Temperature Globali

Trend in atto

Dopo la fine della piccola era glaciale, fase fredda che ha interessato più direttamente il periodo compreso fra il XVII e la prima metà del  XIX secolo, le temperature globali hanno ripreso a salire (“grazie a Dio”, perché fare agricoltura prima che la “perfida azione dell’uomo” iniziasse ad alterare il clima era assai più proibitivo rispetto ad oggi).

Circa l’andamento delle temperature globali al suolo, secondo il dataset internazionale Hadcrut4 per il periodo 1850-2015 (CRU di East Anglia University e Hadley Center), ad una fase di aumento che ha avuto il proprio apice nel 1878 (+0.5°C rispetto al 1850)  ha fatto seguito una fase di decremento con minimo nel 1911 (-0.2°C rispetto al 1850). Ad un nuovo incremento fino al 1945 (che si è collocato a +0.5°C rispetto al 1850) è seguita una diminuzione protrattasi fino al 1976 (anno che a livello globale si colloca a soli +0.1°C rispetto al 1850). Dal 1977 al 1998 le temperature globali sono di nuovo aumentate portandosi nel 1998 a +0.85°C rispetto al 1850. Dal 1998 ad oggi infine si è osservato un lieve aumento residuo che tuttavia non trova conferma nei dati da satellite MSU relativi alla bassa troposfera, e che indicano piuttosto la sostanziale stazionarietà delle temperature globali dopo il 1998.

Occorre evidenziare che la salita delle temperature fino ai valori odierni è stata tutt’altro che continua, nel senso che a un trend di incremento pari a +0.85°C dal 1850 ad oggi si è costantemente sovrapposta una ciclicità sessantennale che ha mostrato minimi negli anni 1850, 1910, 1977 e massimi negli anni 1878, 1945 e 1998. Inoltre si è assistito ad una accentuata variabilità interannuale con la rapida alternanza di annate più calde e più fredde.

Oggi sappiamo che la ciclicità sessantennale è imposta da una ciclicità delle temperature marine che per il Nord Atlantico è espressa dall’indice AMO, fenomeno del tutto naturale, la cui presenza è dimostrata per lo meno per gli ultimi 8000 anni (Knudsen et al 2011). La grande variabilità interannuale è anch’essa un fenomeno del tutto naturale e che deriva dall’alternarsi di regimi circolatori diversi. La sua presenza anche remota ci è mostrata ad esempio dalla serie storica delle date di vendemmia in Borgogna dal 1370 ad oggi (Labbé e Gaveau, 2013).

Sul trend di +0.85°C non possiamo invece escludere l’influenza umana legata all’emissione di gas serra di origine antropica (anidride carbonica, metano, protossido d’azoto) cui si sovrappongono fenomeni naturali come l’attività solare. In tal senso fra le possibili interpretazioni citiamo quella di Ziskin & Shaviv (2012) i quali applicando un Energy Balance Model, hanno stimato che il 60% del trend crescente delle temperature osservato nel XX secolo è di origine antropica ed il 40% e di origine solare. Anche se la scienza non procede di regola per “colpi di maggioranza”, occorre evidenziare che le valutazioni di Ziskin & Shaviv sono confortate dal fatto che il 66% dei 1868 ricercatori operanti in ambito climatologico e intervistati da Verheggen et al. (2014) ha espresso l’idea che le attività antropiche siano all’origine di oltre il 50% dell’aumento delle temperature globali registrato dal 1950 ad oggi.

Aspetti paleoclimatici

Lo studio del paleoclima ci indica che l’olocene è stato interessato da episodi caldi (gli optimum postglaciali) fra cui rammentiamo il grande optimum postglaciale, l’optimum miceneo, l’optimum romano, l’optimum medioevale e la fase di riscaldamento attuale. A tali fasi si sono alternate fasi di “deterioramento” segnate da cali termici ed avanzate glaciali. Per inciso l’uso di “optimum” e “deterioramento” non è affatto casuale e gli optimum erano così chiamati i quanto la vita era più facile, la mortalità più ridotta e le fonti di cibo ed energia più abbondanti. Lo stesso padre spirituale della teoria dell’Anthropogenic Global Warming (AGW), Svante Arrhenius, vedeva nel riscaldamento globale da CO2 un fenomeno positivo poiché in grado di rendere più vivibili e meglio fruibili per l’uomo i gelidi areali nordeuropei, sogno questo che si starebbe oggi avverando.

Un Mese di meteo – Aprile 2019

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Un Mese di meteo – Aprile 2019

IL MESE DI APRILE 2019[1]

Precipitazioni abbondanti e temperature pienamente nella norma.

La topografia media del livello di pressione di 850 hPa (figura 1a) evidenzia che l’Italia è interessata da una circolazione depressionaria determinata da una saccatura da Nordovest associata a un minimo al largo delle coste nord-americane. Tale struttura circolatoria è parte di una più vasta struttura di blocco con area anticiclonica centrata sulla Scandinavia. Tale diagnosi è confermata dalla carta delle isoanomale (figura 1b) la quale evidenzia un’area ad anomalia negativa in Atlantico a ovest della Isole Britanniche e un nucleo di anomalia positiva sulla Scandinavia settentrionale.

Figura 1a – 850 hPa – Topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota). Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Figura 1b – 850 hPa – carte delle isoanomale del livello di pressione di 850 hPa.

L’aprile 2019 ha visto il territorio nazionale in tutto o in parte interessato da 7 perturbazioni transitate rispettivamente dal 3 al 7 aprile, l’8, dal 9 al 15, dal 21 al 22, dal 23 al 26, il 27 e dal 28 al 30 aprile (tabella 1).

Tabella 1 – Sintesi delle strutture circolatorie del mese a 850 hPa. Il termine perturbazione sta ad indicare saccature atlantiche o depressioni mediterranee (minimi di cut-off) o ancora fasi in cui la nostra area è interessata da regimi che determinano variabilità perturbata (es. flusso ondulato occidentale).

Tabella 2 – Tipi circolatori giornalieri a 850 hPa secondo la classificazione Ersal a 17 tipi che si fonda sulla classificazione di Borghi e Giuliacci a 16 tipi.

La piovosità più elevata a livello italiano è stata registrata il 5 aprile con una media nazionale di 12.5 mm, seguito dal 23 aprile con 11.0 mm e dal 4 aprile con 9.8 mm. Inoltre 4, 5 e 23 aprile sono stati i tre giorni più piovosi al Nord e al Centro e 13, 5 e 7 lo sono stati al Sud. Si noti infine che la piovosità media per macroaree indica che mentre il centro-nord ha goduto di una piovosità ben distribuita sull’intero mese, la macroarea del meridione ha visto la piovosità concentrarsi nella prima quindicina, il che è compatibile con la climatologia degli areali a clima pienamente mediterraneo.

Andamento termo-pluviometrico

Le temperature medie delle massime e delle minime mensili (figure 2 e 3) sono risultate pienamente nella norma salvo lievi anomalie positive o negative a carattere locale. A livello pluviometrico mensile la figura 5 mostra anomalie positive su Triveneto, Val d’Aosta, Piemonte orientale, Lombardia occidentale, Toscana meridionale, Umbria e Sardegna orientale. Anomalie negative a carattere locale si osservano invece su Lombardia centrale, Sardegna orientale, Sicilia occidentale, Campania, Abruzzo e Molise.

Figura 2 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Figura 3 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

L’analisi decadale (tabella 2) conferma a livello termico quanto scritto a livello mensile, con temperature ovunque nella norma salvo una lieve anomalia positiva nelle temperature minime al Sud nella terza decade del mese. A livello pluviometrico invece si notino le anomalie positive nella prima decade al centro-nord e nella seconda al sud mentre la terza decade ha visto una vistosa anomalia positiva al Nord parzialmente compensata da una sensibile anomala negativa al sud.

Tabella 3 – Analisi decadale e mensile di sintesi per macroaree – Temperature e precipitazioni al Nord, Centro e Sud Italia con valori medi e anomalie (*).

(*) LEGENDA:

Tx sta per temperatura massima (°C), tn per temperatura minima (°C) e rr per precipitazione (mm). Per anomalia si intende la differenza fra il valore del 2013 ed il valore medio del periodo 1988-2015.

Le medie e le anomalie sono riferite alle 202 stazioni della rete sinottica internazionale (GTS) e provenienti dai dataset NOAA-GSOD. Per Nord si intendono le stazioni a latitudine superiore a 44.00°, per Centro quelle fra 43.59° e 41.00° e per Sud quelle a latitudine inferiore a 41.00°. Le anomalie termiche positive sono evidenziate in giallo (anomalie deboli, inferiori a 2°C), arancio (anomalie moderate, fra 2 e 4°C) o rosso (anomalie forti,di  oltre 4°C), analogamente per le anomalie negative deboli (minori di 2°C), moderata (fra 2 e 4°C) e forti (oltre 4°C) si adottano rispettivamente  l’azzurro, il blu e il violetto). Le anomalie pluviometriche percentuali sono evidenziate in azzurro o blu per anomalie positive rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% e  giallo o rosso per anomalie negative rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% .

Figura 4 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 5 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

La sopra descritta assenza di anomalie termiche è confermata dalla carta delle anomalie termiche globali riportata in figura 6a, ricavata da dati MSU mentre la carta dell’anomalia termica globale da stazioni al suolo prodotta dal Deutscher Wetterdienst sulla base dei report mensili CLIMAT (figura 6b) mostra la presenza di una lieve anomalia positiva sull’intero areale italiano.

Figura 6a – UAH Global anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile della bassa troposfera. Dati da sensore MSU UAH [fonte Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama in Huntsville – prof. John Christy (http://nsstc.uah.edu/climate/)

Figura 6b – DWD climat anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile al suolo. Carta frutto dell’analisi svolta dal Deutscher Wetterdienst sui dati desunti dai report CLIMAT del WMO [https://www.dwd.de/EN/ourservices/climat/climat.html).

[1]              Questo commento è stato condotto con riferimento alla normale climatica 1988-2017 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

 

 

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La Nuova Climatologia ai Tempi dell’AGW

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La Nuova Climatologia ai Tempi dell’AGW

Sul Corriere della Sera di martedì 14 maggio 2019 a pagina 21 trovo l’articolo “Lo scienziato – Le lingue di freddo che portano aria artica – così cambia il clima” a firma di Agostino Gramigna. Nell’articolo si riporta un’intervista al climatologo dell’ENEA Sannino.

Anzitutto lascerei da parte l’idea secondo cui il cambiamento climatico odierno sarebbe associato a maggiori trasporti latitudinali di aria fredda verso sud e calda verso Nord, una teoria affascinante ma che richiederebbe forse qualche dimostrazione in più, se non altro in onore del fatto che Charney e De Vore, in un loro lavoro del 1979, evidenziavano l’alternarsi di due modi fondamentali della circolazione generale e cioè un modo zonale e uno latitudinale.

Quel che mi ha incuriosito è invece la seguente affermazione del climatologo Sannino: “La vera anomalia in questo momento è a Est, in Siberia con 30°C”.

Mi sono così domandato quanto sia davvero anomala la situazione evidenziata da Sannino in questo maggio 2019 e per verificarlo ho scaricato dal dataset di GSOD i dati dal 2 settembre 1949 al 15 maggio 2019 per la stazione di Pinega, a 43°Est nella regione di Arkhangelsk, sul Mar Bianco e  i dati dal 1 maggio 1955 al 15 maggio 2019 per la stazione di Chokurdah nella Repubblica Autonoma della Sacha-Jacuzia, a 147°Est.

Si noti che Pinega non è geograficamente in Siberia essendo localizzata ad ovest degli Urali: tuttavia la sua serie storica è interessante per noi perché il sito ha subito a lungo l’influenza del grande anticiclone dinamico di blocco che ha dominato la Scandinavia a partire dal mese di aprile determinando temperature al di sopra delle norma.

I risultati della mia analisi sono riportati in tabella 1, in cui ho elencato in ordine decrescente i 20 valori di temperatura più elevati registrati a maggio per le due serie storiche.

In particolare per Pinega si noti che il valore più elevato in assoluto è stato raggiunto il 15 maggio 2010 con 30.1°C, seguito dal 2 maggio 1957 con 30°C. Al terzo posto troviamo poi l’11 maggio 2019 con 28.9°C, a pari merito con il 10 maggio 2010. Pertanto il valore di temperatura del 2019 per quanto elevato non è affatto privo di precedenti, anche in epoche non sospette di AGW. Per la stazione di Chokurdah non vi è invece alcuna traccia del 2019 nei 20 valori di temperatura più elevati registrati a maggio.

Questi sono i dati che una semplice e sbrigativa analisi di serie storiche pone in evidenza e che ci mostrano che l’anomalia termica registrata nelle due stazioni analizzate è tutt’altro che senza precedenti. Ovviamente la mia analisi è limitata a due stazioni per cui se qualcuno avesse dati che portano a conclusioni diverse dalle mie è vivamente pregato di esibirli in modo che possa rivedere il mio giudizio.

Tabella – I 20 valori più elevati di temperatura di maggio per Pinega e Chokurdah
Pinega

(64°N, 43°E)

Chokurdah

(70°N, 147°E)

numero d’ordine Giorno Valore (°C) Giorno Valore (°C)
1 20100515 30.1 19810530 23.0
2 19570512 30.0 19810531 23.0
3 20100510 28.9 19570531 21.1
4 20190511 28.9 19810529 19.0
5 20120518 28.8 20080528 19
6 20050525 28.7 20070531 18.4
7 19950524 28.5 20070530 18.2
8 20150528 28.4 20130531 18.1
9 20190512 28.4 20120527 17.6
10 19790526 28.0 19710528 17.2
11 19790529 28.0 19790529 17.0
12 20100511 28.0 19810528 17.0
13 20100514 28.0 19900530 16.0
14 19840517 27.9 20130530 15.7
15 19840518 27.6 20120528 15.4
16 19930516 27.5 19610531 15.0
17 19770501 27.0 19650527 15.0
18 19770502 27.0 19650528 15.0
19 19770503 27.0 19660530 15.0
20 19770504 27.0 20120526 14.7

Alcune riflessioni più generali

Credo che un buon punto di partenza per intendere cosa sia la “nuova climatologia ai tempi dell’AGW” stia in quanto scrisse un climatologo dell’ENEA ben più famoso di Sannino e cioè Vincenzo Ferrara, il quale nel 1982 produsse un articolo “visionario” dal titolo “SE IO FOSSI UN CLIMATOLOGO” pubblicato sulla Rivista di meteorologia aeronautica e che riporto per intero in coda a questo post.

Da quando tanti anni fa lessi lo scritto di Ferrara dissi fra me e me che non avrei a nessun costo seguito la via che Ferrara stesso, nella sua grande preveggenza, additava a tutti noi, ammonendoci a non fare come quel medico che per un fatto deontologico evita di prescrivere al paziente quella carriolata di medicine che quest’ultimo si attende e che per tale ragione viene additato come un “medico da poco”. L’esperienza di tutti questi anni, maturata con l’aiuto di vari amici con cui mi sono sentito in sintonia, mi ha permesso di sviluppare una serie di riflessioni che voglio qui di seguito riportare in estrema sintesi.

  1. Prima di lanciare allarmi su fenomeni estremi e senza precedenti occorrerebbe preoccuparsi sempre di verificare su un congruo numero di serie storiche qual è il tempo di ritorno dei fenomeni osservati. Buona norma sarebbe anche verificare i siti d‘installazione e le caratteristiche delle stazioni utilizzate per sviluppare climatologie degli eventi estremi (così facendo non è raro scoprire cose curiose e che poco o nulla hanno a che vedere con la climatologia come siti non conformi alle norme internazionali e apparecchiature in cattivo stato…).
  2. Nei trend climatici analizzati sarebbe buona norma cercare sempre di discernere il peso della variabilità naturale, legata ad esempio alle ciclicità atmosferiche (NAO, ecc.) o oceaniche (AMO, ecc.)
  3. Nei fenomeni meteorologici estremi sarebbe buona norma cercare nella misura del possibile di mettere in luce i fattori causali. Ad esempio un fenomeno a mesoscala come il foehn può dar luogo ad aumenti intensi e repentini delle temperature che con l’AGW c’entrano come i cavoli a merenda
  4. Sarebbe buona norma evitare di vedere il clima solo come il prodotto della CO2 e dell’effetto serra. Senza la circolazione atmosferica, che riequilibra gli scompensi termici indotti dall’ineguale distribuzione della radiazione solare sulla superficie terrestre, non c’è il clima. Pertanto è da un lato necessario dedicarsi con passione agli aspetti circolatori (climatologia dinamica) e dall’altro è necessario diffidare sempre di “climatologi” che ignorano la circolazione alle diverse scale e parlano solo di effetto serra
  5. Occorrerebbe evitare di comportarsi come il climatologo descritto da Ferrara e cioè di dire quel che il “cliente” si aspetta da te. E si badi che ciò vale sia per clienti “catastrofisti” (gran parte del mondo giornalistico odierno), sia per clienti “minimizzatori” (oggi una minoranza, domani chissà..). Ad esempio 1°C di aumento delle temperature globali può sembrar poco per alcuni e tanto per altri ma quel che conta in realtà è la distribuzione degli aumenti sulla superficie del pianeta (es: le terre emerse si scaldano più degli oceani) e la risposta dei sistemi fisici e biologici.
  6. Quanto disse nostro Signore a san Tommaso “non essere scettico ma credente” e “beati coloro che crederanno senza vedere” è un ottimo viatico per le questioni di fede ma non per quelle di scienza e la climatologia non è e non dovrebbe mai essere una fede.
  7. Chi fa scienza dovrebbe adottare una visione umile rispetto ai problemi. Al riguardo mi viene da citare la frase pronunciata da quel prototipo di scienziato moderno che è Zenone, protagonista dell’Opera al Nero di Marguerite Yourcenar: “So che non so quel che non so; invidio coloro che sapranno di più, ma so che anch’essi, come me, avranno da misurare, pesare, dedurre e diffidare delle deduzioni ottenute, stabilire nell’errore qual è la parte del vero e tener conto nel vero dell’eterna presenza di falso.”
  8. Chi fa scienza dovrebbe evitare di deformare le opinioni dell’avversario per confutarle più agevolmente. Al riguardo lo stesso Zenone dice “Non ho mai deformato le opinioni dell’avversario per confutarle più facilmente … o piuttosto si, mi sono sorpreso a farlo, e ogni volta mi sono rimproverato come si sgrida un domestico disonesto, e ho ritrovato la fiducia solo dopo essermi ripromesso di far meglio.
  9. Sarebbe bello che dai tanti (spesso pensionati) che si dicono appassionati di climatologia potessero nascere gruppi che, aborrendo le ideologie preconcette, si riferissero galileianamente ai dati, svolgendo analisi sulle serie storiche che chi come il sottoscritto è impelagato in una selva di impegni lavorativi estranei alla climatologia fa sempre più fatica a svolgere
  10. “Lo scritto climatologico del Corriere del 14 maggio è, di fatto, vuoto di reali informazioni scientifiche” mi ha scritto l’amico Sergio Pinna, e ha perfettamente ragione. Io gli ho però risposto che lascio a Sannino il beneficio d’inventario del fatto che i giornalisti scrivono solo ciò che conforta le loro tesi preconcette (in gergo si chiama cherry picking) e se protesti non ti danno più la parola… Un lunga esperienza personale mi conduce purtroppo a questa conclusione.

Bibliografia

  • Charney, J.G. and J.G. DeVore, (1979), Multiple flow equilibria in the atmosphere and blocking, J. Atmos. Sci.,. 36:1205-1216
  • Ferrara V., 1982. Se io fossi un climatologo, Rivista di meteorologia aeronautica.

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SE IO FOSSI UN CLIMATOLOGO

Di Vincenzo Ferrara

Rivista di Meteorologia Aeronautica, 1982

Se io fossi un climatologo a contatto con il pubblico, mi comporterei esattamente come il medico di fronte ad un malato più o meno immaginario. Questi malati, infatti, sanno tutto di medicina dai più remoti sintomi alle più catastrofiche prognosi perché seguono freneticamente tutte le rubriche televisive del tipo: “Curatevi da soli con lo zabaione”, comprano puntualmente tutte le grandi enciclopedie illustrate a fascicoli settimanali della serie: “Tutta la salute minuto per minuto”, leggono insaziabilmente libri e riviste di medicina della collana: “Tutto quello che dovete sapere dalla cefalea al cancro fulminante” e, infine, tanto per sgranchirsi il cervello, imparano a memoria il nome di qualche migliaio di medicine al giorno dal prontuario in 78 volumi delle “Specialità medicinali nazionali ed internazionali”.

Un tipo di questo genere, quando sta male e va dal medico, già sa la diagnosi e prevede le possibili cure, compreso il nome di qualche centinaio di medicine adatte al caso. Ebbene, se il medico con il solito linguaggio incomprensibile gli sciorina, traducendo in termini terra-terra, la stessa diagnosi che lui aveva formulato, proponendogli una parte delle medicine che lui stesso aveva pensato, quel medico diventa subito il più grande scienziato di tutti i tempi, un nobel della medicina. Ma se, viceversa, il medico dice qualcosa di diverso da quello che lui pensava, quel medico diventa subito antipatico, incapace e presuntuoso, le sue cure risultano inefficaci, anzi nocive, finché alla fine quel medico viene senza mezzi termini classificato come uno che ha preso la laurea in medicina solo per far soldi perché in realtà non capisce un beneamato tubo di medicina.

Ebbene, per il climatologo succede la stessa cosa. La gente ormai sa tutto sul clima e sul tempo (clima e tempo sono spesso sinonimi), perché ha già letto qualche decina di manuali sul tempo (atmosferico) del passato, presente e futuro, a partire dal big bang iniziale e fino alla fine dell’espansione dell’universo (se ci sarà una fine); conosce a memoria l’enciclopedia a fumetti del “fatti da solo il tempo che vuoi”, anzi si è già costruito in casa un bel temporale in miniatura con relativi fulmini e trombe d’aria, e poi, cosa più importante di tutte, ha divorato avidamente migliaia di pagine scientifiche  dai quotidiani e periodici vari ove si parla addirittura dell’utilità della meteorologia nelle danze della pioggia in Patagonia. Pertanto appena il tempo fa le bizze e le temperature appena un po’ più fredde del normale, coloro che tutto sanno si agitano furiosamente come morsi dalla tarantola, chiedono notizie e informazioni, telefonano al Servizio Meteorologico e perfino alla Protezione Civile, i giornali e la televisione ne parlano, le interviste si sprecano e la ricerca del “freddo che più freddo non si può” dilaga.

In queste condizioni anche i più ignoranti e trogloditi sanno farsi una diagnosi e una prognosi sul clima e sulla lampante variazione climatica, e, come nel caso del malato di cui sopra, si interpella l’esperto climatologo con la frase di rito: ‘Il clima sta cambiando?’. Orbene, se voi siete climatologo e contemporaneamente desiderate sopravvivere come un climatologo, accrescendo magari la vostra fama, non avete che da comportarvi come il medico, fornendo proprio la diagnosi e la prognosi che la gente si aspetta. Guai a rispondere: “Ma no, è tutto normale”, oppure: “Sono tutte balle montate dai giornali e dalla televisione” o peggio ancora: “Ogni volta che il tempo cambia ci state a rompere le scatole con queste variazioni climatiche”, perché la gente vi guarda prima sbigottita, poi con antipatia e infine conclude all’unanimità che voi meritate il confino in Siberia perché non capite un accidente né di tempo, né di clima. Sarebbe la fine della vostra carriera e vi converrebbe mettervi in pensione prima che vi buttino fuori a calci nel sedere. 

L’unica risposta sensata alla domanda: “Il clima sta cambiando?” è: “Ma certo che sta cambiando! E’ ormai una cosa nota, scientificamente accertata e fuori discussione”. A questo punto prevedete per il futuro e per il prossimo secolo un clima esattamente uguale al tempo atmosferico presente, esaltando magari il fenomeno fino alle estreme conseguenze. Così, se fa freddo prevedete “glaciazioni”, se fa caldo prevedete una “era torrida”, e se vi sono condizioni di forte variabilità prevedete “estremi climatici” a breve termine e clima più o meno immutato a lungo termine (secolare).

Ma, direte voi, come fa un climatologo serio a fornire previsioni climatiche, attualmente impossibili, e per giunta previsioni, o meglio predizioni, così opposte senza sentirsi un buffone? Non temete c’è la scienza che vi sorregge, perché la scienza in questo campo ha pensato a tutto e fornisce la soluzione per ogni caso, anche per quelli più disperati. Perciò, se fa freddo, il discorso scientifico da fare è il seguente: “Il clima sta cambiando e ci avviamo verso una nuova glaciazione. Questo fatto è già stato accertato perché a partire dal 1940, la temperatura media dell’emisfero nord è diminuita di circa 0,4°C, a causa probabilmente della minor trasparenza dell’atmosfera intorbidita dal sempre maggior inquinamento dell’aria. Il raffreddamento dell’aria provoca una maggiore estensione dei ghiacciai e dei mantelli nevosi, i quali essendo altamente riflettenti (albedo elevata) per la radiazione solare provocano a loro volta un successivo raffreddamento e quindi nuovi e più vasti ghiacciai, e così via in una spirale che porterà ad una nuova glaciazione nel giro di un secolo e forse meno”.

Già, ma se fa caldo come si fa a giustificare una previsione di era torrida con questi dati di fatto sul raffreddamento? State calmi. Basta affrontare il problema da un altro punto di vista altrettanto scientifico. In questo caso il discorso è: “Il clima sta cambiando e ci avviamo verso un’era torrida. Tutto ciò è stato già scientificamente accertato perché a partire dal 1850 il contenuto di anidride carbonica nell’atmosfera è andato progressivamente aumentando e solo in questi ultimi venti anni si è passati da 315 a 334 parti per milione. Ciò significa che nel 2020 l’accumulo di anidride carbonica sarà più che raddoppiato se si tiene anche conto dei sempre crescenti consumi di energia e di utilizzo dei combustibili fossili. L’aumento di anidride carbonica riduce le perdite di radiazione ad onda lunga dalla terra verso lo spazio (effetto serra) e nel giro di meno di mezzo secolo la temperatura media dell’aria aumenterà di circa 2 o 3°C; ci sarà scioglimento dei ghiacci polari ed un aumento medio del livello del mare che sommergerà parecchie località costiere”.

Tutto ciò sarà bello e scientifico, ma se a voi climatologi non va di essere così drastici oppure se le oscillazioni del tempo non sono tali da far presupporre che l’opinione pubblica preveda ere torride o glaciazioni, come comportarsi? Anche in questo caso la soluzione è semplice. Basta impostare il discorso in quest’altro modo: “Il clima sta cambiando, ma con rapide fluttuazioni e su periodi brevi. 

E’ vero che la temperatura è diminuita dal 1940 ad oggi, ma è anche vero che dal 1880 al 1940 è aumentata in media di 0,6°C. E’ vero che l’anidride carbonica aumenta, ma è anche vero che buona parte della radiazione solare ad onda lunga viene assorbita dagli oceani riducendo l’effetto serra e la rimanente parte viene perduta verso lo spazio a causa di contemporanee variazioni dell’ozono stratosferico. Insomma, episodi a breve termine di insolito clima sono soltanto fluttuazioni di un sistema che già di per se stesso è fortemente variabile. Se si considera il clima su periodi secolari o plurisecolari, si nota che è rimasto del tutto invariato e non vi sono attualmente indizi tali da giustificare una variazione climatica a lungo termine e quindi nel prossimo secolo”. E con ciò è sistemata anche questa previsione. In definitiva queste ricette sono uguali a quelle del medico di cui sopra: curano tutti i malati autodidatti del tempo e li rendono felici, accrescendo contemporaneamente la vostra bravura di scienziato, perché se vi chiedono: “Il clima sta cambiando?” in fondo già credono che il clima è cambiato e aspettano solo la conferma dell’esperto per sentirsi in pace, appagati dal proprio infallibile genio e della propria ineccepibile diagnosi, anche se frutto dei dotti consigli propinati al pubblico mediante ‘fascicoli settimanali’, con omaggio di un altro fascicolo e della copertina del dizionario del “So tutto io”.

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Il fit delle serie estese di temperatura – Parte prima: NOAA, CET, Colle Gnifetti

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Il fit delle serie estese di temperatura – Parte prima: NOAA, CET, Colle Gnifetti

Riassunto: Il fit delle temperature (anomalie) rappresenta bene la serie CET (Central England Temperature) e la serie NOAA su 480 anni (1538-2018). Pur non essendo un modello, questo fit a due componenti può forse essere estrapolato di 82 anni (fino al 2100). Questa estrapolazione porta ad una anomalia prevista, rispetto al periodo pre-industriale fissato al 1850, di 1.8°C nel 2100, cioè tutta l’anomalia auspicata dalle ultime COP, da Parigi(21) a Katowice(24), senza bisogno di riduzioni di emissioni antropiche.

Abstract: The fit of the anomaly series well represents the CET (Central England Temperature) and the NOAA global series (land+ocean) over 480 years (1538-2018). Also if the fit is not a (physical) model, it perhaps may be estrapolated for further 82 years (through 2100). Such an extrapolation brings to a 1.8°C anomaly in 2100, namely all the forecast and the presage of the last COPs, from Paris(21) to Katowice(24), without any need of reduction of anthropogenic emissions.

Osservando la figura 1, si vede che il fit non lineare (4 seni + retta, 14 parametri, d’ora in poi f22) non è molto diverso, nella rappresentazione dei dati NOAA, dal modello armonico semi-empirico di Scafetta (2013). Il fit non lineare ricostruisce bene (R2=0.804) i dati osservati (“osservati” è un concetto poco appropriato per dati che sono il risultato di molte, e in qualche caso discutibili, elaborazioni).

Fig.1: Confronto tra il modello armonico semi-empirico di Scafetta (2013, quadro superiore), inviatomi da Nicola Scafetta, e il fit non lineare a 14 parametri (f22), entrambi applicati alle anomalie globali NOAA (1118 sono i dati di novembre 2018). Si può vedere che le differenze sono minime su tutta l’estensione del dataset.

Quello del quadro inferiore di figura 1, però, è un fit che segue i dati utilizzati per i calcoli e non è affatto detto che estendendo i dati il suo comportamento sia lo stesso, anzi, nella maggior parte dei casi, una maggiore estensione temporale mostra un andamento non conforme alla funzione determinata tramite il fit. Un esempio è dato dalla sovrapposizione dei dati CET (**, Central England Temperature, dal 1538) ai dati NOAA. Nella parte comune, le due serie si sovrappongono abbastanza bene e quindi ad entrambe si può applicare il risultato di figura 1 ma, andando indietro nel tempo dal 1880, la CET si discosta nettamente dalla rappresentazione analitica di NOAA. Per descrivere i dati estesi, si è usato un altro fit non lineare (f23, 6 seni + retta, 20 parametri) applicato ai dati tra il 1538 e il 1850.

Fig.2: Estrapolazione di f22 nelle due direzioni temporali e sovrapposizione dei dati CET per sottolineare che le osservazioni si discostano dalla estensione temporale della funzione analitica, come avviene nella maggioranza dei casi per un fit, a differenza di quanto dovrebbe succedere per un modello.

I dati estesi sono stati descritti tramite un altro fit non lineare (f23, 6 seni + retta, 20 parametri), calcolato sui dati tra il 1538 il 1850, che si congiunge al precedente f22 nel 1850. Il risultato viene mostrato in figura 3.

Fig.3: Combinazione di due fit non lineari per rappresentare la distribuzione delle temperature CET (e NOAA) tra il 1538 e il 2018.

La data del 1850, evidentemente arbitraria, è stata scelta sulla base dell’inizio della rivoluzione industriale e sulla contemporanea fine della PEG – inizio del ripristino delle condizioni climatiche precedenti la PEG e quindi inizio di un riscaldamento complessivo. Si è cercato di considerare la PEG come una variazione climatica locale o emisferica, ma senza successo: tracce di abbassamento della temperatura sono state osservate anche in Nuova Zelanda (Lorrey et al., 2013).
Il raccordo, nel 1850, tra le funzioni f23 e f22 si osserva in figura 4:

Fig.4: Ingrandimento del punto di raccordo, nel 1850, tra f23 (a sinistra) e f22 nel fit dei dati CET.

Serie di Colle Gnifetti

Le due carote di ghiaccio (denominate KCI e KCC) di Colle Gnifetti, nel massiccio del Monte Rosa, ci forniscono un’ulteriore estensione della serie di temperatura, fino all’800, in pieno Periodo Caldo Medievale (MWP, 950-1250). I dati sono disponibili al sito: https://doi.org/10.1594/PANGAEA.883519. La figura 5 mostra la serie completa di Colle Gnifetti, confrontata con i dati CET, e il suo fit non lineare (f23) fino al 1925, seguito dal fit (f22, esteso al 2280) dei dati CET mostrato in figura 3.

Fig.5: Anomalia di temperatura dalle carote di Colle Gnifetti (dati dal sito Pangaea citato sopra) dall’800 al 2006, confrontata con l’anomalia della CET e con il fit f23 del dataset troncato al 1925 dove si connette al fit f22 calcolato in precedenza per i dati NOAA ed esteso al 2280.

In figura 6 viene riprodotta la figura 11 di Bohleber et al., 2018 (con la sua didascalia) dove sono confrontate le temperature calibrate derivate dalla carota KCC, le temperature strumentali e le temperature ricostruite da Luterbacher et al., 2016.

Fig.6: Riproduzione della figura 11 di Bohleber et al., 2018 (MWA=MWP) e della sua didascalia che dice:
Figure 11: Comparison of decadal temperature trends as anomalies with respect to the mean of AD 2006-1860. Shown are calibrated temperatures obtained from the KCC Ca2+ variability (blue lines, with uncertainty indicated as light blue bands). Also shown are instrumental temperature data (black) and the summer temperature reconstruction of Luterbacher et al. (2016) in red (uncertainty as grey bands). Note that the overall co-variation between the two reconstructions persists for at least another 200 years beyond AD 1000 (light grey shaded area). Black bars on the bottom indicate maximum dating uncertainty. Da notare che le ascisse hanno la scala invertita rispetto alle altre figure.

Considerazioni conclusive

Quanto fatto finora non ha nulla a che vedere con un modello fisico in grado di ricostruire (avendone compreso le cause e i processi fisici) le temperature di lunghe estensioni temporali di varie aree geografiche; è semplicemente un fit, un modo di rappresentare i dati sperimentali tramite polinomi e funzioni sinusoidali, calcolando da quelli i parametri che meglio li rappresentano.
Non è il caso di estrapolare il risultato di un fit perché questa operazione può portare a brutte sorprese. Di questo si è consapevoli, a differenza, ad esempio, di Nerem et al., 2018 che, sulla base di un fit parabolico del livello del mare calcolato per 25 anni (1993-2017), estrapolano i risultati nei successivi 80 anni (fino al 2100).
Ma, pur nelle incognite di questo tipo di operazione, forse è possibile estrapolare il fit combinato (f23+f22) di figura 3 di circa il 17%, per arrivare al 2100.
Dalla figura 5 si ottiene un risultato un po’ diverso rispetto a quello di figura 3 in quanto l’anomalia al 1850 (che dipende dal fit f23) è in questo caso pari a 0°C e quindi l’aumento di temperatura previsto è di 1°C; è bene sottolineare che la stessa estensione, calcolata per le temperature globali NOAA, si applica ad altri 2 dataset diversi tra loro (CET e Gnifetti)..
Se accettiamo questa estrapolazione, il “modello” della figura 3 ci dice che l’anomalia di temperatura sarà (al 2100) 1.8°C sopra il livello pre-industriale (1 °C per figura 5), se questo livello viene fissato al 1850. Il 1850 è anche la data convenzionale di fine della Piccola Era Glaciale o PEG, LIA nell’acronimo inglese, e il proseguimento di una risalita della temperatura iniziata dopo il periodo più freddo della PEG, nel XVII secolo.

Considerando tutte le incertezze connesse con una tale operazione, vediamo che gli obbiettivi fissati dalla COP21 di Parigi (2°C, o meglio, 1.5 °C sopra il livello pre-industriale al 2100) sono semplicemente la naturale evoluzione delle temperature, senza considerazioni sulle emissioni antropiche e sull’uso o meno dei combustibili fossili.

La necessità di cambiare la funzione di fit dopo il 1850, che viene normalmente attribuita all’ingresso nell’era industriale con conseguente immissione in atmosfera di quantità sempre maggiori di gas ad effetto serra, dipende, a parere di chi scrive, dalla fine della PEG e dal successivo recupero delle temperature dopo la scomparsa delle cause (ignote) che hanno generato il periodo freddo.

L’estensione al 650 BCE (Before Current Epoch) sarà presentata nella seconda parte di questo lavoro.

** Tonyb (Tony Brown, un autore e commentatore del blog di Judith Curry “Climate Etc.”) ha esteso la CET all’indietro, fino al 1538 (i dati originali iniziano nel 1659).
I dati di Tonyb sono disponibili a https://curryja.files.wordpress.com/2011/12/long-slow-thaw-supplementary-information.pdf
citato in https://judithcurry.com/2015/02/19/the-intermittent-little-ice-age/
Una descrizione della CET, ancora di Tonyb, si trova in https://judithcurry.com/2011/12/01/the-long-slow-thaw/
Tutti i grafici e i dati, iniziali e derivati, relativi a questo post si trovano nel sito di supporto qui

Bibliografia

 

  • Bohleber P., Erhardt T., Spaulding N., Hoffmann H., FischerH. and Mayewski P.: Temperature and mineral dust variability recorded in two low-accumulation Alpine ice cores over the last millennium, Clim Past, 14(1), 21-37, 2018. https://doi.org/10.5194/cp-14-21-2018
  • Lorrey A., Fauchereau N., Stanton C., Chappell P., Phipps S., Mackintosh A., Renwick J., Goodwin I., Fowler A.: The Little Ice Age climate of New Zealand reconstructed from Southern Alps cirque glaciers: a synoptic type approach , Climate Dynamics , , July, 2013. doi:10.1007/s00382-013-1876-8. S.I.
  • Luterbacher, J., Werner, J., Smerdon, J. E., et al.: European summer temperatures since Roman times, Environ. Res. Lett., 11, 2016. https://doi.org/10.1088/1748-9326/11/2/024001
  • Nerem R.S., Beckley B.D., Fasullo J.T., Hamlington B.D., Masters D., and Mitchum G.T.: Climate-change–driven accelerated sea-level rise detected in the altimeter era. PNAS published ahead of print, February 12, 2018. https://doi.org/10.1073/pnas.1717312115
  • Scafetta, N.: Discussion on climate oscillations: CMIP5 general circulation models versus a semi-empirical harmonic model based on astronomical cycles , Earth-Science Review , 126, 321-357, 2013. https://doi.org/10.1016/j.earscirev.2013.08.008

 

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Le Previsioni di CM – 20/26 Maggio 2019

Posted by on 05:02 in Attualità | 1 comment

Le Previsioni di CM – 20/26 Maggio 2019

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Situazione sinottica ancora caratterizzata da un campo di massa molto debole alle medie latitudini europee e sul Mediterraneo centro-occidentale: un vasto vortice a gradiente lasco condiziona in queste ore il tempo sull’Europa centrale, sui Balcani e sull’Italia. Più ad ovest si approfondisce una nuova depressione al largo della costa atlantica canadese, mentre a nord una vasta area anticiclonica si estende dalla Groenlandia alla Russia, con la cellula groenlandese che a sua volta rappresenta la propaggine meridionale di una vasta figura anticiclonica che ormai da tempo staziona tra il Mare di Beaufort e il Mare di Barents (Fig.1).

Nel corso della settimana il vortice europeo evolverà lentamente verso levante, colmandosi. Il vortice atlantico non riuscirà ad avanzare facilmente verso l’Europa per la rimonta del campo sul vicino atlantico e conseguente formazione di un ponte anticiclonico con la cellula artica. Tuttavia, sul bordo orientale del ponte anticiclonico in questione continuerà a scorrere aria fredda di origine artica che contribuirà a mantenere valori piuttosto bassi del geopotenziale sull’Europa orientale e sul bacino centrale del Mediterraneo. Sul finire della settimana, è possibile un nuovo peggioramento sull’Italia per l’irruzione di aria fresca atlantica, ma questa evoluzione ha ancora una attendibilità piuttosto bassa.

La settimana sarà quindi caratterizzata dall’instabilità pomeridiana che si farà sentire in particolare sulla regione alpina e sull’Appennino centro-settentrionale, ma non mancheranno le schiarite e gli ampi spazi soleggiati sulle zone costiere, specialmente al mattino. Sul finire della settimana, come anticipato, possibile un nuovo peggioramento che ha bisogno di essere confermato dai prossimi run modellistici.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì diffuse condizioni di instabilità al Nord e al Centro con piogge, rovesci e temporali sparsi. Tendenza a schiarite sul Tirreno settentrionale. Molto nuvoloso o coperto sulla Campania con precipitazioni diffuse, in estensione verso la Lucania e le Murge dove si presenteranno sparse e a carattere di rovescio o temporale. Ampie schiarite sulle regioni ioniche.

Temperature stazionarie, venti occidentali sui bacini di ponente.

Martedì si attenua gradualmente l’instabilità su tutto il Paese con schiarite ampie al mattino al Nord e sui versanti adriatici, e aumento della nuvolosità nelle ore più calde sulle zone interne e montuose del Centro-Nord con qualche piovasco o temporale. Ampie schiarite al Meridione, salvo nuvolosità in mattinata sulla Campania.

Temperature in lieve aumento, libeccio in intensificazione sul Mar Ligure, venti deboli altrove.

Mercoledì si intensifica l’instabilità pomeridiana al Nord e al Centro con rovesci e temporali più probabili e intensi sulle zone interne e montuose ma con sconfinamenti serali diffusi sulla Valpadana centro-orientale. Generalmente sereno o parzialmente nuvoloso al Meridione.

Temperature in lieve aumento, venti deboli.

Giovedì condizioni sostanzialmente invariate, con estensione dell’instabilità pomeridiana all’Appennino meridionale.

Temperature in ulteriore lieve aumento al Centro-Nord, venti deboli di maestrale.

Venerdì condizioni invariate, ma ulteriore incremento dell’instabilità pomeridiana al Nord, con rovesci e temporali in intensificazione in serata a partire dalle Alpi e in possibile estensione alla pianura padana.

Temperature stazionarie, ventilazione debole di maestrale con rinforzi sull’Adriatico centro-meridionale.

Sabato maltempo al Nord in estensione alle regioni centrali, Sud in attesa con nuvolosità in aumento sulle regioni meridionali tirreniche. Domenica migliora al Nord, peggiora al Meridione con rovesci e temporali diffusi. Temperature in diminuzione, ventilazione vivace a circolazione ciclonica attorno al minimo in transito sul Tirreno.

 

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What goes around comes around

Posted by on 17:14 in Attualità, Climatologia, Meteorologia | 10 comments

What goes around comes around

Sulla rete impazza il dibattito sulle veline climatiche del Guardian, che ha caldamente consigliato i suoi redattori di andarci giù duro con l’allarme clima – crisi climatica è meglio di cambiamento climatico a quanto pare. Nel villaggio di Asterix, che di veline riconosce solo quelle di Striscia la Notizia, si preferisce sposare la tesi di un meteorologo piuttosto serio d’oltreoceano, Ryan Maue: il tema non è se sia giusto o meno estremizzare la comunicazione, quanto piuttosto che se preferite il Guardian (da noi Corriere, Stampa e Repubblica) per informarvi sul clima, vi meritate le veline.

Esempio: la siccità degli ultimi mesi del 2018 e dei primi mesi del 2019 era cambiamento climatico o crisi climatica? Facile la risposta se si fa una googolata e si restringe la ricerca al trimestre gennaio-marzo 2019: allarme, paura, crisi, fate voi. Capita però che il tempo cambi (e pure il clima!), per cui, magicamente ha ripreso a piovere, per la precisione dai primi di aprile, con culmine in questi giorni di metà maggio. Certo, sebbene non si capisca perché, qualcuno vorrebbe aver già aperto la stagione balneare, magari sovrapponendone i primi giorni a quella sciistica, per non scontentare eventuali ritardatari, ma i vecchi, che dicevano maggio vai adagio, li chiamano in tutta Europa i Santi di Ghiaccio, che però non ricorda più nessuno. E così, la discono- scienza dell’era del tempo e del clima urlati a vanvera, ha il coraggio di dire che tanto la siccità di ieri, quanto la pioggia di oggi siano da ascrivere al clima che cambia.

Bé, la novità è che in queste settimane il tempo e il clima sono cambiati in meglio. Lo scopriamo dai dati dell’IRPI CNR (Istituto per la Ricerca sulla Protezione Idrogeologica del CNR), riportati in grafica qui sotto.

Fonte: https://twitter.com/Hydrology_IRPI/status/1130014515179991041

Si tratta di dati satellitari sull’umidità del suolo, provenienti da strumenti detti scatterometri, cui è applicato un algoritmo che tiene conto della quantità di precipitazione infiltrata nel suolo, di quella riemessa con l’evapotraspirazione e di quella restituita al mare attraverso i fiumi. Situazione nettamente migliorata a quanto pare! A quando la prossima emergenza?

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Il Tempo (e a lungo andare il Clima) che contano

Posted by on 11:13 in Attualità | 16 comments

Il Tempo (e a lungo andare il Clima) che contano

Il clima nel lungo periodo, rozzamente identificabile con l’integrale del tempo nel breve periodo, è notoriamente materia di discussione quotidiana. Nella maggior parte dei casi una discussione assolutamente sterile e fuori dal contesto scientifico, come ha spiegato bene Massimo Lupicino nel nostro post di ieri, ma comunque un argomento che, proprio per la superficialità con cui viene trattato, ha finito per fare breccia nella mente di ognuno di noi, con il risultato di essere tutti molto preoccupati per quello che potrebbe succedere, a prescindere dall’affidabilità di queste previsioni e, soprattutto, completamente dimentichi del fatto che, nel lungo periodo, il genere umano si è sempre adattato alle variazioni del clima.

Negli ultimi tempi, complice l’approccio superficiale di questa informazione, abbiamo però imparato a preoccuparci anche del tempo nel breve periodo, ascrivendo però la colpa al clima, e rendendo praticamente ineluttabili le conseguenze di quel che accade, quando invece si potrebbe fare molto, ma molto di più e, soprattutto, si potrebbero adottare soluzioni ben più accessibili e di sicuro beneficio quasi immediato, ben diverse dalle policy draconiane che si pensa di adottare.

Il tempo e il clima che contano, sono infatti dove siamo noi, e noi siamo, a grande maggioranza, nelle aree urbane. Il report delle Nazioni Unite World Urbanization process 2018, mette in numeri cose che già sappiamo. Ad oggi, il 55% della popolazione globale vive in aree ad alta densità di urbanizzazione, nel 2050 questa percentuale potrebbe salire al 68%. In molte aree del pianeta, Stati Uniti, America Latina, Europa, Oceania, questa percentuale è già attorno all’80%. E, sorpresa (ma davvero lo è solo per la teoria del clima CO” centrica) le aree urbane modificano pesantemente il tempo atmosferico, pare anche fino ad un raggio di diverse decine di chilometri dalle loro zone centrali.

Della temperatura già sappiamo. Senza entrare nel merito di quanto questo pesi poi nel computo della temperatura globale, il bias verso l’alto che la modifica dei suoli, l’assenza di ricambio d’aria, le innumerevoli fonti di calore inducono alla colonnina di mercurio è noto, osservato e, soprattutto, anche largamente percepito.

Non sapevamo delle piogge o, almeno, non abbastanza, almeno fino all’uscita su Nature di questo articolo:

Meta-analysis of urbanization impact on rainfall modification

Si tratta, appunto, di un’analisi delle pubblicazioni uscite sulle modifiche che le precipitazioni possono subire interagendo con le aree urbane, un riassunto e confronto di risultati da cui scaturisce un segnale molto significativo. La modifica c’è eccome, ed è sempre maggiorativa: rispetto al movimento del fenomeno, piove il 18% in più nelle aree sottovento alle città, il 16% in più sulle stesse aree urbane, il 2% a sinistra e il 4% a destra.

Tra le cause e i processi fisici identificati all’origine di queste variazioni ci sono:

  • Un effetto termico riconducibile all’instabilità atmosferica connessa con l’effetto isola di calore;
  • Un effetto barriera, che racchiude sia l’ostacolo all’avanzamento del flusso che la turbolenza meccanica nello strato limite più basso;
  • Un effetto aerosol, per diverse dinamiche indotte nella microfisica delle nubi e per variazione del profilo termico verticale;
  • Un effetto di modifica delle caratteristiche dello strato limite inferiore per il riscaldamento indotto da fonti antropiche e per l’evaporazione dagli spazi verdi.

A tutto questo, nelle conclusioni lo si intuisce ma non è esplicito, il fatto che le aree urbane reagiscono in modo molto diverso – spesso molto negativo – all’arrivo delle precipitazioni importanti, tant’è che lo studio in questione ha riscontrato anche sostanziali differenze tra il giorno e la notte e da stagione a stagione.

Queste cose hanno dirette conseguenze sul tempo di tutti i giorni e sull’impatto che questo ha su di noi. Tra una tassa sulla CO2 e l’altra, si potrebbe pensare magari anche a questo no?

Enjoy.

 

 

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Un Global Warming è per sempre

Posted by on 05:02 in Attualità | 27 comments

Un Global Warming è per sempre

L’interminabile lista di titoli tragicomici di Repubblica in fatto di climacatastrofismo si è arricchita di una nuova perla: “Meteo estremo, maledetta primavera: allagamenti a Roma, grandine in Lombardia”. L’articolo non l’ho letto, perché il bello di certi giornali è che sai già cosa leggerai prima ancora di farlo, e quindi tanto vale risparmiarsi la fatica, ed evitare di regalare click.

Qualche riflessione, tuttavia, è comunque il caso di farla.

Che il Climate Change sia diventato argomento ormai esclusivo di polemica politica, è del tutto evidente dal modo in cui testate di diverso orientamento trattano il problema. Ed è altrettanto interessante notare come la drammatizzazione lessicale dei fatti politici abbia inevitabilmente contagiato anche le disquisizioni sul clima. Se un tempo la primavera era “pazzerella”, oggi è “maledetta”.  Il tutto per una grandinata a Milano e un acquazzone a Roma. Forse dalle parti di Repubblica si maledice semplicemente il freddo di questo periodo che disturba la narrativa scaldista, perché se davvero si vuole parlare di “eventi estremi”, uno sguardo veloce al passato ci informerà del fatto che la primavera meteorologica ha regalato all’Italia una serie piuttosto lunga di eventi realmente calamitosi. Tanto per citarne qualcuno:

  • Marzo 1924: nubifragio in Costiera Amalfitana, 61 morti
  • Marzo 1995: alluvione in Sicilia: mareggiate, bufere di vento, esondazioni, affondamento di una nave, almeno 11 morti.
  • Marzo 2003: alluvione nelle Marche e in Romagna, 5 morti
  • Maggio 1998: frana a Sarno: 157 morti

Che a furia di iperboli e aggettivazioni superlative il lettore si possa assuefare alla narrativa, è un’eventualità che evidentemente non viene contemplata. Pare prevalere su tutto il riflesso condizionato che si attiva ogni qual volta il tempo atmosterico contraddice le storielle senza senso sull’arrostimento collettivo imminente. Ne abbiamo già parlato: è il solito Rescue Team chiamato ad intervenire usando per altro sempre le stesse tecniche (in questo caso la Strategia #2: È Climate Change! – variante “Clima Impazzito”).

Il punto è che su tanti giornaloni è ormai esercizio quotidiano, quello di utilizzare il tempo atmosferico per supportare narrative clima-catastrofiste: solo per rimanere agli ultimi mesi, ci siamo dovuti sciroppare una ridda infinita di articoli catastrofistici a causa di una siccità descritta come evento biblico, ma che non aveva nulla di eccezionale rispetto ad eventi simili del passato. E che infatti è stata risolta in tempi meteorologicamente brevi con una serie di perturbazioni foriere di piogge in pianura e nevicate abbondantissime sulle Alpi.

Poi è stato il momento della “neve ai minimi”, scemenza assoluta contraddetta in maniera comica dalle nevicate abbondantissime che hanno interessato le Alpi, prima sui versanti esteri, e in chiusura di stagione invernale su quelli italiani. Infine, di fronte a condizioni insolitamente fredde e piovose, e’ stato il turno di tirar fuori dal cassetto il Climate Change e i “fenomeni estremi”.

La sostanza è semplice: il tempo atmosferico si candida come argomento perfetto per creare uno stato permanente di allarme e di paura nella popolazione. Permanente, per il semplice fatto che il tempo atmosferico è mutevole per definizione. L’esercizio, assolutamente demenziale da un punto di vista scientifico, consiste nell’utilizzare scostamenti dalla media su una base temporale giornaliera come prova di cambiamenti climatici su scala secolare. Tanto per fare un esempio, nel giorno dell’ultima kermesse gretese in Piazza del Popolo, uno dei più importanti TG italiani ha sentenziato: “Greta ha parlato in una giornata insolitamente calda, probabilmente a causa del Global Warming”. Dati alla mano, la temperatura su Roma era stata superiore alla media di circa 1.5 gradi.

Ecco, se lo scostamento di un grado dalla media in una singola giornata è Global Warming / Climate Change, allora siamo al liberi tutti. Cadono 10 mm più della media mensile? È Climate Change. Grandina? È Climate Change. Non piove da una settimana? È Global Warming. Non nevica da due settimane? Neve ai minimi. Nevica? Climate Change. Ogni giorno e’ Global Warming o Climate Change per il solo fatto che il tempo atmosferico di oggi e’ diverso da quello di ieri, e comunque si discosta almeno di qualche decimale dalla media del periodo.

Questo grottesco stato di allarme permanente sottende al messaggio che solo una parte politica può salvare il mondo: quella globalista ovviamente, ché siccome si parla di “Global Warming”, solo un approccio global(ista) al problema potrà salvarci dall’autocombustione. Approccio concordato magari tra un buffet di ostriche al Bildenberg, un intermezzo con tartine al caviale a Davos e un apericena su un attico di New York. E condito da un tour europeo di Greta sotto elezioni.

Non resta quindi che rimanere in attesa della prima giornata di caldo estivo, allorché i cani di Pavlov torneranno a ringhiare sbavanti al Global Warming dopo aver messo frettolosamente nel cassetto il Climate Change di Aprile e di Maggio. E mentre i giornaloni perdono il loro tempo (e specularmente le loro copie) blaterando di emergenze inesistenti e di problemi virtuali, la gente comune resta alle prese con i problemi veri, di cui invece nessuno parla. Sembrano parlare solo a se stessi e ai loro editori, tanti giornaloni. Come un vecchio giradischi che va avanti da solo in una casa vuota, buia, abbandonata, che cade a pezzi, dove si ha paura anche solo a guardarci dentro attraverso le finestre. Come in un film dell’orrore, nemmeno troppo originale, e di cui si intuisce già il finale.

 

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Le Previsioni di CM – 13/19 Maggio 2019

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Le Previsioni di CM – 13/19 Maggio 2019

Queste previsioni sono a cura di Alessandro

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Il flusso perturbato che ha interessato le nostre regioni a partire dalla serata di sabato, ha attraversato il vicino Atlantico in seno ad una marcata ondulazione del getto, generando un vortice sulla nostra Penisola con elevati valori di vorticità potenziale e apportando nella giornata di oggi una marcata ventilazione nei bassi strati . Detto vortice tende ad isolarsi dalla saccatura di origine e ad assumere una persistente stazionarietà per la presenza di un promontorio di blocco su Mediterraneo orientale. Nelle prossime ore un ulteriore impulso di aria fredda si sgancerà della saccatura di origine in corrispondenza della Polonia, e raggiungerà il settore centrale del Mediterraneo entrando in fase col minimo depressionario già presente sul territorio italiano, e dando vita ad una ulteriore intensificazione dell’instabilità atmosferica nella giornata di mercoledì.

Mentre l’instabilità atmosferica sulle nostre regioni meridionali tenderà a persistere anche nella giornata di giovedì per la lentezza dello spostamento verso est della circolazione depressionaria, una nuova saccatura si affaccerà sulle coste dell’Europa occidentale, la quale molto probabilmente darà origine nella giornata di venerdì ad un vortice depressionario tra Francia e Spagna e ad un probabile nuovo peggioramento che potrebbe interessare le regioni occidentali italiane nel prossimo fine settimana.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì nuvolosità diffusa sulle zone nord orientali con piogge e rovesci e venti forti settentrionali sui corrispondenti rilievi alpini confinali con deboli nevicate sui 1200-1300 metri, mentre migliora sul resto del nord; cielo coperto su Marche e Abruzzo con rovesci e temporali anche intensi, mentre sulle restanti regioni centrali saranno possibili deboli precipitazioni in particolare nelle ore centrali della giornata sul Lazio centromeridionale. Sul Meridione rovesci e temporali in miglioramento serale a partire dal versante tirrenico. Venti forti settentrionali su Sardegna, Toscana, Umbria, Marche ed alto Lazio con rinforzi di burrasca. Temperature massime in diminuzione su centro, Sardegna, Appennino meridionale e Sicilia.

Martedì spesse velature al Nord-ovest e Lombardia; molto nuvoloso sul resto d’Italia con deboli rovesci localmente temporaleschi, in particolare sulle regioni centrali e ioniche peninsulari; attese nevicate sui rilievi meridionali marchigiani e abruzzesi.

Mercoledì tempo instabile su gran parte del Centro-Sud con rovesci temporaleschi sparsi ed in forma debole anche su Romagna e Triveneto; nubi medio alte sulle restanti zone settentrionali.

Giovedì condizioni di tempo instabile persiste sul Meridione e sui rilievi settentrionali, mentre sul resto della nazione spazi di sereno si alterneranno ad estesi annuvolamenti durante il pomeriggio.

Venerdì tempo instabile a ridosso dei rilievi sia su quelli settentrionali già dal mattino e nel pomeriggio anche sulla dorsale appenninica centrale. Miglioramento dalla sera.

Sabato nuovo peggioramento delle condizioni atmosferiche a partire dalle zone nord-occidentali.

Domenica Probabile maltempo al Centro-nord e peggioramento delle condizioni meteorologiche al Sud Italia.

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Carrellata

Posted by on 16:09 in Attualità | 3 comments

Carrellata

Distopia energetica

Su Universal Science si chiedono se dovremmo trasformare il deserto del Sahara in una immensa centrale elettrica, ovviamente sfruttando tecnologie che hanno già dato consistenti prove di fallimento, per i costi, per il rendimento e, non ultima, per la complessa e incontrollabile geopolitica dell’area. Successo assicurato.

The Day After Tomorrow rimandato

Fresco di stampa su JGR Oceans, lo scenario descritto nella science fiction più corteggiata degli ultimi anni, scioglimento dei ghiacci groenlandesi che blocca la Corrente del Golfo e ci fa piombare in una glaciazione, è… rimandato a data da destinarsi. Nel testo:

This result agrees with the previous study of Saenko et al. (2017), who also show that the GFWA of similar magnitude (and even double of this magnitude) has negligibly small impact on the SPNA thermohaline fields, barely impacting AMOC.

Eventi estremi tra scienza e propaganda

Un’immagine (quattro immagini) vale più di 1000 parole. Quanti di quelli che parlano e sempre più spesso straparlano di eventi estremi e clima che cambia hanno davvero letto cosa dice la scienza ufficiale, quella dell’IPCC, quella che ci piace tanto, al riguardo? Ecco qua:

https://twitter.com/can_climate_guy/status/1127538856239271936

Dissonanza turistico-cognitiva

Non devono aver prestato molto ascolto alle lamentazioni climatiche degli isolani i dirigenti della catena Waldorf Astoria. Alla fine di luglio aprirà un fantastico nuovo resort dotato addirittura di un’isola nell’isola. La campagna di riunioni governative sott’acqua sta evidentemente dando i suoi frutti.

C’è posta per il clima

Il prezzo dei francobolli negli USA è meglio correlato all’aumento delle temperature di quanto non lo sia la concentrazione di CO2. Senza parole.

Storia di un final warming incompreso.

Tonnellate di letteratura sulle dinamiche troposfera-stratosfera-troposfera finiscono nel caminetto, utile per scaldarsi in questo freddo maggio 2019. Fa infatti freddo perché, banalmente, fa caldo. Il muro del fronte polare si è rotto e l’aria fredda letteralmente (sic!) deborda verso sud. Mirabile perla politico-climatica su Esquire: Perché più aumenta il riscaldamento globale, più fa freddo. Lo sapevate che dal Polo al Mediterraneo è discesa?

Peggio dell’AGW c’è solo il Bostrico dell’abete rosso

Ikea a rischio, foreste di abeti rossi svedesi messe a dura prova dalla fame di questo piccolo scarafaggio. Mirabile la chiosa del corriere economia in relazione alle contromisure: Ma il 70% del successo della “cura” dipenderà, ancora una volta, dalle condizioni meteo, ormai sfuggiteci di mano e sempre più difficili da prevedere e controllare: un’altra estate torrida si rivelerebbe letale. Già, perché per secoli le condizioni meteo le abbiamo controllate, poi è arrivato il
riscaldamento globale e ci sono sfuggite di mano. Comunque, riassumendo, il mondo è a rischio per due classi di pericoli: il riscaldamento climatico e le cose che non sono il riscaldamento climatico, però diventano più pericolose a causa del cambiamento climatico.

 

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Più trivelle, meno marines.

Posted by on 21:23 in Attualità | 9 comments

Più trivelle, meno marines.

Si parla in questi giorni delle nuove sanzioni all’Iran (embargo totale sulle esportazioni di petrolio) che andranno a colpire in modo pesantissimo l’economia del Paese messo già da tempo nel mirino dall’amministrazione Trump. Le analisi che si leggono in questi giorni sono ovviamente di tipo geopolitico, e ruotano attorno al complesso incrocio di interessi che vedono Stati Uniti, Israele e la monarchia saudita, unirsi appassionatamente nella lotta al regime degli ayatollah. Certamente sono considerazioni che hanno una loro validità. Ma sotto la cenere, al solito, cova altro. E come al solito quando si parla di Medio Oriente, covano temi legati all’energia.

L’esplosione dello Shale

Qualcuno forse ricorderà che qualche anno fa il tema dominante delle discussioni energetiche era il “Peak Oil”, ovvero la teoria secondo la quale si stesse raggiungendo la massima produzione mondiale di petrolio, e che questa dovesse inesorabilmente scendere a causa dell’esaurimento dei vecchi giacimenti, e della difficoltà crescente di trovarne di nuovi. Fiumi di inchiostro venivano riversati sull’argomento, con la inevitabile conclusione che “le rinnovabili ci avrebbero salvati”.

I profeti del “Peak Oilfurono smentiti clamorosamente dai fatti nel giro di pochi mesi, allorché in America l’introduzione di nuove tecnologie rese accessibili risorse idrocarburiche ingentissime ammassate in strati superficiali del sottosuolo: l’olio e il gas di scisto, per l’appunto. Una vera e propria rivoluzione energetica portò in breve tempo gli Stati Uniti a diventare il primo produttore mondiale di petrolio, sopravanzando Russia e Arabia Saudita. Non solo: anche l’export americano è letteralmente esploso, fino a diventare una voce chiave della bilancia commerciale a stelle e strisce.

Corsi, ricorsi…e casualità

Inevitabilmente, la rivoluzione dello shale ha avuto risvolti geopolitici immediati e su scala planetaria. Se è vero che gli ultimi decenni sono stati caratterizzati da conflitti armati devastanti in Medio Oriente, costati la vita a milioni di persone, e sottesi inevitabilmente al controllo delle risorse petrolifere locali, è altrettanto vero che oggi le cose sono cambiate. Dal completamento del ritiro dei soldati americani dall’Iraq nel Dicembre 2011, infatti,  non si sono più avuti conflitti armati su larga scala che coinvolgessero paesi chiave dell’OPEC, se non attraverso proxy-wars (Siria e Yemen su tutte).

Certo colpisce la concidenza temporale perfetta tra il ritiro dei soldati americani e l’inizio della esplosione del fenomeno shale. Fatto sta, che dal 2012 la quantità di petrolio immessa sul mercato cresce inesorabilmente, proprio a causa dell’olio di scisto americano e del rientro in campo di paesi produttori chiave come l’Iraq e l’Iran, quest’ultimo grazie all’accordo sul nucleare fortemente voluto dalla presidenza Obama.

Un nuovo paradigma

L’eccesso di offerta di petrolio, conseguente ad un “eccesso di pace” nel Medio Oriente petrolifero (si perdoni l’ossimoro) provoca il crollo del prezzo del greggio nel 2015, cambiando per sempre il panorama dell’offerta petrolifera mondiale.

Per gli Stati Uniti, quindi, si pone un nuovo problema: commerciale, prima che geopolitico. In considerazione degli alti costi di estrazione dello Shale rispetto a quelli dei paesi concorrenti, gli USA hanno bisogno di mantenere un prezzo sufficientemente elevato del greggio, pena una crisi estrattiva con associato crollo dell’export di idrocarburi, perdita di posti di lavoro, calo del PIL e ulteriore aumento del già enorme disavanzo commerciale a stelle e strisce. Ormai dimenticati i tempi (pur vicinissimi) in cui gli Stati Uniti battagliavano in Medio Oriente a sostegno della democrazia (e incidentalmente a vantaggio della sicurezza di approvvigionamento energetico), l’interesse attuale pare quindi essere semplicemente quello di produrre greggio in gran quantità mantenendone il prezzo a livelli sufficientemente elevati, e rubando quote di mercato ai produttori tradizionali.

È in quest’ottica che si possono leggere le scelte americane in politica estera degli ultimi anni: in particolare l’impegno in Venezuela e in Iran, con relativi embargo che strozzano l’industria estrattiva di quei paesi, eliminandone la concorrenza dal mercato e nel contempo contribuendo al mantenimento dei prezzi del greggio su valori non troppo bassi. I classici due piccioni con una fava.

Punti di vista

Coi paradigmi dell’ambientalistoide neo-pauperista, antiamericano, anticapitalista e anti-tutto, è sempre la solita storia: gli idrocarburi fanno solo danno, ieri causavano guerre convenzionali su vasta scala e oggi guerre commerciali, per non dire delle mortifere emissioni di CO2. Ci salverà solo la Nuova Trinità globalista: il Pannello, la Pala e la Tesla.

Un’analisi un po’ meno emotiva potrebbe invece suggerire che in mancanza di una alternativa in grado di sostituire completamente gli idrocarburi, questi ultimi continueranno ad essere centrali, e a determinare gli sviluppi geopolitici su scala planetaria. Da questo punto di vista è difficile negare che la rivoluzione dello shale abbia determinato un cambiamento strategico di dimensioni epocali per il principale attore geopolitico mondiale: sempre meno interessati a lottare (anche sul campo) per garantisi la sicurezza energetica, gli Stati Uniti hanno scelto adesso di adottare un approccio concreto e pragmatico, basato su logiche di mera concorrenza commerciale. Talvolta brutali, certamente, ma per lo meno non mediate da conflitti più o meno democratici.

Meno marines, quindi. E più trivelle americane e dazi commerciali. Viene il sospetto che quella porcheria dello shale oil, tanto vituperata e bistrattata (talvolta con ottime ragioni), abbia invece contribuito, suo malgrado, a rendere il mondo un po’ meno violento. Come è lecito attendersi, del resto, in un contesto in cui l’energia è abbondante e a costi ragionevoli. Quale che sia la fonte, di quella benedetta energia.

 

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