Anidride Carbonica

Secondo i dati rilevati a Mauna Loa (NOAA, 2015) i livelli atmosferici di CO2 sono passati da 315 ppmv del 1958 alle 400 ppmv odierne con un incremento medio di 1.5 ppmv/anno. Tale incremento è soggetto ad una sensibile ciclicità stagionale per effetto della quale la CO2 cala di circa 6 ppmv ogni anno in coincidenza dell’estate boreale per poi risalire all’avvicinarsi del’inverno boreale. Tale fenomeno è sintomo dell’efficacia della vegetazione spontanea e coltivata nell’incamerare CO2 trasformandola in biomassa.

L’anidride carbonica è il principale gas serra emesso dall’uomo e tramite il processo di fotosintesi è il mattone essenziale della vita sul nostro pianeta. In proposito invito tutti alla seguente riflessione: I 70 grammi di pasta di cui a pranzo si nutre un consumatore medio italiano corrispondono 70 * 44/30 = 103 g di CO2. Insomma: niente CO2 niente cibo3.

Sarebbe auspicabile dunque interrompere il “lavaggio del cervello” in nome del quale la CO2 viene indicata come un veleno in quanto ciò è anzitutto contrario alla verità. In proposito è intuibile  che se non si coglie l’essenza dell’anidride carbonica non si potrà mai pensare di controllarne i livelli atmosferici.

Le piogge autunnali ed il cambiamento climatico secondo i media

Posted by on 08:02 in Attualità, Media Monitor | 4 comments

Le piogge autunnali ed il cambiamento climatico secondo i media

Seguire i media in questo periodo è molto difficile. Si erano appena affievoliti gli echi relativi all’eccezionalità del mese di ottobre (il più caldo di sempre, ovviamente) che sono iniziate le lamentazioni relative al mese di novembre.
Viaggio abbastanza spesso ed utilizzo il tempo trascorso in auto per tenermi al corrente con gli eventi di interesse generale. Seguo quasi esclusivamente i programmi di informazione delle reti radiofoniche RAI, per cui la mia potrebbe essere un’impressione un po’ parziale, ma seguendo qualche programma televisivo trasmesso da reti diverse dalla RAI, il discorso non cambia più di tanto.

Mi riferisco, ovviamente, alle vicissitudini meteorologiche che hanno monopolizzato l’attenzione dei media in questa prima metà di novembre. Mercoledì mattina mi capitò di ascoltare la trasmissione radiofonica “Cento città” su Radio uno. Si parlava delle condizioni meteorologiche nell’Italia meridionale ed a Venezia. I conduttori del programma hanno mandato in onda svariate interviste di amministratori locali (sindaci, assessori regionali, ecc.) oltre che dirigenti dei servizi di protezione civile locale e semplici cittadini. Iniziai a seguire la trasmissione poco prima che prendesse la parola una ricercatrice del CNR. Confesso che l’analisi della scienziata, mi lasciò un poco interdetto: nonostante gli assist dei conduttori, ella si guardò bene dall’invocare i cambiamenti climatici quale causa delle mareggiate, dei temporali, dei nubifragi e delle ondate di marea in corso. In maniera estremamente corretta imputò tutto ai fenomeni circolatori in atto e tipici del periodo.

Subito dopo fu intervistato un assessore regionale della Basilicata che riferì del nubifragio che aveva provocato gravi danni a Matera. Si parlava di strade trasformate in torrenti, di pavimentazione stradale divelta, di muretti crollati e di infiltrazioni d’acqua che avevano gravemente danneggiato il nuovissimo palazzetto dello sport cittadino. L’assessore assecondò le aspettative dei conduttori, rispondendo affermativamente alle loro sollecitazioni circa le cause del fenomeno: i cambiamenti climatici in corso. La cosa buffa di tutta la vicenda sono state alcune considerazioni dell’intervistato che consentivano di spiegare in modo del tutto diverso la violenza dei fenomeni ed i danni alle strutture. L’assessore ci informava, infatti, che il centro storico di Matera è situato a quota inferiore rispetto alla città moderna. Tutte le acque piovane raccolte dai piazzali e dalle aree pavimentate della città di Matera, pertanto, dovendo necessariamente andare verso il basso, invadevano la città vecchia. Queste le parole dell’assessore. Per chi ascoltava la conclusione non poteva essere che una sola: i disastri descritti, non erano imputabili alle piogge in corso, ma alle sciagurate trasformazioni urbanistiche del territorio che avevano trasformato i Sassi di Matera, nel punto di recapito delle acque piovane della città moderna.

E’ ovvio, pertanto, che i fenomeni descritti erano “senza precedenti”. Nel passato non esisteva la città di Matera cosiddetta moderna, ma solo i Sassi, per cui essi non potevano essere invasi dai fiumi d’acqua dei giorni nostri in quanto le acque piovane erano assorbite dai terreni che si trovavano al posto delle strade, delle piazze e dei piazzali della città moderna.

Per quel che riguarda il nuovissimo palazzetto dello sport, il discorso è fondamentalmente diverso: lo hanno progettato e realizzato male, altrimenti le infiltrazioni d’acqua non ci sarebbero state, così come non ci sarebbero stati i danni. Come si vede il cambiamento climatico con quanto accaduto a Matera c’entra come i classici cavoli a merenda, nonostante i tentativi dei conduttori di renderlo protagonista esclusivo degli eventi.

La vicenda divenne grottesca, però, quando prese la parola il sindaco di Gallipoli. I premurosi conduttori si affrettarono a sollecitare l’amministratore circa l’eccezionalità delle piogge e dei venti che avevano colpito la perla del Salento. Ciò allo scopo di sferrare il colpo decisivo relativamente alla natura climatica dell’evento. Gli andò male, però. Il sindaco con tono pacato rispose dicendo che i danni alla sua città non erano da imputare affatto alla violenza dei fenomeni atmosferici che, tutto sommato, potevano essere considerati del tutto normali: niente trombe d’aria o bombe d’acqua, insomma, ma normalissime piogge e venti autunnali. Il problema era stato il mare. Le onde avevano sferzato le coste della penisola di Gallipoli, permettendo alle acque del mare di invadere case ed attività economiche. Anche in questo caso normalissime piogge e venti autunnali, nulla di eccezionale o di mai visto in precedenza.

Senza perdersi d’animo i due conduttori introdussero l’intervista ad un amministratore calabrese o dirigente della protezione civile, non ricordo bene, ma conta poco, molto più importante è quanto egli disse. Sulla Calabria è caduta una quantità di pioggia eccezionale e senza precedenti, dicono i conduttori. L’intervistato conferma che in Calabria aveva piovuto per circa dodici ore filate, ma le piogge, pur registrando valori cumulati imponenti (tra un quarto ed un quinto del totale cumulato annuale) erano state tali da non procurare alcun danno. Aveva piovuto come normalmente piove nel mese di novembre ed i corsi d’acqua avevano egregiamente consentito alle acque di defluire verso i loro recapiti naturali. Ancora una volta normali piogge autunnali.

Ampio spazio fu riservato a Venezia, ma su questo tema già si è espresso in modo esaustivo e condivisibile l’amico M. Lupicino nel suo post pubblicato qui su CM nei giorni scorsi, per cui evito ulteriori considerazioni.

Io sono ingegnere, di quelli che dovrebbero fare a cani e gatti con i geologi o che dovrebbero appiccicare le forchette al bicchiere con il nastro adesivo, per simulare quanto fanno i fisici con i principi scientifici. Invece io sono sempre andato d’accordo con i geologi e con le leggi della fisica: con i primi perché fondo buona parte del mio lavoro sulle loro relazioni, con le seconde perché cerco di spiegarle ai miei alunni. Non sempre le ciambelle riescono con il buco, ma io comunque ci provo! (Spero mi consentiate un po’ d’ironia: non fa male e contribuisce ad alleggerire il discorso).

In tutte le centinaia di relazioni geologiche che ho letto in oltre trent’anni di professione, ho sempre trovato scritto che le precipitazioni nell’Italia Meridionale si concentrano nel periodo autunnale e primaverile. In inverno ed in estate non piove o piove poco. Ciò in base alle serie pluviometriche ufficiali e pacificamente accettate dalla comunità scientifica. Eppure ci si meraviglia che in autunno piova. Ci si meraviglia che in poche ore cada un quarto della pioggia che cade in un anno, senza procurare, tra l’altro, alcun danno. Bisognerebbe meravigliarsi se ciò accadesse nel mese di agosto o di gennaio, non del fatto che accada nel mese di novembre, ovvero in pieno autunno, ovvero nel periodo in cui deve cadere quasi la metà della pioggia annuale.

Lo scopo di tutto questo è quello di illustrare la dinamica perniciosa che caratterizza il dibattito attuale sulle problematiche ambientali e, soprattutto, climatiche. Sembra ormai diventato obbligatorio attribuire tutto e solo al cambiamento climatico di origine antropica e, quindi, al terribile diossido di carbonio emesso dai perfidi esseri umani. Ogni conduttore di programma televisivo o radiofonico, ogni autore di articolo di giornale, ogni inviato speciale sui luoghi del disastro, ogni esperto intervistato, fa del riferimento al cambiamento climatico quale causa di tutti i mali del mondo, un punto d’onore e di merito. Il colmo oggi (venerdì) nel corso di Tagadà (La 7). La conduttrice intervista un economista chiamato a parlare della crisi dell’ILVA di Taranto. Siccome si era parlato, fino a quel momento, di Venezia e di acqua alta, la conduttrice cerca di collegare i due discorsi, paragonando la fragilità economica a quella geologica del nostro derelitto Paese. Non ci crederete, ma l’esperto economico esordisce dicendo che come gli effetti deleteri sulla stabilità geologica del Bel Paese sono amplificati dal cambiamento climatico che, quindi, esacerba il deficit strutturale che lo caratterizza, allo stesso modo la crisi dell’ILVA è esacerbata dalle mutate condizioni del mercato dell’acciaio ecc., ecc., ecc.. Ho cambiato canale di corsa bersagliando il malcapitato esperto con i peggiori improperi.

Non è arrivato ad imputare al cambiamento climatico la crisi dell’ILVA, ma perché introdurre il suo discorso con un riferimento al cambiamento climatico? Perché fa fico, ovviamente.

E con questo non posso far altro che concordare con chi, dalle pagine di questo blog, ha puntualizzato che il dibattito sulle problematiche climatiche non ha più nulla di scientifico, ma è solo ed esclusivamente un dibattito ideologico, in cui la parte del leone la fanno gli opinionisti più diversi ed improbabili. Come i conduttori di Caterpillar (Radio due) che sempre venerdì pomeriggio hanno “dimostrato” che il cambiamento climatico è reale sulla base del fatto che a Venezia, dal 1872 ad oggi, non si erano mai verificate due maree di oltre 150 cm sul livello medio del mare (o medio mare, secondo un altro “autorevole” reporter) in una settimana.

Dati statistici, probabilità, fasce di incertezza, serie mareografiche, serie termometriche, dati di prossimità, dati misurati, fisica dell’atmosfera, termodinamica, fluidodinamica e chi più ne ha, più ne metta, non servono più a nulla. Il cambiamento climatico di origine antropica è reale perché così hanno deciso conduttori televisivi, radiofonici, giornalisti, politici e via cantando. Parafrasando quello che si diceva una volta, con riferimento alla politica, oggi potremmo dire che in campo climatico è tempo di nani e ballerine.

E in questo contesto come si collocano gli scienziati? Esemplare è il caso di un noto fisico dell’atmosfera con cui ho avuto modo di interloquire anche su queste pagine. Oggi (sempre venerdì) intervistato su non so quale canale circa le cause antropiche del maltempo autunnale, ha detto, tra l’altro, che il fatto che la scienza abbia “accertato” (enfasi mia) che l’uomo sia responsabile del cambiamento climatico, è una buona notizia: ciò consente, infatti, di modificare il corso degli eventi modificando il nostro comportamento. Sarebbe stato peggio se avessero accertato che tutto dipendeva da cause naturali: non avremmo potuto fare niente per impedire il cataclisma incombente.

A me sembra che nessuno fino ad ora sia stato in grado di dimostrare la natura esclusivamente antropica del riscaldamento globale ed annesso cambiamento climatico o crisi climatica che si voglia dire. Io sono dell’avviso che buona parte degli eventi atmosferici in corso sia di origine esclusivamente naturale e non fare niente per mitigarne gli effetti, cullandosi nell’illusione che riducendo le emissioni, saremo in grado di ridurre o eliminare la violenza degli eventi meteorologici, è la principale colpa del 97% degli scienziati mondiali. Spero con tutto il cuore di sbagliarmi, ma non credo.

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La foto degradazione delle microplastiche in ambiente marino

Posted by on 15:59 in Ambiente, Attualità | 8 comments

La foto degradazione delle microplastiche in ambiente marino

Le microplastiche sono oggi diffusissime in tutti gli oceani del pianeta. I risultati di uno studio di recentissima pubblicazione (Zhu et al., 2020) evidenziano il ruolo chiave dell’UV solare come agente di alterazione dei polimeri che le compongono, con rilascio di molecole organiche a corta catena che vanno a far parte del pool del DOC (carbonio organico dissolto nell’acqua marina) il quale è suscettibile di attacco da parte dei batteri e per tale ragione riveste un ruolo essenziale nell’alimentare le catene trofiche oceaniche. Si tratta di un dato per molti versi positivo e che ci mostra ancora una volta le grandi doti di resilienza proprie degli ecosistemi marini. Ciò non deve tuttavia far dimenticare che gli oceani non sono il luogo adatto per smaltire le materie plastiche, per cui è auspicabile una sempre più elevata attenzione alla gestione razionale e sostenibile di tali prodotti.

Abstract

Microplastics are widespread in all the oceans of the planet. The results of a very recent study (Zhu et al., 2020) highlight the key role of solar UV as agent of alteration of the polymers that compose microplastics, with the release of short-chain organic molecules that become part of the DOC (organic carbon dissolved in sea water). The DOC pool is susceptible to attack by bacteria and for this reason plays an essential role in feeding oceanic trophic chains. This is in many ways positive and shows us once again the great resilience qualities of marine ecosystems. This should not, however, make us forget that the oceans are not the right place to dispose of plastic materials, for which it is desirable an ever higher attention to the rational and sustainable management.

Premessa

La lignina e la cellulosa, caratteristici del mondo vegetale, sono fra i polimeri più diffusi In natura. Per tale ragione le prime materie plastiche nacquero sfruttando direttamente tali polimeri (ad es. la celluloide, ottenuta da Hyatt nella seconda metà dell’800 plastificando con canfora la nitrocellulosa[1]). Solo in un secondo tempo si giunse ad ottenere nuovi e più performanti polimeri, per lo più derivati dal petrolio. A tale categoria appartiene ad esempio il moplen, frutto della polimerizzazione stereospecifica del propilene e la cui invenzione valse a Giulio Natta (1903-1979) il Nobel per la chimica del 1963.

Se le materie plastiche hanno innumerevoli vantaggi (robustezza, elasticità, leggerezza, costo contenuto, gradevolezza visiva, ecc.) e hanno consentito di produrre moltissimi oggetti utili alla vita umana (dai volanti delle automobili alle valvole cardiache, dalle confezioni per alimenti ai materiali per gli impianti di microirrigazione o per le serre, dal vestiario alle calzature) è altresì evidente che il destino ambientale degli oggetti in plastica non più utili al loro scopo desta moltissime preoccupazioni, anche in virtù del fatto che la quantità prodotta e smaltita è in continua crescita, come dimostra la figura 1 che presenta i trend di produzione e smaltimento di materie plastiche a livello mondiale pregressi (1950-2015) e previsti (2016-2050) (Geyer et al., 2017). Sempre da Geyer et al (2017) sono tratti i dati con cui si è realizzato lo schema in figura 2 che illustra la produzione globale, l’uso e il destino delle materie plastiche (resine polimeriche, fibre sintetiche e additivi) prodotte dal 1950 a oggi.

Figura 1 – Produzione e smaltimento plastiche a livello mondiale 1950-2015 e proiezioni fino al 2015


Figura 2: Produzione totale globale, uso e destino di resine polimeriche, fibre sintetiche additivi dal 1950 al 2015 in milioni di tonnellate (dati da Geyer et al., 2017).

Per quanto riguarda i rifiuti in plastica occorre anzitutto evidenziare che in base alla dimensione essi sono classificati in macroplastiche (diametro > 5 mm), microplastiche (1-5000 micron) e nano plastiche (1-100 nanometri). Da rilevare poi che tali rifiuti sono troppo spesso smaltiti in mare ove interferiscono in modo rilevante con la vita marina e subiscono un processo di degradazione che è a grandi linee illustrato in figura 3. Si noti anche che in ambiente marino i rifiuti in plastica galleggiano e si muovono con le correnti marine di superficie, accumulandosi in aree in cui tali correnti convergono. Una delle più importanti zone marine di accumulo è costituita dalla North Pacific Gyre NPG (vortice del pacifico settentrionale – figura 4) ove la plastica rilasciata dalle aree costiere asiatiche e americane[2] giunge dopo un lunghissimo viaggio e forma caratteristiche chiazze galleggianti ove il diametro medio dei detriti plastici è di 5,9 +/- 3.1 mm, per cui le microplastiche vi giocano un ruolo rilevantissimo.

Figura 3 – Schema di degradazione della plastica della plastica flottante negli oceani


Figura 4 – North Pacific Gype

La fotodegradazione delle microplastiche

Molti dei polimeri oggi in uso sono fotolabili e cioè si degradano per effetto dell’UV solare e da ciò prende le mosse un recentissimo lavoro (Zhu et al., 2020) che parte dall’evidenza secondo cui gli innumerevoli frammenti di plastica che galleggiano in mare rappresentano solo l’1% delle materie plastiche che raggiungono l’oceano ogni anno, per domandarsi quale sia il destino ambientale della “plastica mancante”[3]. Per rispondere a tale domanda Zhu et al. hanno posto in beute contenenti acqua di mare una serie di materiali e cioè microplastiche di rifiuto (polietilene PE, polipropilene PP e polistirolo espanso EPS) oltre a PE standard e a frammenti di plastica raccolti nell’NPG. Le beute sono state poi irraggiate con un simulatore di luce solare, evidenziando che la luce solare per effetto dell’UV frammenta, ossida e altera il colore dei polimeri, con tassi di degradazione che dipendono dalla chimica dei polimeri stessi, tant’è che EPS si degrada più rapidamente di PP mentre PE si rivela il polimero più resistente (tabella 1).

Più nello specifico gli autori hanno evidenziato che:

  1. la foto-degradazione è il presupposto essenziale per la degradazione delle microplastiche e ciò spiega anche perché in assenza di luce le microplastiche persistano molto più a lungo.
  2. La degradazione delle microplastiche porta al rilascio di metaboliti carboniosi a catena corta che vanno a far parte del pool del carbonio organico disciolto nell’acqua marina (Dissoved Organic Carbon – DOC) composto da sostanze organiche solubili a basso peso molecolare. Tale pool è rapidamente attaccato dai batteri che lo usano come fonte di carbonio.
  3. il pool DOC in cui confluiscono i prodotti di degradazione delle plastiche è un componente essenziale dell’ecosistema marino, essendo la principale sorgente di carbonio per i microrganismi eterotrofi che sono alla base delle catene alimentari marine.
  4. il pool DOC ha un contenuto totale in carbonio paragonabile a quella del pool atmosferico di CO2 e il contributo che a esso danno i prodotti di fotodegradazione delle materie plastiche è di entità modesta rispetto a quello dei prodotti di origine naturale (detriti di origine animale e vegetale)
  5. Il DOC derivante dalle microplastiche è biolabile al 76 ± 8% per EPS e al 59 ± 8% per PP, il che lo avvicina ai DOC di sostanze provenienti da fonti naturali come quelle naturalmente presenti nell’acqua di mare (biolabili al 40%), il fitoplancton (biolabile al 40-75%) e le acque di fusione del permafrost (biolabili al 50%). Tale caratteristica rende il DOC prodotto dalle microplastiche di EPS e PP prontamente utilizzabile dai batteri marini
  6. la biolabilità del DOC da PE è invece pari solo al 22 ± 4% e gli autori hanno evidenziato che il suo utilizzo avviene per il 95% ad opera di un solo ceppo batterico. Tale bioresistenza farebbe in prima battuta pensare a un’azione inibitrice della crescita microbica, magari ad opera di coformulanti presenti nel materiale.
  7. nel caso specifico del Pacifico Settentrionale, gran parte del processo di foto-degradazione e di produzione di DOC ha probabilmente luogo nel corso del lungo viaggio che porta la plastica dalle zone di rilascio al cuore dell’NPG.

Conclusioni

In sintesi dunque Zhu et al (2020) evidenziano che l’UV solare si rivela efficacissimo nel dissolvere la plastica che staziona alla superficie dell’oceano.

Ciò non toglie comunque che l’oceano, nonostante le sue enormi capacità si autoregolazione, non possa essere considerato come un possibile luogo di smaltimento delle materie plastiche, anche perché macro e microplastiche possono essere ingerite dalla macrofauna marina con danni rilevanti e possibili rischi per la stessa salute umana, come mette in luce una pubblicazione dell’EFSA (2016) che stimola ad approfondire le analisi fin qui condotte. Un approfondimento di indagine è anche sollecitato da Zhu et al (2020) con riferimento al PE, per il quale gli autori paventano il rischio che i sottoprodotti della fotodegradazione possano incidere negativamente sull’attività microbica e sulle catene alimentari che da essa dipendono.

Note

[1] La nitrocellulosa a sua volta prodotta facendo agire acido nitrico e acido solforico su cotone idrofilo

[2] In media occorrono ad esempio 8 anni perché microplastiche rilasciate a Shangai raggiungano la zona di convergenza dell’NPG mostrata in figura 2

[3] Su tale destino in passato si sono fatte molte ipotesi fra cui il consumo da parte degli organismi marini,  l’aggregazione con detriti organici con successivo affondamento, la deposizione in località remote non monitorate o ancora la degradazione a dare piccole particelle o soluti che superanno le reti da 335 μm utilizzate per campionare e microplastiche marine.

Bibliografia

  • EFSA, 2016. Presence of microplastics and nanoplastics in food, with particular focus on seafood EFSA Panel on Contaminants in the Food Chain (CONTAM), EFSA journal, 11 maggio 2016, doi: 10.2903/j.efsa.2016.4501
  • Geyer R., Jambeck J.R., Law K.L., 2017. Production, use, and fate of all plastics ever made, 3(7), e1700782. 3 Science Advances, DOI: 10.1126/sciadv.1700782
  • WUWT, 2019. Simulated sunlight reveals how 98% of plastics at sea go missing each year, https://wattsupwiththat.com/2019/11/08/simulated-sunlight-reveals-how-98-of-plastics-at-sea-go-missing-each-year/
  • Zhu L., Zhao S., Bittar T.B., Stubbins A., Li D., 2020. Photochemical dissolution of buoyant microplastics to dissolved organic carbon: Rates and microbial impacts, Journal of Hazardous Materials 383, (2020), 121065
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Affondiamo

Posted by on 06:31 in Attualità | 30 comments

Affondiamo

Nell’autunno più “old-style” che si ricordi in Italia da lustri a questa parte, ovvero ricco di precipitazioni e di associati episodi di dissesto idro-geologico, endemici per un territorio fragile come quello italiano, era solo questione di tempo prima che il Rescue Team tirasse fuori tutto il suo armamemtario clima-catastrofista. Parliamo qui della declinazione della narrativa nella modalità “fenomeni estremi”. Categoria in cui ovviamente ricade il recente episodio di acqua alta record a Venezia.

Immediatamente si è levato infatti il grido di dolore del clima che si sfascia sotto i nostri occhi. Timidamente qualcuno ha fatto notare che rimane imbattuto l’evento del 1966 passato alla storia come “Acqua Granda”. Ma poco importa: i record si usano solo quando fanno comodo. Infatti Repubblica sentenzia:di fronte a ciò che sta accadendo, con Venezia sommersa da quasi 2 metri d’acqua, nemmeno i negazionisti più accaniti possono far finta di non vedere gli effetti dei cambiamenti climatici, o fare spallucce con la tranquillizzante vulgata secondo cui nel passsato “era già successo”. Capito l’antifona? Se è già successo in passato, chissenefrega, questa volta sappiate che è colpa del Climate Change, mentre prima no. E se non siete d’accordo, allora siete negazionisti.

Amarcord

A dispetto delle ridicole invettive di Repubblica e dei suoi fratelli, vale proprio la pena buttare un occhio a quel 1966 per assaporare il contesto in cui quell’alluvione avvenne. A questo scopo può essere interessante leggere il resoconto che ne fa il Sole 24 Ore nel quale, pur pagando il solito tributo ai cambiamenti climatici, si ricorda come in quel periodo si vedesse in eventi record come l’Acqua Granda il segno di una imminente glaciazione. Ebbene sì, perché la scienza climatica “consolidata” di allora, dava per probabile proprio l’avvento di una glaciazione a seguito di una serie di anni particolarmente rigidi (ricordiamo per l’Italia gli inverni del 1956 e del 1963). Dimentichi, evidentemente, degli eventi caldi occorsi negli anni ’30. Ché la memoria storica in fatto di clima tende ad essere estremamente breve per l’essere umano.

A proposito di memoria corta, una chiave di lettura meno scalcagnata del fenomeno ce la offriva qualche anno fa proprio Repubblica, che nel 2013 in un articolo intitolato “Venezia Affonda (…)” spiegava come la città si abbassasse per effetto della subsidenza: Venezia è stata costruita su isole create gettando sabbia e terra nel mare, e l’assestamento di questo fondo morbido è la “causa principale dell’abbassamento naturale (della città)”. Abbassamento che nell’ultimo secolo è stato di ben 25 centimetri: una enormità che falsa alla radice qualsiasi esercizio di confronto brutale tra i livelli delle acque alte registrate nella serie storica.

Subsidenza, chi era costei?

Pare proprio che dalle parti di Repubblica insieme a qualche centinaio di migliaia di lettori abbiano perso per strada anche la memoria degli articoli e delle battaglie del passato. Perché una quindicina d’anni fa il tema della subsidenza andava assai di moda nei circuiti ambientalisti: proprio nel nome della subsidenza partì infatti una campagna di opinione violentissima contro le perforazioni petrolifere in alto Adriatico, ovvero quello che è il più ricco bacino di idrocarburi gassosi in Italia. Campagna che innescò a sua volta indagini penali col gravissimo capo di imputazione di disastro ambientale, che portarono al blocco dell’attività estrattiva. Fu proprio allora che partì la gigantesca opera di demonizzazione mediatica dello sviluppo delle risorse minerarie nazionali, opera conclusasi brillantemente con la distruzione dell’intera filiera industriale dell’industria estrattiva italiana, con perdite di migliaia di posti di lavoro e di know-how associato.

Vale la pena ricordare che le accuse in questione si sono rivelate una bolla di sapone, soltanto anni dopo, quando le indagini penali furono chiuse con l’unica spiegazione possibile: ovvero che la subsidenza della costa adriatica con l’attività petrolifera non c’entrava un piffero. Preponderanti erano altri fattori, in particolare quelli legati allo sfruttamento delle falde acquifere. Ma era troppo tardi, perché la valanga ambientalista aveva già ottenuto il suo scopo: lasciare in Adriatico le stesse risorse minerarie che i nostri vicini di casa potranno estrarre e venderci a loro volta, facendo profitto (loro) e scaricando addosso a noi tutti gli eventuali rischi associati. Una replica perfetta dell’altro capolavoro fatto anni prima con l’energia nucleare.

Caccia al colpevole

Se proprio si vuole cercare un colpevole per l’acqua alta di oggi, rimaniamo quindi con due possibilità: prendercela con chi ha costruito Venezia (in linea con l’attuale narrativa green che vuole questo Pianeta migliore senza la presenza umana tout court), oppure col mancato completamento del Mose: l’opera che avrebbe dovuto mettere in sicurezza la città lagunare già 5 anni fa, e che invece è rimasta inceppata per anni nell’intrico infernale di italici tormenti burocratici e giudiziari che si manifestano ogni qual volta si prova ad aprire un cantiere, e a finire il lavoro.

Resta un fatto, ovvero che l’acqua alta di Venezia ci ha offerto uno spunto per mettere assieme le tessere di un puzzle:

Un Paese fragile dal punto di vista idro-geologico che si affida alla buona stella ogni volta che il tempo volge al brutto.

Il solito intrico di burocrazia, malaffare, inchieste giudiziarie, inefficienza che rende qualsiasi progetto di sviluppo irrealizzabile se non a costo di sforzi disumani. Ma che funziona invece molto bene ogni qual volta si decide di uccidere una eccellenza industriale italiana.

Un ambientalismo cieco e autoreferenziale che annienta l’attività economica e sparge miseria a piene mani servendosi di cause scientificamente infondate.

Una cronaca giornalistica miserevole, che accusando il global warming di ogni nefandezza rende sicuramente un servizio gradito a chi intende speculare sul clima-catastrofismo, ma offre un servizio pessimo ai pochi lettori rimasti, nascondendo le vere cause di quello che accade attorno a noi, e anteponendo la propaganda a qualsiasi esercizio serio di analisi.

Non è un’istantanea tra le tante sull’acqua alta di Venezia, questa. Quanto piuttosto il puzzle di un intero Paese che affonda.

 

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Le Previsioni di CM – 11/17 Novembre 2019

Posted by on 23:19 in Attualità | 0 comments

Le Previsioni di CM – 11/17 Novembre 2019

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Situazione sostanzialmente invariata sul quadrante europeo, per la persistenza in Atlantico della cellula centrata sulle isole Azzorre, e specularmente di quella termica estesa dalla Groenlandia al Mare di Kara. Tra le due figure scorrono in successione sistemi depressionari in un letto di correnti fresche che da Terranova muovono verso il Mediterraneo centrale. In queste ore, un minimo chiuso di geopotenziale è in azione sul Mediterraneo centro-occidentale con minimo centrato sul Golfo di Sicilia e associate condizioni di forte maltempo sulle regioni meridionali italiane, in particolare sui versanti ionici (Fig.1)

Nel corso della settimana la situazione evolverà solo leggermente, per la formazione di un effimero ponte anticiclonico tra la cellula atlantica e quella groenlandese, e conseguente rinvigorimento delle condizioni depressionarie sull’Europa centro-occidentale e sul Mediterraneo. La situazione nel suo complesso resta comunque poco evolutiva, per il previsto consolidamento di un anticiclone artico che sul finire della settimana farà sentire la sua influenza tra il Taymir russo e il Mare di Kara, estendendo la sua influenza anche più a sud, fin sul Mare di Barents. Il blocco anticiclonico artico, in concomitanza con la persistenza della cellula atlantica, costringeranno il flusso perturbato atlantico ad avanzare attraverso il solito stretto corridoio dal Canada in direzione del Mediterraneo (Fig.2).

Continua a persistere una configurazione sinottica particolarmente penalizzante per l’Italia, in particolare per le regioni meridionali del versante tirrenico e per quelle ioniche, che restano sotto la minaccia di eventi di dissesto idrogeologico. D’altro canto, l’abbondanza di precipitazioni autunnali fa parte della normalità climatica italiana, l’acqua resta un bene assolutamente prezioso per le riserve idriche del nostro Paese, e le ricche precipitazioni nevose di questi giorni sono di ottimo auspicio per una bella stagione sciistica sulle nostre Alpi.

 

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì cieli molto nuvolosi al Nord con precipitazioni diffuse, ad eccezione dei settori più occidentali. Nevicate diffuse e persistenti sull’arco alpino centrale e orientale a quote superiori ai 1200-1500 metri. Sulle regioni centrali tirreniche cieli chiusi con precipitazioni sparse, sulle restanti regioni centrali condizioni di cielo generalmente parzialmente nuvoloso o nuvoloso. Al Meridione, condizioni di maltempo sulla Sicilia con rovesci e temporali diffusi, anche di forte intensità. Dal pomeriggio estensione dei fenomeni alle restanti regioni meridionali.

Temperature in generale aumento. Venti ovunque di scirocco, forti su Jonio e Tirreno meridionale.

Martedì generali condizioni di maltempo su tutto il Paese, con piogge, rovesci e temporali che tenderanno ad estendersi dalle regioni meridionali al resto dell’Italia, con l’unica eccezione dei settori estremi nord-occidentali. Nevicate diffuse e persistenti dal pomeriggio sulle Alpi centro-orientali a quote superiori agli 800-1000 metri.

Temperature in diminuzione. Ventilazione sostenuta di scirocco, forte sui bacini meridionali. In serata entra il maestrale, forte, sul Canale di Sardegna.

Mercoledì tendenza ad attenuazione dei fenomeni con passaggio a condizioni di spiccata instabilità su tutto il Paese, con fenomeni sparsi più probabili e intensi al Meridione. Dalla serata peggiora nuovamente da ovest con rovesci diffusi sulla Sardegna.

Temperature stazionarie, venti occidentali.

Giovedì nuovo passaggio perturbato che muoverà velocemente dal Tirreno verso la Penisola con piogge e rovesci diffusi. Schiarite e precipitazioni più sporadiche sulle regioni nord-occidentali e su quelle ioniche.

Temperature stazionarie, venti dai quadranti occidentali. Venti tesi di libeccio sui bacini più meridionali.

Venerdì nuovo intenso peggioramento che stavolta interesserà in modo particolare le regioni settentrionali con precipitazioni diffuse, anche intense. Nevicate molto abbondanti sull’arco alpino a quote superiori ai 1200 metri circa. Piogge e rovesci raggiungeranno in giornata anche le regioni centrali, Sud in attesa.

Temperature in sensibile diminuzione al Nord, venti tesi dai quadranti meridionali.

Sabato e Domenica nubi e precipitazioni tendono a persistere sull’angolo nord-occidentale, con fenomeni anche molto intensi e nevicate molto abbondanti sulle Alpi al di sopra dei 1500 metri circa. Parzialmente nuvoloso sul resto del Paese con tendenza a possibile peggioramento sulle regioni centrali tirreniche.

Temperature in aumento, venti forti sciroccali.

 

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Il Clima non è più a ovest di Paperino

Posted by on 07:00 in Attualità | 4 comments

Il Clima non è più a ovest di Paperino

La Disney o, se preferite, la ACME Inc., erano sin qui entrate nel tema del global warming cambiamento climatico disfacimento climatico emergenza climatica (ce l’ho fatta…) solo per le gesta di improbabili emuli di Archimede Pitagorico impegnati a salvare il pianeta con poderosi interventi di geoingegneria, tutto sommato divertenti nella loro infantile distopia. Mai però avremmo pensato che il mondo di Cartoonia avrebbe impugnato la stilografica e vergato, insieme ad altri esimi frequentatori di varie accademie, trattorie e circoli serali, una dichiarazione di “stato di emergenza climatica“.

Trattasi di tal prof. Mouse, Micky, affiliato con il Micky Mouse Institute For the Blind in Namibia. Leggere per credere, il tizio era nella lista degli 11.000 firmatari, frettolosamente corretta quando è arrivata l’eco delle prime risate. Peccato non averlo visto subito, quando anche i TG nazionali si sgolavano sull’emergenza… Quest’ultimo ilare episodio è la pietra tombale di questo genere di iniziative, quale sia l’orientamento che hanno o le richieste che avanzano.

Anche perché, leggiamo dalle info supplementari della dichiarazione (file S1), che per tutti o quasi gli altri si tratta non di studiosi del tema in questione – appunto il clima – ma, nella migliore delle ipotesi di tutto quello che c’è intorno, nella peggiore di gente che passava di lì per caso. E’ quindi, questo sì, una bella comparsata di tutto quel mondo che sull’affaire moriremo tutti di climatite ci campa alla grande e, giustamente, ci crede, anche se non ci capisce (né c’entra) un accidente e butta giù grafici tanto per.

Avreste mai pensato che dalla produzione di carne pro-capite si sarebbe potuta capire la salute (malsana) del pianeta (sì, ce l’hanno con te dannato pollivendolo…)? Ecco quindi definitivamente sdoganata la sesta estinzione di massa entro fine secolo, anche se dovrebbe essere la settimana, perché stiamo di fatto assistendo ad una inarrestabile estinzione di massa cerebrale.

Estinzione reiterata, perché nel 2017, lo stesso lead author aveva pubblicato qualcosa di simile, raccogliendo allora non 11.000, ma ben 15.000 sottoscrizioni. Due le cose, o anche tra i trombettieri del disastro qualcuno comincia a stancarsi, oppure Pippo, Pluto, Paperino, Zio Paperone, Qui Quo Qua, Minnie, Clarabella, Tip e Tap, Basettoni e tutti gli altri stavolta avevano altro da fare.

Enjoy.

 

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Copertura nuvolosa e temperatura globale

Posted by on 07:00 in Attualità, Climatologia | 12 comments

Copertura nuvolosa e temperatura globale

Un recente lavoro di O.M. Pokrovsky (2019) analizza la relazione tra temperatura globale e copertura nuvolosa. Per la copertura nuvolosa usa i dati ISCCP (alcune informazioni anche in Rossow e Schiffer,1991) e come serie di temperatura globale HadCRUT4 (terra+oceano).
L’articolo è in russo e per me non è facilmente comprensibile, anche se leggo (con qualche difficoltà) il russo e capisco qualche parola. Ad ogni fine pratico, posso dire di non aver letto l’articolo il cui sommario in inglese recita:

Cloud Changes in the Period of Global Warming: the Results of the International Satellite Project
O. M. Pokrovsky
Russian State Hydrometeorological University, St. Petersburg
E-mail: pokrov_06@mail.ru

The results of analysis of climatic series of global and regional cloudiness for 1983–2009. Data were obtained in the framework of the international satellite project ISCCP. The technology of statistical time series analysis including smoothing algorithm and wavelet analysis is described. Both methods are intended for the analysis of non-stationary series. The results of the analysis show that both global and regional cloudiness show a decrease of 2–6%. The greatest decrease is observed in the tropics and over the oceans. Over land, the decrease is minimal. The correlation coefficient between the global cloud series on the one hand and the global air and ocean surface temperature series on the other hand reaches values (–0.84) — (–0.86). The coefficient of determination that characterizes the accuracy of the regression for the prediction of global temperature changes based on data on changes in the lower cloud, in this case is 0.316.Keywords: cloudiness, ISCCP data, climate change, global and regional scale, climate series analysis, linear and nonlinear trends, wavelet analysis.     Il testo completo dell’articolo è disponibile nel sito di supporto

In questo post uso i dati annuali sia della copertura nuvolosa (che chiamerò anche GCC, o Global Cloud Cover) derivati dalla figura 1 dell’articolo, che delle temperature globali HadCRUT4 e NOAA. L’intervallo temporale è definito da GCC ed è compreso tra il 1983 e il 2009 (27 anni).

Fig.1: valori annuali della copertura nuvolosa globale (GCC), in percentuale. Non ho digitalizzato le barre di errore.

Nella figura successiva i dati digitalizzati di GCC e il loro spettro LOMB.

Fig.2: GCC digitalizzata e spettro LOMB. I valori originali sono a passo costante, per cui avrei potuto usare lo spettro MEM, ma l’incertezza nella digitalizzazione ha generato un passo “quasi” costante e quindi ho usato LOMB. La linea verde-mare è il fit lineare da cui ho calcolato la serie detrended richiesta dal calcolo dello spettro.

La figura 2 mostra alcune caratteristiche che vale la pena sottolineare:

  1. La percentuale di copertura nuvolosa (GCC) è diminuita visibilmente dal 1986 al 2000 e dal 2001 è aumentata rispetto al 2000 per poi restare grossolanamente costante fino al 2009 (fine serie).
  2. Una situazione di quasi costanza dal 2001 al 2009 ricorda la pausa nelle temperature globali (questa è una mia posizione: altri fanno iniziare la pausa dal 1998).
  3. Sappiamo che la copertura nuvolosa è un fattore importante nella regolazione della temperatura: grosso modo, una maggiore copertura significa temperatura più bassa e viceversa. Questa relazione inversa verrà verifica in seguito.
  4. Dallo spettro, nel quadro inferiore, si vede che la copertura non è casuale e che esistono almeno due ciclicità, 8-10 anni e 4 anni, durante le quali la GCC si ripeterebbe con caratteristiche simili. Poi, il gruppo attorno a 0.9-1.3 anni mostrerebbe una variazione annuale -e una semestrale a 0.5 anni- che legherebbe la GCC a fattori astronomici (rivoluzione della Terra attorno al Sole) e forse di circolazione emisferica.
  5. La serie lunga solo 27 anni non permette di dettagliare meglio quanto può essere dedotto dallo spettro.

Ora posso confrontare le serie a due a due e verificare la similitudine tra i due andamenti. Successivamente mostrerò gli spettri e le funzioni di cross-correlazione (CCF) per misurare la concordanza tra le serie con un’accuratezza maggiore rispetto alla semplice ispezione visuale.

Fig.3: Confronto tra GCC (invertita) e temperature globali HadCRUT4 (terra+oceano) sullo stesso intervallo temporale 1983-2009.

Da notare in questa figura come la pausa coincida nei due casi ma anche come la salita delle temperature tra il 1983 e il 1999 sia ben descritta dalla copertura nuvolosa. A titolo di ulteriore esempio ho confrontato la GCC anche con i dati annuali NOAA, come si vede in figura 4.

Fig.4: Confronto tra GCC (invertita) e Temperature globali NOAA (terra+oceano) sullo stesso intervallo temporale 1983-2009.

Anche in questo caso la pausa coincide nelle due serie e, di nuovo, la salita delle temperature è ben rappresentata dalla pendenza della copertura nuvolosa tra il 1983 e il 1999.

Il confronto successivo è tra gli spettri delle tre serie:

Fig.5: Confronto tra gli spettri di GCC, HadCRUT4 e NOAA. La potenza di entrambe le temperature è stata moltiplicata per 35 in modo da rendere la figura più leggibile. Gli spettri MEM non mostrano le frequenze maggiori di 0.5 (i periodi minori di 2 anni) per evitare problemi con l’intervallo di frequenza di Nyquist che deve essere compreso tra 0 e 0.5 in frequenza.

I tre spettri mostrano essenzialmente le stesse caratteristiche (massimi tra 7.5 e 8.5 anni e a 4 anni oltre al debole picco a ~2.5 anni) cioè mostrano che i dati non sono soltanto esteticamente legati come appare dalle due figure precedenti, ma hanno in comune periodicità che potremmo immaginare legate a caratteristiche fisiche di entrambe le grandezze.

Si può confrontare lo spettro di GCC con l’analisi wavelet mostrata nella figura 5 di Pokrovsky, 2019: il gruppo di periodi a circa 1 anno esiste su tutto l’intervallo analizzato; il periodo di 4 anni si osserva fino al 1992, diventa più debole fino a circa il 2001 per poi scomparire. Il massimo che nello spettro LOMB è a circa 9 anni, nella wavelet parte da 8 e supera i 32 anni, sempre con le potenze più elevate della scala wavelet (con una estensione di 27 anni io non ho ritenuto accettabili periodi superiori a 20 anni).
Considero questo confronto una conferma dello spettro LOMB di figura 5.

Per finire questa analisi su più piani, mostro la funzione di cross-correzione (CCF) tra la copertuta nuvolosa ed entrambe le serie di temperatura globale:

Fig.6: Funzione di cross-correlazione tra copertura nuvolosa e le due serie di temperatura. La CCF a lag zero, cioè il coefficiente di correlazione di Pearson, vale tra -0.7 e -0.8, mentre in Pokrovsky 2019 viene dato un valore più elevato (-0.84/-0.86). Credo che quest’ultimo valore sia stato calcolato dalle serie mensili che io non ho disponibili e che permettono una migliore risoluzione spaziale.

La figura 6 ci mostra una correlazione, il che non significa che le grandezze siano fisicamente legate (cioè che siano variabili aleatorie dipendenti), ma le caratteristiche mostrate (soprattutto gli spettri) suggeriscono in modo indipendente che una relazione fisica deve esistere tra copertura nuvolosa e temperatura globale.

Credo che come chiusura si potrebbe usare questa frase:

Scusate, non la ricordo più, com’è quella storia che dice che la temperatura dipende in modo esclusivo dalla CO2? Potreste ricordarmela? Grazie.

I dati di questo post sono disponibili nel sito di supporto.

Bibliografia

 

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Mai stati meglio

Posted by on 02:13 in Attualità | 18 comments

Mai stati meglio

Lo sappiamo tutti ormai: l’emergenza climatica incombe, l’estinzione di massa è una realtà, l’ambiente si sta disfacendo sotto i nostri occhi. Il disastro è ormai imminente e non c’è tempo da perdere. Concetti ripetuti millemila volte al giorno dai (tele)giornaloni di tutto il mondo, ché “lo dicono gli scienziati”, e quindi dobbiamo crederci per forza.

Oppure no: possiamo scegliere di non berci la minestra propinata dai media e fare di testa nostra, andando a verificare dati alla mano la consistenza reale dei catastrofismi declamati in mondovisione. Lo faremo riferendoci all’Europa, che del catastrofismo ambientalistoide è vittima privilegiata, giacché è proprio sul Vecchio Continente che la furia verde concentra il suo massimo sforzo, trascurando inspiegabilmente proprio le aree del mondo in cui si produce e si inquina di più, e in cui i vincoli ambientali e la tutela dei diritti dei lavoratori sono pressoché inesistenti.

Bando alle ciance, e spazio alle freddezza dei dati (fonte Eurostat / Agenzia Europea dell’Ambiente).

Trasporti e inquinamento

Cominciamo con gli inquinanti emessi da mezzi di trasporto. Le emissioni di Ossidi di Azoto, responsabili di patologie respiratorie, sono crollate dal 1990 ad oggi del 60% (EEA, 1). Quelle degli NMOC, ovvero dei composti organici volatili metano escluso (leggi benzene e derivati, notoriamente cancerogeni) sono precipitati nello stesso periodo del 90%, praticamente azzerandosi (EEA, 2) E le emissioni di particolato, l’ormai familiare PM10? Praticamente dimezzate (EEA, 3). Niente male, se si considera l’attuale campagna furibonda e insensata contro le motorizzazioni diesel il cui progresso tecnologico ha contribuito in modo determinante al raggiungimento dei risultati citati: con l’abbattimento di NOx grazie alle marmitte catalitiche, quello del particolato grazie ai filtri, e la concorrenza alle benzine: prime responsabili delle emissioni di NMOC e delle leucemie che questi portano gentilmente in dote.

Gas serra

D’accordo, l’aria nelle nostre città sarà pure più pulita, ma la mortifera CO2 dove la mettiamo? Cominciamo col dire che opportunamente l’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA) non la mette tra gli “inquinanti”, bensì nella categoria dei “gas serra”. Ma tornando ai numeri… la EEA ci informa che le emissioni di gas serra nel complesso sono diminuite a livello europeo dal 1990 ad oggi di circa il 23% (EEA, 4). Interessante vero? Segno di una maggiore efficienza dei processi di combustione, dell’utilizzo crescente del gas naturale rispetto a idrocarburi liquidi e solidi, e (ahinoi) della maturità del sistema industriale europeo, che delocalizzando una buona parte delle attività produttive, ha trasferito insieme alle emissioni anche tanti preziosi posti di lavoro. Ne parlavamo già quasi tre anni fa, degli effetti “ambientalisticamente virtuosi” dell’infelice decrescita economica italiana.

Rifiuti & Foreste

E allora i rifiuti che ci stanno seppellendo? La plastica che ci assedia e ci soffoca? Bah, anche in questo caso l’EEA non conferma la narrativa: la produzione di rifiuti è addirittura diminuita rispetto ai primi anni del 2000 (EEA, 5). In compenso, la percentuale di rifiuti riciclati è raddoppiata, portandosi a quasi il 50% di quelli prodotti (EEA, 6). Niente male vero?

Ma allora… Di cosa ci dobbiamo lamentare? Ah si, il disboscamento, le aree verdi che scompaiono impedendoci di combattere l’effetto serra!? Fake news anche questa: la superficie boschiva in Europa è aumentata dal 1990 di quasi 100,000 kmq: all’incirca la superficie dell’intero Portogallo. Con un sentito ringraziamento alla CO2, che le specie vegetali fa notoriamente prosperare.

E allora le estinzioni di massa? La biodiversità? Diciamo che la questione andrebbe per lo meno contestualizzata, visto che con riferimento alle specie avicole (uniche considerate da EEA per il settore in questione), non si riesce a ravvisare un trend negli ultimi 20 anni per quelle boschive, semmai un aumento negli ultimi 10 anni (EEA, 7). E la diminuzione complessiva, seppur lieve, è limitata alle specie che vivono in aree coltivate, a causa della minore diversificazione delle colture.

Fenomeni meteorologici “estremi”

Sarà… Ma resta il fatto che i (tele)giornaloni ci raccontano che l’aumento delle temperature sta comunque facendo disastri e bisogna agire, subito. Anche con provvedimenti dolorosi, ma verdi (leggi: altre tasse). Qualcuno osa dire che si tratta anche in questo caso di una Fake News?

Ebbene si: Fake News anche questa, e bella grossa per giunta. L’Eurostat ci informa infatti della sostanziale assenza di trend nell’andamento delle perdite economiche causate da eventi climatici dal 1980 ad oggi. Anzi, se si considera che l’andamento in questione è calcolato a valori correnti, e quindi neutralizza l’effetto dell’inflazione, l’unica conclusione possibile è che il trend è negativo: ovvero si perdono meno soldi per eventi climatici “estremi” rispetto al passato (EEA, 8).

Quanto alle tasse verdi, non si tratta certo di una invenzione recente, visto che le imposte sull’energia sono aumentate inesorabilmente negli ultimi 20 anni, e sempre con pretesti verdissimi (EEA, 9). Un aumento di gettito mostruoso, pari a quasi il 100%, e al quale beffardamente non ha corrisposto un analogo aumento della spesa pubblica a favore dell’ambiente, rimasta praticamente al palo e addirittura diminuita nel corso degli ultimi anni della serie esaminata (EEA, 10).

Proviamo a riassumere

Aria migliore nelle nostre città, e meno CO2 emessa, a fronte di una esplosione della copertura boschiva. Minore produzione di rifiuti associata ad uno smaltimento più virtuoso degli stessi. Meno catastrofi climatiche, con conseguente risparmio di soldi pubblici. Soldi che tuttavia continuano ad essere drenati  in grande quantità sotto la forma di “tasse verdi”, ma che a dispetto degli intenti dichiarati, non vengono spesi per la difesa dell’ambiente.

Altro che catastrofe climatica e ambientale: i dati ci raccontano una storia completamente diversa, ovvero che in Europa non siamo mai stati meglio di oggi. Almeno, limitatamente alle tematiche ambientali (su quelle sociali ed economiche, meglio soprassedere).

Alla luce di questi numeri appare del tutto evidente che le ragioni che sottendono all’isteria climatica e ambientale di questi tempi, nulla hanno a che vedere con la realtà dei fatti. Nulla hanno a che fare con l’ambiente e la qualità dell’aria che respiriamo. Nulla hanno da spartire con l’aumento di “eventi climatici estremi” che si trova solo nelle favole raccontate da modelli climatici ridicoli e bugiardi.

Le vere ragioni di questo martellamento pseudo-ambientalista vanno quindi ricercate altrove.

———

PS

Questo piccolo sforzo senza particolari pretese è dedicato a tutti gli studenti italiani ed europei di ogni ordine e grado. Studiare, ragionare con la propria testa, cercare dati e informazioni affidabili, provare ad analizzarli con spirito critico per sfidare la narrativa imperante, è ricetta per la libertà. Una libertà che costa fatica e impegno, e che non sempre ripaga in termini di qualità della vita. Anzi.

Accontentarsi di narrative pre-cotte, inflitte alle masse attraverso il martellamento mediatico, e rimbalzate in aula da insegnanti pigri, impreparati e schierati ideologicamente, equivale a farsi gregge informe, manipolabile e funzionale a ben altre, inconfessabili cause. È ricetta per la schiavitù.

#SaturdayForKnowledge

 

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Le Previsioni di CM – 4/10 Novembre 2019

Posted by on 00:03 in Attualità | 0 comments

Le Previsioni di CM – 4/10 Novembre 2019

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Situazione sinottica profondamente mutata sul quadrante europeo, dove domina una vasta area depressionaria estesa dal Mare di Barents fio al Medierraneo centrale. Ad alimentarla, un intenso flusso di aria molto fredda proveniente dal cuore dell’Artico, e in discesa per migliaia di chilometri lungo un corridoio esteso dalla Siberia orientale fino alle isole Azzorre, lungo il bordo orientale di un ponte anticiclonico praticamente emisferico, che separa virtualmente la placca euro-asiatica da quella americana (Fig.1). Sul comparto europeo il ponte anticiclonico si manifesta nell’azione in fase della cellula atlantica con quella termica groenlandese, mentre tra il Mediterraneo orientale, l’Anatolia e la Russia europea il campo di massa si mantiene elevato ostacolando l’evoluzione sinottica in senso zonale.

Nel corso della settimana la situazione subirà una modifica per l’irruzione di aria polare marittima che dal Labrador muoverà in direzione dell’Europa bucando facilmente il ponte anticiclonico atlantico, complice un getto intensissimo. Il consolidamento concomitante di un anticiclone polare sul Mare di Barents, propaggine meridionale della cellula artica per l’entrata in fase con la semi-permanente groenlandese, costringerà il getto ad infilarsi in un corridoio molto stretto, per la persistenza della cellula atlantica più a sud.

Il risultato sarà una successione di impulsi perturbati che muoveranno dal Labrador in direzione del Mediterraneo centrale, subendo una iniziale accelerazione in Atlantico per effetto tunnel, e dilagando letteralmente nel Mediterraneo dove si approfondiranno in vaste depressioni foriere di intenso maltempo e accompagnate da una diminuzione piuttosto marcata delle temperature.

L’autunno entra in grande stile sull’Italia, mostrando il suo lato più crudo, fatto di precipitazioni anche molto intense e persistenti, venti forti, mareggiate, calo termico, e anche le prime nevicate abbondanti sulle Alpi. La configurazione nel suo complesso si presenta fortemente penalizzante in particolare per i versanti tirrenici delle regioni centrali e meridionali dove potrebbero presentarsi situazioni di marcato rischio idrogeologico.

Si prepara un periodo difficile dal punto di vista meteorologico per il nostro Paese, come se non bastasse il resto. La speranza (assolutamente vana) è che non si approfitti dell’occasione per diffondere i soliti peana sul riscaldamento globale che provoca le alluvoni. Troppo comodo, a fronte della pur banale constatazione che la messa in sicurezza del territorio, oltre a salvare vite umane e prevenire danni miliardari, genererebbe posti di lavoro e innescherebbe un ciclo economico virtuoso. Se si chiedesse più flessibilità all’Europa in cambio di un piano di investimenti gigantesco in infrastrutture (piuttosto che per acquistare qualche ventilatore tedesco o qualche pannello cinese in più), si farebbe un grande favore a tutto il sistema Italia, e si salverebbero preziose vite umane. Parole al vento, è il caso di dire, per rimanere all’attualità meteorologica.

 

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì generale miglioramento che si estende anche alle regioni centro-meridionali dopo le piogge e i rovesci della notte. Annuvolamenti sui versanti tirrenici, specie a ridosso dei rilievi, con qualche debole precipitazione. Cieli chiusi sulle Alpi occidentali con nevicate al di sopra dei 2,000 metri in prossimità delle creste di confine.

Temperature stazionarie. Venti tesi di ponente su tutto il Paese.

Martedì nuvolosità in rapido aumento al Nord e al Centro con precipitazioni diffuse, anche a carattere di rovescio o temporale, più intense sui versanti tirrenici e sul Triveneto. Nevicate sulle Alpi al di sopra dei 1500-1800 metri. Ombra pluviometrica su Nordovest e regioni centrali adriatiche. Migliora rapidamente dal pomeriggio, ma con persistenza di nubi e fenomeni tra basso Lazio e Campania, localmente intensi. Parzialmente nuvoloso sul resto delle regioni meridionali.

Temperature in diminuzione al Nord e al Centro. Ventilazione sostenuta di libeccio.

Mercoledì schiarite al Nordovest dopo qualche piovasco in mattinata, qualche rovescio sparso anche sul Nordest in un contesto di variabilità. Molto nuvoloso sulle regioni centrali con piogge e rovesci in particolare sui versanti tirrenici e regione appenninica. Maltempo al Meridione con piogge estese e persistenti, anche a carattere di rovescio o temporale. Possibilità di fenomeni intensi e persistenti in particolare sui versanti tirrenici meridionali.

Temperature in leggera ulteriore diminuzione. Irrompe il maestrale sui bacini di ponente, scirocco sostenuto sullo Ionio.

Giovedì migliora al Nord e al Centro con schiarite anche ampie, pure in un contesto generale di variabilità con addensamenti specialmente sui settori alpini. Dalla serata nuovo aumento della nuvolosità al Nord e sull’alta Toscana con le prime precipitazioni in nottata. Ancora maltempo al Meridione con fenomeni che tenderanno a trasferirsi verso le regioni ioniche, liberando gradualmente le regioni tirreniche.

Temperature stazionarie. Ventilazione sostenuta dai quadranti occidentali.

Venerdì schiarite al Nordovest, maltempo sul resto del Nord con piogge, rovesci e nevicate diffuse sulle Alpi centrali e orientali al di sopra dei 1000 metri. Molte nubi anche al Centro con precipitazioni diffuse sui versanti tirrenici e nevicate sull’Appennino al di sopra dei 1500-1800 metri. In serata peggiora anche a Meridione con fenomeni intensi e persistenti sulle regioni tirreniche meridionali.

Temperature in diminuzione a partire dal Nord. Venti forti di ponente.

Sabato migliora al Nord, persistono condizioni di instabilità al Centro e al Sud con precipitazioni diffuse, nevose sull’Appennino centrale attorno ai 1300 metri. Domenica ancora spiccata instabilità su tutto il Paese con precipitazioni diffuse specie sulle regioni tirreniche centro-meridionali.

Temperature stazionarie o in ulteriore diminuzione al Nord. Venti forti dai quadranti occidentali, entra il maestrale sui bacini più occidentali.

 

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Ozono e AGW, persa l’ennesima occasione di tacere.

Posted by on 13:51 in Attualità | 10 comments

Ozono e AGW, persa l’ennesima occasione di tacere.

Oggi l’ho sentita davvero grossa, perdonatemi se non vi dico precisamente dove, lo faccio per carità di Patria, ma trattasi di un palcoscenico – perché ormai siamo alla farsa – affacciato su una delle platee più affollate che ci sia.

In breve, ne abbiamo parlato anche recentemente, che il buco dell’ozono si sta stringendo o, meglio, quest’anno l’estensione dell’area con il massimo depauperamento dello strato di ozono al termine dell’estate australe è la più piccola da quando esiste il monitoraggio, ossia da quando è stato siglato e poi implementato il Protocollo di Montreal per la messa al bando dei CFC. Questa notizia, di per se’ buona, è stata interpretata, chi l’avrebbe mai detto, in chiave clima che cambia, trasformandola quindi in non proprio buona, perché, secondo l’esperto di turno, il restringimento dell’area soggetta a depauperamento potrebbe essere una conseguenza del riscaldamento globale e, quindi, dei cambiamenti climatici.

Prima di proseguire, ecco il video che mostra l’insorgere del “buco” per il 2019.

Un breve riassunto.

L’ozono, molecola formata da tre atomi di ossigeno, interagisce in stratosfera con la radiazione ultravioletta in arrivo dal sole rompendo il legame di uno degli atomi e formando così molecole di ossigeno con due atomi, quello che respiriamo. In questo modo lo strato di ozono protegge la superficie del pianeta dai raggi UV. Dal momento che anche i gas CFC, di origine ovviamente antropica, provocano la stessa scissione, la rottura di molecole di ozono da essi causata impoverisce lo strato e ne limita l’efficacia, semplicemente perché c’è meno ozono disponibile per schermare i raggi UV. L’assottigliamento più importante avviene tutti gli anni nella stratosfera polare dell’emisfero sud a fine inverno, non appena il sole si “riaffaccia” a quelle latitudini al termine della notte polare. Questo perché nel processo di interazione tra raggi UV e ozono è molto importante la temperatura dello strato, che a fine inverno è molto bassa. Infatti, più è bassa la temperatura più è efficace l’interazione. Diversamente, se la temperatura dello strato è un po’ più alta, il processo è meno efficiente.

E questo è proprio quello che è accaduto quest’anno. Poche settimane prima che riapparisse il Sole infatti, la stratosfera polare australe è stata interessata da un SSW (Stratospheric Sudden Warming), una dinamica della circolazione dell’alta atmosfera che comporta un improvviso e forte riscaldamento dello strato, piuttosto rara per l’emisfero australe e molto più frequente, accade circa una volta l’anno, per quello boreale. Questo riscaldamento ha posto le condizioni per una scarsa efficacia del processo di depauperamento e, quindi, per un’estensione dell’area interessata dal processo molto più piccola rispetto al passato. Il tutto in un trend di lungo periodo che, pur con molte oscillazioni, sta vedendo comunque un progressivo restringimento di quell’area, anche per l’efficacia del bando dei CFC.

Ora, al di là dell’ignoranza mostrata rispetto alla cronaca recente e alla complessità delle dinamiche coinvolte (basta il global warming che ce vo’), è bene sottolineare che l’aumento della temperatura media superficiale del pianeta (quale sia la causa) riguarda appunto la superficie e, in misura minore gli strati superiori del primo strato della nostra atmosfera, la troposfera. In stratosfera, invece, si registra una reazione contraria, cioè di raffreddamento. Questo perché aumentando il calore in basso aumenta anche la radiazione uscente, con conseguente raffreddamento dello strato superiore. Infatti, le serie storiche della temperatura stratosferica mostrano trend negativi, con un raffreddamento marcato fino ai primi anni 2000, poi plafonatosi di lì a seguire, guarda un po’ in concomitanza con il rallentamento del GW (la famosa pausa dell’AGW mai spiegata…).

Revisiting the Mystery of Recent Stratospheric Temperature Trends – Maycock et al. 2018, Fig.1.

Una stratosfera mediamente più fredda, come detto, rende il processo di depauperamento stagionale dell’ozono più efficace, e questa probabilmente è la ragione per cui il recupero del “buco” è lento e soggetto a forti oscillazioni da un anno all’altro. Ergo, se proprio dovessimo mettere il buco dell’ozono in relazione al riscaldamento globale, ne dovremmo registrare un incremento e non una diminuzione.

Per raccogliere le idee e scrivere queste poche righe, c’è voluto più o meno lo stesso tempo impiegato dall’esposizione in chiave non-proprio-una-buona-notizia di cui sopra, tempo che a ben vedere avrebbe potuto essere impiegato a sforzarsi di capire come stanno le cose piuttosto che mettere in scena il solito peana dell’AGW, la cui prima vittima, come sempre, non è chi ascolta, ma la conoscenza di questo mondo così complesso e meraviglioso.

Comincio ad essere stanco.

Enjoy.

 

 

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Leggere leggere leggere

Posted by on 17:11 in Attualità | 3 comments

Leggere leggere leggere

Bé certo, nella fattispecie su di un blog si dovrebbe scrivere scrivere scrivere, ma il caso vuole che il tempo sia davvero poco e ultimamente preferisco passarlo a leggere piuttosto che a trasferire le informazioni. Così, eccomi di nuovo a dar consigli di lettura, corroborati soltanto da alcune brevi descrizioni.

Fuga da modellandia. Non suona bene come in inglese (Escape from model land), ma è il titolo di un paper molto interessante che affronta un tema di cui abbiamo discusso molte volte sulle nostre pagine. Si tratta del mondo perfetto – ma virtuale – delle simulazioni, oggetti matematicamente straordinariamente precisi verificati con altre simulazioni, spesso anche con le stesse in una sorta di auto-valutazione, che non è mai veramente in grado di rappresentare la realtà. Ma, paradossalmente, finisce per diventare reale per l’uso incolto che si fa di quello che i modelli riescono a dire. Curiosamente, in questo la propaganda sul clima che cambia e cambia male guida le fila del suddetto cattivo utilizzo attraverso la colpevole omissione dell’inceetezza, nonostante i processi di definizione dell’incertezza stessa propri ad esempio dei report IPCC (non dei summary, dei report che nessuno legge…) siano invece molto chiari sull’argomento e facciano di tutto per evitare che il virtuale diventi reale. Solo che che poi c’è il cherry picking… come, altro esempio, le notizie di disastro economico-marino-demografico diffuse in questi giorni sui media in materia di livello dei mari…

Attenzione, non è una critica allo strumento modellistico, ma una chiara esortazione a farne l’uso per cui è nato: verificare ciò che succede nel reale al fine di comprendere i processi, non gettare un ponte verso il futuro…

Per stare invece un po’ più leggeri.

Vi propongo ora questo iniziale lampo di ragione del Corriere, che si chiede se il mondo sia poi così brutto come ce lo raccontano. Le metriche, i numeri, sono tutti positivi. Meno poveri, meno malati, più aspettativa di vita, insomma, cose così. Un solo segnale negativo (finito il lampo di ragione), quello della CO2, che nel periodo in esame è aumentata. Infatti al ragionevole redattore non è riuscita l’associozione di idee più banale: i numeri in positivo sono il segno del progresso, di cui la CO2 è di per se una metrica, perché significa energia abbondante e a basso costo. Dissonanza cognitiva?

Torniamo ai modelli…

Ma se gli scenari sono già fuori strada per i dieci anni appena trascorsi, come possono essere realistici per i prossimi dieci? Per dopo ancora fate voi…. Semplicemente, Roger Pielke Jr ci racconta via Forbes che gli scenari economici impiegati per forzare i modelli climatici hanno sin qui fallito di intercettare correttamente il segnale della crescita economica. Ossia, il mondo è cresciuto meno di quanto fosse previsto, quindi ha emesso meno, quindi ha inciso meno. Attenzione, questi risultati riguardano “appena” il 99,5% degli scenari IPCC, in pratica solo 5 su 1.184 scenari per 31 modelli hanno un GDP paragonabile con quello reale. Nonostante ciò, quegli scenari, sbagliati, sono ancora le forzanti del mondo di domani… ha senso basarci su le policy?

Leggere per credere.

 

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