Temperature Globali

Trend in atto

Dopo la fine della piccola era glaciale, fase fredda che ha interessato più direttamente il periodo compreso fra il XVII e la prima metà del  XIX secolo, le temperature globali hanno ripreso a salire (“grazie a Dio”, perché fare agricoltura prima che la “perfida azione dell’uomo” iniziasse ad alterare il clima era assai più proibitivo rispetto ad oggi).

Circa l’andamento delle temperature globali al suolo, secondo il dataset internazionale Hadcrut4 per il periodo 1850-2015 (CRU di East Anglia University e Hadley Center), ad una fase di aumento che ha avuto il proprio apice nel 1878 (+0.5°C rispetto al 1850)  ha fatto seguito una fase di decremento con minimo nel 1911 (-0.2°C rispetto al 1850). Ad un nuovo incremento fino al 1945 (che si è collocato a +0.5°C rispetto al 1850) è seguita una diminuzione protrattasi fino al 1976 (anno che a livello globale si colloca a soli +0.1°C rispetto al 1850). Dal 1977 al 1998 le temperature globali sono di nuovo aumentate portandosi nel 1998 a +0.85°C rispetto al 1850. Dal 1998 ad oggi infine si è osservato un lieve aumento residuo che tuttavia non trova conferma nei dati da satellite MSU relativi alla bassa troposfera, e che indicano piuttosto la sostanziale stazionarietà delle temperature globali dopo il 1998.

Occorre evidenziare che la salita delle temperature fino ai valori odierni è stata tutt’altro che continua, nel senso che a un trend di incremento pari a +0.85°C dal 1850 ad oggi si è costantemente sovrapposta una ciclicità sessantennale che ha mostrato minimi negli anni 1850, 1910, 1977 e massimi negli anni 1878, 1945 e 1998. Inoltre si è assistito ad una accentuata variabilità interannuale con la rapida alternanza di annate più calde e più fredde.

Oggi sappiamo che la ciclicità sessantennale è imposta da una ciclicità delle temperature marine che per il Nord Atlantico è espressa dall’indice AMO, fenomeno del tutto naturale, la cui presenza è dimostrata per lo meno per gli ultimi 8000 anni (Knudsen et al 2011). La grande variabilità interannuale è anch’essa un fenomeno del tutto naturale e che deriva dall’alternarsi di regimi circolatori diversi. La sua presenza anche remota ci è mostrata ad esempio dalla serie storica delle date di vendemmia in Borgogna dal 1370 ad oggi (Labbé e Gaveau, 2013).

Sul trend di +0.85°C non possiamo invece escludere l’influenza umana legata all’emissione di gas serra di origine antropica (anidride carbonica, metano, protossido d’azoto) cui si sovrappongono fenomeni naturali come l’attività solare. In tal senso fra le possibili interpretazioni citiamo quella di Ziskin & Shaviv (2012) i quali applicando un Energy Balance Model, hanno stimato che il 60% del trend crescente delle temperature osservato nel XX secolo è di origine antropica ed il 40% e di origine solare. Anche se la scienza non procede di regola per “colpi di maggioranza”, occorre evidenziare che le valutazioni di Ziskin & Shaviv sono confortate dal fatto che il 66% dei 1868 ricercatori operanti in ambito climatologico e intervistati da Verheggen et al. (2014) ha espresso l’idea che le attività antropiche siano all’origine di oltre il 50% dell’aumento delle temperature globali registrato dal 1950 ad oggi.

Aspetti paleoclimatici

Lo studio del paleoclima ci indica che l’olocene è stato interessato da episodi caldi (gli optimum postglaciali) fra cui rammentiamo il grande optimum postglaciale, l’optimum miceneo, l’optimum romano, l’optimum medioevale e la fase di riscaldamento attuale. A tali fasi si sono alternate fasi di “deterioramento” segnate da cali termici ed avanzate glaciali. Per inciso l’uso di “optimum” e “deterioramento” non è affatto casuale e gli optimum erano così chiamati i quanto la vita era più facile, la mortalità più ridotta e le fonti di cibo ed energia più abbondanti. Lo stesso padre spirituale della teoria dell’Anthropogenic Global Warming (AGW), Svante Arrhenius, vedeva nel riscaldamento globale da CO2 un fenomeno positivo poiché in grado di rendere più vivibili e meglio fruibili per l’uomo i gelidi areali nordeuropei, sogno questo che si starebbe oggi avverando.

A proposito di Fake News

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A proposito di Fake News

Piero Vietti ha pubblicato ieri su Il Foglio un articolo in tema di fake news, la locuzione più in voga e, stando a quanto descritto, anche più abusata del momento. Il tema è semplice: giunto alla ribalta come genere di notizie infondate, spesso divulgate con lo scopo di raggirare i lettori, ora sono tacciate di infondatezza e quindi targate come fake news semplicemente le notizie ritenute scomode da quelli che vi sono coinvolti. Ne consegue, che se tutto è fake news, nulla più lo è. Abbiamo quindi aggiunto una locuzione al nostro vocabolario della comunicazione globale, ma non abbiamo fatto alcun progresso in termini di fondatezza del fatti riportati, di serietà nella ricerca delle fonti, di solidità di quanto viene divulgato. In pratica, ovviamente, non è cambiato niente.

Poteva quindi cambiare qualcosa in termini di comunicazione climatica? Per carità, sono decenni che in questo settore andiamo avanti a puttanate che nessuno si prende la briga di verificare…

Sicchè, avanti tutta. Ecco il NYT Science: Mexico City – a victim of gravity and climate change is sinking rapidly.

Dunque, non si finisce mai di imparare. Città del Messico, tra le megalopoli più popolose del Pianeta, sta sprofondando. Il letto di sedimenti su cui poggia l’area metropolitana sta cedendo per ragioni morfologiche ma, ultimamente, complici i prelievi d’acqua dal sottosuolo, il processo sembra aver accelerato. E perché c’è sempre più bisogno d’acqua? Perché c’è sempre più gente. E perché c’è sempre più gente? Semplice, perché il caldo e le siccità costringono la popolazione a migrare a nord. Scopriamo quindi, come accessorio, che il tema scottante della migrazione, magari anche verso gli USA, non è legato alla qualità della vita, ma alla sete e al caldo. Che se ne faccia una ragione chi sta progettando di allungare i muri già esistenti, non se ne potranno mai fare di alti a sufficienza.

Ma torniamo al tema climatico e all’inizio di questo post domenicale, cioè anche al minimo sforzo di ricerca delle fonti che si richiederebbe a chi dispensa opinioni, specie se si chiama NYT. Chi mastica di clima sa, per esempio, che pur con il dannato global warming -aka climate change, le fasce intertropicali si sono scaldate poco o punto. È così perché così gira l’aria sul Pianeta. Ma l’opinionista potrebbe non saperne di clima, sebbene ci faccia addirittura il titolo, per cui basta andare sul sito della World Bank, non esattamente l’angolo degli scettici, per scoprire che in Messico la temperatura è identica a quella dell’inizio del secolo scorso, e così, fatta salva una maggiore variabilità di medio periodo, sono anche le piogge. Ergo, il global warming e il climate change non c’entrano un accidente. C’entra probabilmente solo il fatto che anche lì, come in tutto il mondo, la gente tende a concentrarsi nelle aree urbane. Quindi più gente, più richiesta d’acqua, più impatto sull’area di prelievo, ma non per ragioni climatiche.

Sorge un dubbio. Che i messicani abbiano deciso di mollare la campagna perché non si riusciva più a coltivare? Allora sì che potrebbe entrarci il clima… Niente da fare, stesso sito, stessa fonte facilmente raggiungibile: negli ultimi anni non è cambiata la terra coltivabile, nè la superficie arabile, nè la superficie coperta di foreste; però è aumentata, molto, la resa per ettaro. Quindi, tra caldo e siccità (?) anche in Messico si produce più cibo.

Però, statene certi, Città del Messico sprofonda a causa del climate change. Parola di Fake News.

Nb: per finire ce n’è anche in tema di AGW e conflitti sociali, giusto per tornare sull’argomento di appena un paio di giorni fa. Questa la spiegazione (minaccia?) che la solerte reporter fornisce per il suo interesse sulla faccenda:

That’s what this series is about — how global cities tackle climate threats, or fail to. Around the world, extreme weather and water scarcity are accelerating repression, regional conflicts and violence. A Columbia University report found that where rainfall declines, “the risk of a low-level conflict escalating to a full-scale civil war approximately doubles the following year.” The Pentagon’s term for climate change is “threat multiplier.”

In giro per il mondo gli eventi estremi e la scarsità d’acqua accelerano le repressioni, i conflitti regionali e le violenze. Il terreno ideale per far compiere un’altra giravolta al tema della fine del mondo causa calura: da riscaldamento globale a cambiamento climatico, poi a disfacimento climatico, ora, fantastico, moltiplicatore di minacce. Geniale.

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Two is megl che one

Posted by on 08:00 in Attualità | 2 comments

Two is megl che one

Ci credereste? Riducendo di 1/4 la dimensione delle celle di un modello climatico e portandone così la risoluzione a 25Km dai 100/200 attuali, nonché utilizzando una capacità di calcolo 64 volte superiore a quella di cui si ha bisogno ora, si possono produrre previsioni climatiche capaci, di qui a cento anni, di intercettare anche la formazione degli uragani. Non basta, accompagnate dai venti fortissimi che questi producono, si “vedono” anche le altissime onde che generano sul mare. Il risultato, naturalmente, è che in un mondo più caldo, perché quello futuro lo sarà, parola dello stesso modello climatico, gli uragani saranno più potenti e le onde più alte, con tutto quello che ne consegue.

Il fatto che nella simulazione di un sistema complesso se si aumenta la definizione spaziale si deve aumentare anche la conoscenza dei processi che avvengono a quella risoluzione e che questo non sia accaduto, perché notoriamente i modelli climatici sono poco utili a scala globale e perfettamente inutili a scala regionale, è puramente accessorio… Infatti, nella simulazione, al confronto con le osservazioni, i valori estremi eccedono la realtà. Quindi il modello “vede” per il passato, quello che non è mai accaduto. Perciò, statene certi, sarà tutto molto peggio del previsto…

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L’equazione dell’Antropoche?

Posted by on 07:00 in Attualità, Climatologia | 16 comments

L’equazione dell’Antropoche?

Qualche giorno fa G. Guidi ha pubblicato un post in cui si faceva cenno all’articolo, pubblicato sulla rivista The Anthropocene Review dal titolo,

The Anthropocene Equation  di O. Gaffney & W. Steffen (da ora Gaffney et al., 2017).

Incuriosito dal termine “equazione” associato ad Antropocene, sono andato a leggere l’articolo.

Man mano che andavo avanti i dubbi e le perplessità aumentavano in modo esponenziale fino all’apoteosi finale. Ho fatto passare qualche ora ed ho riletto l’articolo. Il mio giudizio non è cambiato di una virgola: è un articolo che lascia allibiti sia dal punto di vista matematico che logico. Procediamo, però, con ordine.

Da un punto di vista puramente astratto il sistema Terra può essere rappresentato da un’equazione differenziale (1)        in cui E sta per Earth, A per astronomico e G per geofisico. Tradotto significa che la variazione nel tempo del sistema Terra è una funzione di due variabili: una astronomica e l’altra geofisica. La variabile astronomica tiene conto del fatto che le condizioni del sistema terrestre dipendono da forzanti orbitali ovvero dalle variazioni di quantità di energia ricevuta che la Terra subisce a seconda delle posizioni in cui essa si trova rispetto al Sole ed alle variazioni che possono caratterizzare l’orbita terrestre. In realtà la variabile astronomica è una variabile molto complessa che coinvolge l’inclinazione dell’asse terrestre, la posizione del sistema solare nella Galassia e tantissimi altri aspetti che abbiamo avuto modo di analizzare in altri post. Tutte queste variabili interagiscono con il sistema terrestre amplificandosi e/o annullandosi a vicenda per cui il fatto di schematizzare cose così complesse con una semplice A rende oltremodo perplessi in quanto è costume, in matematica, che ad una variabile sia associato un campo di valori, ovvero dei numeri, che nel caso di un sistema fisico, rappresentano delle grandezze fisiche misurabili. Stesso discorso vale per G ovvero la variabile geofisica. Essa dovrebbe tener conto degli impatti di corpi extraterrestri, dei vulcani e di tutte le forze endogene ed esogene che modificano il nostro pianeta. Anche qui credo che chi voglia cimentarsi in un calcolo, abbia grosse difficoltà a trovare i valori da inserire nell’equazione.

Gaffney et al., 2017 si rende conto che l’equazione (1) è piuttosto riduttiva in quanto non tiene conto del fatto che i fattori astronomici e geofisici sono mediati da una serie di meccanismi che coinvolgono l’atmosfera, la biosfera, l’idrosfera, la criosfera e così via. In altre parole le forzanti esterne devono confrontarsi con quella che chiamiamo variabilità interna del sistema. Correttamente, quindi, gli autori modificano l’equazione (1) introducendo una terza variabile che tenga conto della variabilità interna al sistema (I), ottenendo l”equazione (2)

Anche per la variabile I  possiamo ripetere in maniera pedissequa tutte le criticità viste per le altre due variabili, ma da un punto di vista logico e restando nel piano della pura astrazione, l’equazione tiene conto dei fattori che determinano le variazioni del sistema Terra e, quindi, del clima terrestre.

Durante il Quaternario piccole variazioni della forzante astronomica sono state in grado di determinare grossi cambiamenti della variabile I per cui il clima, che ha determinato in larga parte le partizioni del Quaternario, è stato guidato dalle forzanti astronomiche e, in misura minore da quelle geofisiche. In questa ottica si collocano i cicli di Milankovic durante i quali le forzanti astronomiche hanno modulato la variabilità interna del sistema che ha determinato i cambiamenti climatici terrestri.

A questo punto Gaffney et al., 2017 calano l’asso: in un sistema con concentrazione di diossido di carbonio atmosferico intorno alle 280 ppm volumetriche, l’attuale ciclo (Olocene) sarebbe continuato per altri 50000 anni circa senza forti scossoni.

Già su questo non si può essere d’accordo con gli autori in quanto altri autori sono di diverso avviso, ma evitiamo divagazioni e cerchiamo di seguire il ragionamento sviluppato nell’articolo. Negli ultimi due secoli e mezzo l’azione dell’uomo ha notevolmente modificato l’ambiente terrestre e, quindi, il sistema Terra. Per questo motivo la variabilità interna di cui tiene conto la variabile I nell’equazione (2), è dipesa in massima parte  dall’uomo, per cui è necessario introdurre un’altra variabile che tenga conto in modo specifico dell’effetto antropico e, a questo punto, i giochi sono fatti: entra in gioco la variabile antropica H e  l’equazione del sistema Terra diviene (3).

Gli autori facendo riferimento essenzialmente ad alcuni articoli di uno di loro (Steffen) hanno la certezza che tutto ciò che sta succedendo sulla Terra sia in massima parte colpa dell’uomo e, quindi, esiste un rapporto molto stretto tra le variazioni di E e le variazioni di H. Per corroborare la loro tesi, fanno una serie di esempi: il ciclo dell’azoto è stato fortemente alterato dal processo di Haber-Bosh (quello che consente di produrre sinteticamente ammoniaca e che è stato alla base, tra l’altro, della rivoluzione verde), il tasso di estinzione delle specie è fortemente aumentato, l’acidificazione degli oceani è senza precedenti come la concentrazione di CO2  atmosferica (almeno negli ultimi 60 milioni di anni). E’ fuor di dubbio, per loro, ovviamente, che ciò ha determinato un legame privilegiato tra E ed H  per cui  l’equazione  (3) può essere comodamente scritta nel modo seguente:

Sulla base di considerazioni più filosofiche che scientifiche e senza uno straccio di numero, gli autori sono riusciti a trasformare una funzione in tre variabili in una funzione in un’unica variabile semplicemente assumendo che le altre variabili sono del tutto trascurabili rispetto ad essa. Essi scrivono che tendono (?) a zero: usano una freccia che in matematica ha questo significato. Detto in altre parole, la variabilità del sistema Terra dipenderebbe solo ed esclusivamente dall’uomo, punto. Io sono senza parole in quanto ciò significa che l’impatto di un meteorite di dimensioni chilometriche, un’emissione di massa coronale fronte Terra, un cambiamento di direzione del campo magnetico terrestre o altri fenomeni naturali che in passato si sono verificati, sono del tutto insignificanti rispetto all’azione dell’uomo. Gli autori sottolineano, però, che ci troviamo in un campo di pura astrazione (e meno male), ma non lesinano considerazioni che calano l’astrazione nella nostra realtà quotidiana. Essi cercano, infatti, di “quantificare” la variabile H attraverso una serie di variabili aggiuntive per cui

Le lettere hanno il seguente significato: P è la popolazione globale (veramente è la parte della popolazione che consuma di più, cioè i perfidi ed abietti abitanti del primo mondo), C rappresenta il consumo e T  la tecnosfera, ovvero l’influenza della tecnologia e della tecnocrazia sull’ambiente.

A questo punto il quadro è fin troppo chiaro: si è voluto ammantare di una veste matematica un discorso prettamente politico, quello della ridistribuzione della ricchezza a livello planetario e quello della distinzione del genere umano tra “buoni” (gli abitanti del terzo e quarto mondo) e “cattivi” (tutti gli altri), con questi ultimi nella veste dei devastatori del paradiso terrestre planetario.

Una cosa “positiva” la possiamo trovare, però, nell’articolo. Gli autori hanno l’onestà intellettuale di ammettere che la forma di H è molto simile a quella dell’identità di Ehrlich di cui conosciamo la storia ed il suo infelice epilogo.  Già questo avrebbe dovuto dissuaderli dal perseverare nel loro discorso, ma non è stato così.

Non contenti di aver individuato una relazione che già aveva dato una pessima prova di se nel passato recente, gli autori hanno deciso di continuare ad oltraggiare la matematica elaborando uno schema che riprende anche se alla lontana l’attrattore di Lorenz. Questo accoppiamento mi ha fatto male in quanto poteva anche starmi bene la descrizione astratta (forse meglio sarebbe dire astrusa) dell’equazione dell’Antropocene, ma utilizzare l’attrattore di Lorenz, frutto di elaborazioni matematiche ben precise che generano la grafica che ci è nota e che ci ammalia, senza un minimo di elaborazione numerica, solo sulla base di elucubrazioni che a volte rasentano le allucinazioni, è troppo.

In questo schema si vede la Terra ancorata nello spazio delle fasi, caratterizzato da due grossi lobi che rappresentano la fase glaciale e quella interglaciale, con cicli di circa 100000 anni regolati dall’equazione (2). Nel 1950, non si capisce bene su quali basi numeriche e fattuali, la Terra si sposta velocemente nello spazio delle fasi e nel 2016 fuoriesce dall’attrattore su cui aveva stazionato per milioni di anni, passando su di un nuovo attrattore indicato come “Stato dell’Antropocene”. Dopo un certo numero di cicli, non si sa bene sulla base di quale calcolo numerico, si allontana dall’attrattore diretta verso la perdizione totale. Un disegnuccio privo di senso matematico.

E per finire due considerazioni.

L’Antropocene non esiste. Come già ebbi modo di scrivere in un commento ad un altro post, qui su CM, esso non esiste nella stratigrafia geologica. Inserire una nuova epoca geologica nella cronologia geologica è un’operazione estremamente complessa e richiede che essa sia ben evidente nella stratigrafia, sia, cioè, caratterizzata da un ben preciso affioramento con delle specifiche caratteristiche che lo distinguano da altri affioramenti. Una nuova epoca può essere definita solo ed esclusivamente dall’International Commission of Stratigraphy e, ad oggi, nessun documento ufficiale della Commissione ha stabilito che esiste un’epoca definita Antropocene. Allo stato degli atti la Commissione ha costituito un gruppo di lavoro che sta esplorando (e sono già alcuni anni) la questione.
Fino a quando il gruppo di lavoro non si sarà pronunciato, la Sottocommissione del Quaternario non avrà deciso circa il lavoro del gruppo e, infine, la Commissione non avrà deliberato, è del tutto inutile parlare di Antropocene e, di conseguenza, di “equazione dell’Antropocene”.  Equivale a disquisire del sesso degli angeli.

L’ultima considerazione riguarda l’articolo di Gaffney e Steffen, 2017. Raramente ho avuto occasione di leggere qualcosa di peggio. Io amo il genere fantasy, per cui sono abituato a scenari, per così dire, alternativi, ma se leggo un racconto di fantascienza so perfettamente dove andremo a parare. In questo caso di fantasy stiamo parlando, ma spacciato per scienza.

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Global Warming e Comportamenti Violenti

Posted by on 07:00 in Attualità | 13 comments

Global Warming e Comportamenti Violenti

È con molta emozione che mi accingo finalmente a coronare un sogno: pubblicare una perla climatica prima dei nostri giornali mainstream. Mi tremano le mani mentre scrivo, tale e tanta l’emozione. Ma non rinuncerò per questo al privilegio di citare qualche fatto alternativo in sede di commento.

Allora, dopo aver scoperto qualche mese fa che in Svezia si stupra di più per colpa dell’effetto serra, adesso scopriamo una verità ancora più scomoda, ovvero che qualsiasi cosa vada male su questo Pianeta, è riconducibile al global warming, rigorosamente antropogenico. È Zerohedge a fornire l’assist facendo riferimento ad un articolo pubblicato dalla “Association for Psychological Science” frutto del pregevole lavoro di tale Courtney Plante, postdoctorate fellow alla Iowa State University. Plante studia gli effetti del climate change sulla violenza, “media immersion”, “fantasy” e “fan groups”. Insomma, non si capisce cosa faccia, ma probabilmente salva il mondo anche lui. Provo a riassumere di seguito l’articolo in questione, compito assai arduo come sovente accade in casi come questo.

  • Cappello dell’articolo: “Il global warming antropogenico è un fatto incontestabile, come le sue conseguenze: siccità, alluvioni, scarsità di cibo (!?) e fenomeni estremi. Non solo: una letteratura sempre più vasta mette in relazione il riscaldamento con aggressività e condotte violente, e questo sta già accadendo, in tre modi diversi

1)     Attraverso l’effetto dello stress da calore su aggressività e violenza:

  • “Quando la gente vive in ambienti non confortevoli diventa più violenta e aggressiva”. A supporto viene citato uno studio in cui alcuni soggetti sono stati fatti accomodare in una stanza a 24 °C, in una a 14 °C e in una a 36 ° Sorpresa delle sorprese, chi è stato all’addiaccio o nella stanza-fornace “ha mostrato più aggressività”. Conclusione: le temperature più alte rendono aggressivi”. In realtà anche quelle più basse, ma evidentemente la cosa non è rilevante.
  • Si cita quindi uno studio in cui poliziotti sono stati messi in una stanza a 21 °C o a 28 °C e quelli reduci dalla sauna hanno estratto le armi più facilmente dinanzi ad una minaccia. Studio che val bene l’installazione di qualche impianto di condizionamento in più presso i commissariati di mezzo mondo.
  • Poi si citano studi che dimostrano che nelle città in cui fa caldo ci sono più crimini, al netto di altri fattori concomitanti, di certo meno influenti (povertà, emarginazione, disagio sociale etc. etc).

2)     Attraverso lo sviluppo di generazioni inclini alla violenza

  • Un effetto fondamentale del climate change è la scarsità di cibo” (!), causata a sua volta da siccità, eventi estremi e incendi, tutti in aumento a causa delll’uomo. Studi hanno dimostrato che  la malnutrizione è un importante precursore di comportamenti antisociali”. In parole povere, se non hai da mangiare probabilmente sarai più incline alla violenza e visto che centinaia di milioni di persone sono colpite da carestie indotte dal climate change, tocca solo prepararsi al peggio.
  • “Il maltempo distrugge le case e fa spendere soldi in emergenze e lavori di ripristino. L’eccesso di spesa per rimediare alle catastrofi climatiche antropogeniche grava sulle spalle dei più poveri”. Ci viene in soccorso persino la teoria dei giochi, con un prezioso studio che dimostra che se in un territorio insorge siccità e scarsità di risorse, allora i pastori sorprendentemente finiranno per scannarsi tra loro nel contendersi le risorse in questione.
  • Non poteva mancare il terrorismo: “l’incertezza e la frustrazione che derivano dai danni collegati al climate change creano terreno fertile per arruolare future generazioni di terroristi“.

3)     Attraverso conflitti & guerre civili

  • “Che il rapido climate change stia cambiando negativamente le abitudini e le tendenze aggressive di tutti è ovvio, ma è anche utile considerare gli effetti su intere popolazioni”.
  • Segue una serie di affermazioni non referenziate e da Bar dello Sport che fanno impallidire l’enciclica bergogliana “Laudato Sii”: si parla di ecomigrazioni e dell’esistenza di molti esempi di disastri climatici che hanno portato a migrazioni, guerre e non meglio precisati “collassi dinastici”.
  • Si fa quindi un collegamento arditissimo tra la guerra in Siria e una siccità “considerata da tanti come causata dal global warming” che avrebbe causato migrazioni nelle città e quindi, naturalmente (?), terrorismo. Aveva capito tutto Toto Cutugno 20 anni fa: tocca andare vivere in campagna.
  • Infine si spiattella un fritto misto di catastrofi: l’inflazione di prezzi alimentari in Uganda, una manciata di conflitti  in Africa e le migrazioni di massa dal Bangladesh per concludere, inaspettatamente, che la situazione potrà solo peggiorare con altre guerre, colpi di stato, ribellioni, e conflitti su larga scala. E il tutto a causa del global warming antropogenico.

Conclusione: L’autore auspica un futuro radioso in cui gli scienziati-psicologi  faranno ricerca “prendendosi per mano con climatologi, scienziati della politica ed economisti… Questo approccio interdisciplinare si rivelerà essenziale nel collegare quello che gli scienziati già sanno, con l’opinione pubblica (!) e con le politiche governative adeguate”.

Commento Alternativo

L’articolo di Courtney Plante è quanto di più rassicurante si possa leggere, e ci regala ottimismo e speranza nel futuro. In considerazione dei dati satellitari non massaggiati di UAH, che mostrano temperature globali attualmente superiori alla media di circa 0.3 °C e l’esistenza di un rallentamento del pur modesto aumento delle temperature in questione, si può solo concludere che gli scenari catastrofici paventati nell’articolo non si concretizzeranno. Niente guerre, niente terrorismo, niente “collassi dinastici”, generazioni bruciate, poliziotti che escono e sparano all’impazzata perché si è rotto il condizionatore… E niente più articoli come quello di Courtney Plante, scusate se è poco.

In vista della auspicata cooperazione tra scienziati psicologi, scienziati politici, economisti illuminati e salvamondo vari ed eventuali, si suggerisce anche di finanziare ulteriori studi sui recenti successi nella lotta alla fame, sul Global Greening e sull’effetto che un aumento di temperatura di 0.3 °C può avere sulla psiche umana, a partire dal fatto che venga o meno percepito dal corpo umano. Si obietterà che questo valore è il risultato di anomalie molto maggiori nelle zone artiche, per il famoso effetto di amplificazione. Saranno quindi benvenuti studi sull’effetto che ha un aumento di temperatura di 10 °C sull’umore e l’inclinazione alla violenza di un abitante della Jacuzia o dell’Oblast di Magadan.

L’opinione pubblica cui fa riferimento Plante apprezzerà sicuramente il risultato di tale cooperazione, e le politiche governative si adegueranno di conseguenza. Forse Plante dovrà cercarsi un nuovo lavoro, con un titolo meno altisonante e meno criptico, ma questo è un insignificante dettaglio nella marcia dell’umanità verso un futuro migliore.

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Rassegna dissonante

Posted by on 08:00 in Attualità, Climatologia | 1 comment

Rassegna dissonante

Ricostruzioni e modelli non coincidono? Cambiamo le ricostruzioni.

Da Science Daily ma, soprattutto da Nature Geoscience, uno studio che ha prodotto nuove ricostruzione del clima del medio olocene nell’area del Mediterraneo, risolvendo a quanto pare un problemino non banale. Dalle ricostruzioni precedenti, basate essenzialmente sull’analisi di sedimenti di pollini, il periodo compreso tra 9000 e 5000 anni fa era noto essere stato piuttosto freddo per l’area del Mediterraneo. I modelli climatici, però, non riescono a riprodurre questo raffreddamento. Nonostante sia noto che la scarsa attendibilità dei modelli climatici a scala globale diventa praticamente nulla a scala regionale, il problema andava risolto. Non potendo migliorare i modelli, perché per farlo occorre capirci di più sulle dinamiche del clima, cerchiamo di migliorare le ricostruzioni. E così è stato, passando all’esame di fossili di insetti, dall’analisi dei quali sembra risulti che quel periodo è stato in realtà più caldo di quanto si pensasse.

Questo riabilita i modelli, che poi possa non corrispondere a quanto accaduto è un altro problema, che del resto avevamo anche prima. Sorge però una domanda: perché quel periodo è stato così caldo con 260 ppmv di CO2? E se attraverso quel periodo il Mediterraneo ci è passato indenne, perché il fatto che sia caldo adesso dovrebbe essere fonte di preoccupazione?

Il rateo di riscaldamento di 0.7°C del periodo recente è eccezionale

The Antropocene Equation

Nelle ultime sei decadi, i forcing antropogenici hanno portato ratei di cambaimento eccezionalmente rapidi nel sistema Terra. Questo nuovo regime può essere rappresentato da una “Equazione dell’Antropocene”, dove gli altri forcing tendono a zero e il rateo di cambiamento indotto dall’uomo può essere stimato.

Perché il gli altri forcing debbano tendere a zero non è chiaro…ma, comunque, lo studio che ci riporta sempre nel medio olocene, questa volta tra 9500 e 5500 anni fa, quindi un periodo di appena 500 anni più recente. Il riferimento però è all’intero pianeta, non più solo al Mediterraneo. Nell’analizzare il rateo di variazione della temperatura negli ultimi 9500 anni, gli autori riportano che:

Tra 9500 e 5500 anni fa le temperature globali si stabilizzarono, seguite poi da un molto leggero trend di raffreddamento (Marcott et al., 2013). Negli ultimi 7000 anni il rateo di cambiamento della temperatura è stato approssimativamente di 0.01°C per secolo. Negli ultimi cento anni, il rateo di cambiamento è stato di circa 0.7°C per secolo (IPCC 2013), 70 volte più dell’altro e nella direzione opposta. Negli ultimi 45 anni (dal 1970, quando l’influenza degli uomini sul clima è divenuta più evidente) il rateo della temperatura è salito a circa 1.7°C per secolo (NOAA 2016), 170 volte più di quello di rferimento.

Quindi il medio olocene è stato un po’ più freddo ma per il Mediterraneo è stato più caldo. Lo studio preso a riferimento per l’Equazione dell’Antropocene è quello linkato nella citazione. L’autore, in un’intervista di qualche anno fa ha detto:

La nostra ricostruzione globale di paleotemperature include un cosiddetto “upthick” delle temperature durante il ventesimo secolo. Tuttavia, nel paper abbiamo specificato che questo andamento particolare è di durata più breve del periodo di allisciamento della nostra procedura statistica ed è basato soltanto su poche delle paleo-ricostruzioni tra quelle che abbiamo utilizzato. Perciò, la porzione di riscaldamento del ventesimo secolo non è statisticamente robusta, non può essere considerata rappresentativa di cambiamenti globali delle temperature e quindi non è alla base di alcuna delle nostre conclusioni.

Dissonanza

L’Equazione dell’Antropocene non torna. Il pianeta nel medio olocene era più freddo o più caldo? Dipende, se serve per riabilitare i modelli era più caldo, se serve per dire che ora siamo nei guai era più freddo. Questione di prospettiva 😉

 

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Ne sentivamo davvero la mancanza

Posted by on 07:00 in Ambiente, Attualità, Climatologia | 9 comments

Ne sentivamo davvero la mancanza

Il post “Un Mese di Meteo” di questo mese, giunto regolarmente sulle nostre pagine grazie al prezioso lavoro dell’amico Luigi Mariani, ha suscitato più interesse del solito. In particolare, stiamo discutendo della qualità dei dati di cui si dispone per compiere queste analisi postume. Un tema topico quando si parla di clima e tempo. Già perché potrà sembrare banale, ma senza dati di buona qualità non c’è valutazione che tenga. E, purtroppo, di dati di buona qualità non ce ne sono molti.

Prendiamo il caso del recente maltempo che abbiamo avuto sulle regioni centrali adriatiche e, appena pochi giorni prima, su quelle meridionali, sempre di sud-est. Intense ed abbondanti nevicate accompagnate da temperature molto basse, ad opera della più classica delle discese di aria polare continentale proveniente dalla Russia. Davvero tanta neve, accumuli per i quali non c’è bisogno di far calcoli per capire che i numeri finali si collocano a buon diritto nella parte più alta della distribuzione statistica degli eventi di questo genere.

Una distribuzione che però esiste e che conferma, qualora mai non si volessero ascoltare le voci di chi da quelle parti ci ha trascorso l’esistenza, che questo genere di cose accadono, non molto spesso ma accadono. Forse non tutti sanno, ad esempio, che il record mondiale della nevicata più abbondante appartiene a due paesi, Caparacotta in provincia di Isernia e Pescocostanzo in provincia di l’Aquila, record segnato nel marzo del 2015.

Sicché, di cos’è che non si sentiva davvero bisogno? Semplice: di scomodare i cambiamenti climatici per giustificare la necessità di aumentare la resilienza del nostro territorio a questo tipo di eventi.

E’ accaduto il 9 febbraio scorso alla Commissione Ambiente della Camera, durante le audizioni dei rappresentanti di Enel e Terna, chiamati a riferire dei “disservizi verificatisi nelle zone dell’Italia centrale in seguito ai recenti eventi sismici e avversità meteorologiche”. Stando a quanto riportato dai media, il Presidente della commissione, circa gli eventi atmosferici del gennaio scorso, avrebbe dichiarato che “Bisogna preparasi a prevenire il ripetersi di simili casi per il futuro e che “Da quanto riferito da Enel, oggi in audizione alle Commissioni riunite Ambiente Territorio e Lavori Pubblici e Attività Produttive della Camera, emerge la conferma che i fenomeni meteorologici estremi legati ai mutamenti climatici in atto sono in aumento, sia per frequenza che per intensità. Evidenza che peraltro risulta con chiarezza anche da numerose fonti internazionali. E’ prioritario prepararsi ad affrontare le conseguenze del climate change rafforzando la capacita’ di resilienza dell’Italia, il cui territorio e’ notoriamente fragile. Per la rete elettrica occorre investire sia in nuove tecnologie, che aumentare la magliatura della rete come avviene gia’ in alcune zone alpine. E’ necessario aprire da subito un capitolo importante delle politiche di adattamento anche tecnologico ai mutamenti climatici”.

Ora, non è dato sapere di quali informazioni inerenti le serie meteorologiche storiche siano in possesso Enel, Terna o chi li ha ascoltati. Però sappiamo che in Abruzzo di stazioni con serie storiche sufficientemente lunghe per corroborare queste affermazioni non ce ne sono. Probabilmente ci sono i dati, nei registri di qualche convento e nelle annotazioni di qualche appassionato, dati che andrebbero analizzati, studiati e validati, cosa che inoltre andrebbe fatta per tutto il nostro territorio. Ma nessuno lo ha fatto mai, perché sono lavori in cui si deve investire tempo e denaro, senza la certezza di giungere a qualcosa di concreto. Infatti, le fonti internazionali cui si fa riferimento, invece di confemare quanto riportato, lo negano.

Per esempio, ecco l’IPCC nel report del 2015, capitolo 2, appunto sugli eventi estremi (le parti più salienti sono sottolineate):

  • “Overall, the most robust global changes in climate extremes are seen in measures of daily temperature, including to some extent, heat waves. Precipitation extremes also appear to be increasing, but there is large spatial variability”
  • There is limited evidence of changes in extremes associated with other climate variables since the mid-20th century
  • “Current datasets indicate no significant observed trends in global tropical cyclone frequency over the past century … No robust trends in annual numbers of tropical storms, hurricanes and major hurricanes counts have been identified over the past 100 years in the North Atlantic basin”
  • “In summary, there continues to be a lack of evidence and thus low confidence regarding the sign of trend in the magnitude and/or frequency of floods on a global scale”
  • In summary, there is low confidence in observed trends in small-scale severe weather phenomena such as hail and thunderstorms because of historical data inhomogeneities and inadequacies in monitoring systems

Quindi, non c’è evidenza di aumento degli eventi estremi che non siano ondate di calore (su cui si potrebbe comunque discutere a lungo) a partire dalla seconda metà del secolo scorso, quello, per intenderci, del riscaldamento globale. E, in sostanza, non ci sono trend osservati che riportino un aumento degli eventi estremi a limitata scala spaziale, soprattutto a causa della disomogeneità dei dati storici e dell’inadeguatezza dei sistemi di osservazione.

Ora, che la resilienza vada aumentata è fuor di dubbio. In un paese fatto quasi interamente di montagne dove in genere nevica viene da pensare che si debba poter disporre di infrastrutture adeguate. Che lo si debba fare perché il clima è cambiato è falso. Che lo si debba fare perché è previsto che cambi in peggio, ammesso che esistano condizioni ottimali diverse dalla normale variabilità climatica, eventi estremi compresi, non trova conferme nelle informazioni di cui disponiamo.

Ma lo dicono tutti, ormai a tutti i livelli. Peccato che additare il clima che cambia non farà smettere di piovere, né di nevicare. E continuare a ripetere una cosa falsa non la farà diventare vera.

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Le Previsioni di CM – 13 / 19 Febbraio 2017

Posted by on 07:00 in Attualità, Le Previsioni di CM, Meteorologia | 1 comment

Le Previsioni di CM – 13 / 19 Febbraio 2017

Questa rubrica è curata da Flavio________________________

Situazione ed evoluzione sinottica

Una cellula anticiclonica ben strutturata a tutte le quote persiste sulla Scandinavia, con valori notevoli del geopotenziale e massimi di pressione al suolo superiori a 1040 hPa. Una vasta saccatura staziona in Atlantico, con associate circolazioni cicloniche a gradiente molto lasco per la debolezza del getto ostacolato nella sua azione dalla presenza di un anticiclone termico che da Terranova si estende fino alla Groenlandia. All’azione di tale anticiclone si associano temperature estremamente basse in una vasta area compresa tra Baffin e l’Arcipelago Canadese, con valori diffusamente prossimi ai -40 °C. Pure in un contesto generalmente deficitario per i ghiacci artici vale la pena notare che proprio nell’Artico canadese l’inverno è stato severo come non accadeva da diversi anni, con conseguente notevole incremento dello spessore della banchisa in corrispondenza dei passaggi a nord-ovest.

Alla luce del quadro sinottico delineato, le condizioni meteo sull’Italia sono in deciso miglioramento dopo le precipitazioni degli ultimi giorni e le ennesime abbondanti nevicate che hanno interessato l’Appennino centro-meridionale. Tale miglioramento potrebbe rivelarsi duraturo alla luce della ricostituzione del blocco a omega che aveva caratterizzato la prima parte dell’inverno. Tuttavia il blocco in questione non sembra avere vita lunga.

Fig.1: GFS, Lunedì 13 Febbraio 2017. Geopotenziale e isobare al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

Nel corso della settimana, infatti, l’azione del getto in uscita dal Canada tornerà ad intensificarsi con conseguente ristabilimento delle westerlies associate al flusso principale alle alte latitudini atlantiche ed europee, e tilting della cellula scandinava che tenderà a distendersi lungo i paralleli, formando una fascia anticiclonica che dalle Azzorre si estenderà fino al Caspio in seno al flusso secondario.

Pochi cambiamenti, comunque, per quanto riguarda le condizioni meteo sull’Italia, che si manterranno all’insegna della stabilità, pur in presenza di alcuni disturbi sul Tirreno e sullo Jonio nella prima parte della settimana per lo scorrimento di aria fresca nei bassi strati dai quadranti orientali.

Fig.2: GFS, Venerdì 17 Febbraio 2017. Geopotenziale e isobare al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

È il caso di sottolineare che la pur insistita azione anticiclonica sull’Italia non si assocerà a temperature particolarmente elevate, per l’afflusso di aria fresca nei bassi strati dai quadranti orientali e per l’assenza di valori particolarmente elevati del geopotenziale. Tuttavia cominceranno a farsi sentire gli effetti dell’incrementato soleggiamento all’avvicinarsi dell’equinozio primaverile, sotto la forma di un aumento delle temperature nei valori massimi, e dell’escursione termica in generale. Tempo ideale per la pratica degli sport invernali, in concomitanza con il picco della stagione turistica in montagna.

PS: proprio alla luce del quadro sinottico descritto, e in considerazione dell’andamento della stagione invernale fino ad ora, trovo francamente noiosa e avvilente la litania di alcuni siti a proposito del “l’inverno che non c’è stato”, “l’inverno deludente”, “l’inverno delle occasioni mancate” e via dicendo. Innanzitutto perché è stato inverno vero su molte regioni italiane, in particolare del Centro-Sud. In secondo luogo perché le temperature si sono mantenute nella media stagionale, se non addirittura al di sotto. Infine perché, nonostante i desiderata di qualcuno, l’Italia resta una penisola protesa nel Mediterraneo e protetta dall’arco alpino. È il caso di farsene una ragione una buona volta, e se questo non bastasse, si può sempre prendere un volo e atterrare dalle parti di Repulse Bay (nomen omen), dove l’anticiclone termico prima citato regala attualmente temperature di -41°C e dove i locali, immagino, si chiedano quanto tempo occorrerà a questo benedetto effetto serra per regalargli un clima appena più vivibile. Al ritmo di 0.13 °C per decade, e persistendo nell’uso del mortifero idrocarburo, in 2,000 anni ce la si dovrebbe fare. Forza e coraggio.

Fig.3. Repulse Bay, in attesa di fare concorrenza a Cayo Coco http://www.planetware.com

Previsioni del tempo sull’Italia

Lunedì al Nord ciel0 nuvolos0, specie su Emilia Romagna e Piemonte, per scorrimento di aria fresca dai quadranti orientali nei bassi strati, con associate precipitazioni isolate e sporadiche. Nuvolosità anche sulle centrali adriatiche e sulla Sardegna con precipitazioni sporadiche e deboli, e ampie schiarite sui versanti tirrenici seguite da aumento della nuvolosità stratiforme in serata. Al Sud iniziali condizioni di cielo sereno o poco nuvoloso con tendenza ad aumento della nuvolosità stratiforme a partire da ovest, ma in assenza di precipitazioni significative. Temperature in diminuzione al Nord. Venti generalmente dai quadranti orientali, con rinforzi di scirocco su Mare di Sardegna e Canali di Sardegna e Sicilia.

Martedì persiste la nuvolosità sul Piemonte per effetto dell’azione delle correnti orientali, con precipitazioni sparse, in progressivo miglioramento. Aperture sempre più ampie sul resto delle regioni settentrionali. Ancora cieli nuvolosi sulle regioni centrali adriatiche con qualche debole precipitazione o spruzzata di neve alle quote medie. Schiarite più ampie sui versanti tirrenici con cieli spesso sporcati da nuvolosità alta e sottile. Molto nuvoloso sulla Sardegna con precipitazioni diffuse, anche a carattere di rovescio e nevicate limitate alle vette più alte del Gennargentu. Cieli nuvolosi anche sulla Sicilia e Calabria meridionale, con qualche precipitazione sui versanti ionici. Ampie schiarite sulle regioni sud-orientali. Temperature in diminuzione sulle regioni meridionali. Venti dai quadranti orientali, sostenuti sui bacini occidentali.

Mercoledì migliora sulla Sardegna dopo le ultime precipitazioni al mattino. Cielo nuvoloso sulla Sicilia con residue precipitazioni specie sui versanti ionici. Generalmente sereno o poco nuvoloso sul resto del Paese. Temperature in aumento nei valori massimi. Venti dai quadranti orientali, generalmente deboli.

Giovedì e Venerdì generali condizioni di stabilità su tutto il Paese. Temperature generalmente stazionarie o in lieve ulteriore aumento nei valori massimi. Venti deboli.

Sabato e Domenica possibile graduale peggioramento delle condizioni meteorologiche per calo del geopotenziale associato a infiltrazioni di aria fresca dai quadranti settentrionali. Al momento sembrano essere più interessate le regioni centro-meridionali. Margini di incertezza previsionale ancora elevati. Temperature in diminuzione, venti deboli settentrionali.

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La neve dalla nebbia, quando la Natura si mescola con le attività umane

Posted by on 08:00 in Ambiente, Attualità | 2 comments

La neve dalla nebbia, quando la Natura si mescola con le attività umane

L’amico Luigi Mariani mi ha segnalato una notizia piuttosto interessante. Una ventina di giorni fa, in Olanda, c’è stata una nevicata davvero singolare. Breve, molto localizzata, in condizioni di alta pressione, con molta nebbia e, soprattutto, largamente imprevista. Guardate la foto qui sotto.

Sembra un’immagine passata a Photoshop, invece è un classico caso di nebbia che da origine a precipitazioni nevose. E’ un fenomeno che a volte capita in Pianura Padana ed è conosciuto come “neve chimica”, nell’accezione endemicamente negativa che riusciamo a dare a tutti gli eventi in cui in qualche modo abbiamo un ruolo. Del resto, è assodato che in questo genere di eventi le emissioni inquinanti hanno un ruolo fondamentale.

L’immagine è stata ripresa dall’Operational Land Imager (OLI) su Landsat 8 il 19 gennaio, un paio di giorni dopo le precipitazioni nevose. In sostanza, quando sussistono condizioni assoluta stabilità e basse temperature, si generano inversioni termiche nello strato atmosferico più basso che impedendo il rimescolamento verticale favoriscono la formazione della nebbia. In più, nelle zone sottovento (non dimenticate mai che la nebbia ha bisogno comunque di debolissimi movimenti d’aria) alle aree industriali, il particolato rilasciato da queste ultime aumenta le probabilità di condensazione. Il rimescolamento interno alla nube favorisce la diminuzione delle temperature e, quindi, di ulteriore condensazione, sia in forma solida che in forma liquida. L’ambiente misto in cui viene a trovarsi la nube innesca un processo noto come Wegener-Bergeron, con i cristalli di ghiaccio che crescono di dimensioni a spese delle gocce d’acqua e, magicamente, scende la neve.

Perché spot e non diffusa? Semplicemente perché l’addizione di particolato proveniente dalle aree industriali è sostanziale al fine dell’innesco di tutto il processo, altrimenti la nebbia resta quello che è normalmente, un aggregato di goccioline minuscole confinato negli strati più bassi dell’atmosfera.

E’ palese che questi eventi sono comunque deboli ed estremamente localizzati, ma proprio per questo però possono presentare difficoltà di gestione non banali, per esempio in ordine alla circolazione stradale.

Se volete saperne un po’ di più andate su questa pagina della NASA, dove ci sono anche un paio di documenti che descrivono analoghi eventi di qualche anno fa.

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Come ti cambio il passato, ovvero, un commento sui dati della ricerca “pausebuster”

Posted by on 08:00 in Attualità, Climatologia | 11 comments

Come ti cambio il passato, ovvero, un commento sui dati della ricerca “pausebuster”

Riassunto: Vengono presentati alcuni dei dati utilizzati per il lavoro di Karl et al.,2015 (detto pausebuster per il tentativo di cancellare la pausa delle temperature globali dopo il 2000), nonché sottolineati certi aspetti poco chiari.
Abstract: Some data used in Karl et al.,2015 (named the pausebuster paper for the aim to cancel the after-2000 pause in global temperature) are presented and commented in a few quite unclear behaviours.

Una notizia importante per chi si occupa o si diletta di clima è quella uscita sul Daily Mail il 7 febbraio scorso, sotto forma di una intervista in cui il dr. J.J. Bates (ex responsabile dell’archiviazione dati a NOAA, in pensione dalla fine del 2016) accusa Karl (ex direttore NOAA, in pensione anche lui) di aver usato, per il suo ultimo lavoro, dati non archiviati – e quindi documentati e controllati, assieme al software di analisi – e programmi di elaborazione preliminari e instabili, con lo scopo di annullare la pausa nelle temperature globali di inizio secolo, in vista della COP21 di Parigi e a sostegno scientifico dei relativi accordi politici.

Come è noto, la pausa procurava (e procura) un notevole imbarazzo ai modelli climatici che supportano l’AGW, tanto che per spiegarla/giustificarla, nel corso degli anni sono stati proposte circa 50 spiegazioni diverse o forse di più.

I dettagli sull’uso dei dati da parte di Karl e colleghi sono spiegati in un post di Bates sul sito di Judith Curry (link). I dati sono disponibili a questo sito NOAA sia in originale che nella versione “corretta” tramite il programma instabile cui accennavo poco fa. Io qui uso alcuni dei dati contenuti nelle cartelle “WithoutCorrections” e “NewAnalysis”: quelli della prima cartella li chiamo anche “raw” (grezzi) anche se certamente non lo sono, essendo il risultato di una complessa elaborazione che, partendo dalle singole stazioni distribuite su una griglia geografica, dalla loro varia (e sparsa) posizione territoriale e dalla mancanza di molti dati, provvede ad uniformare l’informazione e a costruire la serie temporale che usiamo.
Per dati “corretti” intendo sia i dati “raw” passati attraverso il programma preliminare e instabile cui ho già accennato (GHCNMv.3.2.2) che i dati disponibili nel sito NOAA Climate at glance (CAG), mensili e annuali, presenti anche nel sito di supporto dal novembre 2011. Chiamo questi ultimi dati anche “ufficiali” perché lo sono e perché sono diversi da quelli corretti da Karl, come si vedrà più avanti.

In fig.1 (pdf) mostro i dati “raw” mensili terra+oceano e solo oceano, e il confronto tra terra+oceano e i dati ufficiali relativi a novembre 2014 (come quelli usati da Karl) e a dicembre 2016 (ultima serie disponibile).

Fig.1: In alto i dati “raw” mensili di terra+oceano e oceano a confronto. in basso sono confrontati terra+oceano(linea nera) e le due serie ufficiali di novembre 2014 (linea blu) e dicembre 2016(linea verde). Questi dati sono mostrati solo per informazione: nel seguito saranno usati i dati annuali.

In fig.2 (pdf) i dati annuali grezzi di terra+oceano e di oceano e il confronto tra i “raw” e i dati “NewAnalysis” depositati da Karl, entrambi terra+oceano. Da notare che i dati sono stati depositati in un sito ftp e non archiviati, come Bates fa notare nel suo post.
Qui si vede l’effetto dell’uso di GHCNMv.3.2.2: la correzione alza (rende più caldi) i dati iniziali della serie fino a circa il 1945 e i dati successivi al 2005 (ma qui la correzione è piccola e quasi paragonabile ad un altro paio lungo la serie). La pendenza complessiva passa da 0.089 a 0.068 °C/decade, con una diminuzione di quasi il 24%.

Fig.2: In alto come in fig.1 per i dati annuali. Da notare la differenza sistematica tra le due serie che inizia subito prima di El Niño 97-98. In basso il confronto tra i dati raw terra+oceano e i dati corretti con GHCNMv.3.2.2 da Karl.

Nel quadro superiore di fig.2 si vede che le due serie si accordano bene, pur con qualche differenza lievemente maggiore tra il 1920 e il 1945, fino all’inizio di El Niño 97-98; dal 1997 mostrano uno scarto sistematico compreso tra 0.05 e 0.1 °C. Perché? Cosa è successo dopo il 1997? Questi dati sono “raw”, per i quali si può discutere come siano state coperte (interpolate) le aree mancanti, in particolare nelle regioni polari e in vaste aree marine, ma sostanzialmente -e per i nostri fini- sono dati accettati, sui quali non c’è discussione.

La minore salita delle temperature marine non trova riscontro nè nell’OHC (Ocean Heath Content) dell’oceano globale (dove inizia dal 2005-2006) nè nella VAT (Vertical Averaged Temperature) dello stesso oceano globale, dove c’è una diminuzione dal 2004 e un rapido aumento dal 2010. Ancora, le temperature terra+oceano non mostrano un aumento di pendenza rispetto a quelle marine, anzi entrambe lasciano vedere una pausa dal 2001, anche se parzialmente mascherata da El Niño 2010.

Per me questa discrepanza resta un mistero.

Per confronto, mostro in fig.3 (pdf) anche i dati “ufficiali”, cioè quelli normalmente disponibili come dati NOAA-NCEI sul sito CAG.

Fig.3: come il quadro inferiore di fig.2, con l’aggiunta dei dati ufficiali NOAA, relativi a novembre 2014 e a dicembre 2016, e i fit lineari di tutte le serie.

Se osserviamo i fit lineari e i valori numerici delle pendenza, notiamo che ci sono tre aspetti poco chiari:

  1. I dati ufficiali (linee rossa e azzurra) sono sistematicamente più caldi di circa 0.3°C rispetto ai dati corretti (linea marrone). Perché?
  2. La pendenza dei dati corretti 1880-2014 (linea marrone) è uguale alla pendenza dei dati ufficiali 1880-2016, quelli con El Niño 2015-2016 (linea rossa). Rispetto alla pendenza dei dati ufficiali 1880-2014 (quelli direttamente confrontabili, linea azzurra) c’è una differenza di circa il 4.5%, piccola ma reale. I dati corretti da Karl (linea marrone) hanno forse bisogno di un’ulteriore correzione perchè la loro pendenza possa coincidere con quella dei dati CAG al 2014?
  3. Nei dati ufficiali al 2014 e al 2016 (linee azzurra e rossa), attorno al 1937-38 si nota una differenza di anomalia pari a circa 0.1°C, ~10 volte i rispettivi, presunti errori di misura ed elaborazione, e non mi sembra di vedere altre situazioni simili nel resto del dataset. Perchè gli algoritmi (o i codici) di analisi producono queste differenze, e per di più in quella zona critica che tante variazioni e discussioni ha prodotto in passato?

In conclusione la solita domanda, ormai trita e ritrita: perché ogni volta che si mette mano a un dataset di temperature globali -cioè alla base minima comune su cui innestare i diversi ragionamenti- sono sempre di più i dubbi e le domande che le certezze?

Tutti i grafici e i dati, iniziali e derivati, relativi a questo post si trovano nel sito di supporto qui, nell’ultima sezione in basso

Bibliografia

 

  • Thomas R. Karl, Anthony Arguez, Boyin Huang, Jay H. Lawrimore, James R. McMahon, Matthew J. Menne, Thomas C. Peterson, Russell S. Vose, Huai-Min Zhang: Possible artifacts of data biases in the recent global surface warming hiatus, Science , 348, 1469-1472, 2015. DOI:10.1126/science.aaa5632
  • Due ulteriori link sulla vicenda Bates-Karl:
    Judith Curry 6.2.17
    WUWT 7.2.17

 

 

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Un Mese di Meteo – Gennaio 2017

Posted by on 07:00 in Attualità, Climatologia, Commenti mensili, Meteorologia | 11 comments

Un Mese di Meteo – Gennaio 2017

IL MESE DI GENNAIO 2017[1]

Mese caratterizzato dal predominio di anticicloni di blocco con afflusso di masse d’aria fredda verso il centro del Mediterraneo con temperature ovunque in anomalia negativa. Abbondanti precipitazioni, anche a carattere nevoso, sul Centro – Sud Italia e sensibile anomalia pluviometrica negativa sul Nord Italia.

La carta media mensile del livello di pressione di 850 hPa (figura 5a) mostra l’area euro-mediterranea interessata da un blocco a S rovesciata con promontorio anticiclonico sul vicino Atlantico proteso dai tropici verso le isole britanniche e che si espande con un promontorio secondario verso est a dominare l’Arco Alpino e il Nord Italia, mentre il Centro-Sud risulta esposto ad un regime di correnti settentrionali che alimentano una circolazione depressionaria sul Centro del Mediterraneo.

Figura 5a – 850 hPa – Topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota). Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

La carta delle isoanomale (figura 5b) mostra un nucleo principale di anomalia positiva  (+10 m per il livello di 850 hPa) centrato a Ovest delle Isole Britanniche, in posizione latitudinalmente simile a quella di un nucleo di analoga potenza evidenziatosi nel dicembre 2016, il cui centro era però spostato verso est di 1500 km circa, sui paesi Bassi. In sostanza la “coperta” che aveva protetto l’intera area italiana a dicembre si è ritirata esponendo il Centro Sud a condizioni di tempo perturbato più sensibili nelle prime due decadi.

Figura 5b – Isoanomale della pressione al suolo – Carta delle isoanomale medie mensili della pressione al suolo. Con N e P sono indicati rispettivamente i nuclei di anomalia negativa e positiva.

In complesso il mese si è contraddistinto per il transito di un totale di 6 perturbazioni che hanno in prevalenza interessato il centro-sud.

La rilevanza nel contesto globale dell’anomalia termica negativa che ha interessato l’area mediterranea è evidenziata dalla figura 6, frutto del lavoro del gruppo di ricerca del professor John Christy (Università dell’Alabama Huntsville), che illustra lo scostamento rispetto alla norma espresso in °C della temperatura media mensile della bassa troposfera.

Figura 6 – UAH Global anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile della bassa troposfera. Dati da sensore MSU UAH [fonte Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama in Huntsville – prof. John Christy (https://wattsupwiththat.com/2017/02/01/global-temperature-report-january-2017/. Per i dati archiviati: http://nsstc.uah.edu/climate/)

Tabella 1 – Sintesi delle strutture circolatorie del mese a 850 hPa (il termine perturbazione sta ad indicare saccature atlantiche o depressioni mediterranee (minimi di cut-off) o ancora fasi in cui la nostra area è interessata da correnti occidentali con variabilità perturbata).
Giorni del mese Fenomeno
1-2 gennaio Un promontorio anticiclonico da sudovest interessa l’area italiana manifestando segni di cedimento sul settentrione dal giorno 2.
3-9 gennaio Regime di correnti nordoccidentali con saccatura da Nordest in transito sul centro-sud ove determina precipitazioni nevose anche a bassa quota (perturbazione n.1). Sul settentrione condizioni favoniche più decise il 3 e il 4.
10-11 gennaio Campo di pressioni livellate
12-19 gennaio Sull’Italia regime di correnti atlantiche con transito di una saccatura il 13-14 (perturbazione n.2). Tale saccatura genera un minimo in cutoff  sul Tirreno alimentato da masse d’aria fredda artica e polare continentale. Il minimo in cutoff fa parte di un blocco a S rovesciata con anticiclone sul Mare del Nord e Mar Baltico e interessa le regioni centro-meridionali fino al giorno 18 con condizioni di tempo perturbato e abbondanti precipitazioni nevose anche a bassa quota (perturbazione n. 3)
20 gennaio Sull’Italia campo di pressioni livellate
21-25 gennaio Una depressione africana del Nordovest in moto verso levante interessa le regioni del centro-sud (perturbazione n. 4).
26-27 gennaio Campo di pressioni livellate
28 gennaio Una saccatura atlantica scava un minimo depressionario sulle Baleari che influenza le regioni centro-meridionali (perturbazione n. 5)
29-30 gennaio Campo di pressioni livellate
31 gennaio Minimo depressionario sulla Germania influenza marginalmente il settentrione (perturbazione n. 6).

Andamento termo-pluviometrico

Per quanto riguarda le temperature massime mensili (figura 1) dominano le anomalie negative su tutta l’area con la sola eccezione della parte pianeggiante della valle del Po che ha presentato temperature nella norma. Le temperature minime (figura 2) hanno invece presentato anomalie negative da deboli a moderate su tutta l’area italiana.

Figura 1 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese)

Figura 2 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese)

La tabella delle temperature decadali (tabella 2) evidenzia che le anomalie si sono concentrate nelle prime due decadi del mese.

Le precipitazioni (figura 3) sono risultate generalmente assenti sulla parte Occidentale e centrale del Settentrione mentre piogge deboli hanno interessato il Nordest. Precipitazioni abbondanti hanno invece interessato le regioni centrali adriatiche, le regioni del sud peninsulare e le due isole maggiori. La carta delle anomalie pluviometriche (figura 4) evidenzia una rilevante anomalia negativa su Settentrione e regioni centrali tirreniche e una sensibile anomalia positiva sul resto dell’area, riferibile soprattutto alla seconda decade del mese (tabella 2).

Figura 3 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 4 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

Tabella 2 – Analisi decadale e mensile di sintesi per macroaree – Temperature e precipitazioni al Nord, Centro e Sud Italia con valori medi e anomalie (*).

(*) LEGENDA:

Tx sta per temperatura massima (°C), tn per temperatura minima (°C) e rr per precipitazione (mm). Per anomalia si intende la differenza fra il valore del 2013 ed il valore medio del periodo 1988-2015.

Le medie e le anomalie sono riferite alle 202 stazioni della rete sinottica internazionale (GTS) e provenienti dai dataset NOAA-GSOD. Per Nord si intendono le stazioni a latitudine superiore a 44.00°, per Centro quelle fra 43.59° e 41.00° e per Sud quelle a latitudine inferiore a 41.00°. Le anomalie termiche sono evidenziate con i colori (giallo o rosso per anomalie positive rispettivamente fra 1 e 2°C e oltre 2°C; azzurro o blu per anomalie negative rispettivamente fra 1 e 2°C e oltre 2°C) . Analogamente le anomalie pluviometriche percentuali sono evidenziate con i colori ( azzurro o blu per anomalie positive rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75%; giallo o rosso per anomalie negative rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75%) .

[1]              Questo commento è stato condotto con riferimento alla  normale climatica 1988-2015 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

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