazione n. 1) che isola rapidamente un minimo di cut-off sulla valle padana. Tale minimo si porta poi gradualmente verso est interessando in modo più diretto le regioni centro-settentrionali.
4-5 settembre Campo di pressioni livellate con tempo stabile e soleggiato.
6-11 settembre Sul centro-nord si affermano condizioni depressionarie. Sabato 9 transita una saccatura atlantica che domenica 10 isola un minimo depressionario su Ligure – Alto Tirreno, in successiva traslazione verso il basso Tirreno lunedì 11 (perturbazione n. 2).
12-18 settembre Regime di correnti occidentali con variabilità più spiccata al Centro – Nord (perturbazione n. 3).
19-20 Settembre Sull’arco alpino si afferma un promontorio anticiclonico da Ovest mentre le regioni centro-meridionali sono interessate da attività temporalesca locale, legata ad una saccatura da est connessa a un minimo depressionario balcanico in graduale moto verso sudest (perturbazione n. 4).
21-23 settembre Su tutta l’area campo livellato con tempo stabile e per lo più soleggiato.
23-30 settembre Variabilità a tratti perturbata. Nello specifico sabato 23 debole saccatura da est con isolata attività temporalesca su Alpi e Sardegna; domenica 24 variabilità con attività temporalesca locale su tutta l’area; Lunedì 25 variabilità con attività temporalesca locale su Meridione e Sardegna; martedì 26 variabilità con attività temporalesca locale su Sicilia e Sardegna; dal 27 al 30 settembre campo di pressione livellato sul centro-nord e condizioni depressionarie sul meridione, ove è segnalata attività temporalesca sparsa (perturbazione n. 5).

Andamento termo-pluviometrico

Le temperature medie mensili (figure 1 e 2) hanno manifestato anomalie negative sia nei massimi sia nei minimi che si sono concentrate nella seconda e terza decade del mese (tabella 2).

Figura 1 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Figura 2 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

Tabella 2 – Analisi decadale e mensile di sintesi per macroaree – Temperature e precipitazioni al Nord, Centro e Sud Italia con valori medi e anomalie (*).

Una piovosità mensile superiore alla norma (figura 3) e concentrata soprattutto nelle prime due decadi (tabella 2) ha interessato gran parte dell’area, con un massimo principale di oltre 250 mm sul Friuli Venezia Giulia ed un massimo secondario sulla provincia di Pisa e Livorno associato all’alluvione del 10 settembre. Anomalie pluviometriche negative sono inoltre presenti su Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria di ponente, Toscana meridionale, Abruzzo e su gran parte della Sardegna ove si nota  l’eccezione dell’areale di Alghero (figura 4).

Figura 3 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 4 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

La carta in figura 6 prodotta dall’Università dell’Alabama – Huntsville consente di valutare il quadro termico globale in cui si colloca l’andamento termico dell’area italiana. Si noti che l’anomalia termica negativa italiana ricade nel contesto più ampio di un nucleo di anomalia che interessa l’Europa centro-occidentale e le isole Britanniche e che è ben sovrapponibile con l’area ad anomalia negativa della pressione evidenziata in figura 5b e già in precedenza discussa.

Figura 6 – UAH Global anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile della bassa troposfera. Dati da sensore MSU UAH [fonte Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama in Huntsville – prof. John Christy (http://nsstc.uah.edu/climate/)

[1]              Questo commento è stato condotto con riferimento alla  normale climatica 1988-2015 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

 

 

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