Temperature Globali

Trend in atto

Dopo la fine della piccola era glaciale, fase fredda che ha interessato più direttamente il periodo compreso fra il XVII e la prima metà del  XIX secolo, le temperature globali hanno ripreso a salire (“grazie a Dio”, perché fare agricoltura prima che la “perfida azione dell’uomo” iniziasse ad alterare il clima era assai più proibitivo rispetto ad oggi).

Circa l’andamento delle temperature globali al suolo, secondo il dataset internazionale Hadcrut4 per il periodo 1850-2015 (CRU di East Anglia University e Hadley Center), ad una fase di aumento che ha avuto il proprio apice nel 1878 (+0.5°C rispetto al 1850)  ha fatto seguito una fase di decremento con minimo nel 1911 (-0.2°C rispetto al 1850). Ad un nuovo incremento fino al 1945 (che si è collocato a +0.5°C rispetto al 1850) è seguita una diminuzione protrattasi fino al 1976 (anno che a livello globale si colloca a soli +0.1°C rispetto al 1850). Dal 1977 al 1998 le temperature globali sono di nuovo aumentate portandosi nel 1998 a +0.85°C rispetto al 1850. Dal 1998 ad oggi infine si è osservato un lieve aumento residuo che tuttavia non trova conferma nei dati da satellite MSU relativi alla bassa troposfera, e che indicano piuttosto la sostanziale stazionarietà delle temperature globali dopo il 1998.

Occorre evidenziare che la salita delle temperature fino ai valori odierni è stata tutt’altro che continua, nel senso che a un trend di incremento pari a +0.85°C dal 1850 ad oggi si è costantemente sovrapposta una ciclicità sessantennale che ha mostrato minimi negli anni 1850, 1910, 1977 e massimi negli anni 1878, 1945 e 1998. Inoltre si è assistito ad una accentuata variabilità interannuale con la rapida alternanza di annate più calde e più fredde.

Oggi sappiamo che la ciclicità sessantennale è imposta da una ciclicità delle temperature marine che per il Nord Atlantico è espressa dall’indice AMO, fenomeno del tutto naturale, la cui presenza è dimostrata per lo meno per gli ultimi 8000 anni (Knudsen et al 2011). La grande variabilità interannuale è anch’essa un fenomeno del tutto naturale e che deriva dall’alternarsi di regimi circolatori diversi. La sua presenza anche remota ci è mostrata ad esempio dalla serie storica delle date di vendemmia in Borgogna dal 1370 ad oggi (Labbé e Gaveau, 2013).

Sul trend di +0.85°C non possiamo invece escludere l’influenza umana legata all’emissione di gas serra di origine antropica (anidride carbonica, metano, protossido d’azoto) cui si sovrappongono fenomeni naturali come l’attività solare. In tal senso fra le possibili interpretazioni citiamo quella di Ziskin & Shaviv (2012) i quali applicando un Energy Balance Model, hanno stimato che il 60% del trend crescente delle temperature osservato nel XX secolo è di origine antropica ed il 40% e di origine solare. Anche se la scienza non procede di regola per “colpi di maggioranza”, occorre evidenziare che le valutazioni di Ziskin & Shaviv sono confortate dal fatto che il 66% dei 1868 ricercatori operanti in ambito climatologico e intervistati da Verheggen et al. (2014) ha espresso l’idea che le attività antropiche siano all’origine di oltre il 50% dell’aumento delle temperature globali registrato dal 1950 ad oggi.

Aspetti paleoclimatici

Lo studio del paleoclima ci indica che l’olocene è stato interessato da episodi caldi (gli optimum postglaciali) fra cui rammentiamo il grande optimum postglaciale, l’optimum miceneo, l’optimum romano, l’optimum medioevale e la fase di riscaldamento attuale. A tali fasi si sono alternate fasi di “deterioramento” segnate da cali termici ed avanzate glaciali. Per inciso l’uso di “optimum” e “deterioramento” non è affatto casuale e gli optimum erano così chiamati i quanto la vita era più facile, la mortalità più ridotta e le fonti di cibo ed energia più abbondanti. Lo stesso padre spirituale della teoria dell’Anthropogenic Global Warming (AGW), Svante Arrhenius, vedeva nel riscaldamento globale da CO2 un fenomeno positivo poiché in grado di rendere più vivibili e meglio fruibili per l’uomo i gelidi areali nordeuropei, sogno questo che si starebbe oggi avverando.

Un Mese di Meteo – Agosto 2018

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Un Mese di Meteo – Agosto 2018

IL MESE DI AGOSTO 2018[1]

Mese caratterizzato da variabilità che specie al meridione è da giudicare particolarmente anomala per la stagione estiva.

La topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (figura 1a) mostra l’Italia interessata da una saccatura da est-sudest associata a un minimo depressionario sull’Anatolia (lettera B in basso a destra). Se la depressione anatolica costituisce uno degli elementi più caratteristici del regime circolatorio estivo, le sue saccature limitano di norma la loro influenza all’area dell’Egeo e dello Ionio mentre è raro che si estendano in modo tanto deciso verso il centro del Mediterraneo. Si noti anche l’anticiclone delle Azzorre che è visibile in basso a destra nella carta in esame e dunque in posizione anomala per la piena stagione estiva, fatto questo già constatato per luglio.

La diagnosi circolatoria testé enunciata è confermata dalla carta delle isoanomale (figura 1b) che evidenzia un nucleo di anomalia negativa da -1.5 m centrato sul Canale di Sicilia. Tale anomalia negativa può ad una prima analisi essere ritenuto all’origine dell’anomalia pluviometrica positiva registrata sul Sud e sulle due isole maggiori che hanno subito il frequente transito di perturbazioni. Circa queste ultime, l’analisi circolatoria giornaliera sull’Italia ne ha evidenziato un totale di 6, descritte in tabella 1.

Figura 1a – 850 hPa – Topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota) per il mese. Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Figura 1b – 850 hPa – carta delle isoanomale del livello di pressione di 850 hPa per il mese.

Andamento termo-pluviometrico

Le temperature medie mensili sono risultate in prevalenza nella norma sia nei massimi (figura 2) sia nei minimi (figura 3), salvo anomalie positive al Centro-Nord concentratesi nella prima decade del mese e anomalie negative a carattere locale nelle temperature massime registrate nella terza decade del mese in Sicilia, Calabria e Basilicata. L’anomalia termica testé descritta è confermata dalla carta delle anomalie termiche globali riportata in figura 6, nella quale si nota che la lieve anomalia positiva sul Nord si lega a un più consistente nucleo di anomalia positiva sull’Europa Orientale mentre l’anomalia negativa sul sud Italia si associa ad un nucleo di anomalia negativa presente sull’Africa del Nordovest.

Figura 2 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Figura 3 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

La figura 5 mostra che a livello mensile le precipitazioni  sono risultate superiori alla norma sulla maggior parte del settentrione e sul versante tirrenico del centro. Una sensibile anomalia positiva ha caratterizzato invece le precipitazioni sul meridione peninsulare e le due isole maggiori. Per quanto attiene alle precipitazioni decadali (tabella 2) si nota che in complesso il Settentrione ha presentato una moderata anomalia pluviometrica negativa nella prima decade e presentato una moderata anomalia pluviometrica positiva nella terza, il Centro ha presentato una anomalia positiva moderata nella prima e spiccata nella seconda ed infine il Sud ha manifestato una spiccata  anomalia positiva in tutte e tre le decadi.

Figura 4 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 5 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

Le aree a precipitazione più abbondante hanno contenuto gli stress da carenza idrica. Nelle zone caratterizzate da anomalia pluviometrica positiva le precipitazioni hanno avuto effetti negativi sul quadro fitosanitario favorendo i patogeni fungini, peronospora in primis. le piogge hanno localmente ostacolato le attività di raccolta specie nel meridione e sulle isole maggiori.

Tabella 2 – Analisi decadale e mensile di sintesi per macroaree – Temperature e precipitazioni al Nord, Centro e Sud Italia con valori medi e anomalie (*).

 (*) LEGENDA:

Tx sta per temperatura massima (°C), tn per temperatura minima (°C) e rr per precipitazione (mm). Per anomalia si intende la differenza fra il valore del 2013 ed il valore medio del periodo 1988-2015.

Le medie e le anomalie sono riferite alle 202 stazioni della rete sinottica internazionale (GTS) e provenienti dai dataset NOAA-GSOD. Per Nord si intendono le stazioni a latitudine superiore a 44.00°, per Centro quelle fra 43.59° e 41.00° e per Sud quelle a latitudine inferiore a 41.00°. Le anomalie termiche positive sono evidenziate in giallo(anomalie deboli, inferiori a 2°C), arancio (anomalie moderate, fra 2 e 4°C) o rosso (anomalie forti,di  oltre 4°C), analogamente per le anomalie negative deboli (minori di 2°C), moderata (fra 2 e 4°C) e forti (oltre 4°C) si adottano rispettivamente  l’azzurro, il blu e il violetto). Le anomalie pluviometriche percentuali sono evidenziate in  azzurro o blu per anomalie positive rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% e  giallo o rosso per anomalie negative rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% .

[1]              Questo commento è stato condotto con riferimento alla  normale climatica 1988-2017 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

 

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Campagna d’Autunno

Posted by on 06:01 in Attualità | 6 comments

Campagna d’Autunno

Sono 700, magari non giovani nè forti: ci informano tuttavia che siamo morti. Di caldo, ovviamente. Parliamo della Spedizione dei 700 studiosi del clima riunitisi pochi giorni fa a Parigi per ricordare a tutti che dopo le vacanze estive bisogna tornare a salvare il mondo. In realtà c’è poco da salvare, perché i 700 sono appena scesi dalla macchina del tempo per informarci che “La Terra è già entrata nel futuro del clima”. Un futuro ovviamente da incubo fatto di “…aumento del livello del mare, deossigenazione e acidificazione degli oceani: Solo cambiamenti immediati e impegni a breve termine (…) possono permetterci di affrontare la sfida climatica”. In altre parole, servono soldi: cari politici, visto che siete tornati dalle ferie anche voi, adesso allargate i cordoni della borsa ché nessuno salva il mondo gratis.

Che sia solo l’inizio di una campagna di (dis)informazione climatista organizzata nei minimi dettagli si percepisce dal timing perfetto degli eventi. La spedizione dei 700 si è svolta infatti in concomitanza con una iniziativa di grande impatto emotivo: “la passeggiata per il clima” svoltasi in contemporanea in molte città del mondo, ché in vicinanza di equinozio il tempo è clemente più o meno dappertutto, e quindi bisogna approfittarne per una scampagnata (sono studiosi, non lasciano nulla al caso).

In concomitanza con la scampagnata e il blitz dei 700 si sono attivati immediatamente anche i trombettisti della fanteria, con la BBC sorpresa a distribuire pizzini interni su come silenziare il dibattito sul cambiamento climatico e il nostro italico Corrierone, ben più coraggioso, a gonfiare il petto davanti alle baionette negazioniste per regalare ai contenuti di quello stesso pizzino la dignità di un articolo vero e proprio. Articolo che per la sua enormità meriterà un approfondimento dedicato su queste stesse pagine. Davvero stupefacente il timing con cui si muovono i grandi media più vicini a certe parrocchie. Probabile che usino forme sofisticate di telepatia, le stesse che permettono ai politici amici di riscoprire in un improvviso orgasmo collettivo il tema climatista, proprio mentre i 700 scendono dalla scaletta della macchina del tempo. Telepatia, oppure più semplicemente, una riedizione moderna e globale di quelle che un tempo si chiamavano veline della politica.

Il convitato di pietra, infatti, è proprio una certa politica. Colpevole di aver abbandonato la narrativa sul global warming e il resto dei temi fasulli del politically correct in favore di argomenti come crescita economica, sviluppo, sicurezza energetica, migrazioni, disarmo. Temi reali, concreti e sentiti dalla gente comune: bestemmie inaudite per le raffinatissime orecchie globaliste, tutte alta finanza e high-tech californiano. In questo contesto il climatismo non è che una delle poche armi (ritenute) spendibili nelle mani di un esercito in rotta, che ha perso tutte le battaglie elettorali degli ultimi anni e adesso si gioca le ultime chances nei prossimi cruciali appuntamenti: le elezioni di Midterm americane a Novembre, e quelle europee poco più avanti.

Stavolta non si faranno cogliere impreparati: il braccio armato delle mega-corporation californiane stringe da molti mesi il cappio della censura al collo delle voci sgradite sui social networks, mentre i media cantano in coro con la precisione del King’s College insultando, irridendo e demonizzando gli avversari, i dibattiti ridotti a intonazioni di salmi del pensiero unico. E giusto per dare il buon esempio, si fa rotolare anche qualche testa coronata, o si minaccia di farlo. Come con Macron, colpito al cuore dalle dimissioni del suo ministro dell’ambiente, che lo accusa di alto tradimento per la titubanza ad abbracciare concretamente il climatismo: basta parole, servono i soldi per salvare il mondo, s’il vous plait. Altrimenti ghigliottina, e ne cerchiamo un altro. Dall’altra parte del Pianeta, intanto, rotolava la testa del primo ministro australiano, defenestrato anche a causa della rivolta del suo stesso partito contro le politiche di decarbonizzazione forzata che hanno trasformato la bolletta energetica australiana in una barzelletta, e regalato una sicurezza energetica degna di un paese del terzo mondo.

Ché di politica si parla: pura e semplice politica, e del Climate Change non interessa realmente un fico secco a nessuno. Tanto più che ci troviamo davvero nel futuro del clima: sono passati molti lustri da quando i colleghi dei 700 studiosi hanno iniziato ad inondarci delle loro bellissime previsioni climatiche. E nessuna di queste si è nemmeno soltanto avvicinata ad avverarsi nei termini previsti: appena 0.13 gradi di aumento di temperatura globale per decennio, sentenzia UAH nell’ultimo report pubblicato, e 0.19 ridicoli gradi di anomalia mensile per il “terribile” mese di Agosto appena trascorso. La vera sfida climatica, se ce n’è una, è proprio nel nascondere numeri come questi per sostituirli con montagne di fake news urlate a reti unificate, per tappare la bocca ai dissidenti.

C’è una guerra da vincere, la Campagna d’Autunno è appena cominciata. E non si faranno certo prigionieri.

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Il giorno di #Florence

Posted by on 07:20 in Attualità, Meteorologia | 12 comments

Il giorno di #Florence

Per gli amici di CM questa sarà una novità o, meglio, uno strappo alla regola. Facciamo un po’ di cronaca meteorologica, lusso che ci possiamo permettere vista la distanza – un oceano intero – che ci separa dagli eventi e l’importanza degli stessi.

La stagione degli uragani in Atlantico, iniziata il 1 giugno e prevista come piuttosto attiva (in media o sopra media) dalla NOAA, aveva sin qui presentato dei tratti decisamente contro tendenza, con lo shear sostenuto e l’Atlantico orientale un po’ più fresco del solito, i disturbi in uscita dal Nord Africa, per di più limitati dalla circolazione emisferica che ci ha regalato un’estate abbastanza piovosa, erano deboli e malamente organizzati. Poi, improvvisamente, è come se qualcuno avesse acceso la luce. L’anticiclone delle Azzorre ha spinto verso l’Europa e le sue correnti orientali verso i tropici hanno rimesso in moto la macchina della produzione delle onde atmosferiche in viaggio da est a ovest sull’oceano.

Risultato? Ora ci sono ben 5 zone attive in Atlantico, due Uragani, due Tempeste Tropicali e un disturbo (quest’ultimo nel Golfo del Messico). Tra tutti questi soggetti, il più minaccioso è appunto l’uragano Florence. Anzi, purtroppo non è una minaccia ma una realtà (immagini a seguire fonte NHC NOAA).

Come è logico che sia, già da molti giorni si sta seguendo l’evoluzione dell’uragano Florence, che nelle ultime 24 ore ha però scompaginato non poco le carte. Da una traiettoria quasi rettilinea che sembrava portarlo ad un landfall questa sera sulle coste dello stato della Carolina con la spaventosa intesità 4-5 della scala Saffir Simpson, è passato attraverso una rapida attenuazione (1-2 della stessa scala) con una traiettoria che dovrebbe piegare a sud-ovest subito dopo aver toccato terra questa sera. Davanti a Florence, però, ci sono ancora diverse decine di miglia di mare più caldo di quello in cui l’uragano si è sviluppato, perché davanti a quelle coste scorre la Corrente del Golfo, quindi una nuova intensificazione è altamente probabile.

Tuttavia, la situazione è ancora estremamente pericolosa, come si vede dalla mappa la zona per la quale è in essere un warning per condizioni da uragano è molto vasta. Inoltre, la morfologia del territorio immediatamente dietro la costa, è tale da rendere possibili accumuli di precipitazione decisamente più abbondanti di quelli previsti dai modelli, che sono già di per se eccezionali. Ci sono tutti i presupposti perché questo landfall sia qualcosa in grado restare nei libri di storia ma, appunto per questo, un’occhiata alla storia non guasta.

Per esempio, qui sotto un paper che analizza il trend delle precipitazioni derivate dagli uragani:

Qui ancora, un altro con un’immagine davvero significativa: la storia recente è stata clemente, piaccia o no un ritorno alla normalità cioè ad eventi ben più frequenti e intensi di quelli degli ultimi anni è nelle cose e, visto che si tratta di storia, non può certo avere a che fare con l’AGW e i suoi derivati, cui appena inizierà a piovere davvero in motli si affretteranno ad attribuire la forza di Florence.

Insomma, arrivo previsto in serata. Stay Tuned.

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Un Pianeta freddo per natura

Posted by on 06:00 in Attualità | 19 comments

Un Pianeta freddo per natura

In tempi in cui non si fa altro che parlare di riscaldamento del pianeta, certamente in atto alla dovuta scala temporale, associare l’aggettivo “freddo” al nostro pianeta potrà sembrare strano. Eppure è così. Smettendo per un attimo gli occhiali con le lenti al Global Warming e abbracciando con lo sguardo una scala temporale molto più ampia dei pochi decenni cui possono essere riferite le attività antropiche, scopriamo che l’attitudine di questo pianeta, almeno negli ultimi 800.000 anni è il freddo, le glaciazioni, occasionalmente e ciclicamente interrotto da condizioni più calde, gli interglaciali.

Come molti di quelli che si occupano di clima sanno, la teoria che meglio spiega l’alternarsi delle fasi glaciali e interglaciali, è quella dei cicli di Milankovic, essenzialmente basata su fattori orbitali e sulle variazioni di energia ricevuta dal Pianeta al variare degli stessi. Una teoria che però difetta di spiegare quale sia la catena causale che porta alla transizione dalla glaciazione agli interglaciali. Su questo sussistono numerose diverse interpretazioni, sebbene nessuna di queste abbia mai prevalso in termini di robustezza scientifica.

Appena un paio di giorni fa è uscito un guest post molto interessante sul blog di Judith Curry, scritto che ha girato anche su twitter con un commento intrigante:

La risposta, ovviamente, è perché no?

In sostanza, in questo post e nel materiale in esso contenuto, si fornisce una possibile spiegazione per l’insorgere di fasi interglaciali che chiama in causa le polveri o, meglio le variazioni dell’albedo dovute alle condizioni di desertificazione fredda cui va incontro il pianeta nelle fasi glaciali che, per inciso, non sono mai o quasi mai state caratterizzate dalla presenza di ghiaccio su tutto il globo, anzi. L’aumento della radiazione solare incidente che Milankovic chiama in causa, infatti, non è sempre coincidente con l’innesco di un interglaciale, per cui è assolutamente necessario quello che in questo post si definisce il “fattore X” ovvero un trigger che metta in moto il meccanismo di deglaciazione, liberi quindi vapore acqueo e CO2, restituisca condizioni ambientali migliori alla biosfera e conduca così alla fase calda.

E’ una lettura davvero interessante, oltre che decisamente semplice che vi consigglio vivamente.

Buona giornata.

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Impulsi di raggi cosmici del 773 e 994 dC visti globalmente dagli anelli di accrescimento

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia | 8 comments

Impulsi di raggi cosmici del 773 e 994 dC visti globalmente dagli anelli di accrescimento

È uscito recentemente su Nature Communications un articolo che mostra come gli anelli di accrescimento di alberi distribuiti in tutto il mondo presentino in modo sincronizzato la presenza di 14C durante gli eventi del 775 e del 994 dC. Questi eventi sono stati flussi di raggi cosmici della cui presenza il 10Be e il 14C sono prodotti derivati, insieme al 36Cl.

I 67 autori dell’articolo sono tra i principali studiosi mondiali di dendrologia e tra loro, almeno per quanto ne so, spiccano i nomi di Ulf Büntgen (primo firmatario), Rossane D’Arrigo, Jan Esper, Fusa Miyake -che già nel 2012 aveva descritto l’evento del 775 e nel 2013, nella tesi di dottorato, aveva ricostruito l’intensità dei raggi cosmici dagli anelli di accrescimento- Kurt Nicolussi, Rob Wilson che, in altra occasione, ho contattato personalmente (v. qui su CM) e di cui appprezzo la serietà. Scrivono gli autori che, con l’aiuto della sincronizzazione globale degli eventi del 775 e del 994 la datazione dell’accrescimento a passo annuale può ora essere calibrata con maggiore sicurezza, fornendo alla paleoclimatologia uno strumento importante e accurato. In particolare, nell’articolo si usano i cambiamenti improvvisi del 14C per supportare la calibrazione.

Dal basso della mia ignoranza sui dettagli delle procedure di calibrazione io continuo a credere che le incertezze e le correzioni da apportare per legare la temperatura all’accrescimento degli anelli siano troppe per poter fornire profili di temperatura confrontabili con i dati annuali delle temperature strumentali ma ritengo che un aumento della precisione almeno temporale sia importante.

Nella figura 1 dell’articolo -che riproduco di seguito- viene mostrato come gli eventi 775 e 994 dC siano stati registrati negli anelli di accrescimento (tree rings) di tutto il mondo (per la verità l’evento 994 dC è presente per l’emisfero sud solo in un sito cileno e in uno neozelandese ma penso che queste misure siano sufficienti per un’indicazione di carattere “globale”).

Avevo trattato l’argomento della coincidenza dei due eventi medievali in varie serie di prossimità (proxy) in un articolo del 2015 su CM (v. in particolare le figure 3 e 5 che riporto in basso come figure 2 e 3). Cercavo allora la coincidenza tra le misure dell’evento e le misure a Fuji Dome (la base antartica giapponese per il 775, oppure rispetto alla fig.8-1 della tesi di PhD di Miyake per il 994) notando una cattiva coincidenza con i tree ring della penisola di Yamal (Siberia) e una buona coincidenza con gli altri proxy (3 tree ring, GRIP δ18O, Page2k) per l’evento 775. L’evento 994 era caratterizzato da coincidenze presenti, ma meno chiare. Nello stesso articolo presentavo evidenze storiche degli eventi, tratte dagli annali medievali.

Fig.2. Confronto tra i proxy e i valori (indicati come fuji-5yrs) a passo quasi annuale ottenuti dagli autori. La riga verticale verde indica l’anno 775.

Fig.3: Confronto tra i proxy e l’evento del 994 d.C. nell’intervallo temporale 950-1050. La riga verde segna l’anno 994.

Dal confronto appare che alcuni proxy, ad esempio yamal e ak096, hanno registrato anche questo evento mentre per altri la situazione è più incerta. D’altra parte questo evento è meno potente di quello del 775 dC.

In conclusione, gli eventi del 775 e del 994 dC sembrano aver influenzato diversi dati di prossimità tra cui gli anelli di accrescimento degli alberi. Nell’articolo che ha dato origine a questo post le coincidenze presenti nei tree ring sono utilizzate per fornire alla paleoclimatologia cronologie annuali o quasi annuali più attendibili.
Di questo articolo si parla anche su Repubblica qui.

Bibliografia

  • Buntgen et al.(66), 2018.Tree rings reveal globally coherent signature of cosmogenic radiocarbon events in 774 and 993 CENature Communicationsdoi:10.1038/s41467-018-06036-0
  • Miyake, 2013. PHD Thesis: Reconstruction of cosmic-ray intensity in the past from measurements of radiocarbon in tree rings Nagoya University
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Le Previsioni di CM – 7/13 Settembre 2018

Posted by on 23:59 in Attualità | 0 comments

Le Previsioni di CM – 7/13 Settembre 2018

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

L’accelerazione del getto in uscita dal Labrador ha favorito il tilting dell’anticiclone atlantico, e la sua distensione in direzione dell’Europa occidentale. Al suolo l’anticiclone atlantico è in fase con la cellula russa, quest’ultima in progressivo indebolimento in quota per la citata azione del getto. Una blanda area di divergenza dal flusso principale si estende dal Marocco all’Italia settentrionale, con nuvolosità e fenomenologia in risalita dal Marocco in direzione delle Baleari per l’azione del getto subtropicale. Da segnalare il freddo in ulteriore intensificazione sull’arcipelago artico canadese, associato a nevicate diffuse e in presenza di passaggi a nord-ovest ancora chiusi (Fig.1).

Nel corso della settimana l’evoluzione sinottica sarà caratterizzata dall’avanzamento del sistema depressionario atlantico che sotto la spinta incessante del getto polare travolgerà la resistenza della cellula russa. Nel corso di questa azione l’area di divergenza citata evolverà in minimo chiuso in prossimità della penisola iberica, favorendo il rafforzamento del geopotenziale sul Mediterraneo centrale. Sul finire della settimana, il minimo chiuso verrà poi riagganciato dalla circolazione principale, portando un peggioramento del tempo sulle regioni settentrionali e una diminuzione generalizzata del campo di massa sull’Italia (Fig.2).

Siamo attesi da una settimana caratterizzata da temperature al di sopra della media del periodo: l’estate pare voler mostrare il suo volto più stabile e soleggiato proprio in chiusura di stagione. Non si tratta di “clima impazzito”, come piace dire ai soliti media. Al contrario, si dovrebbe parlare di clima “normalizzato”, per la riorganizzazione delle figure sinottiche sul quadrante europeo conseguente al fisiologico rafforzamento del getto: scompaiono (per adesso) gli anticicloni alle alte latitudini e lasciano il passo al flusso principale, mentre il secondario avvolge le latitudini più basse in un finale estivo che sarà sicuramente apprezzato dai fortunati che hanno scelto questo periodo per andare in ferie.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì generali condizioni di stabilità su tutto il Paese con l’eccezione dell’arco alpino soggetto a debole fenomenologia da instabilità, e della Sardegna nord-occidentale esposta marginalmente all’influenza della blanda circolazione depressionaria su Mediterraneo occidentale.

Temperature stazionarie, venti deboli con qualche rinforzo di maestrale sul basso Adriatico.

Martedì e Mercoledì condizioni di stabilità su tutto il Paese, con incremento della nuvolosità sull’arco alpino occidentale nella giornata di Mercoledì, associato a fenomenologia da instabilità pomeridiana.

Temperature in aumento, venti deboli.

Mercoledì generalmente sereno o poco nuvoloso su tutte le regioni, salvo deboli manifestazioni di instabilità pomeridiana sulle Alpi. Cieli nuvolosi in mattinata sulla Sicilia per nubi prevalentemente stratificate in concomitanza con l’invasione calda in quota, associata a sporadiche precipitazioni e in miglioramento col passare delle ore.

Temperature in ulteriore lieve aumento, caldo sulla Sicilia. Venti di maestrale prevalentemente deboli con qualche rinforzo in Adriatico. Debole richiamo sciroccale sulla Sicilia.

Giovedì incremento dell’instabilità sull’arco alpino con possibili sconfinamenti serali in Valpadana. Nuvolosità irregolare associata a precipitazioni anche sulla Sardegna settentrionale. Generalmente parzialmente nuvoloso sulle rimanenti regioni.

Temperature in lieve diminuzione nei valori massimi, venti deboli.

Venerdì incremento ulteriore dell’instabilità con fenomenologia diffusa sulle Alpi e sull’Appennino centrale, più sparsa su quello meridionale. Qualche rovescio anche sulla Toscana settentrionale. Schiarite più ampie sulle regioni costiere centro-meridionali.

Temperature stazionarie o in lieve diminuzione nei valori massimi, venti deboli.

Sabato e Domenica: generali condizioni di stabilità su tutto il Paese con l’eccezione di un possibile aumento della nuvolosità a partire dalle regioni nord-occidentali nella giornata di domenica, con associate precipitazioni. Temperature in aumento al Centro-Sud, venti deboli.

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Il Clima? Nature la butta in politica, la BBC la butta in caciara

Posted by on 12:44 in Attualità | 7 comments

Il Clima? Nature la butta in politica, la BBC la butta in caciara

Il mondo dei media, si sa, non se la passa proprio bene, almeno per quel che riguarda quelli tradizionali. E così, in materia di clima, invece di scegliere la strada della specializzazione dei contenuti, battendosi per mettere a disposizione degli utenti un’informazione che metta gli utenti in grado di capire, alcuni, molti, hanno tragicamente deciso che sia meglio scegliere da che parte stare e mantener salda la posizione, anche se questo va in deroga al ruolo che hanno sempre aspirato ad avere.

E’ il caso di due autentici pilastri della comunicazione, Nature e la BBC, passati rispettivamente dalla scienza alla politica il primo e dalla libertà di pensiero all’omologazione il secondo.

Mi capita ieri tra le mani un’editoriale uscito proprio su Nature:

Global warming tops the agenda as climate brings down a third Australian prime minister

Letto? Bene. Che siate d’accordo o no, perché si deve leggere un editoriale di chiaro stampo politico su una rivista scientifica?

Ma c’è di peggio. Un tweet circolato ieri:

Lasciamo il beneficio del dubbio, potrebbe non essere autentico. Quindi, dato che su twitter se ne è parlato parecchio, se qualcuno fosse a conoscenza di smentite ne prenderei volentieri atto.

Se però fosse vero, tralasciando l’insopportabile utilizzo del termine “negazionista”, nei fatti, la linea editoriale della BBC sul clima è di non concedere spazio al contraddittorio. Non ce n’è bisogno, dicono, la questione è talmente solida che sarebbe come mettere in discussione il risultato acquisito di una partita di calcio.

Davvero? Dal momento che il riferimento è l’IPCC, forse allora non si sono accorti di aver scritto che c’è un elevato livello di confidenza scientifica sull’aumento degli eventi estremi. Bene, secondo l’IPCC, su eventi come alluvioni, tornado, uragani etc, la confidenza scientifica sui trend è bassa o del tutto assente. Forse un po’ di contraddittorio non guasterebbe, ma questo forse rovinerebbe l’agenda a qualcuno.

Buona fine settimana.

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Bisogna saper perdere(r)

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Bisogna saper perdere(r)

Roger Federer è stato eliminato prematuramente dall’US Open per mano di un quasi-carneade tennista australiano, tale John Millman, numero 55 nel ranking mondiale. La notizia in sè non sarebbe sconvolgente, se si considera che il campionissimo svizzero ha 37 primavere alle spalle, e alla sua età tutti i più grandi del passato avevano appeso da tempo la racchetta al chiodo e al più si dilettavano nel circuito seniores.

Il bello, se così si può dire, è venuto a fine partita quando Roger ha imputato al caldo eccessivo la sua sconfitta: “mi mancava l’aria, non circolava proprio”. Spingendosi addirittura a ipotizzare che il passaporto australiano possa avere aiutato l’avversario: “può essere stato avvantaggiato dal fatto che è nato in uno dei posti più umidi della Terra”.

Il piccolo difetto di sportività nella sconfitta si può ben perdonare ad un campionissimo che ha regalato quasi 20 anni di tennis sublime agli appassionati: se vinci sempre è difficile allenarti nella nobile arte del saper perdere. Ancor più difficile è ammettere di essere a fine carriera quando hai appena firmato un contratto di sponsorizzazione da 300 milioni di dollari della durata di 10 anni.

Ma tant’è, quando le cose non girano proprio al meglio si può sempre contare su un alibi universale che va bene per qualsiasi cosa in qualsiasi momento: il Global Warming. A ventilare il sospetto che Federer sia stato sconfitto dal riscaldamento globale è il New York Times (!) che in un mirabile articolo descrive la notte della sconfitta di Federer in toni climatici a dir poco apocalittici, sul solito leit motive del “moriremo tutti arrostiti”. Come a dire: oggi tocca a Federer, domani magari a te che sei pure sovrappeso e il massimo sport che fai è il sollevamento dal divano o il tiro della catena del WC.

Amarcord

Nel piccolissimo della mia datata passione per il tennis non ricordo l’US Open come un torneo climaticamente facile: conservo immagini di tennisti stremati, zuppi come anguille, con facce stravolte. Ho ancora negli occhi l’immagine di un Brad Gilbert che si trascina per il campo con gli occhi sbarrati in un quinto set contro l’israeliano Mansdorf. Gilbert perse l’incontro, ricordo il grande Gianni Clerici infierire sul perdente col suo solito humour paragonandolo ad una “cernia arpionata”, per via del suo faccione corrucciato e sofferente. Aveva 29 anni Gilbert, non 37, ed era un pessimo perdente. Ma non imputò la sconfitta alla familiarità del suo avversario col deserto del Negev. E nel 1990 il Global Warming non andava certo di moda come adesso.

Ma a pensarci bene… Mi sono sempre chiesto come fosse possibile che a 36 anni Federer corresse e tirasse meglio che a 30. Stai a vedere che ha ragione il New York Times, e la longevità del campione svizzero è dovuta ad un clima che si riscalda meno del previsto: siamo pur sempre in regime di hiatus, no? Poi quando la hockey stick di Mann farà finalmente il suo dovere e a New York ci saranno 150 gradi di temperatura percepita, a vincere saranno solo africani e australiani. Infine, i rettiliani.

Tutto torna, come sempre. Lunga vita al Global Warming.

 

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Livelli atmosferici di CO2 e alimenti meno nutrienti: Perché ingigantire un problema facilmente risolvibile con le tecnologie attuali?

Posted by on 06:00 in Ambiente, Attualità | 9 comments

Livelli atmosferici di CO2 e alimenti meno nutrienti: Perché ingigantire un problema facilmente risolvibile con le tecnologie attuali?

Le nuove dame di carità

Ragionando dei livelli atmosferici di CO2 per il 2050 è previsto che raggiungeremo le 550 ppmv. Se dal punto di vista dell’atmosfera sarebbe preferibile che questo surplus non vi fosse perché CO2 è comunque un gas serra con indubitabili effetti sul clima, constato con preoccupazione la crescita esponenziale di una corrente di pensiero che tende a mostrare che anche in agricoltura gli accresciuti livelli di CO2 saranno deleteri e ciò nonostante l‘effetto di concimazione carbonica presenti il non trascurabile vantaggio di incrementare le rese potenziali di tutte le colture.

In tale corrente si colloca l’articolo di Smith and Meyers (2018) uscito il 27 agosto su Nature Climate Change di cui ho letto un resoconto qui (https://www.europeanscientist.com/en/agriculture/higher-atmospheric-co2-levels-are-leading-to-less-nutritious-crops/). In esso si dimostra che livelli elevati di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera stanno influenzando in modo negativo il contenuto di nutrienti delle colture di base, come riso, grano e mais, in ben 151 paesi con particolare riferimento al tenore in ferro, zinco e proteine. Questo è ritenuto dagli autori di particolare importanza poiché si prevede che le concentrazioni di CO2 raggiungeranno 550 ppm entro il 2050 con un impatto rilevante sulla salute umana a causa della riduzione del valore nutrizionale delle principali colture. Secondo l’articolo i livelli elevati di CO2 potrebbero potenzialmente causare ulteriori 175 milioni di persone con carenza di zinco e ulteriori 122 milioni di persone con carenza proteica. Lo studio suggerisce anche che le popolazioni che saranno maggiormente colpite in futuro saranno l’India, seguita dall’Asia meridionale, dal Sud-Est asiatico, dall’Africa e dal Medio Oriente.

Peraltro l’articolo è stato ovviamente ripreso dal Corriere della sera, che sempre più nella mia memoria si sovrappone alle “dame di carità” di cui parlava Giovani Guareschi in un noto raccolto di Don Camillo, le quali per risolvere un problema (la salute di Don Camillo messa a repentaglio da uno sciopero della fame) ne causavano uno peggiore (una terribile indigestione).

Avremo più cibo e dipenderà da noi il fatto che sia più o meno nutriente

Ritengo anzitutto necessario segnalare che applicando il modello di Goundrian e val Laar (Penning de Vries et al., 1989) il passaggio dalle 400 ppmv attuali alle 550 previste per il 2050 porterà ad incrementi produttivi potenziali del 23% rispetto ad oggi per le specie coltivate C3 (riso, frumento, soia, ecc.) e del 13% per le specie C4 (mais, sorgo, canna da zucchero, ecc.). A tale incremento, che non è per nulla trascurabile e che oggi viene nella maggior parte dei casi colpevolmente omesso da chi disquisisce di tali questioni, si associano i problemi legati alle carenze di ferro, zinco ed alla riduzione del tenore proteico.
Ma tali problemi, che già oggi costituiscono un elemento con cui gli agricoltori di tutto il mondo si confrontano, vengono già oggi risolti grazie alla tecnologia, il che dovrebbe auspicabilmente verificarsi anche in futuro.

Più in particolare il problema della carenza di zinco presente in moltissimi suoli a livello mondiale (figura 1) viene affrontato in modo efficace con concimazioni adeguate descritte ad esempio qui: https://www.zinc.org/crops/. Lo stesso dicasi per la carenza di ferro che è spesso dovuta al pH dei suoli e che si affronta correggendo la reazione dei suoli ovvero fornendo ferro alle piante in forma assimilabile. Peraltro voglio ricordare che per alcune colture come ad esempio il pomodoro la carenza di ferro dovrebbe essere attenuata proprio grazie dalla crescita dei livelli atmosferici di CO2 (Chong Wei Jin et al., 2009).
Circa poi la riduzione del tenore in proteine, la bibliografia attuale pone in luce il fatto che al crescere di CO2 si registra:

  • un aumento del tenore proteico nelle specie C3 leguminose, le quali assumono direttamente l’azoto dall’atmosfera grazie ai batteri presenti nei loro tubercoli radicali (Rogers et al., 2009).
  • una riduzione del tenore proteico nelle specie C3 non-leguminose quali frumento, orzo, patata e riso, le quali attingono l’azoto dal terreno, prevalentemente in forma di nitrato.
  • un aumento del tenore proteico nelle specie C4 come mais, sorgo, canna da zucchero le quali attingono anch’esse l’azoto dal terreno, prevalentemente in forma di nitrato.

In sostanza dunque la risposta delle colture all’aumento dei livelli di CO2 atmosferici è tutt’altro che univoca. Ciò detto per superare il problema della riduzione del tenore proteico, nel caso specifico del frumento sussistono almeno 4 strategie:

  1. Miglioramento genetico mirato a frumenti più efficienti in termini di accumulo di proteine nella granella. In tal senso la strada non pare facilissima ma le biotecnologie in questo settore stanno facendo passi da gigante, specie in paesi meno oscurantisti del nostro.
  2. Concimazioni fogliari con urea in soluzione acquosa, la quale viene assorbita con estrema facilità dalle piante e viene trasformata in ammonio che è la fonte alternativa allo ione nitrico per il processo di sintesi delle proteine. Su questo tema la bibliografia è vasta e cito unicamente un lavoro pakistano (Khan et al., 2009).
  3. Sistemi colturali in cui si privilegino le leguminose da granella le quali, come abbiamo visto, beneficeranno della crescita di CO2 aumentando ulteriormente non solo la loro produzione ma anche il loro già elevatissimo tenore proteico. Si tratta di una soluzione antica quanto l’agricoltura in quanto i primi agricoltori del medio oriente domesticarono frumento e orzo da un lato e le leguminose da granella dall’altro (pisello, fava, veccia, cece, lenticchia), consentendo con ciò l’affermarsi di diete a base di leguminose e cereali che risolvevano in modo inconscio un fondamentale problema dietetico e cioè quello per cui le proteine delle leguminose da granella sono ricche in lisina (di cui è invece povera la granella dei cereali) ma allo stesso tempo sono povere in amminoacidi solforati (cistina e metionina) di cui è invece ricca la granella dei cereali (e qui è bene ricordare la carne dei poveri non è costituita da soli fagioli ma da pasta e fagioli).
  4. Sistemi colturali in cui si privilegino i cereali C4, un po’ come fecero i nostri progenitori che nel XVI secolo riconvertirono in modo massiccio le loro colture di sussistenza dai cereali del vecchio mondo al mais. In particolare il mais è specie che pur beneficiando meno delle C3 dell’aumentato livello di CO2 atmosferica presenta già oggi una produttività sensibilmente superiore rispetto alle analoghe C3 (la sua media produttiva in Italia è oggi di oltre 9 t/ha contro le 6 del frumento) in virtù dell’incredibile successo avuto dalle strategie di miglioramento genetico condotte negli ultimi 50 anni. 

A molti oggi pare sfuggire che l’agricoltura è una tecnologia e come tale utilizza tecniche di concimazione, difesa fitosanitaria, diserbo, ecc. ed assai più dovrà farvi ricorso in futuro se vuole vincere al sfida di nutrire una popolazione mondiale che nel 2050 raggiungerà i 10 miliardi di abitanti.
In sintesi dunque ribadisco che la tecnologia agricola è chiamata ad evolvere per adattarsi ai più elevati livelli di CO2, livelli che sono di per sé in grado di incrementare in modo sensibile il potenziale produttivo delle colture. Solo se verrà meno la nostra capacità di adattamento verremo a trovarci nei guai e ciò accadrà se, seguendo le spinte di tipo ambientalistico, si trascureranno le agrotecniche e la genetica per ritornare ai buoni vecchi metodi di una volta, quelli per intenderci che tanto piacciono alle “dame di carità” di cui sopra e che hanno garantito per millenni fame e malattie alla grandissima parte dell’umanità.

Una domanda finale
Resta infine da domandarci perché questa continua enfasi sulle catastrofi prossime venture rivolta ad un pubblico generalista che non ha gli strumenti culturali per analizzare l’informazione che gli viene fornita deducendo i reali livelli di rischio. Perché non puntare invece su una strategia seria di divulgazione che stimoli l’agricoltura e non solo all’adozione e alla valorizzazione delle tecnologie più evolute oggi disponibili nei settori della genetica e delle tecniche colturali? Perché se la CO2 spaventa così tanto non si punta in modo più deciso sul nucleare? Tutte domande che penso ci porteremo nella tomba, perché temo che quella del paventato olocausto climatico sia un’arma vincente nelle mani di elite che hanno da tempo capito che mantenere la popolazione mondiale in uno “stato di paura senza vie d’uscita concrete” faccia maledettamente comodo, come già anni orsono ebbe a denunciare Michael Crickton nel suo coraggioso romanzo “STATE OF FEAR”.

Figura 1 – carenza di zinco nei suoli a livello globale (fonte – International Zinc Association – https://www.zinc.org/crops/).

L’articolo è stato pubblicato anche su Agrarian Sciences.

Bibliografia

  • Chong Wei Jin et al., 2009. Elevated Carbon Dioxide Improves Plant Iron Nutrition through Enhancing the Iron-Deficiency-Induced Responses under Iron-Limited Conditions in Tomato1, Plant Physiol. 2009 May; 150(1): 272–280. doi: 10.1104/pp.109.136721
  • Khan P., Memon M.Y., Imtiaz M., Aslam M., 2009. Response of wheat to foliar and soil application of urea at different growth stages, Pak. J. Bot., 41(3): 1197-1204.
  • Penning de Vries F.W.T., Jansen D.M., ten berge H.F.M., Bakema A., 1989. Simulation of ecophysiological processes of growth in several annual crops, Simulaton monograph 29, Pudoc, Wageningen, 271 pp.
  • Pleijel H., Uddling J., 2012. Yield vs. quality trade-offs for wheat in response to carbon dioxide and ozone, Global change biology, 18, 596-605.
  • Rogers A., Ainsworth E.A., Leakey A.D.B., 2009. Will Elevated Carbon Dioxide Concentration Amplify the Benefits of Nitrogen Fixation in Legumes? Plant Physiology, November 2009, Vol. 151, pp. 1009–1016.
  • Smith, M.R. and Myers, S.S. Impact of anthropogenic CO2 emissions on global human nutrition. Nature Climate Change (2018) DOI: 10.1038/s41558-018-0253-3
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Qualcosa di nuovo sta accadendo nell’Atlantico?

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Qualcosa di nuovo sta accadendo nell’Atlantico?

di Luigi Mariani e Franco Zavatti

Riassunto
Come messo in luce da un articolo scientifico del 2017 a firma di Eleanor Frajka-Williams, Claire Beaulieu e Aurelie Duchez si evidenzia che L’indice AMO calcolato con il metodo di Trenberth e Shea (2006) ha segnato di recente un passaggio in territorio negativo che non si verificava dal 1994. In questa sede si propongono alcune riflessioni su tale fenomeno, sulla sua significatività e sulla sua rilevanza in termini meteo-climatici e oceanografici.

Abstract
As highlighted by a scientific work of 2017 written by Eleanor Frajka-Williams, Claire Beaulieu and Aurelie Duchez, the AMO index calculated with the method of Trenberth and Shea has recently shownh a rtransition to negative values that were not observed since 1994. Here we propose some reflections on this phenomenon, its significance and its relevance for meteo-climatology and oceanography.

La presente nota fa riferimento ai risultati dell’interessante lavoro apparso nel 2017 su Nature Scientific reports a firma delle tre autrici Eleanor Frajka-Williams, Claire Beaulieu e Aurelie Duchez e che ha per titolo “Emerging negative Atlantic Multidecadal Oscillation index in spite of warm subtropics” (di qui in avanti FW17). Tale articolo parla di Atlantic Multidecadal Oscillation (AMO), indice oceanico che si ricava a partire dalla temperatura superficiale dell’oceano Atlantico (SST) corretta allo scopo di depurarla dal trend di riscaldamento in atto.

Il comportamento ciclico di AMO
Sebbene la SST risponda molto rapidamente alle anomalie atmosferiche, la serie temporale di AMO è dominata da una ciclicità multi-decadale a bassa frequenza che fa sì che l’indice resti in territorio negativo grossomodo per 30-35 anni e per altri 30-35 in territorio positivo. La SST dell’oceano Atlantico e di conseguenza l’AMO variano in funzione della Meridional Overturning Circulation (MOC) che nel suo ramo atlantico fluisce verso Nord rifornendo di calore il Nord Atlantico (https://en.wikipedia.org/wiki/Atlantic_meridional_overturning_circulation). In sintesi una MOC debole trasporta meno acqua calda verso Nord e dunque ad essa si associa un AMO negativo.

Sottolineiamo che AMO è una componente fondamentale della variabilità naturale del clima, tant’è vero che il suo segnale è stato riscontrato in proxy data fino ad oltre 8000 anni orsono (Knudsen et al., 2011).

La ciclicità di AMO è importante per la climatologia europea e globale in quanto il segnale di AMO è ben visibile sia nelle temperature europee sia in quelle globali (al riguardo si confrontino le figure 1 e 2 che mostrano che la ciclicità di AMO si riscontra pari pari nell’andamento delle temperature globali dal 1900 ad oggi). Pertanto un passaggio di AMO in campo negativo potrebbe dar luogo alla stabilizzazione o lieve calo delle temperature globali com’è in precedenza accaduto dagli anni 50 agli anni 70 del XX secolo. Inoltre ad un AMO positivo sono corrisposti fenomeni come l’aumento delle precipitazioni negli Stati Uniti, sull’India e sul Sahel e uno spostamento dei banchi di pesce nel Nord Atlantico. Da ciò discende che un ritorno a una fase fredda dell’AMO potrebbe essere accompagnata da effetti contrari con grosse ripercussioni anche a livello economico. Sempre dalla figura 1 emerge che AMO è stato per l’ultima volta in fase negativa agli inizi degli anni ’90 e che dal 1994 è in fase positiva.

Figura 1a – AMO descritto attraverso l’Indice di Tremberth e Shea (2006) e l’indice di Enfield et al. (2006).

Figura 1b – I backgroud oceanici usati per calcolare gli indici riportati in figura 1a.

Figura 2 – Anomalia delle temperature globali (GTA) dal 1900 ad oggi (Visser et al., 2018). Il confronto con l’andamento di AMO riportato in figura 1 evidenzia la presenza della medesima ciclicità.

 

Verso un AMO negativo?
Per capire come la situazione sia evoluta verso un AMO negativo occorre considerare che dal 2013/14 al 2014/15 si sono verificati inverni molto freddi sul Nord America, con picchi di freddo registrati nel Labrador, il che si è tradotto in una anomalia termica negativa nelle acque dell’Atlantico che dalla superficie si è trasferita alle prime centinaia di metri di profondità.
Peraltro l’anomalia fredda in un ambito subpolare si accompagna ad una anomalia calda ai sub tropici e una anomalia fredda nella fascia intertropicale con un caratteristico tripolo, evidenziato in figura 3. Mentre l’anomalia fredda subpolare è indotta dal raffreddamento diabatico per scambi energetici fra l’oceano e l’aria sovrastante, l’anomalia calda nei subtropici è frutto dei movimenti adiabatici verticali nella massa d’acqua indotti dal vento, per cui un cambiamento di regime dei venti potrebbe invertire l’anomalia positiva trasformandola in anomalia negativa che a questo punto interesserebbe gran parte dell’Atlantico settentrionale.

Figura 3 – La fenomenologia associata a un AMO negativo vista attraverso la temperatura di superficie dell’oceano Atlantico mediata latitudinalmente. All’anomalia negativa in ambito subpolare atlantico (centrata su 55°N) corrisponde un’anomalia positiva in ambito subtropicale (30°N) e una anomalia negativa in mbit tropicale (10°N). La linea nera indica l’anomalia media per il periodo 2014-2016 mentre le linee blu sono medie biennali per il periodo 1963-1974 (primo sottoperiodo della fase a AMO negativo ) e quelle rosse sono medie biennali per il periodo 1975-1996 (secondo sottoperiodo della fase a AMO negativo). Fonte: Frajka-Williams etal 2017.

Sulla rilevanza meteorologica del tripolo sopra delineato è utile ricordare che, come evidenziato ad esempio da Bradshaw et al. (2011), se si impone a un modello previsionale numerico un gradiente meridionale nella SST nel Nord Atlantico paragonabile a quello indotto da un AMO negativo si hanno come conseguenza variazioni nel campo della pressione a livello del mare con una più intensa baroclinicità atmosferica e la conseguente genesi di perturbazioni sottovento.

E’ lecito anche domandarsi che ruolo giochi la North Atlantic Oscillation (NAO) nel comportamento di AMO, alla luce del fatto che, secondo la bibliografia, il NAO fortemente positivo osservato nei primi anni ’90 potrebbe essere la causa della brusca transizione di AMO da valori negativi a positivi avvenuta nel 1994. Al riguardo FW17 osservano che quantunque i NAO invernali del periodo 2013-2016 siano stati positivi come quelli osservati nei primi anni ’90, il gradiente latitudinale di SST è oggi molto più pronunciato di quanto fosse nei anni ’90, il che potrebbe fare la differenza.

Il passaggio di AMO in campo negativo secondo il modello TS06
I metodi più accreditati per calcolare AMO sono quello di Trenberth e Shea (2006) di qui in avanti TS06 e a quello di Enfield et al. (2001) di qui in avanti EN01. In TS06 AMO si ottiene considerando la SST media della fascia da 0 a 60°N alla quale viene sottratta la SST media fra 60°N e 60°S mentre in EN01 l’indice AMO si ricava detrendizzando la SST in Atlantico per la fascia da 0 a 70°N. Fra i due metodi FW17 preferiscono TS06 perché più sensibile all’aumento delle temperature oceaniche che negli ultimi anni è stato sensibile e fortemente non lineare, per cui non viene colto da EN01. E’ partendo dai dati di TS06 riportati in figura 1 che FW17 segnalano il passaggio in campo negativo di AMO.

Scenari futuri per AMO
Applicando un modello previsionale a base statistica, FW17 hanno ricavato che l’anomalia negativa delle temperature superficiali oceaniche è probabilmente destinata a riassorbirsi con lentezza (con una probabilità dell’80% persisterà per almeno 2 anni) in quanto è supportata da un’anomalia negativa nel contenuto energetico delle acque sottosuperficiali che ha una memoria molto più lunga rispetto alle anomalie di SST (figura 4).
Al riguardo FW17 scrivono significativamente che il forcing necessario per rimuovere nei prossimi anni l’anomalia fredda subpolare è stimato in -0,5 GJ m-2 (figura 3) e potrebbe risultare da un flusso energetico positivo di 10 W m-2 per oltre 2 anni o da un’anomalia positiva nel flusso oceanico di calore verso nord di 0,1 PW per oltre 2 anni o da una combinazione di tali due flussi. A 26°N, dov’è il trasporto medio verso il nord del calore è circa 1,3 PW, un aumento del trasporto di calore verso nord di 0,1 PW equivarrebbe ad un aumento del 7.5% rispetto alla media, un valore che non è certo al di fuori della normale variabilità ma che si scontra con un trasporto verso Nord attualmente in calo ad un tasso di 0,5 Sv per anno (circa il 3% l’anno) (figura 5b), per cui la MOC avrebbe bisogno di recuperare diversi Sverdrup di intensità per raggiungere il suo scopo.
Se l’anomalia subtropicale calda è una caratteristica transitoria legata al regime dei venti, essa potrebbe anche invertirsi senza che questo impedisca il persistere dell’anomalia subpolare fredda ed in tal modo AMO potrebbe dispiegare appieno la propria anomalia fredda sull’intero bacino.
Sempre con riferimento a MOC è degna di attenzione la figura 5c che pone in luce l’effetto del trend al calo di MOC in corso dal 2004 sul contenuto energetico dell’oceano Atlantico confermato per tre diversi strati verticali.

Figura 4 – Andamento di AMO e del contenuto energetico nei primi 700 m di profondità per l’areale subpolare (box in rosso nella carta a sinistra) (Frajka-Williams etal, 2017). In sostanza AMO è un buon descrittore delle temperatura sottosuperficiale che una volta passata in campo negativo è lenta a ritornare in campo positivo. In grigio la previsione statistica

Figura 5 – Andamento delle temperature globali di superficie degli oceani (a), dell’intensità di MOC (b) e del contenuto energetico dell’oceano Atlantico per gli strati compresi fra la superficie i 300, 500 e 700 m di profondità. Si noti che al rallentamento di MOC corrisponde la stabilizzazione del contenuto energetico dell’Oceano Atlantico (Liu e Xie, 2018).

Discussione
L’analisi periodale di AMO eseguita da uno dei due scriventi evidenzia che questa variabile oeanica presenta una persistenza (memoria a lungo termine) elevata e che i periodi spettrali passano da un potente 72 anni ad un non forte 64 anni quando si analizzano i dati osservati e quelli corretti per la persistenza (v. ad esempio, su http://www.zafzaf.it/clima/atlas/atlashome.html , atlas.pdf, pag. 70 e seguenti), mentre i periodi di maggiore potenza diventano quelli tipici di El Nino. In relazione a ciò lascia perplessi che nel lavoro di FW17 si attribuisca tanta importanza alle SST (AMO) degli ultimi 3 anni, fra l’altro anni teatro di un potente El NINO che nell’articolo non viene mai nominato. Al riguardo si noti che tale potente El NINO è il responsabile del sensibile aumento delle temperature oceaniche globali che da un lato ha reso l’indice ricavato con il metodo EN01 non rappresentativo delle ultime evoluzioni di AMO e dall’altro ha spinto l’indice TS06 in territorio negativo. Da qui l’idea che il ritorno delle temperature oceaniche ai livelli pre El NINO possa far ritornare l’AMO calcolato con TS06 su valori positivi sanandone così la divergenza rispetto a EN01. Ciò non toglie comunque che le considerazioni di FW17 circa le recenti anomalie termiche registrate nell’Atlantico Subpolare mantengono inalterata la loro validità.

Da rilevare anche che la fluttuazione manifestata negli ultimi 3 anni dall’AMO calcolato con TS06 non si distingue in alcun modo dalle altre decine di oscillazioni di AMO che si colgono in figura 1. Non crediamo che FW17 abbiano verificato la situazione delle SST in occasione di precedenti oscillazioni (ad esempio nel 2003-06) come base per “prevedere a posteriori” il comportamento medio dell’AMO successivo, come fanno in questo articolo. In sostanza estrapolare il comportamento medio di AMO usando un minuscolo frammento (2015-2017) di una oscillazione di periodo multidecadale ci pare un tantino ardito e i referi della rivista avrebbero dovuto farlo notare alle autrici di FW17.

Al riguardo riteniamo più sensato il tentativo di previsione eseguito nel 2013 su CM (F. Zavatti, 2013) in cui si usavano 160 anni di dati per prevedere i successivi 15.
Ci pare anche interessante riflettere sul fatto che FW17 abbiano fatto ricorso a un modello statistico e non a un AOGCM per simulare l’evoluzione futura del contenuto energetico oceanico e dell’AMO. Questo ci porta ad evidenziare il fatto che gli AOGCM a quel che ci risulta non sono attualmente in grado di riprodurre in modo realistico la ciclicità dell’AMO, il che ci illustra i problemi tuttora presenti nella modellazione del sistema climatico globale terrestre per mezzo di modelli meccanicistici.

Conclusioni
Non abbiamo idea se gli scenari delineati da FW17 per i prossimi anni si manifesteranno o meno. Al riguardo pensiamo che i margini di incertezza siano moltissimi e tuttavia siamo anche convinti che quanto sta succedendo in Nord Atlantico debba essere monitorato mettendo al corrente i lettori di CM, prima che possano essere assaliti da annunci catastrofisti di vario genere. In ogni caso vale la pena di analizzare nelle sue varie sfaccettature un fenomeno che così tanta influenza ha sul clima europeo e mondiale.

Bibliografia

  • Bradshaw, D. J., Hoskins, B. & Blackburn, M., 2011. The basic ingredients of the North Atlantic storm track. Part I: Land-sea contrast and orography. J. Atmos. Sci. 68, 1784–1805.
  • Enfield, D. B., Mestas-Nunez, A. M. & Trimble, P. J., 2001. The Atlantic Multidecadal Oscillation and its relationship to rainfall and river flows in the continental U.S. Geophysical Research Letters 28, 2077–2080
  • Frajka-Williams etal 2017 Emerging negative Atlantic Multidecadal Oscillation index in spite of warm subtropics, Nature Scientific reports, https://www.nature.com/articles/s41598-017-11046-x
  • Knudsen etal 2011 Tracking the Atlantic Multidecadal Oscillation through the last 8000 years, Nature communications, https://www.nature.com/articles/ncomms1186
  • Liu, W., Xie S.P., 2018. An ocean view of the global surface warming hiatus. Oceanography 31(2), https://doi.org/10.5670/oceanog.2018.217.
  • Trenberth, K. E. & Shea, D. J., 2006. Atlantic hurricanes and natural variability in 2005. Geophysical Research Letters 33, L12704, doi:10.1029/2006GL026894.
  • Visser et.al. 2018. Signal detection in global mean temperatures after Paris – an uncertainty and sensitivity analysis, Clim. Past, 14, 139–155, https://doi.org/10.5194/cp-14-139-2018
  • Zavatti F., 2013. Il ciclo di 60 anni, i dati NOAA e il mal di pancia dei soliti noti, Climate monitor, http://www.climatemonitor.it/?p=34096
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