Temperature Globali

Trend in atto

Dopo la fine della piccola era glaciale, fase fredda che ha interessato più direttamente il periodo compreso fra il XVII e la prima metà del  XIX secolo, le temperature globali hanno ripreso a salire (“grazie a Dio”, perché fare agricoltura prima che la “perfida azione dell’uomo” iniziasse ad alterare il clima era assai più proibitivo rispetto ad oggi).

Circa l’andamento delle temperature globali al suolo, secondo il dataset internazionale Hadcrut4 per il periodo 1850-2015 (CRU di East Anglia University e Hadley Center), ad una fase di aumento che ha avuto il proprio apice nel 1878 (+0.5°C rispetto al 1850)  ha fatto seguito una fase di decremento con minimo nel 1911 (-0.2°C rispetto al 1850). Ad un nuovo incremento fino al 1945 (che si è collocato a +0.5°C rispetto al 1850) è seguita una diminuzione protrattasi fino al 1976 (anno che a livello globale si colloca a soli +0.1°C rispetto al 1850). Dal 1977 al 1998 le temperature globali sono di nuovo aumentate portandosi nel 1998 a +0.85°C rispetto al 1850. Dal 1998 ad oggi infine si è osservato un lieve aumento residuo che tuttavia non trova conferma nei dati da satellite MSU relativi alla bassa troposfera, e che indicano piuttosto la sostanziale stazionarietà delle temperature globali dopo il 1998.

Occorre evidenziare che la salita delle temperature fino ai valori odierni è stata tutt’altro che continua, nel senso che a un trend di incremento pari a +0.85°C dal 1850 ad oggi si è costantemente sovrapposta una ciclicità sessantennale che ha mostrato minimi negli anni 1850, 1910, 1977 e massimi negli anni 1878, 1945 e 1998. Inoltre si è assistito ad una accentuata variabilità interannuale con la rapida alternanza di annate più calde e più fredde.

Oggi sappiamo che la ciclicità sessantennale è imposta da una ciclicità delle temperature marine che per il Nord Atlantico è espressa dall’indice AMO, fenomeno del tutto naturale, la cui presenza è dimostrata per lo meno per gli ultimi 8000 anni (Knudsen et al 2011). La grande variabilità interannuale è anch’essa un fenomeno del tutto naturale e che deriva dall’alternarsi di regimi circolatori diversi. La sua presenza anche remota ci è mostrata ad esempio dalla serie storica delle date di vendemmia in Borgogna dal 1370 ad oggi (Labbé e Gaveau, 2013).

Sul trend di +0.85°C non possiamo invece escludere l’influenza umana legata all’emissione di gas serra di origine antropica (anidride carbonica, metano, protossido d’azoto) cui si sovrappongono fenomeni naturali come l’attività solare. In tal senso fra le possibili interpretazioni citiamo quella di Ziskin & Shaviv (2012) i quali applicando un Energy Balance Model, hanno stimato che il 60% del trend crescente delle temperature osservato nel XX secolo è di origine antropica ed il 40% e di origine solare. Anche se la scienza non procede di regola per “colpi di maggioranza”, occorre evidenziare che le valutazioni di Ziskin & Shaviv sono confortate dal fatto che il 66% dei 1868 ricercatori operanti in ambito climatologico e intervistati da Verheggen et al. (2014) ha espresso l’idea che le attività antropiche siano all’origine di oltre il 50% dell’aumento delle temperature globali registrato dal 1950 ad oggi.

Aspetti paleoclimatici

Lo studio del paleoclima ci indica che l’olocene è stato interessato da episodi caldi (gli optimum postglaciali) fra cui rammentiamo il grande optimum postglaciale, l’optimum miceneo, l’optimum romano, l’optimum medioevale e la fase di riscaldamento attuale. A tali fasi si sono alternate fasi di “deterioramento” segnate da cali termici ed avanzate glaciali. Per inciso l’uso di “optimum” e “deterioramento” non è affatto casuale e gli optimum erano così chiamati i quanto la vita era più facile, la mortalità più ridotta e le fonti di cibo ed energia più abbondanti. Lo stesso padre spirituale della teoria dell’Anthropogenic Global Warming (AGW), Svante Arrhenius, vedeva nel riscaldamento globale da CO2 un fenomeno positivo poiché in grado di rendere più vivibili e meglio fruibili per l’uomo i gelidi areali nordeuropei, sogno questo che si starebbe oggi avverando.

Le Previsioni di CM – 13/19 Novembre

Posted by on 06:59 in Attualità | 8 comments

Le Previsioni di CM – 13/19 Novembre

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione ed evoluzione sinottica

Aria artica di recente origine polare marittima affluisce lungo il bordo orientale dell’anticiclone delle Azzorre, muovendo rapidamente dal Mare di Groenlandia in direzione del Mediterraneo occidentale. Nella notte di domenica 12 Novembre l’aria fredda ha fatto irruzione nel Mediterraneo attraverso la porta del Rodano attivando una ciclogenesi sottovento alle Alpi che in queste ore porta fenomenologia diffusa e intensa sull’Italia, con la sola eccezione delle regioni nord-occidentali, in ombra pluviometrica. Si fanno notare in particolare le nevicate a quote decisamente insolite per la stagione, fino ai 300-400 metri sull’Emilia Romagna, a testimonianza della estrazione polare dell’aria in arrivo sulla Penisola.

Ma la stagione fredda avanza inesorabile in altri settori dello scacchiere europeo: nevica intensamente e diffusamente sul Mare di Kara e sul Mare di Barents dove aria molto fredda affluisce nei bassi strati dal cuore della Siberia, andando a contrastare con aria polare marittima preesistente. Le nevicate si spingono fino alla costa atlantica norvegese, dove saranno sostituite dalla pioggia nelle prossime ore per l’arrivo di aria più mite atlantica.

Ruggisce l’inverno sull’arcipelago artico canadese facendo seguito ad un trend che ormai persiste fin dalla seconda metà dell’inverno scorso: temperature prossime ai -40 gradi in queste ore nella nota località termale di Eureka che la COP23 salverà sicuramente da un futuro tropicale (con grande soddisfazione dei locali, si immagina). A livello sinottico si fa notare la persistenza di formazioni anticicloniche sull’Artico che contribuiscono a limitare le intrusioni di aria più mite dal Pacifico e dall’Atlantico, consentendo alle temperature di mantenersi su livelli insolitamente vicini alle medie stagionali, e notevolmente inferiori rispetto a quelli dello scorso anno, di questi tempi.


Fig. 1: GFS, Lunedì 13 Ottobre 2017: geopotenziale e pressione al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

Nel corso della settimana l’anticiclone delle Azzorre avanzerà verso est, provocando un cut-off depressionario che muoverà lentamente verso la Sirte e la Cirenaica, favorendo la persistenza della fenomenologia sulle regioni meridionali. Condizioni di stabilità si estenderanno dalle regioni settentrionali a quelle centrali, in un contesto che appare al momento piuttosto precario per la persistenza di valori piuttosto bassi del geopotenziale e per una esuberanza anticiclonica artica che, complice il consolidamento di una cellula termica groenlandese, non è garanzia di stabilità duratura (Fig.2).

 

Fig. 2. GFS, Venerdì 17 Novembre: geopotenziale e pressione al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

La stagione autunnale è ormai matura e vicina a passare il testimone a quella invernale: lo dimostra il quadro sinottico, quello termico, le nevicate a quote molto basse sulle Alpi e sull’Appennino. Si fa fatica in generale a capire il senso della narrativa che ci vuole prossimi alla morte per arrostimento e in certi periodi, come in questi giorni, si fa ancora più fatica che in altri. Vedere il Circo di Bonn in piena azione tra proclami di inferno imminente, propositi di salvataggio collettivo, e sgambate fantozziane in bicicletta mentre le montagne si imbiancano precocemente mi fa pensare che se “lo show deve andare avanti”, allo stesso modo anche il tempo atmosferico deve farlo, fregandosene altamente delle nostre umanissime pagliacciate.

E se proprio dobbiamo morire di caldo, forse lo faremo sciando sull’Appennino modenese a metà Novembre, perché come ci insegnano i profeti del global warming se fa più freddo, è solo perché fa più caldo.

Previsioni del tempo sull’Italia

Lunedì aperture sempre più ampie sul Nordovest, dopo i fenomeni sparsi della notte. Cessano le precipitazioni sulle Alpi centro-orientali dopo le nevicate a quote basse della notte. Instabilità perturbata sulle zone costiere del Triveneto con rovesci sparsi, in miglioramento dalla serata. Generalmente perturbato sull’Emilia Romagna con precipitazioni diffuse e localmente intense, anche a carattere di rovescio o temporale, e nevicate a quote molto basse, fino a 300-400 metri in miglioramento dalla tarda serata.

Molto nuvoloso o coperto sulle regioni centrali peninsulari, con fenomeni più diffusi e intensi sui versanti orientali, nevosi fino a quote di 600-800 metri sull’Appennino umbro-marchigiano. Schiarite più frequenti sulle regioni tirreniche e sull’Abruzzo, con precipitazioni più isolate. Sulla sardegna condizioni di variabilità perturbata, con precipitazioni più probabili e intense sui versanti orientali dell’Isola dalla tarda serata.

Tempo in rapido peggioramento al Sud con fenomenologia diffusa, anche a carattere di rovescio o temporale, in trasferimento verso le regioni ioniche, inizialmente in attesa.

Temperature in sensibile diminuzione ovunque, tranne che sulle estreme regioni sud-orientali.

Venti sostenuti a circolazione ciclonica attorno al minimo in rapido trasferimento verso il Centro-Sud. Si segnalano venti particolarmente intensi, fino a burrasca forte, sul Mare di Sardegna.

Martedì ampie schiarite al Nord in estensione alle centrali tirreniche. Ancora cieli chiusi sulle centrali adriatiche con precipitazioni diffuse, in trasferimento verso sud e con quota neve compresa tra 800 e 1200 metri. Persistono le precipitazioni sulla Sardegna orientale. Condizioni di maltempo al Sud, con ulteriore peggioramento nella seconda parte della giornata e precipitazioni estese, anche di forte intensità e localmente molto abbondanti.

Temperature in leggero aumento le massime al Nord e al Centro.

Venti tesi di grecale su tutti i bacini orientali, di tramontana su quelli occidentali, con rinforzi più intensi sul Mare di Sardegna.

Mercoledì ampie schiarite al Nord e sulle regioni centrali tirreniche. Condizioni di tempo inizialmente perturbato al Sud e sulle centrali adriatiche, con passaggio a condizioni di instabilità associate a schiarite più probabili sulle regioni tirreniche e precipitazioni più intense e persistenti sulla Sicilia, regioni adriatiche e ioniche.

Temperature in ulteriore lieve aumento.

Venti sostenuti attorno al minimo sulla Sicilia.

Giovedì persistono condizioni di instabilità perturbata al Sud e sulle centrali adriatiche, con precipitazioni frequenti alternate a schiarite. Condizioni di stabilità al Nord e sulle centrali tirreniche.

Temperature stazionarie.

Venti generalmente settentrionali, in attenuazione. Richiamo sciroccale possibile sullo Jonio.

Venerdì persistono condizioni di stabilità al Nord e al Centro, con schiarite che si estendono alle centrali adriatiche. Spiccata variabilità al Sud con precipitazioni sparse.

Temperature stazionarie.

Venti deboli dai quadranti settentrionali.

Sabato e Domenica ancora stabilità al Nord e al Centro e condizioni di variabilità sulle regioni meridionali con precipitazioni in esaurimento. Temperature generalmente stazionarie, possibile diminuzione sulle regioni settentrionali. Venti deboli dai quadranti settentrionali, in ulteriore attenuazione.

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Il #Climatechange è come il Sale, ce n’è di tutti i tipi e lo metti ovunque

Posted by on 16:19 in Attualità | 2 comments

Il #Climatechange è come il Sale, ce n’è di tutti i tipi e lo metti ovunque

Prima di proseguire nella lettura di questo post occorre mettersi nel giusto stato d’animo. Quindi assicuratevi che l’audio del vostro PC o device mobile sia attivo e fate click su play qui sotto.

Fatto? Bene, benvenuti nel fantastico circo del #Climatechange.

Come il nostro amico Donato Barone sta documentando più o meno quotidianamente, sforzandosi anche di mantenere un tono serio, è in corso a Bonn la 23ma Conferenza delle Parti della United Nation Framework Convention on Climate Change, meglio noti rispettivamente come COP23 e UNFCCC.

Si discute di clima? Neanche per idea, si discute di come salvare il mondo dal clima, eventualmente provvedendo, come ebbe a dire tal Oppenhaimer, alto funzionario ONU al vertice dell’IPCC, alla redistribuzione del reddito globale.

Tralasciando il fatto che non si capisce bene da dove venga il mandato, la materia con cui le migliaia di delegati, politici, eminenti rappresentanti della società civile, ONG, governi e associazioni varie si devono confrontare è ostica e complessa. Sono necessari quindi, oltre alle affollatissime sessioni plenarie, innumerevoli “side event“, in pratica quel genere di cose che consentono a tutti, prima o poi, di sentirsi protagonisti in un contesto altrimenti troppo dispersivo e inconcludente. All’apertura della conferenza, per esempio, c’è stato tempo per una simblica pedalata molto eco-sostenibile, ma non mancano le marce, il merchandising, le assisi etc etc…

In ognuno di questi eventi si discutono e affrontano gli argomenti più disparati, purché però ci sia un ingrediente comune, il clima che cambia, che come il sale condisce ogni ricetta salvifica che si rispetti.

Il climate change iodato va bene per tutto. Per la caduta dei capelli, per la dimensione delle pecore, per la dieta se volete restare sul leggero, ma naturalmente condisce anche piatti più prelibati come l’energia, la produzione di cibo, le attività industriali etc etc.

Bene, in tutto questo, poteva mancare l’eguaglianza di genere? ma certamente no, infatti, domani alle 11:30, ecco il side event dedicato all’argomento. Con tanto di Tweet e poster:

Vi state chiedendo che c’entra? Bé, pure io. Però ho trovato una spiegazione ufficiale. Siccome tra i poveri del mondo ci sono molte donne, visto che il clima che cambia e cambia male genererà più poveri, è sostanziale, anzi, imperativo (sic!) che in ogni processo decisionale che si attiva per combattere la fine del mondo al forno, siano fatte analisi di genere e ascoltati esperti di genere.

Uhm… un’occhiata all’immagine qui sotto (fonte):

Curiosamente, al fatto che i poveri nel mondo stiano costantemente diminuendo proprio mentre il clima cambia in peggio (!?) non sono dedicati side event.

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Un po’ più Rosso un po’ più blu

Posted by on 07:00 in Attualità, Meteorologia | 2 comments

Un po’ più Rosso un po’ più blu

Ancora sul “Rosso di sera” del 29 Ottobre scorso. Un sentito ringraziamento ad Andrea Piazza per aver voluto dare il suo contributo alla discussione
gg

Lo splendido tramonto osservato sui cieli del Nord Italia lo scorso 29 ottobre grazie alla presenza di nubi lenticolari è spesso erroneamente, spiegato con la presenza degli incendi che in quei giorni interessavano principalmente il Piemonte. Ma gli incendi possono determinare tramonti particolarmente rossi? Probabilmente no. Lo dimostra banalmente il fatto che né i giorni precedenti, né quelli seguenti i tramonti furono particolarmente rossi anche se gli incendi bruciavano quasi uguale. Furono le splendide nubi lenticolari e l’assenza di nubi a Ovest a determinare lo spettacolo che abbiamo potuto osservare.

Il fumo di un incendio è, almeno vicino alla sorgente, ricco di fuliggine che è nera. E’ presente anche dell’aerosol delle dimensioni di circa 1 micron che quindi diffonde un po’ di più le frequenze alte (viola e blu) del visibile rispetto alle frequenze basse (rosso). Specie l’olio bruciato appare blu-viola come alcuni ricorderanno il tipico colore del fumo delle moto a 2 tempi. In teoria quindi l’aerosol prodotto dagli incendi potrebbe diffondere di più il blu e lasciar passare il rosso e quindi sui cieli del Norditalia a Est di Piemonte e Lombardia il tramonto era particolarmente rosso. Ma non credo, data l’estensione limitata degli incendi, che l’aerosol degli stessi abbia determinato un effetto misurabile. Diverso sarebbe stato il caso le nubi lenticolari fossero state ricche di polvere del Sahra che è rossa. In tal caso le grandi particelle, essendo rosse, avrebbero riflesso di più il rosso… ma questo non fu il caso…

Perché i tramonti sono, a volte, rossi? Perché il blu è stato “perso” per strada a fare blu i cieli a Ovest. Quando la luce del sole, al tramonto o all’alba percorre diverse centinaia di chilometri nell’atmosfera prima di arrivare ai nostri occhi o colpire montagne, nubi o volti, essendo l’aria composta principalmente di molecole di azoto e ossigeno che hanno una dimensione molto più piccola della lunghezza d’onda della luce visibile del sole, vale lo scattering Raileigh e quindi le frequenze più alte vengono diffuse molto più delle basse frequenze (con la quarta potenza della lunghezza d’onda per essere precisi). Nel caso del visibile il viola ed il blu vengono diffusi circa 10 volte di più che il rosso. Ma perché il cielo è blu e non viola? perché il nostro occhio è poco sensibile alle alte frequenze come il viola ed il sole emette un po’ più blu che viola. Se l’occhio fosse un rilevatore (democratico dei colori, noi vedremmo il cielo molto più viola e meno blu ed i tramonti più rossi e meno gialli. Comunque, quando il sole è alto nel cielo, l’atmosfera è alcune decine di chilometri ed il sole ci appare tendente al giallo mentre il cielo, se non ci sono nubi, blu. Quando il sole è basso il sole ci appare rosso perché anche il giallo viene un po’ perso lungo il cammino.

I tramonti sono quindi rossi perché i cieli a Ovest sono blu.

Quando i tramonti sono rossi la giornata successiva sarà probabilmente bella perché ad Ovest i cieli sono blu e quindi non ci sono nuvole. Questo effetto è noto da sempre tanto che si trova anche nel capitolo 16 del Vangelo di Matteo dove Gesù evidenzia la capacità previsionale di Farisei e Sadducei osservando il colore rosso del tramonto ma anche dell’alba. In realtà il rosso dell’alba (rosso di mattina il brutto si avvicina) è meno efficace e quindi meno noto del più famoso (rosso di sera bel tempo si spera). Le albe rosse ci dicono infatti che a oriente non ci sono nubi, ma poiché le nubi si muovono spesso verso Est questo non ci dice nulla. Tuttavia per avere un’alba (ed un tramonto) particolarmente rossi servono nubi o pulviscolo che riflettano la luce rossa. Quando una perturbazione si sta avvicinando da Ovest per primi arrivano solitamente i cirri di un fronte caldo che quindi all’alba (se a Est non ci sono nubi) rifletteranno il rosso. Il rosso di mattina è quindi simile al “cielo a pecorelle acqua a catinelle”, sole che quest’ultimo si può applicare a qualunque ora del giorno, non solo all’alba, ed anche quando a Est ci sono nubi.

Ma se a ovest o a est, rispettivamente al tramonto e all’alba, ci sono nubi? In tal caso i tramonti e le albe non saranno particolarmente rossi perché le nubi, essendo composte di goccioline e cristalli di ghiaccio di dimensioni paragonabili alla lunghezza d’onda della luce diffondono in egual modo tutti i colori e quindi la nube appare bianca secondo la teoria generale della diffusione di Mie. La presenza di nubi lungo il percorso determina tramonti generalmente bianchi. Ma anche se in cielo ci sono goccioline o cristalli di ghiaccio, foschia o nebbia il cielo è tutt’altro che azzurro proprio per la teoria dello scattering di Mie.

I tramonti poi saranno particolarmente rossi con la presenza di nubi alte o medio alte che diffondono la luce rossa come accaduto l’ultima domenica dello scorso ottobre. E’ raro, ma è già accaduto in passato anche senza incendi, osservare i tramonti così rossi e capiterà ancora.

E’ vero infine che l’atmosfera si comporta come una lente, o meglio come un prisma, e rifrange la luce bianca del sole. La rifrazione è responsabile dei miraggi, in caso di inversione termica (sole a omega) o del fenomeno del raggio verde in caso di rifrazione diversa per i vari colori.

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Il giorno del carbone

Posted by on 07:00 in Attualità | 15 comments

Il giorno del carbone

Anche oggi i vari organi sussidiari della COP23 continuano a sfornare draft che differiscono da quelli di ieri per dettagli insignificanti e su cui è inutile soffermarsi più di tanto. Nel frattempo i facilitatori e co-facilitatori insieme ai presidenti, uffici di presidenza ed ai segretariati, assistiti da una pletora innumerevole di indaffarati funzionari ONU, coordinano decine di riunioni in cui non saprei dire cosa si decide. La cronaca della giornata potrebbe finire qui, ma intorno alla COP23 accadono cose piuttosto strane che non bisogna trascurare.

Dalle colonne di The Guardian (uno dei pochi organi di stampa che garantisce un minimo di copertura all’evento climatico di Bonn) si ha la conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che in Germania esistono due delegazioni USA: quella ufficiale relegata al ruolo di comprimario e quella non ufficiale che agisce da protagonista.La prima, che partecipa ufficialmente ai colloqui in atto, ha annunciato che lunedì 13 novembre ci sarà un evento che dimostrerà come gli USA siano in grado di garantire gli impegni di Parigi mediante l’utilizzo di carbone pulito e nucleare. La cosa non è piaciuta più di tanto e tutti hanno storto il naso. Delegati ed osservatori fanno notare che a Parigi gli USA si erano impegnati a sostituire il carbone con fonti energetiche pulite, per cui quella di oggi appare una clamorosa marcia indietro che tradisce lo spirito dell’Accordo di Parigi. Poco o nullo interesse hanno riscosso le considerazioni dei rappresentanti statunitensi che hanno fatto notare come la transizione ad un sistema energetico diverso da quello attuale, sarà ancora lunga per cui individuare tecnologie innovative che consentano di ottenere energia pulita da fonti energetiche collaudate ed affidabili, rappresenta un beneficio per l’intera umanità. Il ragionamento non fa una grinza e potrebbe anche essere condivisibile, ma a Bonn è stato letto come un tradimento dello spirito della Conferenza e, invece di entrare nel merito della proposta, si è preferito mettere in evidenza l’isolamento internazionale degli USA e la differenza rispetto ai tempi in cui, pur essendo fuori dal Protocollo di Kyoto, gli USA guidavano le trattative internazionali sui cambiamenti climatici.

Poco lontano dai luoghi in cui si svolgono i lavori, troviamo gli americani “buoni”, quelli che dicono a tutti di non preoccuparsi in quanto Trump è una meteora che presto sparirà dal cielo e che a tenere alto l’onore degli USA nella lotta per il salvamento del mondo, ci penseranno loro. Con spavalda sicurezza affermano che anche se le autorità federali taglieranno sussidi ed incentivi, non c’è da preoccuparsi in quanto le tecnologie per produrre energia pulita e per utilizzarla sono maturate al punto da essere più economiche di quelle basate sulle fonti fossili. Ciò consentirà a sindaci governatori e capitani di impresa, di proseguire nel virtuoso cammino intrapreso a Parigi con grave scorno di Trump e colleghi. Le fonti pulite sono ora più sicure ed affidabili di quelle tradizionali in quanto, a differenza delle fonti fossili, sono insensibili alla volatilità dei mercati: parole dell’ex consigliere di Obama, P. Bodnar. Bodnar si dimostra molto ottimista ed è convinto che gli altri Stati presenti a Bonn, saranno in grado di rendere ininfluente la posizione di Trump in merito all’accordo di Parigi. Egli prevede che la Cina diventerà capofila dell’impegno contro il cambiamento climatico, grazie agli ampi spazi di miglioramento dei suoi impegni. A me sembra una pia illusione, ma si sa che la speranza è l’ultima a morire.

Nel frattempo, poco lontano da Bonn, i capofila dell’impegno contro il cambiamento climatico causato dall’uomo, i mitici Paesi dell”Unione Europea, hanno pensato bene di rinnovare gli incentivi al carbone ed al diesel. A Bruxelles l’EU ha, infatti, appena deciso di prolungare il sistema di scambio delle emissioni, fornendo ai grandi inquinatori miliardi di euro di sovvenzioni. In parole povere l’EU ha distribuito miliardi di euro di certificati di emissione che consentono di prolungare la vita di moltissime centrali a carbone, cementifici e stabilimenti siderurgici che funzionano grazie al carbone. Non è finita qui, però. Con gli stessi provvedimenti si è consentito ai camion frigoriferi di continuare ad emettere gas serra. Mentre per i motori principali di tali automezzi le norme anti emissioni sono stringenti, non accade altrettanto per i motori secondari che alimentano i frigoriferi di tali mezzi: essi continuano a bruciare il famigerato diesel rosso che emette grandi quantità di gas serra. Confrontando questi fatti con la retorica di Bodnar e degli altri conferenzieri non si può fare a meno di notare la schizofrenia che caratterizza l’attuale congiuntura internazionale.

E per finire la ciliegina sulla torta. Dalle pagine de La Stampa la responsabile energia del WWF Italia ci fa sapere che a Bonn si aspetta con ansia il Ministro Galletti che dovrebbe annunciare la decisione dell’Italia di chiudere tutte le nostre centrali a carbone entro il 2025: fulgido esempio di abnegazione e spirito di sacrificio salvamondista cui dovrebbero ispirarsi tutti i Paesi del globo. Non essendo questi, però, fessi, si guarderanno bene dal farlo e noi faremo ancora una volta la figura dei cretini di turno. Meno male che tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare!

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Chi ci salverà dai salvatori?

Posted by on 13:00 in Attualità | 4 comments

Chi ci salverà dai salvatori?

Non credo che la domanda abbia risposta.

Ne propongo un’altra: perché dobbiamo sorbirci le chiacchiere senza senso dei benpensanti del clima e dei suoi derivati quando ci sono uomini di scienza che dicono le cose come stanno e nessuno li ascolta?

Eccone uno per esempio. Vi prego di leggere con attenzione questa presentazione (io l’ho trovata qui).

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Avanti adagio

Posted by on 07:00 in Attualità, COP23 | 0 comments

Avanti adagio

Prosegue il cammino della COP23 con ritmo lento, ma costante. Cominciano ad essere pubblicati i draft delle decine di Organi Sussidiari in cui si è sfilacciata la Conferenza: si tratta di versioni ancora incomplete e ricche di opzioni che devono essere ulteriormente limate e poi andranno a costituire il corpus dei documenti finali dei vari gruppi di lavoro. Quello relativo alle foreste mi sembra già piuttosto definito: dal nostro punto di vista la protezione delle foreste e la riforestazione sembrano un dato acclarato, ma per quei Paesi che dallo sfruttamento delle foreste ricavano percentuali consistenti del PIL il discorso non è indolore. Altri draft mi sembrano ancora in alto mare e in alcuni di essi si chiede l’intervento dei facilitatori o dei presidenti degli organi sussidiari per superare degli ostacoli. Non è facile seguire tutto perché i documenti sono scritti in modo criptico: un miscuglio di formule burocratiche, richiami a documenti delle precedenti COP ed a trattati internazionali di vario tipo. Sono, però, importanti perché in essi sono condensati quelli che poi diventeranno impegni per i vari Paesi e per i cittadini di quei Paesi. Particolarmente significativo mi è parso quello del CMP 13 sulle questioni relative alle dinamiche di sviluppo a basso o nullo tasso di inquinamento (Matters relating to the clean development mechanism). (1)
In esso vengono individuati i meccanismi per implementare ed accelerare le procedure del protocollo di Kyoto come modificato a Doha, le modalità di contabilizzazione dei certificati di emissioni e, soprattutto, i meccanismi di riduzione di questi certificati.

Nel progetto di documento sono contenute anche le modalità per introdurre dei meccanismi di controllo nazionali interfacciati con quelli sovranazionali. Si passa, cioè, dalla pura dichiarazione di intenti all’attuazione pratica. Il documento contiene, però, una gran quantità di parentesi quadre, cancelletti, opzioni per cui dice tutto ed il contrario di tutto. Vedremo se con il dialogo di talanoa si riuscirà a tirarne fuori qualcosa di utile nei prossimi giorni.

Abbandonando gli aspetti più specificatamente tecnici per passare a quelli politici, molto interessante un articolo di The Guardian sulla curiosa situazione in cui si sono cacciati gli USA. Ufficialmente l’Amministrazione Trump ha inviato una delegazione che partecipa alla Conferenza in posizione piuttosto defilata. Nelle precedenti edizioni della Conferenza delle Parti gli USA erano i protagonisti, nel bene e nel male, dei negoziati. In questa occasione svolgono quasi le funzioni degli osservatori: stanno attenti a che non vengano minacciati gli interessi degli Stati Uniti. Del resto è molto difficile, nel contesto della COP, che essi possano trovare orecchie disponibili ad ascoltarli, visto che dovrebbero parlare di incrementare l’uso del carbone. Pulito, ma sempre carbone è e alla COP di carbone non si deve parlare se non in termini di riduzione del suo uso.

Vengono, invece, ascoltati con piacere i governatori, i sindaci, i rappresentanti dei gruppi di pressione, le imprese e le organizzazione provenienti dagli USA che contestano apertamente l’amministrazione in carica. Pur non esistendo per la prima volta nella storia delle COP un padiglione ufficiale degli Stati Uniti, gli attivisti nord-americani hanno avuto a disposizione dagli organizzatori uno spazio di circa 2500 metri quadrati in cui ricevere i partecipanti alla COP, i visitatori e quanti gravitano intorno alla manifestazione. In questo spazio, ma anche di fronte al Parlamento europeo, manifestano il loro sostegno all’Accordo di Parigi personalità a stelle e strisce di varia estrazione e colore (politico): l’ex sindaco di New York Bloomberg, il governatore della California e via cantando. Tutti si sfilano dalla posizione di Trump e si impegnano a lavorare affinché i vari organismi che essi rappresentano, mantengano gli impegni presi a Parigi.

La cosa da un lato impressiona positivamente i partecipanti alla Conferenza, ma dall’altro li lascia perplessi in quanto tutto il loro impegno non potrà mai uguagliare quello del governo federale: mancano all’appello molti miliardi di dollari e molti milioni di tonnellate di gas serra. Detto in soldoni, se gli USA non rivedranno la loro posizione, sarà necessario che altri Stati si sostituiscano ad essi e, quindi, riducano ulteriormente le loro emissioni e forniscano ulteriori aiuti ai Paesi in via di sviluppo per compensare perdite e danni (loss and damage, per usare una formula molto in voga tra i conferenzieri).

Come la si volta e come la si gira la posizione degli USA, checché ne dicano i ribelli ed i dissidenti nord-americani presenti a Bonn, pesa come un macigno sulla buona riuscita della COP23. Le forti tensioni interne agli Stati Uniti rischiano di rovinare anche la Conferenza delle Parti di Bonn e questo non fa dormire sonni tranquilli a nessuno dei partecipanti anche se tutti ostentano ottimismo. Vedremo la prossima settimana se questo ottimismo è ben fondato o è pura illusione.

Note:

  1. http://unfccc.int/files/meetings/bonn_nov_2017/in-session/application/pdf/cmp_i4.pdf
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COP 23: si raddoppia o si cambia?

Posted by on 13:00 in Attualità, COP23 | 1 comment

COP 23: si raddoppia o si cambia?

Il terzo giorno della kermesse di Bonn è trascorso senza scossoni e senza notizie degne di nota. Nelle varie assise collaterali si è provveduto ad adempimenti formali: elezione dei presidenti dei “subsidiary bodies” (gruppi di lavoro) in cui si è suddivisa la COP vera e propria, degli uffici di presidenza, definizione dell’organizzazione dei lavori e dell’agenda dei lavori. Si è provveduto, inoltre, ad individuare le organizzazioni non governative e le altre strutture socio-economiche da ammettere ai lavori in qualità di osservatori: 132 ONG e 6 Organismi intergovernativi! (1)
Sono stati avviati molti incontri informali e sono stati prodotti dei documenti relativi alla formazione di ricercatori ed operatori che si dovranno occupare o si occupano di cambiamenti climatici. Sono state individuate, infine, le risorse finanziarie per coprire i costi delle attività dell’UNFCCC per il biennio 2018/2019: oltre cento milioni di euro. (2)

All’esterno della COP vera e propria si sono tenute tutta una serie di manifestazioni organizzate dalle varie associazioni e gruppi della società civile che ruotano attorno alla Conferenza: marce di protesta, flash-mob, sedute di aerobica e via cantando. Nulla di serio, insomma, ma solo ed esclusivamente attività per “sensibilizzare” i delegati a fare presto e bene.

Ciò che ha mosso le acque della COP23 è stato l’annuncio che dopo la chiusura della Conferenza delle Parti si svolgerà a Parigi, per iniziativa del presidente Macron, un summit operativo cui parteciperanno i rappresentanti di circa 100 Paesi. Al summit non sarà invitato il presidente Trump perché ha deciso di denunciare l’Accordo di Parigi (lo sciovinismo francese è proverbiale 🙂 ).

Il summit si svolgerà il 15 dicembre dell’anno in corso, a due anni esatti dalla firma dell’Accordo di Parigi e sarà strutturato in due sessioni: quella antimeridiana in cui si riuniranno gli organi tecnici dei vari Stati e le ONG e quella pomeridiana riservata ai Capi di Stato. Oggetto del summit sarà quello di trovare i 100 miliardi di dollari che i Paesi industrializzati dovrebbero trasferire ai Paesi in via di sviluppo per finanziare le iniziative di adattamento e di risarcimento dei danni arrecati loro dal prelievo selvaggio delle risorse naturali e dalle conseguenti emissioni di gas serra.

Quando ho letto di questo fatto, ho fatto un salto sulla sedia. Per chi non è assiduo frequentatore (virtuale) delle COP come chi scrive, la cosa potrebbe sembrare secondaria. In realtà è di importanza capitale. Tutte le COP del passato (da Copenaghen in poi e, quindi le ultime 8, esclusa quella in corso) sono fallite sugli impegni finanziari. I Paesi industrializzati hanno promesso i famigerati cento miliardi di dollari all’anno, ma non hanno mai aperto il portafogli. Secondo la vulgata hanno trasferito circa la metà della somma promessa, ma in questa cifra sono compresi tutti gli aiuti concessi ai Paesi in via di sviluppo. Nelle intenzioni dei Paesi poveri e delle economie emergenti invece i 100 miliardi di dollari dovevano essere aggiuntivi a questi aiuti e dovevano essere gestiti direttamente dai destinatari senza ingerenze dei “benefattori”. Probabilmente credevano a Babbo Natale, perché non credo che nessun Paese al mondo sia disposto a regalare qualcosa. I Paesi ricchi pretendono, infatti, di decidere quali interventi finanziare e scelgono, ovviamente, tra quelli per loro più redditizi. Il risultato è che Paesi come, ad esempio, il Bangladesh che avrebbe bisogno di interventi di adattamento per contrastare l’innalzamento del livello del mare che non sono, però, redditizi per i Paesi “donatori”, sono rimasti a bocca asciutta.

L’uscita di Macron è molto significativa perché riconosce in maniera implicita che anche la COP23 è destinata a fallire miseramente come tutte le altre. In caso contrario non ci sarebbe stato bisogno di questo supplemento di conferenza a Parigi. In secondo luogo il mancato invito degli USA e di un’altra settantina di Paesi del mondo, dimostra che si vogliono togliere dal tavolo quelli che creano più problemi: coloro che parteciperanno decideranno per tutti gli altri e chi si è visto, si è visto. Altro aspetto significativo dell’iniziativa francese è il tentativo di isolare del tutto gli USA relegandoli a livello di comprimari se non peggio.

Qualora l’iniziativa di Macron dovesse aver successo, segnerebbe la fine delle COP così come le conosciamo oggi e del ruolo centrale dell’ONU nella lotta al cambiamento climatico e l’inizio di una nuova era nelle relazioni internazionali. Almeno fino a che gli USA avranno Trump come presidente. Dopo tutti i discorsi sul “Dialogo di Talanoa” alias “dialogo facilitativo”, mi sembra che la strada intrapresa sia molto diversa. Credo, però, che quella di Macron sia solo una boutade pubblicitaria che non approderà a nulla di concreto. Vedremo.

Note:

  1. http://unfccc.int/resource/docs/2017/cop23/eng/02.pdf
  2. http://unfccc.int/resource/docs/2017/sbi/eng/l18a01.pdf
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La Cura

Posted by on 11:58 in Attualità | 11 comments

La Cura

Non sei razzista, non lo sei mai stato. Ma ritieni che i confini dei paesi non siano una reliquia medioevale, che l’immigrazione vada in qualche modo regolamentata e che sia giusto tutelare i costumi, le tradizioni e le conquiste di civiltà del tuo Paese. La religione Globalista ha coniato un termine Politically Correct anche per te: xenofobo, che è un po’ come dire che non sei razzista ma poco ci manca, sei sordo alle sirene del politicamente corretto, voti i partiti sbagliati e quindi hai un problema di salute mentale da risolvere.

Per fortuna una cura sembra esserci anche per i casi disperati come il tuo. Si tratta di una “stimolazione di comportamenti altruistici” unita alla somministrazione di un ormone (l’ossitocina) che fino a ieri era appannaggio esclusivo di donne alle prese con gravidanze che tardavano a concludersi. Ci informa di questa commovente scoperta il PNAS che pubblica un paper (N. Marsh et al. 2017) frutto della collaborazione di ben tre università: due tedesche (Bonn e Lubecca) e una americana (Tulsa, Oklahoma).

Il Paper

Incipit: “Nel mezzo di una rapida globalizzazione, la pacifica coesistenza di culture richiede una conoscenza più approfondita delle forze che sottendono a comportamenti pro-sociali e reprimono la xenofobia (…) Le nostre scoperte suggeriscono che l’uso dell’ossitocina, combinato con norme altruistiche dettate dal contesto sociale, riduce la repulsione nei confronti dello straniero anche negli individui più xenofobi ed egoisti, e quindi favorirebbe un più facile adattamento delle persone al rapido cambiamento dell’ecosistema sociale”.

Segue quindi l’Abstract in cui si sostiene che le emigrazioni di massa sono fenomeni sostanzialmente inevitabili e richiedono solo che la popolazione indigena “si adatti”. Purtroppo, però, in Europa la gente continua ad eleggere candidati “populisti” e xenofobi. La via della salvezza ce la indicano gli scimpanzè, nei quali si è notato che l’adesione alle norme sociali del gruppo si associa ad una maggiore produzione endogena di ossitocina. Più “stimoli di comportamenti altruistici”, quindi, e più ossitocina per tutti come antidoto alla xenofobia e all’esercizio scorretto del diritto di voto.

Conclusione mistica per l’Abstract, con riferimento alla Parabola del Buon Samaritano, e annessa citazione del Vangelo di Luca.

La Discussione che segue usa toni più morbidi laddove si propone di aumentare la sola produzione endogena di ossitocina nello xenofobo-medio. Come? Utilizzando i media, cambiando i programmi scolastici e organizzando eventi che promuovano l’accettazione dell’agognato “cambiamento ecosistemico sociale”. Ché come gli scimpanzè, anche gli uomini sottoposti a tali stimoli reagiranno producendo più ossitocina endogena, trasformandosi quindi in buoni samaritani globalisti.

Provando a riassumere in modo politicamente scorretto, lo studio chiama in causa elettori xenofobi, scimmioni empatici, sniffate chimiche e pure un evangelista. Per confermare cosa? Che la propaganda politica funziona, forse anche grazie al sistema ossitocinico.

Qualche osservazione

Si fa francamente fatica a cogliere il valore scientifico in un Paper che sembra prima di tutto un comizio politico globalista; tuttavia qualche osservazione vale la pena farla:

  • Pare emergere una nuova e curiosa forma di democrazia, in cui esiste solo un voto giusto e uno sbagliato. Il “cambiamento ecosistemico sociale” è inevitabile e in quanto tale non suscettibile di modifiche attraverso il regolare esercizio del diritto di voto. Per contenere il rischio di un voto sbagliato la ricetta pare consistere in una massiccia dose di propaganda (fino a ieri si chiamava così l’uso dei media e la modifica dei programmi scolastici per fini politicamente educativi).
  • La somministrazione di ossitocina per rafforzare l’effetto “stimolante” dei media e della buona scuola suona come una forma di castrazione mentale chimica: l’equivalente dolce di una lobotomia o di un elettroshock. Trattamento che oggi non si propone nemmeno al peggior pedofilo o stupratore seriale: evidentemente meno bisognosi di cure, rispetto ad uno xenofobo.
  • Difficile non percepire echi sinistri di orrori del passato, leggendo questo paper. La ricerca ad ogni costo dell’uomo perfetto per le necessità del tempo mi ha fatto venire alla mente gli “esperimenti” di Mengele. Ma devo ammettere che è più calzante il paragone che si fa su GEFIRA con i trattamenti psichiatrici cui erano sottoposti i dissidenti in Unione Sovietica, ad opera degli scienziati del famigerato Istituto di Ricerca Centrale Serbsky a Mosca.
  • Risolto con l’ossitocina il problema della xenofobia non resta che attendere la risoluzione, sempre per via chimica, dell’altro grande cruccio globalista: la scarsa sensibilità dell’opinione pubblica alla narrativa imperante sul Climate Change Antropogenico. Quale sarà la cura per il negazionista climatico refrattario alla ri-educazione a base di modelli climatici e secchiate di acqua marina più o meno gelata? Una mega-dose di olio di ricino eco-sostenibile? O direttamente la cicuta?

Conclusione

Forse più ancora che di rieducazione psichiatrica sovietica, si avvertono echi sessantottini in questa ricerca: amore universale, sniffate chimiche, senso di appartenenza al gruppo, pace, fratellanza e rieducazione del “fascista” di turno che vota male. E quindi, piuttosto che diaboliche repliche di orrori del passato, forse alla base di questo paper c’è solo una comprensibile nostalgia per i bei tempi andati.

Ché se è vero che la storia minaccia di ripetersi, nella forma di totalitarismi che se ne fregano dell’esercizio del voto, separano buoni da cattivi e si arrogano il diritto di convertire i dissidenti con metodologie poco ortodosse (ma molto “scientifiche”) è altrettanto vero che la faccenda sembra essere grave, ma non seria. Perché proprio un tale Carlo Marx ha scritto che la storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, e la seconda soltanto come farsa.

 

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Talanoa

Posted by on 00:15 in Attualità, COP23 | 14 comments

Talanoa

E’ la parola d’ordine della COP23 ed è un termine della lingua delle Isole Fiji che presiedono la Conferenza delle Parti di Bonn. Sembra strano che la prima COP presieduta da uno stato insulare, si svolga nel cuore dell’Europa. Si è trattato, però, di una scelta organizzativa dettata da ragioni logistiche: sarebbe stato troppo difficile, forse, ospitare le decine di migliaia di partecipanti alla Conferenza nell’arcipelago del Pacifico.

La parola Talanoa tradotta in italiano, suona grossomodo “parlare con il cuore”. Il premier delle Isole Fiji che presiede la Conferenza di Bonn, durante i lavori di apertura dell’assise ha chiarito che lo scopo principale della COP23 è quello di far decollare il “Dialogo di Talanoa”, ovvero creare un clima di collaborazione, serenità e fiducia tra le parti. Il Dialogo di Talanoa dovrà svilupparsi nel corso del 2018 in modo da pervenire all’appuntamento della COP24 in un clima di rilassatezza e fiducia reciproca, in grado di facilitare il compito dei delegati che dovranno prendere le dolorose decisioni che in quella sede saranno ineluttabili: il prossimo anno non ci si potrà più cincischiare, o si agisce o si chiude tutto il carrozzone. A qualcuno potrebbe sembrare che il vostro cronista sia reduce da qualche allucinazione, ma ciò è quanto sta succedendo a Bonn ed è scritto nero su bianco in un documento ufficiale dell’UNFCCC (vedere per credere al link citato). E’ l’essenza, cioè, di quel dialogo facilitativo di cui parlavo nel post di ieri.Nella seconda giornata della COP23 non è successo praticamente nulla. Dopo la prima giornata in cui i vari conferenzieri si sono riuniti nella plenaria inaugurale, intrattenendosi in varie occasioni ludiche, tra cui anche una mini-corsa ciclistica per dimostrare che anche i leader sono “ecosostenibili” e che giungono all’appuntamento della COP in bicicletta, la seconda giornata è trascorsa in una serie di riunioni interlocutorie in cui sono state definite le agende e gli ordini del giorno della COP e delle assise collaterali. In qualche caso si sono svolti degli incontri informali, ma tutto è andato avanti nella massima calma e rilassatezza.

Tra gli osservatori tiene banco un argomento scottante: come si comporterà la delegazione USA alla Conferenza?

Come si sa, l’Amministrazione Trump ha denunciato l’Accordo di Parigi che era stato sottoscritto e ratificato (anche se su questo ci sono dei dubbi) dall’Amministrazione Obama. La procedura di disimpegno non è, però, immediata dovendo sottostare ad una serie di condizioni fissate nell’Accordo stesso. Come tutti sanno l’Accordo non è vincolante per quel che riguarda le emissioni e, in particolare, il rispetto degli impegni volontari (INDCs) e gli impegni finanziari, ma obbliga i Paesi aderenti ad una serie di procedure per entrare ed uscire dall’accordo stesso. In particolare è previsto che la durata della procedura di uscita è di circa quattro anni ed in questi quattro anni il Paese è a tutti gli effetti una Parte dell’Accordo con tutti i diritti e tutti i doveri delle altre Parti. Uno dei diritti-doveri delle Parti è quello di partecipare alle COP. In questa veste a Bonn è presente, quindi, anche la delegazione statunitense che, ironia della sorte, è guidata dallo stesso capo-delegazione che guidò la rappresentanza USA alla COP21. Considerando che in quell’occasione gli USA furono uno dei maggiori fautori dell’accordo anche se fecero di tutto per mantenersi le mani libere, è ovvio che tutti sono curiosi di vedere come si comporteranno i delegati del presidente Trump.

La speranza delle ONG, delle associazioni ambientaliste e caritatevoli presenti a Bonn è che la delegazione USA non si metta di traverso sulla strada dei lavori e non faccia deragliare il convoglio. Quando il presidente Trump nel suo discorso al Palazzo di Vetro dell’ONU ribadì la sua volontà di abbandonare l’Accordo di Parigi, fu applaudito anche dai rappresentanti di altri Paesi. Il timore di molti dei partecipanti alla COP è che gli USA possano diventare un punto di riferimento per i rappresentanti di altri Paesi piuttosto recalcitranti e far fallire la Conferenza. La speranza è che i delegati americani lascino fare anche alla luce del recente rapporto della NOAA che ha ribadito le responsabilità umane circa i cambiamenti climatici.

A mio modesto parere è molto difficile che la delegazione USA agisca in completa autonomia e non tenga conto delle indicazioni del presidente Trump e del Segretario di Stato Tillerson: tutelare prima di tutto gli interessi americani. Se ciò dovesse accadere e credo che accadrà, al di là dell’atteggiamento costruttivo che la delegazione statunitense ostenta, probabilmente ne vedremo delle belle.

A chiusura di questo post mi è parso opportuno condividere con i lettori di CM la notizia che la Siria ha deciso di sottoscrivere l’Accordo di Parigi nel corso della COP23 seguendo l’esempio del Nicaragua (che lo ha sottoscritto il mese scorso): a questo punto gli Stati Uniti d’America restano l’unico Paese al mondo che ha deciso di sfilarsi dall’Accordo. Onestamente fa una certa impressione.

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Il dialogo facilitativo

Posted by on 12:00 in Attualità, COP23 | 7 comments

Il dialogo facilitativo

Si tratta di una definizione piuttosto criptica e che lascia molto perplessi, ma sarà il motivo dominante della COP23 che è iniziata oggi sei novembre a Bonn. Nella città tedesca si è aperta oggi, infatti, la ventitreesima Conferenza delle Parti: tra cori di bambini, sfilate di simboli cari all’ambientalismo militante e slogan che chiedono ai politici più attenzione per il mondo e per l’ambiente.

Al di là degli aspetti di costume e di cronaca spicciola, ciò che suscita l’interesse dell’osservatore interessato alle tematiche della Conferenza è, però, il problema del “dialogo facilitativo”. Non è stato semplice capire di che cosa si tratti, ma dopo non pochi sforzi sono arrivato al bandolo della matassa. Nel 2015 a Parigi si gettarono le basi per il salvataggio del mondo. Chi scrive ebbe modo di dire che ci trovavamo di fronte a molto fumo e a pochissimo arrosto. La vulgata comune parlava, però, di un grande successo perché la COP21 costituiva un punto di svolta epocale: 195 Paesi avevano dimostrato grande ambizione e avevano salvato il mondo dalla catastrofe climatica incombente. Non era vero, ma così doveva essere, o almeno così doveva sembrare. A distanza di soli due anni tutti i nodi sepolti dalla retorica trionfalistica di Parigi sono ancora lì, tali e quali.

Ciò che appariva evidente e che tutti negavano, era l’inconsistenza e l’insufficienza degli impegni presi sotto la Torre Eiffel. Nonostante tali impegni siano stati ratificati da quasi tutti i partecipanti alla COP21, oggi a Bonn appare chiaro che senza un’appropriata road map, quegli impegni non valgono nulla. E’ necessario, cioè, individuare le modalità secondo cui i paesi segnalano, verificano e controllano i loro progressi verso gli obiettivi di Parigi. E’ necessario, cioè, implementare le procedure operative per trasformare delle vuote dichiarazioni di intenti in fatti concreti. Serve, inoltre, colmare il gap tra gli impegni volontari dei vari Paesi (iNDC) e quelli necessari a raggiungere gli obiettivi fissati a Parigi. Se tutti gli Stati riuscissero a raggiungere, infatti, gli obiettivi che volontariamente si sono posti, le temperature globali terrestri salirebbero di oltre tre gradi centigradi rispetto a quelle pre-industriali.

E qui casca l’asino. La Cina e l’India (tra i maggiori emettitori di gas serra del globo) non hanno alcuna voglia di farsi dettare l’agenda da qualcuno, fosse anche l’ONU, per cui non vogliono neanche lontanamente sentir parlare di vincoli e di sanzioni. Gli USA hanno fatto capire che non se la sentono di rispettare gli impegni assunti a Parigi e che di vincoli e sanzioni non si deve neanche parlare. Tutto deve essere basato su impegni volontariamente assunti dai vari Paesi, compatibilmente con le esigenze sociali ed economiche di ognuno di essi. Siamo, cioè, sempre al medesimo punto: emettere CO2 ed altri gas serra fa male al Pianeta, ma è un problema che riguarda gli altri Paesi. Le economie emergenti sono state molto esplicite: non vogliono subire pressioni di sorta. La Cina ha fissato dei limiti estremamente chiari: a Bonn bisogna che si instauri un dialogo, non un negoziato. Secondo Xie Zhenhua, capo negoziatore cinese alla COP23, l’obiettivo è che i Paesi condividano le loro migliori pratiche, avanzino le loro richieste per combattere il cambiamento climatico e in ultima analisi facilitino il sostegno globale, soprattutto dai Paesi sviluppati, ai paesi in via di sviluppo. Tradotto significa che tutto si può fare, ma a condizione che i Paesi ricchi mettano mano al portafogli e finanzino ciò che i Paesi in via di sviluppo devono fare. E senza alcuna imposizione, ma in modo assolutamente volontaristico.

Secondo indiani e cinesi nessuna delle Parti ha dato mandato alla Presidenza di rendere prescrittivo questo processo: non vogliono che il regolamento indichi come fare quel che c’è da fare, ma solo che aiuti a comprendere il modo in cui ciascuno intende agire. Ed è proprio in quest’ultima frase che si annida il mistero del dialogo facilitativo di cui parlavamo all’inizio dell’articolo.

Siamo di fronte allo scoglio che ha determinato il fallimento di tutte le COP passate e che, molto probabilmente, determinerà il fallimento anche di questa appena iniziata. Con questa tattica Cina, India ed i Paesi in via di sviluppo si sono sempre sottratti a qualsiasi vincolo alle loro emissioni, riversando ogni onere sui Paesi ricchi responsabili, a loro dire, della disastrosa situazione in cui ci troviamo oggi. A questo si aggiunge l’incognita costituita dalle posizioni degli USA che hanno denunciato l’Accordo di Parigi, ma che devono partecipare a tutte le COP fino al 2020. Il sentiero è stretto, irto di difficoltà e scosceso per poter essere percorso speditamente per cui prepariamoci ad una lunga ed estenuante attesa delle conclusioni che, contraddicendo i fatti, come è tradizione delle COP, vedranno trionfare ambizione e responsabilità comune nello sforzo supremo di salvare il mondo.

Nel frattempo i rappresentanti delle associazioni ambientaliste e terzo-mondiste provano a ricordare a tutti che il mondo si scalda sempre di più, che il 2017 sarà uno dei tre anni più caldi di sempre (meglio sarebbe dire da quando si misurano le temperature), che gli eventi estremi sono in aumento e che senza ulteriori e sostanziosi impegni per il contenimento delle emissioni, andremo tutti arrosto. Di tal genere, seppur non esattamente uguali, sono le considerazioni che ha svolto Manuel P. Vidal, leader del Programma Globale Clima ed Energia del WWF

Gli eventi climatici estremi ai quali abbiamo assistito di recente sono un forte promemoria di quello che è in gioco. A Bonn dobbiamo mettere in moto la dinamica necessaria per accelerare l’azione climatica, e rafforzare gli impegni, in linea con l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1.5°C”.

Stanti le premesse di cui sopra, ho l’impressione che molti sognano ad occhi aperti.

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