Anidride Carbonica

Secondo i dati rilevati a Mauna Loa (NOAA, 2015) i livelli atmosferici di CO2 sono passati da 315 ppmv del 1958 alle 400 ppmv odierne con un incremento medio di 1.5 ppmv/anno. Tale incremento è soggetto ad una sensibile ciclicità stagionale per effetto della quale la CO2 cala di circa 6 ppmv ogni anno in coincidenza dell’estate boreale per poi risalire all’avvicinarsi del’inverno boreale. Tale fenomeno è sintomo dell’efficacia della vegetazione spontanea e coltivata nell’incamerare CO2 trasformandola in biomassa.

L’anidride carbonica è il principale gas serra emesso dall’uomo e tramite il processo di fotosintesi è il mattone essenziale della vita sul nostro pianeta. In proposito invito tutti alla seguente riflessione: I 70 grammi di pasta di cui a pranzo si nutre un consumatore medio italiano corrispondono 70 * 44/30 = 103 g di CO2. Insomma: niente CO2 niente cibo3.

Sarebbe auspicabile dunque interrompere il “lavaggio del cervello” in nome del quale la CO2 viene indicata come un veleno in quanto ciò è anzitutto contrario alla verità. In proposito è intuibile  che se non si coglie l’essenza dell’anidride carbonica non si potrà mai pensare di controllarne i livelli atmosferici.

L’uomo cacciava il mammuth 13700 anni fa: la prova in una foto

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L’uomo cacciava il mammuth 13700 anni fa: la prova in una foto

La foto del titolo (e le altre nel sito), molto interessanti, sono un mezzo per far conoscere ai lettori di CM l’esistenza, che ho appena scoperto, del giornale in lingua inglese Siberian Times che tratta argomenti ad ampio spettro relativi alla Siberia.
Nella sezione Science il giornale contiene 14 pagine che elencano i titoli di articoli su ritrovamenti scientifici di vario genere, non solo in Siberia. Raramente o mai, in questi articoli, si parla di clima o di tempo meteorologico; si tratta per lo più di ritrovamenti di animali e uomini preistorici, di rapporti (anche sessuali) tra Sapiens e Neanderthal, visibili nel DNA di ossa trovate in una grotta vicino alla Mongolia (apparentemente qualche migliaio di anni prima che ufficialmente il Sapiens invadesse i territori del Neanderthal), di analisi paleontologiche sull’elefante delle steppe del nord, antenato del mammut, vissuto tra 500000 e 700000 mila anni fa. Però in questi articoli non manca mai un riferimento al riscaldamento globale (causato dall’uomo), accettato senza se e senza ma.
Credo valga la pena avere notizie anche di questa parte del mondo, malgrado la loro natura prettamente giornalistica e di allineamento al main stream.

La foto in figura 1, dal sito del giornale e contenuta in un servizio di Kate Baklitskaya del 2014, mostra una vertebra toracica di mammut lanoso perforata da una lancia (o da un giavellotto), lanciata con forza sufficiente ad attraversare la spessa pelle, il grasso e la carne e a penetrare nell’osso. Sembra che all’interno del foro siano presenti frammenti della roccia usata per la punta.

Fig.1: Vertebra di mammuth lanoso con il foro di una lancia. (Da Siberian Times)

Nelle numerose foto del servizio si vedono dettagli della zona del cosidetto “cimitero dei mammuth” che in realtà dovrebbe essere stato uno stagno di fango blu e sale nel quale gli animali si immergevano (per il sale) per poi restare intrappolati nel fango. Questo particolare è importante perchè subito dopo la scoperta della vertebra ci si è chiesto se l’uomo avesse completamento cancellato la popolazione di mammuth (lo sappiamo: l’uomo è brutto, sporco e cattivo per certe “religioni”). Non ci sono però prove per una simile ipotesi e la situazione più probabile sembra essere quella di (rare) uccisioni di animali bloccati dal fango.

L’uccisione di questo mammuth dovrebbe essere avvenuta attorno a 13470 anni fa (v. figura 2), nell’arco di tempo tra il Dryas antichissimo e il Dryas recente (14700-12700 anni fa), tra gli eventi “A” e “1” di figura 2 che mostra gli eventi Dansgaard-Oeschger (D-O).

Fig.2: Posizione , sulla serie del δ18O, degli eventi di Dansgaard-Oeschger (D-O) che hanno preceduto l’Olocene. V. anche Glaciazione, Olocene ed eventi D-O: analisi degli spettri su CM.

Riferimenti

  1. Articolo di Kate Baklitsakaya su Siberian Times.
  2. Siberian Times (Home)
  3. Eventi D-O
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La Farfalla e la Cicuta

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La Farfalla e la Cicuta

Potenzialmente. Pensateci su, quante volte vi è capitato di leggere questo avverbio in materia di clima o, ancor di più, di #climachecambia? Il fatto è, dicono, che se ci metti davanti questo avverbio, tutto va bene. Non ho detto che accadrà, ho detto che potrebbe accadere. Poi, quanto sia lunga, interminabile, indistricabile la lista dei “se” che dovrebbero mettersi in fila perché quanto possibile accada, bé, quello non è importante…

Prendi ad esempio la farfalla monarca, che pare faccia un po’ come i pesci pagliaccio con gli anemoni, ossia abbia sviluppato nel suo percorso evolutivo un’immunità alle sostanze tossiche prodotte da alcune piante, i cardi o genziane, che gli permette di utilizzarle per nutrirsi e per la deposizione delle uova, proteggendole – e proteggendosi quindi – dai predatori.

Che c’entra il climate change? Eh, quello c’entra sempre, perché potenzialmente, l’aumento della temperatura potrebbe far aumentare la produzione della sostanza tossica a cui le farfalle sono immuni finendo per avvelenarle.

La prova? Piglia una genziana, mettila in una serra, falla schiattare di caldo e poi mettici sopra una farfalla, vedrai l’effetto che fa. Fantastico esperimento. Il fatto che queste specie, come tutte, si siano evolute insieme in versioni del clima di questo pianeta di cui non abbiamo la più pallida idea non sfiora lo sperimentatore, che non si accorge che la falsificazione del suo esperimento è contestuale al risultato. Come mai le farfalle non crepano a frotte quando fa caldo?

Vuoi vedere che la sanno più lunga di noi che con la genziana ci sappiamo fare solo un amaro ma irresistibile cicchetto?

Qui per i dettagli se volete:

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Beccatevi questa… E non sparate sul pianista!

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Beccatevi questa… E non sparate sul pianista!

Cinque giorni fa avrei sinceramente pensato ad uno scherzo, e confesso che ci ho pensato anche adesso. Magari chessò, il 1° aprile era Pasqua e si vuole giocare a scoppio ritardato…

Nulla di tutto ciò, ma, ciònondimeno, lo stupore è tanto. Il corriere, sebbene per quanto a me noto nella versione on-line, pubblica un pezzo incredibilmente razionale sui temi del clima e dell’ambiente. Niente di particolarmente complicato o scientificamente approfondito, semplicemente, buona parte di quello che vediamo (o pensiamo di vedere) ora, è già accaduto in passato. Di molti (quasi tutti) gli eventi che oggi vengono spacciati per “nuovi”, non si sa quanto lo siano in effetti, da quanto esistano e perché. Ma, soprattutto, l’elemento per nulla sottaciuto nel pezzo e che tutti conoscono ma nessuno osa dire mai, è quello che separa – nettamente – i temi dell’ambiente e del clima.

Perché potremo star qui a discutere per altri cent’anni del peso leggero o pesante delle azioni antropiche sul clima, ma dell’impatto delle stesse sull’ambiente c’è assoluta certezza e, se non fossero costosissime e per nulla remunerative, ci sarebbero anche tante belle cose da fare. Tipo, si legge, “E se cominciassimo a ripulire gli oceani? E se eliminassimo la plastica, flagello dell’umanità?”… […] “Non lo si fa assolutamente essendo, risultando più facile, economicamente e politicamente assai più remunerativo sbraitare ed agitarsi demagogicamente senza senso”.

E’ qui, a questo link, ammesso e non concesso che duri più di un giorno prima che ne venga richiesta la smentita, dal momento che tra i commenti già fioccano le levate di scudi 😉

PS: sì, sì, lo so, non è uno scienziato e bla bla bla…

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Delirio!

Posted by on 06:00 in Attualità | 16 comments

Delirio!

Questo post avrebbe potuto avere un titolo diverso, ad esempio in chiave settimana enigmistica, tipo “forse non tutti sanno che“… Poi ho deciso che avrei lasciato la legittima esclamazione di chi mi ha passato l’informazione. Perché la condivido, perché, anche a mio parere, si tratta di puro, semplice, autentico delirio.

Infatti, forse non tutti sanno che la Volkswagen, per riparare alle malefatte del dieselgate, sta ricomprando centinaia di migliaia di auto negli Stati Uniti e le sta parcheggiando in spazi appositi in attesa di… tempi migliori. Ben 335.000 le auto ricomprate al 31 dicembre scorso, 13.000 sono state rivendute, 28.000 distrutte. Già, distrutte, perché probabilmente l’adeguamento sarebbe stato troppo costoso o vai a capirne la ragione. Tutte le altre sono parcheggiate in distese sconfinate e, stando a quanto leggiamo qui, anche mantenute in buone condizioni di esercizio, non si sa mai dovessero cambiare le regole… Con un conto salatissimo, 7,4 miliardi di dollari sin qui, che potrebbero arrivare a 25 miliardi prima che la faccenda si possa considerare chiusa, cioè che siano stati risarciti tutti quelli che hanno chiesto e ottenuto ragione, Stato, privati, rivenditori etc., e che siano state ricomprate tutte le 500.000 auto oggetto dell’accordo fatto in sede di giudizio.

Ma chiusa per chi? Che quella del dieselgate sia stata una megatruffa e che un conto anche salatissimo non serva a riparare il danno è fuori discussione, ma distruggere 28.000 auto (e chissà quante altre ancora) presumibilmente in buone condizioni a chi conviene? All’ambiente certamente no, considerati i costi ambientali di produzione e smaltimento che non potranno mai essere ammortizzati dall’esercizio… E, ripeto, il conto salato non risolve il problema.

Delirio.

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Le Piogge in Irlanda e la QBO

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia | 7 comments

Le Piogge in Irlanda e la QBO

Non mi capita spesso di essere d’accordo con Willis Eschenbach (WE) ma questa è una di quelle rare volte. Mi spiego: Eschenbach ha pubblicato su WUWT un articolo di commento e analisi di un recente lavoro (Murphy et al., 2018) sulla serie pluviometrica mensile dell’Irlanda dal 1711 al 2016 (l’articolo è liberamente disponibile, insieme ad un supplemento che riporta la copia del brogliaccio originale delle misure); come sua abitudine, WE sottolinea che nei dati non è presente alcun segnale solare (periodo ~11 anni) e io, come si vede bene in figura 1 (pdf) non posso che confermare che del picco a ~11 anni c’è solo un accesso debole.

Fig.1: Serie della pioggia in Irlanda dal 1711 al 2016 e suo spettro MEM. La linea arancione è un filtro su 12 mesi dei dati mensili.

Lo stesso WE scrive che l’esponente di Hurst per questa serie vale 0.5 e che quindi non c’è persistenza. Io non ho fatto la verifica (la farò e la inserirò nel sito di supporto) ma l’aspetto complessivo del grafico della serie, senza particolari strutture e con i dati successivi fluttuanti tra valori positivi e negativi, mi fa pensare che la mancanza di persistenza sia reale e che i dati non siano autocorrelati.

Passando ad analizzare lo spettro, si vede che il massimo di periodo maggiore (67.8 anni) può essere associato ai periodi delle oscillazioni atlantiche (60-75 anni); il massimo a 16.5 anni è forse associabile alla combinazione tra ciclo solare di Hale (22 anni) e ciclo oceanico (~70 anni) nella forma 1/16.5≅1/22+1/70; il massimo a 28.6 non saprei come spiegarlo: forse un effetto locale legato alla temperatura dell’oceano, come sembra suggerire lo spettro della temperatura del Canale Faroer-Shetland visibile su CM, http://www.climatemonitor.it/?p=46742 figura 3, con il suo picco spettrale a 28.5 anni, o forse dovuto a qualcosa che non sono in grado di identificare; il massimo a 21 anni fa pensare al già ricordato ciclo solare di Hale; il ciclo di 6 anni è della classe “El Niño” ed è nota l’influenza di ENSO su tutto il pianeta.

Mi preme però mettere in evidenza il massimo a 2.3 anni che, con qualche sorpresa, ho notato essere il picco più potente dell’intero spettro (esclusi i periodi minori o uguali a 1 anno, immaginabili come oscillazioni annuali e stagionali del regime delle piogge). Il valore del periodo mi ha dato da pensare: 2.3 anni=2 anni e 4 mesi=28 mesi è esattamente il periodo principale della Oscillazione Quasi Biennale (QBO) su tutte le altezze (livelli di pressione) disponibili, come si vede in figura 2 b) (pdf), tratta dal post “L’Oscillazione Quasi Biennale (QBO) da un punto di vista matematico” – CM 15/09/2016.

Fig.2: Spettro della QBO. a) periodi in anni; b) periodi in mesi.

La figura 2 a) ci dice che in realtà esiste un segnale solare a 11 anni che definirei “suddiviso”: un po’ inferiore a 11 nei livelli pressori “bassi” (50, 70, 100 hPa); un po’ superiore a 11 nei livelli “alti” (10, 20 hPa), con il livello 30 hPa a fare da separatore (periodo ~9.5 anni).

Non saprei che significato dare a questa separazione e mi limito a segnalarla.

Mi ha invece dato da pensare la possibilità che l’influenza di questi venti (correnti a getto) equatoriali e il loro periodico cambiamento di verso possa influenzare la situazione meteo, emisferica o almeno quella ai ~52° N dell’Irlanda, lontano dall’Equatore.
Anche qui non ho una risposta, se non la presenza nello spettro delle piogge del picco a 2.3 anni e la coincidenza tra questo valore e il massimo della QBO.

Una nota: quando ho scaricato il dataset originale e ho iniziato ad analizzare i dati, il quadro superiore di figura 1 mostrava due fastidiose linee orizzontali che iniziavano in mezzo alla “nuvola” dei dati e terminavano sul bordo destro del grafico. All’inizio non ho dato troppa importanza a queste linee (presenti anche nei dati filtrati), più occupato ad analizzare lo spettro che mostrava un evidente massimo a 10.6 anni e a rinnovare il disaccordo con WE. Ma il fastidio per quelle linee è aumentato fino a costringermi a controllare la serie originale; ho così scoperto che il dataset conteneva due errori in quanto il 1754-01 (gennaio 1754) e il 1900-01 non erano riportati come data. Era presente solo la precipitazione, mentre per la data c’era uno spazio vuoto. Corretti questi due dati, lo spettro è diventato quello di figura 1 (con il massimo solare molto indebolito). L’influenza di 2 dati su 3682 può essere davvero importante!

  • Ho avvertito il gestore del database Pangea che mi comunicato di aver corretto l’errore.

Bibliografia

  • Conor Murphy, Ciaran Broderick, Timothy P. Burt, Mary Curley, Catriona Duffy, Julia Hall, Shaun Harrigan, Tom K. R. Matthews, Neil Macdonald, Gerard McCarthy, Mark P. McCarthy, Donal Mullan, Simon Noone, Timothy J. Osborn, Ciara Ryan, John Sweeney, Peter W. Thorne, Seamus Walsh and Robert L. Wilby: A 305-year continuous monthly rainfall series for the island of Ireland (1711-2016) , Clim.Past, 14, 413-440, 2018. doi:10.5194/cp-14-413-2018
Tutti i grafici e i dati, iniziali e derivati, relativi a questo post si trovano nel sito di supporto qui

 

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Catastrofi Meteorologiche – Il Trend nel Numero e nei Danni

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Catastrofi Meteorologiche – Il Trend nel Numero e nei Danni

Questo scritto prende le mosse da uno scambio di mail con l’amico Gianluca Alimonti che mi segnalava un lavoro dello  Science Advisory  Council  delle European Academies (EASAC, 2018) in cui si riportavano dati attinti dall’archivio della compagnia assicurativa Munich Re. Per discorrere di tale archivio, una chiave importante è costituita dall’articolo che Peter Hoppe, ricercatore di Munich Re, ha scritto nel 2016 per la rivista scientifica Weather and Climate Extremes di Elsevier.

Tale scritto, dal titolo “Trends in weather related disasters – Consequences for insurers and society”, riporta dati frutto di una pluridecennale campagna di raccolta dati sui disastri naturali e i danni da essi provocati. Tale attività si giustifica con gli interessi commerciali delle compagnie assicurative e ha portato finora a censire un totale di 36.000 singoli eventi, raccolti nel database NatCatSERVICE che è oggi il più ampio fra i dataset globali che raccolgono tale tipologia di eventi (gli altri dataset essendo quelli di Sigma/Swiss Re e EmDat/CRED).

Nel suo lavoro del 2016, Hoppe conclude in sostanza che:

  1. L’analisi dei dati di NatCatSERVICE mostra chiaramente un’elevata variabilità interannuale, con tipiche oscillazioni decadali legate a fenomeni come ENSO, AMO e PDO, e una generale tendenza a lungo termine ad un aumento del numero di catastrofi naturali in tutto il mondo (figura 1), con danni sempre crescenti (figura 2).
  2. Poiché l’aumento nel numero di catastrofi naturali è principalmente attribuibile a eventi meteorologici estremi (tempeste e inondazioni) mentre gli eventi geofisici (terremoti, tsunami e eruzioni vulcaniche) sono grossomodo stazionari, è giustificato assumere che i cambiamenti nell’atmosfera e il riscaldamento globale possano giocare un ruolo rilevante nei trend in atto.
  3. Occorre tuttavia considerare che il principale contributo al trend positivo dei danni da catastrofi naturali deriva da fattori socio-economici e demografici come la crescita della popolazione e la crescente urbanizzazione in atto, che aumentano significativamente il valore totale dei beni esposti.

Figura 1 – Numero di eventi dannosi registrati a livello mondiale e suddivisi in meteorologici (tempeste tropicali ed extratropicali, temporali e tempeste locali), idrologici (alluvioni, frane) e climatologici (temperature estreme, siccità, incendi boschivi).

Figura 2 – Entità dei danni globali dovuti a fenomeni meteorologici.

Ai fattori di incertezza evidenziati da Hoppe si deve aggiungere quello evidenziato dal report EASAC (2018), in cui si scrive fra l’alto che il monitoraggio delle catastrofi naturali è migliorato significativamente grazie all’uso di Internet, per cui gli eventi minori sono oggi meglio registrati di quanto fossero 30 anni fa. Il migliore monitoraggio ha:

  • Un effetto sensibile sulla tendenza all’aumento del numero di eventi dannosi che emerge da figura 1.
  • Un effetto assai più contenuto sul trend di aumento dei danni (figura 2) in quanto i danni sono determinati soprattutto dagli eventi catastrofici principali, i quali sono sempre stati registrati.

E’ inoltre a mio avviso necessario sottoporre a critica anche i dati riportati in figura 2, in quanto se si parla di trend di lungo periodo nei danni dovuti a catastrofi naturali è fondamentale esprimerlo depurandolo dall’effetto di crescita della ricchezza, che a livello mondiale espone quote sempre più elevate di beni all’inclemenza del tempo atmosferico. Un modo efficace per ottenere ciò è quello di esprimere le perdite dovute a disastri naturali come percentuali del Gross domestic product (GDP) globale.

E’ quello che hanno ad esempio fatto Shalini Mohleji e Roger Pielke jr. (2014) quando nella loro figura 1  presentano i danni globali relativi al periodo 1980-2008 espressi come percentuali del GDP. Tale serie è stata poi aggiornata al 2017 da Roger Pielke jr. e viene riportata nel sito https://theclimatefix.wordpress.com/2018/01/04/weather-disasters-as-proportion-of-global-gdp-1990-2017/ (figura 3).

Figura 3 – Serie storica delle catastrofi di origine meteorologica con danni espressi in percentuale sul GDP (Pielke jr., 2018).

Dall’analisi visuale di tale figura si nota la presenza di un debole trend lineare negativo (linea rossa) unito a una grande variabilità interannuale, con il 1993, 1998, 2005 e 2017 come anni di massimo e 1997, 2000, 2001, 2006, 2009, 2014 e 2015 come anni di minimo.

Conclusioni

In sintesi per interpretare in modo corretto i trend negli eventi estremi e nei relativi livelli di danno è fondamentale utilizzare dati depurati da effetti che meteorologici non sono.

In tal senso ricordo come emblematico il caso dei danni da uragani negli USA che lo stesso Roger Pielke jr. (2008) depurò dall’effetto dei crescenti livelli di urbanizzazione delle aree costiere mostrando che un trend sensibilmente positivo era in realtà lievemente negativo come si evince dal digramma di figura 4.

Figura 4 – Serie storica dei danni da uragani negli USA in milioni di dollari 2014 (Pielke Jr. et al, 2008 e http://rogerpielkejr.blogspot.it/2014/08/normalized-us-hurricane-losses-1900-2013.html).

Bibliografia

  • EASAC, 2018. Extreme weather events in Europe Preparing for climate change adaptation: an update on EASAC’s 2013 study, European Academies’ Science Advisory  Council, www.easac.eu
  • Hoeppe P., 2016. Trends in weather related disasters – Consequences for insurers and society, Weather and Climate Extremes 11 (2016) 70–79
  • Mohleji and Pielke, 2014 Reconciliation of Trends in Global and Regional Economic Losses from Weather Events: 1980 – 2008
  • Pielke, Jr., R.A., J. Gratz, C.W. Landsea, D. Collins, M. Saunders, and R. Musulin (2008), Normalized Hurricane Damages in the United States: 1900-2005. Natural Hazards Review 9:29-42. And is updated to 2014 values by ICAT.
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Le Previsioni di CM – 2/8 Aprile 2018

Posted by on 05:55 in Attualità | 0 comments

Le Previsioni di CM – 2/8 Aprile 2018

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Un tenace anticiclone termico sulla Groenlandia convoglia aria molto fredda dal Mare di Kara fin sul Mare del Nord, alimentando un vortice atlantico che in queste ore sta già determinando un deterioramento delle condizioni atmosferiche sulla Francia, sulla Spagna e sulle isole britanniche. In risposta dinamica all’avvicinamento del vortice, la pressione è aumentata sull’Italia, apportando un miglioramento delle condizioni atmosferiche dopo le ultime precipitazioni del weekend. A livello sinottico generale si nota un flusso principale ancora piuttosto basso, sebbene molto più ondulato per effetto del riscaldamento della piattaforma nord-africana e della maggiore facilità con cui l’aria calda subtropicale riesce a spingersi verso nord. Del resto, siamo in primavera (Fig.1).

Pur con una certa fatica, il vortice atlantico riuscirà ad avanzare verso levante, in direzione dell’Italia e dell’Europa centrale. Nel frattempo una ennesima depressione si approfondirà in Atantico a causa dell’incessante alimentazione di aria fredda dal Mare di Barents. Tuttavia, la rimonta anticiclonica seguita al passaggio della prima ondulazione si rivelerà un ostacolo insormontabile per il secondo vortice in avvicinamento da ovest, che complice l’estrema debolezza del campo in quota sul vicino Atlantico, tenderà a sprofondare in direzione delle Canarie nella forma di una saccatura piuttosto stretta. Inevitabile il consolidamento di un anticiclone sul Mediterraneo e sull’Europa centrale dove per qualche giorno si respirerà aria di primavera con giornate soleggiate e temperature molto miti, specie sulle aree interne dove più si farà sentire l’effetto del soleggiamento.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì iniziali condizioni di cielo sereno o poco nuvoloso su tutte le regioni con aumento della nuvolosità stratiforme al Nord e sull’alto Tirreno nella seconda parte della giornata. Temperature in aumento.

Martedì cieli coperti al Nord e su alta Toscana con piogge diffuse e nevicate a quote medio-alte sulle Alpi. Peggiora sulla Sardegna con rovesci in serata. Nuvolosità in aumento sulle regioni centrali, parzialmente nuvoloso al Sud con temperature in ulteriore aumento.

Mercoledì nubi e precipitazioni si estendono alle restanti regioni centrali peninsulari. Dal pomeriggio ulteriore intenso peggioramento al Nord e su alta Toscana con precipitazioni diffuse, anche a carattere di rovescio o temporale e localmente di forte intensità. Neve sulle Alpi al di sopra dei 1500 metri. Sud ancora in attesa con cieli parzialmente nuvolosi. Temperature in diminuzione nei valori massimi al Nord, in ulteriore lieve aumento sulle regioni ioniche.

Giovedì nuvolosità e fenomeni scivolano verso sud, interessando prevalentemente i versanti orientali del Paese e con schiarite ampie su quelli occidentali in un contesto generale di variabilità. Temperature in diminuzione, più sensibile al Sud.

Da Venerdì a Domenica: rapido miglioramento delle condizioni del tempo nella giornata di Venerdì, e fine settimana caratterizzato da tempo stabile e soleggiato su tutte le regioni. Temperature in aumento e venti deboli con brezze anche sostenute lungo i litorali.

Colgo l’occasione per porgere a tutti i lettori del Blog i più sinceri auguri di buona Pasqua.

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Giù le mani dalla cioccolata!

Posted by on 06:00 in Attualità | 8 comments

Giù le mani dalla cioccolata!

Prima dell’avvento dell’era digitale, un Easter egg era semplicemente un uovo di Pasqua per la lingua inglese, naturalmente di cioccolata. Ora, traendo spunto dal sapore fanciullesco della sorpresa che le uova di cioccolata nascondono, è diventato un modo per definire dei giochi o piccole sorprese all’interno di software. Naturalmente, sono famosi a livello planetario gli Easter egg di google, di cui potete trovare qui la lista completa.

In tempi di disfatta climatica (a proposito, sarà pure bassa questa Pasqua, ma non si può certo dire che ci siano da fare dei gran bagni di sole…), dovremo forse abituarci all’idea che le sorprese non potranno più essere nascoste nelle uova di cioccolata, perché, con un tempismo degno di nota, qualcuno ha pensato bene di interrogarsi sulla sostenibilità del consumo di latte e cacao (o solo il secondo, dipende dai gusti) messi insieme per dar vita all’alimento più buono di tutti, appunto la cioccolata.

Environmental impacts of chocolate production and consumption in the UK

La notizia di questa prodezza scientifica arriva da Eurekalert, dove si aggiungono numerosi virgolettati dell’autore principale della ricerca.

Is your Easter egg bad for the environment?

Il più bello di tutti, dopo aver discettato di chilometri percorsi dal cacao, di milioni di tonnellate di CO2 emesse per assaporare praline, tavolette et similia, è senz’altro il seguente:

It is true that our love of chocolate has environmental consequences for the planet. But let’s be clear, we aren’t saying people should stop eating it.

Ergo, passata la Pasqua, nessuno si ricorderà più di questo studio, ma avremo avuto la nostra dose quotidiana di senso di colpa.

Non so voi, ma vado a rompere il mio uovo di cioccolata cui, ebbene sì, non rinuncerei per nulla al mondo!

Buona Pasqua!

 

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Tranquilli, la Tiangong1 non romperà le uova di Pasqua.

Posted by on 09:02 in Attualità | 0 comments

Tranquilli, la Tiangong1 non romperà le uova di Pasqua.

Ormai siamo agli sgoccioli. Manca pochissimo per sapere chi avrà avuto ragione, se la scienza o i catastrofisti, sempre molto attivi nell’annunciare devastanti tragedie globali con ogni social abbiano a disposizione. Perché ultimamente il terrore sembra andare di gran moda. Vuoi perché crea condivisioni, o perché solletica l’autocompiacimento dei tanti che ciondolano in Rete perché non stanno bene nel mondo reale, o perché in fondo il clickbaiting porta tanti, ma tanti soldi; fatto sta che più la spari grossa più piaci.

Ultimo, eclatante esempio la Stazione Spaziale Cinese numero 1 che – stando a quanto si legge in giro – ci starebbe cadendo sulla testa, manco fossimo Asterix e Obelix. “40 minuti per scappare” – ha titolato un quotidiano on line, pretendendo pure che pagassimo per capire a quale infausto destino dovessimo sfuggire. Peccato che non dobbiamo scappare proprio da nulla, tanto meno dall’ “impetuoso tuffo rovente” della “navicella” in caduta incontrollata.

Perché la Tiangong1, il primo tentativo non di “navicella”, ma di Stazione Spaziale costruita dalla Cina in risposta alla più celebre Stazione Spaziale Internazionale (frutto dello sforzo di 5 agenzie spaziali  – USA, Canada, Russia, Europa e Giappone e alla quale la Cina non ha accesso, per vecchie ruggini con gli Stati Uniti)  è davvero fuori controllo, in caduta libera sul nostro pianeta. Ma è anche vero che il rischio che cada sul nostro territorio è davvero minimo. 10 milioni di volte inferiore al rischio annuale di essere colpiti da un fulmine, dice l’ESA – l’Agenzia Spaziale Europea – nel suo blog sull’argomento. E l’ESA la sa lunga, essendo l’agenzia responsabile per il nostro continente del centro di controllo sui detriti spaziali.

Ora che siamo tutti più tranquilli, e che sappiamo che possiamo fare il barbecue in giardino il giorno di pasqua senza rischiare di essere abbattuti da un pezzo della Tiangong1, vediamo perché non possiamo sapere, fino all’ultimo, dove cadranno i detriti della Stazione Spaziale Cinese.

Il Palazzo Celeste – questo il significato di Tiangong – pesa 8 tonnellate e mezzo, ed ha una struttura cilindrica di circa 10 metri, dotata di 2 pannelli solari di circa 7 metri. In orbita dal 2011, è stata abitata saltuariamente da astronauti cinesi e utilizzata come laboratorio in microgravità. Nei progetti iniziali, a fine carriera avrebbe dovuto polverizzarsi in atmosfera con un rientro controllato, cioè calcolato nei minimi dettagli, facendo disperdere i pochi detriti rimasti nell’Oceano o su zone disabitate. Ma nel 2016 si sono persi i contatti radio con la Stazione, e cosi la povera Tiangong ha iniziato una lentissima ma inesorabile caduta verso la superficie della Terra, senza alcuna possibilità di modificarne la traiettoria tramite i motori di cui è dotata. Dai dati radar che ne stabiliscono altezza e velocità di caduta possiamo solo calcolare, tramite diversi modelli, il momento in cui toccherà il suolo, con un margine di errore di circa 24 ore. E il risultato è a cavallo della Pasqua, più o meno una manciata di ore.

Un margine dei errore dovuto a fattori fisici ben precisi, ma allo stesso tempo imprevedibili. La stazione è in rotazione su sé stessa, cosa che ne complica – e parecchio –  il moto (video qui). Poi, c’è l’Atmosfera. Densità e temperature diverse ad altezze diverse, e in zone diverse del pianeta. Con modelli diversi che la descrivono. E con un impatto diverso sulla temperatura dei metalli, sulla loro distorsione e sulla velocità di rientro. Infine, il Sole. L’attività solare ha un forte impatto sulla nostra atmosfera, e quindi, in ultima analisi, sul moto della Tiangong. Come nei modelli climatici, lo space weather va incluso anche nel calcolo del decadimento di una orbita di un satellite o – nel nostro caso –  di una stazione spaziale in caduta libera, soprattutto quando si muove negli strati più esterni della atmosfera. Mescolare tutto, ed ecco qui l’incertezza sul momento dell’impatto. Che si riverbera anche sulla zona in cui cadranno – se ce ne saranno – i detriti. Più o meno mezzo pianeta, tre quarti del quale coperto da Oceani.

Nessuna paura quindi: qui si sta dalla parte della scienza. Con buona pace dei catastrofisti, avremo una Pasqua tranquilla, funestata solo – forse – da qualche pesce d’aprile.

Fascia latitudinale e densità della popolazione potenzialmente interessate dalla traiettoria di caduta. Fonte ESA. http://blogs.esa.int/rocketscience/2018/03/26/tiangong-1-frequently-asked-questions-2/

NB: qui trovate gli aggiornamenti ESA sullo stimato per il rientro.

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Lo spettro della grotta di Dongge, Cina

Posted by on 07:00 in Attualità, Climatologia | 4 comments

Lo spettro della grotta di Dongge, Cina

Riassunto: Lo spettro della serie δ18O da una stalagmite nella grotta di Dongge viene calcolato usando un dataset diverso da quello usato in precedenza e viene eliminata la persistenza nei dati tramite la derivata numerica. Si confrontano gli spettri osservato e corretto per la persistenza.
Abstract: The spectrum of the δ18O series from a Dongge Cave stalagmite has been computed from a dataset different from the one used in an early spectral analysis. Also, a correction of the persistence (long-term memory) has been obtaioneby means of the nunerical derivatives of the dataset, and the spectra (observed and corrected) compared each other.

In un articolo su CM di qualche giorno fa, avevo usato, nella figura 1, il dataet SB-14 definendolo “della grotta di Dongge”. In realtà SB-14 fa parte di una serie di speleotemi misurati nelle grotte di Dongge e di Sanbao (D8, SB-12, SB-14, ecc) da Cheng et al., 2016 dove le sigle utilizzate (D e SB) identificano la grotta di provenienza (D per Dongge; SB per Sanbao). Il fatto che nel citato lavoro di Cheng le serie delle due grotte siano inserite nello stesso dataset e che i dati della prima (D8) costityuiscano una minuscola parte della seconda mi fa pensare che le due grotte appartengano allo stesso complesso ipogeo e che siano vicine.

In ogni caso, nell’articolo su CM citato all’inizio ho utilizzato i dati SB-14 della grotta di Sanbao definendoli provenienti da Dongge e sbagliando formalmente. Quando, citando Javier, nell’articolo dico che non trovo i massimi spettrali che lui riprende da Steinhilber et al., 2012, sto usando un dataset diverso; quello giusto è prodotto da Wang et al., 2006, è disponibile nel sito NOAA Paleo https://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/paleo/speleothem/china/dongge2005.txt e si estende fino a quasi 9000 anni fa (~9 ka BP).
La figura 1 (pdf) mostra i dati e il loro spettro LOMB. In particolare, il grafico inferiore è quello che deve essere confrontato con la fig.2 di Javier. Si vede una buona concordanza tra gli spettri, a conferma di quanto calcolato da Steinhilber et al., 2012.

Fig.1: Serie DA di δ18O dalla grotta di Dongge e suo spettro Lomb. In via del tutto eccezionale (non lo faccio mai) riporto, come linee tratteggiate verdi, i livelli di confidenza del 95 e del 99%.

Ho voluto, però, anche verificare la persistenza (o memoria a lungo termine) presente nel dataset e ho calcolato l’esponente di Hurst H (in modo molto, molto approssimato) e soprattutto la funzione di autocorrelazione (acf) dei dati, da confrontare con quella ottenuta dopo aver calcolato la derivata numerica della serie, da cui appare, indipendentemente dal valore di H, che i dati di Dongge sono fortemente afflitti dalla memoria a lungo termine. Il confronto tra le due acf è in figura 2 (fig2).

Fig.2: Funzione di autocorrelazione delle serie DA da Dongge osservata (nero) e corretta con la derivata prima (blu). Da notare come la acf “corretta” sia praticamente quella teorica e quindi la totale scomparsa della persistenza.

Lo spettro delle derivate appare diverso da quello dei dati originali e i due spettri, pur mostrando massimi di periodo parzialmente compatibili, come si vede in tabella 2 di figura 3.

Tabella 2. Confronto
tra i massimi corris-
pondenti, in ka; 
dongge.txt da Wang et
al., 2006. I dati fra
parentesi esistono ma
non sono indicati nella
figure 1 e 4.
======================
ObsPer  DerPer
4.38     ----
3.13     3.55
2.31     2.00
1.83     ----
1.46     1.4
1.25     ----
1.09     ----
0.97     0.95
0.80     0.84
0.72     0.71
0.57     0.57
(0.52)   0.54
0.49     ----
(0.42)   0.41 
0.35     0.33

Fig.3: a sinistra la tabella con il confronto diretto tra i massimi spettrali “osservati” e “corretti”. a destra la funzione di cross-correlazione (ccf) tra gli spettri della serie DA di Dongge (pdf). I due spettri sono scorrelati come non era mai accaduto prima, nella correzioni per la persistenza.

In figura 4 (pdf) il grafico e lo spettro delle derivate numeriche da cui si vede la diversità tra i dati corretti e osservati, sia nella struttura dello spettro stesso sia, in particolare, nei rapporti tra le potenze dei massimi all’interno dello stesso spettro.

Fig.4: Derivate numeriche e loro spettro della serie DA di Dongge.

Il massimo (o i massimi) attorno a 1000 anni (1 ka) non sono più quelli di maggiore potenza fino a 1.5 ka e il loro posto viene preso dal picco a 0.54 ka che diventa il più potente dell’intero spettro (esclusa la “foresta” con periodi minori di 200 anni).

Bibiografia

 

  • Hai Cheng, R. Lawrence Edwards, Ashish Sinha, Christoph Spötl, Liang Yi, Shitao Chen, Megan Kelly, Gayatri Kathayat, Xianfeng Wang, Xianglei Li, Xinggong Kong, Yongjin Wang, Youfeng Ning & Haiwei Zhang: The Asian monsoon over the past 640,000 years and ice age terminations , Nature , 534, 98-111, 640-646, 2016.
  • Friedhelm Steinhilber, Jose A. Abreu, Jürg Beer, Irene Brunner, Marcus Christl, Hubertus Fischer, Ulla Heikkilä, Peter W. Kubik, Mathias Mann, Ken G. McCracken, Heinrich Miller, Hiroko Miyahara, Hans Oerter, and Frank Wilhelms: 9,400 years of cosmic radiation and solar activity from ice cores and tree rings, PNAS, 109, no.16, 5967-5971, 2012.doi:10.1073/pnas.1118965109
  • Yongjin Wang, Hai Cheng, R. Lawrence Edwards, Yaoq Xinggong Kong, Zhisheng An, Jiangying Wu, Megan J. Kelly, Carolyn A. Dykoski, Xi The Holocene Asian Monsoon: Links to Solar Changes and North Atlantic Climat , Science, 308, 854-857, 2005.
    doi:10.1126/science.1106296

 

Tutti i grafici e i dati, iniziali e derivati, relativi a questo post si trovano nel sito di supporto qui

 

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