Temperature Globali

Trend in atto

Dopo la fine della piccola era glaciale, fase fredda che ha interessato più direttamente il periodo compreso fra il XVII e la prima metà del  XIX secolo, le temperature globali hanno ripreso a salire (“grazie a Dio”, perché fare agricoltura prima che la “perfida azione dell’uomo” iniziasse ad alterare il clima era assai più proibitivo rispetto ad oggi).

Circa l’andamento delle temperature globali al suolo, secondo il dataset internazionale Hadcrut4 per il periodo 1850-2015 (CRU di East Anglia University e Hadley Center), ad una fase di aumento che ha avuto il proprio apice nel 1878 (+0.5°C rispetto al 1850)  ha fatto seguito una fase di decremento con minimo nel 1911 (-0.2°C rispetto al 1850). Ad un nuovo incremento fino al 1945 (che si è collocato a +0.5°C rispetto al 1850) è seguita una diminuzione protrattasi fino al 1976 (anno che a livello globale si colloca a soli +0.1°C rispetto al 1850). Dal 1977 al 1998 le temperature globali sono di nuovo aumentate portandosi nel 1998 a +0.85°C rispetto al 1850. Dal 1998 ad oggi infine si è osservato un lieve aumento residuo che tuttavia non trova conferma nei dati da satellite MSU relativi alla bassa troposfera, e che indicano piuttosto la sostanziale stazionarietà delle temperature globali dopo il 1998.

Occorre evidenziare che la salita delle temperature fino ai valori odierni è stata tutt’altro che continua, nel senso che a un trend di incremento pari a +0.85°C dal 1850 ad oggi si è costantemente sovrapposta una ciclicità sessantennale che ha mostrato minimi negli anni 1850, 1910, 1977 e massimi negli anni 1878, 1945 e 1998. Inoltre si è assistito ad una accentuata variabilità interannuale con la rapida alternanza di annate più calde e più fredde.

Oggi sappiamo che la ciclicità sessantennale è imposta da una ciclicità delle temperature marine che per il Nord Atlantico è espressa dall’indice AMO, fenomeno del tutto naturale, la cui presenza è dimostrata per lo meno per gli ultimi 8000 anni (Knudsen et al 2011). La grande variabilità interannuale è anch’essa un fenomeno del tutto naturale e che deriva dall’alternarsi di regimi circolatori diversi. La sua presenza anche remota ci è mostrata ad esempio dalla serie storica delle date di vendemmia in Borgogna dal 1370 ad oggi (Labbé e Gaveau, 2013).

Sul trend di +0.85°C non possiamo invece escludere l’influenza umana legata all’emissione di gas serra di origine antropica (anidride carbonica, metano, protossido d’azoto) cui si sovrappongono fenomeni naturali come l’attività solare. In tal senso fra le possibili interpretazioni citiamo quella di Ziskin & Shaviv (2012) i quali applicando un Energy Balance Model, hanno stimato che il 60% del trend crescente delle temperature osservato nel XX secolo è di origine antropica ed il 40% e di origine solare. Anche se la scienza non procede di regola per “colpi di maggioranza”, occorre evidenziare che le valutazioni di Ziskin & Shaviv sono confortate dal fatto che il 66% dei 1868 ricercatori operanti in ambito climatologico e intervistati da Verheggen et al. (2014) ha espresso l’idea che le attività antropiche siano all’origine di oltre il 50% dell’aumento delle temperature globali registrato dal 1950 ad oggi.

Aspetti paleoclimatici

Lo studio del paleoclima ci indica che l’olocene è stato interessato da episodi caldi (gli optimum postglaciali) fra cui rammentiamo il grande optimum postglaciale, l’optimum miceneo, l’optimum romano, l’optimum medioevale e la fase di riscaldamento attuale. A tali fasi si sono alternate fasi di “deterioramento” segnate da cali termici ed avanzate glaciali. Per inciso l’uso di “optimum” e “deterioramento” non è affatto casuale e gli optimum erano così chiamati i quanto la vita era più facile, la mortalità più ridotta e le fonti di cibo ed energia più abbondanti. Lo stesso padre spirituale della teoria dell’Anthropogenic Global Warming (AGW), Svante Arrhenius, vedeva nel riscaldamento globale da CO2 un fenomeno positivo poiché in grado di rendere più vivibili e meglio fruibili per l’uomo i gelidi areali nordeuropei, sogno questo che si starebbe oggi avverando.

Trombe d’Aria a Ovest di Paperino

Posted by on 07:00 in Attualità, Climatologia, Meteorologia | 10 comments

Trombe d’Aria a Ovest di Paperino

Questa breve nota sulla climatologia delle trombe d’aria (alias tornado) è frutto delle riflessioni portate avanti negli ultimi giorni con alcuni amici (Gianluca Alimonti, Sergio Pinna, Franco Zavatti e altri)  che ringrazio per il loro contributo critico.

In questa pagina del Corriere della Sera  il giornalista Alessandro Fulloni si pone la fatidica domanda “Le trombe d’aria stanno diventando più frequenti?” e si risponde così: “Sì. E la causa è il global warming, il surriscaldamento del globo terrestre. Ad esempio le temperature anomale di questo autunno, piuttosto elevate, hanno creato le condizioni per la formazione di diverse trombe d’aria che hanno flagellato tutta la Penisola a settembre, ottobre e novembre.

La risposta che si dà Fulloni sarebbe scientificamente fondata se disponessimo una serie storica delle trombe d’aria in Italia. Il guaio è che a me non risulta che tale serie storica esista (e se qualcuno ne dispone si faccia avanti, prego, possibilmente evitando di portare la serie storica ricavata dalle citazioni di trombe d’aria riportate sugli articoli di giornale, perché in tale sede sono spesso scambiati per trombe d’aria i comuni fronti delle raffiche dei temporali).

La mia deduzione è che in quello che fu il paese di Galileo Galilei si stia sempre più assistendo alla sostituzione della scienza fondata sui dati (il grande atto di umiltà di Galileo di cui ci parla Edoardo Boncinelli nel suo recentissimo libro – La farfalla e la crisalide ed. Raffaello Cortina) con la scienza fondata sull’ideologia, portandoci così in una terra incognita che, richiamando l’azzeccassimo titolo di un film del 1981 ispirato al nonsense ribattezzerò “a Ovest di Paperino”.

Occorre allora dire che “a Ovest di Paperino” non troviamo né l’IPCC e nemmeno la NOAA che è titolare di una delle serie storiche più lunghe del mondo in fatto di Tornado.

L’IPPC infatti nel Summary For Policymakers del suo report 2012 sugli eventi estremi afferma che:

There is low confidence in observed trends in small spatial-scale phenomena such as tornadoes and hail because of data inhomogeneities and inadequacies in monitoring systems.

Inoltre la NOAA nella sua pagina dedicata alla climatologia dei Tornado riporta una serie di dati molto interessanti e afferma fra l’altro che:

With increased National Doppler radar coverage, increasing population, and greater attention to tornado reporting, there has been an increase in the number of tornado reports over the past several decades. This can create a misleading appearance of an increasing trend in tornado frequency.”

Figura 1 – Scala Fujita dei danni da tornado

Misleading in quanto oggi la possibilità di l’osservare i tornado deboli (F0 secondo la scala di danno di Fujita – figura 1) è molto più elevata che in passato, il che dà luogo a un trend fittizio che ci viene mostrato dalla figura 2, tratta da Verbout et al. (2008). In figura 3 si evidenzia infine che negli USA i tornado violenti (categoria maggiore o uguale a 3) mostrano un sensibile trend negativo.

Insomma, ora che il nostro Paese per cultura climatologica è ormai strutturalmente “a Ovest di Paperino” che facciamo? Ci decidiamo finalmente a raccogliere serie storiche in modo serio o continuiamo a procedere per slogan?

Bibliografia

Verbout etal 2008. Tornado outbreaks associated with landfalling hurricanes in the north Atlantic Basin: 1954–2004 Meteorol Atmos Phys 97, 255–271

Figura 2 – Tornado di qualunque categoria (triangoli, interpolati dalla linea di trend continua, in crescita) e tornado di categoria maggiore o uguale a 1 (cerchi pieni, interpolati dalla linea di trend tratteggiata, in lievissimo calo). Il trend positivo si deve dunque ai tornado di categoria F0 ed è dovuto al fatto che oggi le nostre capacità osservative dei tornado deboli sono molto più elevate che in passato, il che da luogo a un trend fittizio (Verbout et al., 2008).

Figura 3 – Serie storica 1954-2018 dei tornado violenti – categoria 3 o superiore (fonte: NOAA).

 

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COP 24: si parte.

Posted by on 08:18 in Ambiente, Attualità, Climatologia, COP24 - Katowice | 13 comments

COP 24: si parte.

Il 2 dicembre 2018 hanno avuto inizio in quel di Katowice, in Polonia, i lavori della 24a Conferenza delle Parti, meglio nota come COP24. In Polonia si assiste ad un formidabile schieramento di tutte le forze che lottano contro il cambiamento climatico di origine antropica: 30.000 (trentamila) tra attivisti, scienziati, politici, rappresentanti delle economie locali e globali discuteranno per circa due settimane intorno alle misure da adottare per rendere operativo l’Accordo di Parigi siglato 3 anni fa in occasione della COP21, e daranno vita ad eventi collaterali di carattere ludico-propagandistico.

La parte del leone la faranno i rappresentanti di 198 Paesi del Mondo che dovranno discutere dei dettagli tecnici necessari per trasformare le dichiarazioni di principio dell’Accordo di Parigi in azioni concrete.

Cerchiamo di capire più in dettaglio gli scopi di questa ennesima conferenza planetaria sul clima.

In primo luogo bisogna rendere vincolanti gli impegni su base volontaria assunti dai sottoscrittori dell’Accordo di Parigi che, oggi come oggi, non valgono neanche la carta su cui sono scritti: nessuno ha il potere di costringere un Paese aderente all’Accordo a mantenere gli impegni presi, in quanto non sono previste sanzioni per gli inadempienti. Ciò significa che bisogna individuare dei protocolli per quantificare le emissioni di ogni Paese aderente all’Accordo e degli strumenti per verificare il rispetto degli impegni assunti da ognuno di essi. Sarebbe necessario, infine, individuare delle sanzioni per colpire quei Paesi che non rispettano gli impegni presi. In secondo luogo bisogna capire in modo definitivo chi pagherà ed in che misura i 100 miliardi di dollari annui da versare ai Paesi in via di sviluppo per consentire loro di implementare le tecnologie idonee a produrre l’energia necessaria, senza aggravare il livello di emissione dei gas serra e porre in atto tutte quelle iniziative in grado di mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Bisognerà, infine, regolamentare l’utilizzo e la conservazione delle principali risorse forestali del pianeta.

Su questi tre obiettivi principali si misurerà il successo o l’insuccesso della COP 24. Ho preferito come mia abitudine precisarli a monte della Conferenza perché, alla fine, di essi si perderà traccia nelle fumose dichiarazioni finali che cercheranno di esaltare gli effimeri successi e tenere in sordina i clamorosi insuccessi. Così è successo in passato e, forse, così succederà anche questa volta. Esistono inoltre tutta una serie di obiettivi minori da raggiungere che riguardano la parità di genere, l’avanzamento della ricerca in ambito climatologico e via cantando. Per ognuno di essi è prevista una sottocommissione con tanto di presidenti, co-presidenti, segretari e funzionari vari.

Per valutare lo stato d’avanzamento dei lavori, si può utilizzare il sito ufficiale dell’UNFCCC che viene aggiornato in tempo reale e che contiene le varie bozze di risoluzione in discussione nelle varie sessioni della Conferenza. Per sondare gli umori dei partecipanti sono molto utili i siti delle organizzazioni non governative che seguono con grande attenzione lo svolgimento dei lavori. I principali organi di informazione italiani e non solo, si occupano saltuariamente della Conferenza ad eccezione di alcune testate straniere che sono più sensibili alle problematiche ambientali (più orientate politicamente, in altre parole) e che dedicano ampio spazio ai resoconti dei lavori.

Vediamo ora quali sono le prospettive dei lavori appena iniziati. La situazione non è delle più rosee e di ciò si è avuto un assaggio nelle conclusioni del recentissimo vertice di Buenos Aires (G20): sul clima non si è raggiunto alcun accordo, per cui si procederà in ordine sparso. Scendendo nel dettaglio, possiamo vedere che gli Stati Uniti d’America, pur partecipando ai lavori, non si sentono in alcun modo vincolati dall’Accordo di Parigi, per cui baderanno solo ed esclusivamente ai propri interessi. I riflettori saranno puntati sulle iniziative dei singoli stati degli USA come la California che assumeranno posizioni opposte a quelle della delegazione ufficiale statunitense, ma ciò che conta sono le decisioni federali e quelle sembrano già prese. Rispetto alle precedenti Conferenze delle Parti, agli Stati Uniti si sono aggiunti il Brasile e l’Australia che non hanno denunciato ancora l’Accordo di Parigi, ma si sono collocati su posizioni simili a quelle degli USA. Il Brasile ha addirittura rinunciato ad organizzare la COP25, prevista per il mese di novembre del prossimo anno. La restante parte dei partecipanti alla COP24 sostiene, a parole,  la necessità di rendere vincolanti gli impegni volontari assunti a Parigi, ma nei fatti li sta violando: le emissioni globali di gas serra non sono affatto diminuite, ma addirittura cresciute rispetto a tre anni fa. La tanto vagheggiata transizione dalle fonti energetiche fossili a quelle rinnovabili è di la da venire: il consumo mondiale di petrolio ha raggiunto il livello più alto della storia sfiorando i 100 milioni di barili al giorno. Nessuno vuole essere pessimista a prescindere, ma, oggettivamente, io non vedo spazi per una inversione di tendenza così drastica, da consentire di raggiungere in dieci anni (2020-2030) un dimezzamento delle emissioni di gas serra.

Molte perplessità suscita, infine, il fatto che la presidenza della COP24 sia affidata alla Polonia che fonda quasi tutta la sua produzione energetica sui combustibili fossili, carbone in testa e che, pertanto, è molto restia ad implementare in modo drastico le politiche necessarie al raggiungimento degli obiettivi previsti negli Accordi di Parigi. I maligni prevedono perciò che la presidenza polacca non si sprecherà più di tanto per raggiungere gli obiettivi prefissati.

Una delle poche note positive riguarda l’Unione Europea che ha già stabilito per legge i livelli di emissione al 2030 anche in quei settori non coperti dal Regolamento del 2003 sulle emissioni (ETS): con due regolamenti entrati in vigore il nove luglio scorso anche l’edilizia, l’agricoltura, le foreste, il cambiamento d’uso del suolo e la silvicoltura devono ridurre le emissioni del 40% rispetto al 1990 entro il 2030. Neanche nell’UE le cose vanno però per il verso giusto: le recenti manifestazioni di piazza in Francia  che hanno avuto come bersaglio le politiche del presidente E. Macron, reo di aver voluto l’imposizione di una carbon-tax sui carburanti, la dicono lunga sugli umori dell’opinione pubblica quando si passa dalle parole ai fatti.

E per finire una breve cronaca della prima giornata dei lavori. Per massimizzare le possibilità di successo, diversi incontri tecnici sono stati anticipati al 2 dicembre, ma l’apertura ufficiale della COP  è avvenuta il 3 dicembre. E’ stata un’apertura di basso profilo, in quanto le varie delegazioni non prevedono la presenza di leader politici di primo livello. Molto eloquente il senso dell’intervento del Segretario Generale dell’ONU Guterres: è venuto meno l’impegno politico che aveva consentito di raggiungere l’Accordo di Parigi.

Altrettanto eloquente il senso della conferenza stampa del presidente polacco Duda che ha escluso per la Polonia una transizione rapida dal carbone alle energie rinnovabili: le riserve polacche coprono l’intero fabbisogno nazionale per i prossimi due secoli e rappresentano, inoltre, una garanzia tanto per la sicurezza energetica della nazione polacca, quanto per la sua sovranità.

Mi sento di dar ragione a Guterres: il clima politico mondiale sta cambiando, ma non nella direzione auspicata dall’ONU.

Piccola nota di colore: a Katowice oggi l’attenzione dei media è stata concentrata sulle performances di sir D. Attenborough e di A. Shwarzenegger, attivisti del movimento che si prefigge la lotta contro i cambiamenti climatici: nessuno dei due è climatologo, ma entrambi hanno diritto di parola perché annunciano il verbo.

Per quel che riguarda gli atti concreti della COP 24, il sito ufficiale dell’UNFCCC ci informa che a tutto il 3 dicembre 2018, sono state adottate le agende dei lavori della sessione principale e delle altre sessioni. Nel frattempo i lavori vanno avanti mentre scure nubi si addensano all’orizzonte.

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Le Previsioni di CM – 03/09 Dicembre 2018

Posted by on 23:09 in Attualità | 1 comment

Le Previsioni di CM – 03/09 Dicembre 2018

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Un profondo vortice è in azione sul Mare di Barents e pilota aria fredda di origine artica sul Mare del Nord, con associate nevicate che dall’Islanda si portano in queste ore in direzione delle Shetland. Più a est resiste la cellula dinamica russa, che costringe le correnti miti atlantiche ad insinuarsi molto più a nord, fin nel cuore dell’Artico dove le temperature aumenteranno sensibilmente, specie tra il Mare di Barents e quello di Kara. In prossimità delle Azzorre si approfondisce una depressione atlantica dalle caratteristiche molto diverse, cui si associa la risalita di aria mitissima che dal Nordafrica muove in direzione dell’Iberia e del Mediterraneo centro-occidentale. (Fig.1).

La settimana sarà caratterizzata da condizioni insolitamente zonali per il continente europeo: westerlies molto tese favoriranno la rimonta del campo in seno al flusso secondario, mentre quello principale scorrerà alle alte latitudini europee praticamente indisturbato. L’Italia resterà per gran parte sotto la protezione anticiclonica, con l’eccezione di un rapido passaggio nuvoloso a metà settimana, e di disturbi che interesseranno i crinali alpini di confine con associate nevicate.

Sul finire della settimana, la zonalità effimera di questi giorni sembra destinata ad un brusco stop per la formazione di un ennesimo anticiclone di blocco alle alte latitudini, tra Mare del Nord e Scandinavia, e con l’Italia interessata da un brusco calo delle temperature e fenomenologia limitata alle regioni di Nord-est e a quelle centrali e meridionali peninsulari.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì Nuvoloso sulle Alpi con nevicate sulle creste di confine, in particolare sulla Valle d’Aosta e (dalla sera) su alta Valtellina e Val Venosta. Nubi e precipitazioni in prevalenza deboli e sparse in rapido movimento dalle regioni centrali peninsulari in direzione del Tirreno meridionale. Prevalentemente asciutto altrove.

Temperature in leggero aumento nei valori minimi, venti occidentali sui bacini di ponente con qualche rinforzo sui settori settentrionali.

Martedì nuvolosità irregolare sulle regioni centrali adriatiche e meridionali peninsulari con precipitazioni sparse e tendenza a miglioramento in serata. Generalmente stabile sul resto del Paese.

Temperature stazionarie, venti di maestrale, tesi sui bacini occidentali e sud-orientali.

Mercoledì condizioni di stabilità su tutto il Paese, con aumento della nuvolosità alta in serata sulle regioni settentrionali.

Temperature in calo al Nord, venti sostenuti di tramontana su basso Adriatico e Jonio, deboli altrove.

Giovedì qualche nevicata al mattino sui crinali di confine alpini. Sottovento la pianura padana, un rapido passaggio nuvoloso scorrerà dalle regioni centrali peninsulari in direzione di quelle meridionali con associati rovesci sparsi. In serata migliora sulle regioni centrali.

Temperature in diminuzione al Centro-Sud. Venti di maestrale sui bacini di ponente, con qualche rinforzo.

Venerdì migliora in mattinata al Sud con schiarite sempre più ampie. Condizioni di stabilità sul resto del Paese.

Temperature stazionarie, venti deboli.

Sabato rapido passaggio nuvoloso con nevicate sulle Alpi centro-orientali e sui crinali di confine occidentali. Piogge, rovesci e nevicate a quote medie in rapido spostamento dalle regioni nord-orientali al resto delle regioni peninsulari, spinte da correnti di maestrale sostenute e con temperature in sensibile diminuzione. Domenica ampie schiarite al Nord e al Centro, e tendenza al miglioramento anche al Meridione. Temperature in ulteriore calo, ventilazione tesa dai quadranti settentrionali.

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OUTLOOK INVERNO 2018-2019

Posted by on 14:41 in Attualità, Meteorologia, Outlook | 12 comments

OUTLOOK INVERNO 2018-2019

Eccoci di nuovo a tentare di tracciare un identikit del prossimo inverno 2018-2019.

In questo articolo non affronterò tutte le tematiche necessarie, piuttosto ci dedicheremo a dare un primo sguardo ai principali indici con cui si tracciano le dinamiche atmosferiche, quanto basta per avere modo di indicare un prima ipotesi per la prossima stagione invernale, lasciando ad articoli successivi i dovuti approfondimenti nonché correggere il tiro dell’outlook stesso.

Doveroso iniziare con lo stato dell’attività della nostra stella. Dal grafico 1 possiamo notare come l’attività solare sia avviata al suo minimo undecennale. Seguendo i grafici 2 e 2a possiamo anche ipotizzare, tramite la curva del modello Solcast sviluppato da Meteo Dolomiti, che la fase di minimo potrebbe essere raggiunta tra il prossimo 2019 e il 2020. Sempre dal grafico 2a possiamo anche notare che il valore di soglia tra un’alta attività e una bassa attività, contraddistinta dalla curva verde, è stato superato nel 2015.

Preso atto di essere entrati in un periodo di bassa attività solare non possiamo non considerare l’andamento della Oscillazione Quasi Biennale (QBO).

Dalla figura 3, inerente la QBO30hPa, possiamo evidenziare il passaggio da una fase positiva ad una negativa avvenuta nel giugno del 2017, fase che fino ad ottobre del corrente anno è rimasta tale seppur in fase di riduzione, indicando la direzione di una nuova chiara fase positiva che verosimilmente potrà consolidarsi verso l’inizio o la metà della prossima stagione invernale.

L’indice QBO negativo e la bassa attività solare sono spesso correlati con un vortice polare stratosferico debole, cosa di cui certamente terremo conto. Il grafico di figura 4, inerente la somma progressiva dell’anomalia dell’indice QBO, è particolarmente utile perché esalta i cambi di segno di medio-lungo periodo evidenziati dalle variazioni di pendenza della curva. Dal 1948 al 1970 l’indice è stato prevalentemente negativo. Dal 1971 l’indice ha assunto connotazione sempre più positive fino alla fine degli anni ’90 del secolo scorso primi anni duemila quando la tendenza si è di nuovo invertita verso un indice contrassegnato da valori maggiormente negativi.

Molto importante è la valutazione dello stesso indice ma alla quota isobarica di 50hPa che si ritiene avere un peso specifico complessivo anche superiore rispetto quello alla quota dei 30hPa vista in precedenza.

Dal grafico 5 possiamo apprendere che l’ingresso nella fase negativa è avvenuto proprio nel gennaio di quest’anno, con il raggiungimento in apparenza di un minimo verso settembre scorso. Se troverà conferma possiamo dire che non tornerà in fase positiva prima della prossima primavera inoltrata.

Seguendo il grafico 6 della somma progressiva dell’anomalia della QBO50hPa notiamo che è avvenuta una inversione da un indice maggiormente negativo verso uno maggiormente positivo a partire dal 1977 e apparentemente ancora in atto salvo scorgere un possibile incipit di inversione di tendenza proprio in coda al grafico. Qui diversamente da quanto visto per la quota isobarica di 30hPa non è così immediato tracciare un possibile andamento multi decennale comunque in ragione di quanto rilevabile in coda al grafico non è possibile escludere un cambio di segno entro i prossimi anni, da cui potremmo azzardare che anche questo indice nei prossimi anni avrà maggiore insistenza temporale nella sua fase negativa rispetto alla fase positiva.

Questa tendenza di lungo periodo deve essere tenuta in considerazione poiché verrà a mutare la capacità di modifica delle onde di Rossby e quindi del complessivo vortice polare, in quattro parole: cambio di massa atmosferica. Considerando che il precedente periodo con indice QBO30hPa prevalentemente positivo ha avuto una durata di circa 30 anni, non possiamo escludere che possa avere la stessa durata la nuova fase negativa. Se così fosse sarebbe lecito attendersi un nuovo cambio verso una fase maggiormente positiva non prima degli anni attorno al 2030. Questa valutazione assolutamente di massima accompagnata dal grafico di prognosi dell’attività solare ci informa che fino al 2030 l’accoppiata bassa attività solare e QBO negativa potrebbe essere prevalente considerando che il superamento di soglia di attività solare alta potrebbe ridursi a soli 4 anni dal 2023 al 2026 compresi. Vista la ipotizzata virata della QBO50hPa verso una fase maggiormente negativa i due indici nei due livelli considerati si troveranno più spesso in fase tra loro. Per inciso non significa che la QBO rimarrà in stato negativo ma piuttosto nella sua ciclicità quasi biennale tenderà a rimanere per un tempo più lungo nella fase negativa rispetto alla fase positiva motivo per il quale i grafici 4 e 6 si riferiscono al dato delle rispettive anomalie.

Ora passiamo alla valutazione di alcuni indici oceanici quali PDO e AMO. Dalle rispettive figure 7 e 8 possiamo evidenziare per il primo una sostanziale neutralità ma con tendenza di medio periodo a calare, mentre per il secondo non si avvertono sostanziali variazioni con il proseguimento della fase positiva.

Per quanto concerne l’indice PDO questo assume una certa importanza poiché si ritiene essere un buon indicatore del regime atmosferico legato alla modulazione dei treni d’onda e, infatti, come vedremo più avanti, è preso in considerazione nel modello IZE per la prognosi sia dell’attività d’onda che dell’indice AO della stagione invernale.

Passando alla valutazione dell’attività convettiva equatoriale non possiamo non valutare l’indice ENSO. Viste le anomalie rilevate lungo il Pacifico equatoriale è bene guardare più attentamente il successivo grafico 9, in cui è rappresentato l’EMI (Enso Modoki Index).

Questo indice assume un aspetto valutativo più importante e se vogliamo interessante rispetto al classico indice ENSO. L’ubicazione delle pozze oceaniche calde e fredde determina una sostanziale variabilità nelle zone di convezione. L’indice ENSO ci suggerisce una fase debolmente positiva ma l’indice EMI, sia pur con ampiezza del segnale assolutamente debole, indica una posizione delle pozze calde maggiormente compatibile ad un ENSO positivo di tipo Modoki. In questo caso la zona con anomalie più calde si trova nell’area centro-occidentale del Pacifico, mentre le zone più occidentali verso l’Indonesia e più orientali verso le coste sud americane presentano anomalie inferiori. In realtà, ed è questo il motivo di un debole segnale Modoki, la parte orientale presenta sempre anomalie positive ma di ampiezza inferiore rispetto al Pacifico centrale.

Per il momento guardiamo al grafico 10 – la Madden Julian Oscillation – senza particolare commento poiché lo riserveremo più avanti in fase di prognosi. Possiamo comunque notare che le fasi con presa di ampiezza interessano le zone 7,8, 1, 2 e 3. Questa sequenza vediamo di rilevarla nella prossima figura 11 al fine di capire se e quanto individuato dal grafico della MJO possa essere un trend dovuto a particolari forzanti.

Dunque, seguendo i vettori del vento alla quota isobarica di 200hPa lungo la fascia compresa tra i 10N e 10S, possiamo individuare le zone caratterizzate da flusso divergente, tracciante moti di aria ascendente e quindi con presenza convettiva, e zone contraddistinte da flusso convergente con moti d’aria discendente, caratteristica della soppressione dell’attività convettiva. Dal grafico si denota una chiara deframmentazione multi cellulare e si individua una circolazione riconducibile ad un ENSO positivo con caratteristiche di tipo modoki con le zone convettive rispettivamente ad ovest ed ad est della fascia centrale del Pacifico equatoriale; questo attiva sia le zone a cavallo tra le aree Madden 7 e 8 che la lunga fascia in zona 1 dalle coste sud americane all’Africa centro occidentale. Un’altra zona favorita è la 3 con passaggio dalla 2. Di questa caratteristica dovremmo tenere conto poiché le zone convettive hanno non poca responsabilità nel determinare le caratteristiche del vortice polare e soprattutto nelle fasi stagionali cruciali.

Infatti guardando le successive figura 12 e 13, inerenti le anomalie di geopotenziale alle quote isobariche di 10 e 30hPa nel mese di ottobre, rileviamo una circolazione a due onde ben modulate dall’azione convettiva equatoriale sopra descritta. Questa caratteristica si ritiene che tenderà a permanere anche nella stagione invernale poiché, come precedentemente discusso, la QBO50hPa è destinata a permanere in fase negativa.

Altro aspetto piuttosto importante ai fini di una evoluzione del vortice polare nella stagione invernale, è stabilire la posizione media del suo asse e il centro di massa rilevato nel mese di ottobre, quando l’insieme delle forzanti troposferiche fissano, quale imprinting caratteriale, una chiara forma e disposizione della struttura del vortice. La figura 14 ci mostra come il vortice tenderà a prediligere, sotto la spinta delle forzanti troposferiche descritte ed in particolare dall’attività convettiva equatoriale, un asse che suggerisce la frequente presenza delle due onde principali, pacifica e atlantica.

Come più volte detto il vortice circumpolare è molto sensibile alle variazione di calore latente e sensibile provenienti dalle zone equatoriali e in questo senso l’attività convettiva è importantissima. Il vortice, dunque, in funzione della diversa quantità di energia disponibile, modifica il numero delle onde e la loro lunghezza nonché la capacità di raggiungere le basse latitudini. Altro importante elemento è Il suo centro di massa, la cui posizione è nei pressi del mare di Barents sulla Victoria Island. Anche in questo caso il centro di massa, in assenza di una modifica delle forzanti troposferiche, durante la prossima stagione invernale tenderà a prediligere quella posizione nelle sue rotazioni favorendo, nel caso di riscaldamento improvviso stratosferico di tipo principale, la sua scissione (split) con conseguenze anche rilevanti.

Per completare questa valutazione di tipo generale esaminiamo le figure 15 e 16 rispettivamente dell’attività d’onda e dell’indice AO previsti dal modello IZE. Ricordo che la previsione dell’indice AO va vista con maggiore prudenza e anche se l’hindcast (periodo di elaborazione dalla stagione invernale 1950-1951 alla stagione invernale 2017-2018) produce un indice di correlazione piuttosto elevato, pari a circa 0,8; questo rimane pur sempre un dato da maneggiare con cura in particolare nei segnali dei singoli mesi (qui non indicati). Sta di fatto che l’indice è previsto piuttosto negativo lungo il trimestre invernale.

Prima di addentrarci nell’analisi dei dati del modello IZE, informo il lettore che l’interpretazione dell’attività d’onda non è cosa così immediata poiché bisogna, per l’appunto, interpretarne il “linguaggio”. Ovviamente, inoltre, dobbiamo lavorare fidandoci della correttezza dell’elaborato. Altro aspetto da tenere in considerazione del modello IZE è la modalità di elaborazione che prevede un dato di output ogni tre giorni lungo tutto il periodo invernale da dicembre a febbraio con una incertezza temporale di ±3 giorni.

Ho indicato nel grafico di figura 15 cinque punti che ritengo nodali.  Il primo punto identifica una buona attività d’onda attesa nei primissimi giorni del mese entrante che probabilmente rappresenta la fase finale della buona attività fin qui riscontrata nel mese di novembre. Questo periodo mostra una complessiva attività dei flussi di calore buona ma non eccessiva, come ben espresso dalla figura 17, inerente l’andamento degli eventi dei flussi di calore opportunamente calcolati su un intervallo di 40 giorni; la curva che li rappresenta è in territorio positivo ma non elevato in valore assoluto.

Questa fase è figlia di una serie di disturbi partiti dalla medio-alta troposfera con propagazione alla media stratosfera. Questa dinamica è perfettamente fotografata da un nuovo indice di “tipo circolazione” visibile in  figura 17a che suggerisco di seguire sempre con molta attenzione poiché aiuta moltissimo a interpretare correttamente non solo la tipologia di circolazione in atto e prevista, barotropica o baroclina nella porzione stratosferica (10hPa trai 60°N e i 90°N), ma anche a stabilirne qualità e peso specifico attraverso la comparazione con la curva della media climatologica del periodo 1950-2016.

Questo grafico evidenzia numericamente il gioco di sponda continuo tra troposfera e stratosfera e suggerisce come i fenomeni stratosferici estremi non sono altro che esasperazioni delle due circolazioni differenti lungo un certo periodo di tempo indotte da chiari impulsi troposferici. Modifiche nello stato di circolazione durante una fase climatologicamente attesa di tipo barotropico possono essere più efficaci delle stesse modifiche durante la fase climatologicamente baroclina. Nella fattispecie si nota come a partire dalla terza decade di novembre i disturbi a carico del vortice polare siano stati tali da obbligare un cambio di circolazione da una precedente di tipo barotropica ad una baroclina, cosa che tradotta significa il passaggio da una circolazione ad una onda a un pattern a due onde con vortice in progressivo indebolimento, ben  evidenziato nelle figure 17b e 17c inerenti l’andamento dell’indice NAM10hPa e del flusso zonale sui 60°N sempre ai 10hPa.

Suggerisco di tenere sempre d’occhio l’indice SEI (acronimo di Stratospheric Extreme Index) che indipendentemente dal valore del NAM ha la capacità di discriminare se un evento stratosferico estremo si è effettivamente realizzato o meno indipendentemente dal valore raggiunto del NAM in riferimento alle rispettive soglie positiva e negativa. Ricordo che questo è particolarmente utile in tutte quelle circostanze definibili ambigue ove il valore di soglia del NAM è stato raggiunto o superato di poco e mantenuto per altrettanto poco tempo (pochi giorni). Questo discrimina fortemente su quanto avverrà in seguito a livello troposferico sia nella tipologia delle anomalie che nella loro durata.

Nel grafico in figura 17b è stata aggiunta la curva dell’anomalia standard del vento zonale alla quota isobarica di 10hPa a 60°N per meglio apprezzare gli effetti, rilevati dal NAM, sulla circolazione e quindi sulla variabilità di intensità del flusso zonale.

Al momento si nota come i disturbi stiano inducendo, e continueranno a farlo ancora nei prossimi giorni fino ai primi di dicembre, una circolazione alla quota isobarica di 10hPa di tipo spiccatamente baroclino ma, e questa è l’informazione più interessante, tale circolazione si scosta notevolmente dalla media climatologica, segno di un’azione troposferica importante e prematura. Infatti in questo periodo la circolazione media dovrebbe essere ancora di tipo barotropico sotto la spinta di una normale azione di raffreddamento radiativo.

Tornando alla prognosi del modello IZE dell’attività d’onda, si nota che dalla prima metà della prima decade di dicembre il modello indica un decadimento dell’attività d’onda e della sua efficacia ma senza azzerarsi; questo è indice di una continua dinamicità troposferica che alimenterà un seppur debole ma continuo disturbo. In questo frangente subiranno una flessione anche i flussi di calore rilevabili a 100hPa tra le latitudini 45°N e 75°N. L’indice NAM10hPa, a seguito di questa dinamica, è atteso in temporanea ripresa dopo il calo riscontrato a partire dalla seconda metà di novembre. La ripresa sarà frutto delle manovre del movimento della prima onda in movimento verso il continente nord-americano che obbligherà il vortice ad una rotazione ed ad un approfondimento che però non si prevede consistente e probabilmente sarà anche di breve durata. Questo movimento produrrà una temporanea ripresa del flusso zonale. Questa fase però non porterà ad una caduta libera del geopotenziale per il motivo sopra indicato.

Questa è la fase determinante, propedeutica a quanto potrebbe avvenire subito dopo. Quanto espresso risulta anche dalla carta in figura 10 della MJO con il passaggio nella fase 3. La previsione dell’MJO di ECMWF (che forse a mio modesto parere anticipa un po’ l’entrata nella fase 3, avrà un duplice compito: il primo di favorire il riassorbimento della prima onda dall’Alaska/Canada occidentale verso l’area aleutinica con relativo incremento del geopotenziale sul comparto siberiano orientale, ed il secondo nel determinare un elevato gradiente orizzontale con convergenza di flusso causando, sul lato siberiano orientale, moti discendenti con compressione adiabatica e quindi riscaldamento con attivazione dei flussi di calore.

La fase 2 sul grafico, che dovrebbe innescarsi approssimativamente in un periodo compreso tra la metà del mese e l’inizio della terza decade di dicembre, si riferisce alla conseguente risposta del sistema con una nuova brusca ripresa dell’attività d’onda che verosimilmente sarà il vero e proprio impulso che si ritiene debba propagarsi verso i piani superiori stratosferici. Il segnale di tale impulso si attende essere ben rilevato tra le quote isobariche di 300 e 200 hPa in un contesto di indice AO oscillante sulla neutralità. In questo caso sarà attivata la seconda onda stratosferica con graduale migrazione del centro di massa del vortice polare stratosferico alla quota isobarica di 10hPa in direzione dell’arcipelago canadese, così come evidenziato dai rilievi del mese di ottobre e visto nel grafico 14 con progressivo approfondimento e abbassamento del geopotenziale e conseguente rinforzo della seconda onda.

Questa dinamica potrebbe portare al collasso del vortice con il realizzo di un evento stratosferico estremo (MMW), che stante l’evoluzione prevista potrà essere di tipo split evidenziato da una caduta libera del NAM10hPa. Quanto descritto si stima possa avvenire tra la fine del corrente anno e più probabilmente in prima decade di gennaio forse già nei primi giorni del nuovo anno, vedi punto 3 nel grafico. A seguire l’attività d’onda sarà la conseguenza dell’avvenuto Major Midwinter Warming. In tal caso sarà il caso di seguire attraverso i deterministici le evoluzioni a livello troposferico poiché il blocco zonale che si potrà produrre alle alte latitudini in progressiva retrogressione dal comparto scandinavo a quello groenlandese potrebbe innescare delle consistenti retrogressioni di aria artica continentale verso l’Europa centrale fin verso il Mediterraneo centrale.

Da considerare anche la probabile interazione con un flusso zonale atlantico basso di latitudine. Il punto 4 si interpreta, seguendo la letteratura in merito, come il momento di minimo valore raggiunto dall’indice AO che potrebbe collocarsi tra la fine di gennaio e i primi giorni di febbraio. Infine il punto 5, che sempre secondo letteratura, si interpreta come il risultato della prima contrazione post MMW, dovuta proprio al conseguente blocco dei flussi di calore e successiva nuova modulazione d’onda frammentata ma presente.

A termine di questo primo articolo il grafico 18  che mostra l’andamento medio invernale e previsto delle isoipse 5350 e 5650 metri lungo il trimestre invernale (dic-gen-feb) espresse secondo l’output dell’attività d’onda del modello IZE.

Seguendo la figura 18 si evidenzia la posizione della prima onda che è prevista portarsi più verso la zona aleutinica rispetto la media climatica e così pure la seconda onda modificando l’intero treno d’onda, il cui posizionamento dovrebbe favorire sia frequenti azioni depressionarie nel Mediterraneo centro-occidentale con frequenti blocchi alle alte latitudini non ben supportati da una matrice chiaramente subtropicale, esponendo il fianco ad azioni fredde orientali o nordorientali  con interazioni con un flusso zonale atlantico secondario basso di altitudine (vedi andamento della 5650 ad ovest del continente europeo).

Nel complesso si denota un certo calo del geopotenziale con maggiore estensione meridionale del vortice polare. Se tale ipotesi dovesse trovare conferma potremmo attenderci i mesi di gennaio e febbraio con valori termici sotto la media sull’Italia centro-settentrionale e in media o lievemente inferiore alla media al sud. Le precipitazioni potrebbero risultare attorno alla media o nel complesso stagionale lievemente superiori.

L’intero assetto infine induce a sospettare che a partire dalla seconda metà della scorsa stagione invernale si stanno concretizzando quelle possibili manovre sostanziali di cambio di massa atmosferico già descritte e discusse nel lavoro di ricerca  “Il Clima del futuro? La chiave è nel passato” nel quale è stato indicato quale possibile cambio di massa, e quindi di circolazione, il periodo successivo al 2018.

Ovviamente seguiremo l’evolversi della situazione per fornire le adeguate correzioni o conferme.

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Un Mese di Meteo – Ottobre 2018

Posted by on 15:22 in Attualità, Climatologia, Commenti mensili, Meteorologia | 0 comments

Un Mese di Meteo – Ottobre 2018

IL MESE DI OTTOBRE 2018[1]

Mentre sul meridione hanno prevalso condizioni di instabilità sul settentrione hanno dominato condizioni di tempo stabile a cui dal 27 è subentrata un fase intensamente perturbata.

Il periodo dall’1 al 26 ottobre ha visto sul Settentrione il prevalere di condizioni anticicloniche interrotte solo dal passaggio di una debole perturbazione atlantica transitata fra 6 e 7 ottobre. Nello stesso periodo il meridione ha invece subito l’influsso  di tre depressioni mediterranee rispettivamente transitate nei giorni 1-3, 18 e 22-23 ottobre. Dal 27 ottobre invece l’intera penisola ha subito l’influsso di una grande saccatura atlantica da ovest che ha determinato condizioni di tempo perturbato fino a fine mese. Per rendere ragione di tali condizioni abbiamo realizzato le topografie del livello di pressione di 850 hPa per il periodo 1-26 (figura 1a) che mostra l’Italia interessata da un promontorio dell’anticiclone delle Azzorre e la carta dal 27 al 31(figura 1b) che evidenzia invece la presenza sul Mediterraneo della suddetta saccatura con afflusso verso la nostra area di masse d‘aria calda di  origine africana. E’ dal confronto fra tali masse d’aria con l’aria artica che confluisce nella saccatura che sono derivate condizioni fortemente perturbate con piogge abbondanti e ventosità localmente accentuata.

Figure 1a e 1b – 850 hPa – Topografie medie mensili del livello di pressione di 850 hPa per il periodo 1-26 e 27-31 ottobre. Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Figure 1a e 1b – 850 hPa – Topografie medie mensili del livello di pressione di 850 hPa per il periodo 1-26 e 27-31 ottobre. Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Una ventosità accentuata con estesi danni da vento si è verificata su Alto Veneto e Trentino Alto Adige il 29 ottobre in coincidenza con il transito di un minimo depressionario chiuso particolarmente profondo che ha dato luogo a venti di scirocco di intensità molto elevata. Al riguardo si riporta in (figura 1c) l’analisi a 500 hPa delle 18 UTC del 29 ottobre scorso.

Figura 1c – Topografia del livello di pressione di 500 hPa per le ore 18 UTC del 29 ottobre 2018.

Si segnala infine che l’analisi circolatoria giornaliera sull’Italia ha evidenziato il transito di un totale di 6 perturbazioni descritte in tabella 1.

Tabella 1 – Sintesi delle strutture circolatorie del mese a 850 hPa. Il termine perturbazione sta ad indicare saccature atlantiche o depressioni mediterranee (minimi di cut-off) o ancora fasi in cui la nostra area è interessata da regimi che determinano variabilità perturbata (es. flusso ondulato occidentale).

 

Andamento termo-pluviometrico

Le temperature medie delle massime mensili (figura 2) hanno manifestato un’anomalia positiva debole o moderata al Centro – Nord mentre al Sud sono risultate nella norma, salvo locali anomalie negative su Sicilia, Sardegna e Calabria.

Figura 2 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Le temperature medie delle minime mensili (figura 3) sono state in prevalenza soggette a un’anomalia positiva debole o localmente moderata. Dalla figura 5 si coglie che la piovosità è risultata abbondante su gran parte dell’area, con anomalie positive su Piemonte sudoccidentale, Liguria, Trentino – Alto Adige, Sardegna, Puglia, Calabria e Sicilia centro-orientale. Anomalie negative a carattere locale si sono registrate invece su Abruzzo, Molise, Lazio meridionale, Toscana centro-settentrionale e Sicilia Occidentale.

Figura 3 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

Figura 4 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 5 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

L’analisi decadale (tabella 2) evidenzia che le anomalie positive delle temperature si sono concentrate nella seconda e terza decade del mese interessando soprattutto il centro-nord. Le anomalie pluviometriche positive si sono invece concentrate nelle prime due decadi al sud e nella terza decade al centro-nord.

Tabella 2 – Analisi decadale e mensile di sintesi per macroaree – Temperature e precipitazioni al Nord, Centro e Sud Italia con valori medi e anomalie (*).

(*) LEGENDA:

Tx sta per temperatura massima (°C), tn per temperatura minima (°C) e rr per precipitazione (mm). Per anomalia si intende la differenza fra il valore del 2013 ed il valore medio del periodo 1988-2015.

Le medie e le anomalie sono riferite alle 202 stazioni della rete sinottica internazionale (GTS) e provenienti dai dataset NOAA-GSOD. Per Nord si intendono le stazioni a latitudine superiore a 44.00°, per Centro quelle fra 43.59° e 41.00° e per Sud quelle a latitudine inferiore a 41.00°. Le anomalie termiche positive sono evidenziate in giallo(anomalie deboli, inferiori a 2°C), arancio (anomalie moderate, fra 2 e 4°C) o rosso (anomalie forti,di  oltre 4°C), analogamente per le anomalie negative deboli (minori di 2°C), moderata (fra 2 e 4°C) e forti (oltre 4°C) si adottano rispettivamente  l’azzurro, il blu e il violetto). Le anomalie pluviometriche percentuali sono evidenziate in  azzurro o blu per anomalie positive rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% e  giallo o rosso per anomalie negative rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% .

L’anomalia termica sopra descritta è confermata dalla carta delle anomalie termiche globali riportata in figura 6a, ricavata da dati MSU e dalla quale si nota che l’anomalia termica positiva si lega a un nucleo di anomalia positiva centrato sull’Europa centro-orientale. In figura 6b riportiamo inoltre la carta dell’anomalia termica globale da stazioni il suolo prodotta dal Deutscher Wetterdienst sulla base dei report mensili CLIMAT che i diversi servizi meteorologici fanno confluire presso la sua sede.

Figura 6a – UAH Global anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile della bassa troposfera. Dati da sensore MSU UAH [fonte Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama in Huntsville – prof. John Christy (http://nsstc.uah.edu/climate/)

Figura 6b – DWD climat anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile al suolo. Carta frutto dell’analisi svolta dal Deutscher Wetterdienst sui dati desunti dai report CLIMAT del WMO [https://www.dwd.de/EN/ourservices/climat/climat.html).

[1]              Questo commento è stato condotto con riferimento alla  normale climatica 1988-2017 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

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El Niño, a volte ritornano…

Posted by on 09:08 in Attualità | 0 comments

El Niño, a volte ritornano…

Manca meno di un mese a Natale, poteva mancare il bambinello? El Niño è appunto in arrivo. Certo, che arrivi il Natale siamo certi al 100%, mentre a El Niño invece WMO e NOAA assegnano “solo” un 80% di probabilità, ma direi che la differenza tra sacro e profano ci sta tutta.

Scherzi a parte, dopo diversi mesi di condizioni di neutralità per le acque dell’Oceano pacifico equatoriale orientale, sono arrivate diverse settimane in segno positivo, in superficie – dove nel mese di ottobre è stata superata la soglia di +0.5°C che definisce appunto condizioni di El Niño – e, soprattutto, sotto la superficie, dove l’anomalia positiva, pur attenuatasi un po’ proprio nel mese di ottobre, persiste da diversi mesi.

Questo significa che sotto la superficie c’è una discreta quantità di calore disponibile per continuare ad alimentare le anomalie superficiali e quindi lascia presagire che l’oceano possa imporre la sua legge nei prossimi mesi. Ci sono però alcuni caveat, soprattutto sul piano atmosferico, perché in realtà El Niño o le oscillazione dell’indice ENSO più in generale, non sono fenomeni di esclusiva pertinenza della componente liquida, ma coinvolgono pesantemente anche la componente atmosferica, che ha un ruolo determinante sia per innescare le variazioni di segno dell’indice, sia per mantenerle e, eventualmente, annullarle.

Il punto è che ad oggi, oltre a non essere noto perché ci sia questa aciclica ciclicità (chiedo scusa ma è esattamente così che funziona) delle condizioni accoppiate tra oceano e atmosfera che interessano il Pacifico, non è neanche noto se i passaggi di segno abbiano l’incipit sull’acqua, nell’aria o, come a volte accade in un mix di entrambe le cose.

In termini tecnici, le condizioni di El Niño sono una profonda alterazione della normalità della circolazione marina e atmosferica sull’area del Pacifico. Nell’aria si passa da un gradiente superficiale della pressione che alimenta gli alisei, quindi da est verso ovest, ad una condizione che li annulla o, in alcuni casi, li inverte di direzione, coinvolgendo quindi la distribuzione della massa atmosferica (alta e bassa pressione invertite di posizione). Nell’acqua, proprio gli alisei attenuati o invertiti attenuano o invertono il trascinamento verso est delle acque più fredde che dalle coste dell’America Latina viaggiano normalmente verso ovest, permettendo all’acqua più calda che si forma in continuazione attorno al continente marittimo di “scivolare” verso est. Ma lo spostamento del calore sull’acqua ha i suoi effetti in atmosfera, ovviamente, come li ha nella formazione delle nubi e delle precipitazioni, cioè nella gestione del calore da parte della componente atmosferica. Di qui l’incertezza sulle dinamiche di innesco.

Tutto questo per dire che se in effetti l’anomalia della temperatura superficiale del Pacifico equatoriale orientale è positiva _ deve esserlo per almeno 3 mesi continuativi perché si parli di El Niño –  l’atmosfera non mostra invece ancora segni di propensione ad accompagnare questa evoluzione, benché, come detto, sotto la superficie ci sia parecchio calore disponibile che potrebbe però non contribuire spostandosi verso est se non dovesse cambiare la circolazione atmosferica.

Di qui la prudenza delle attuali previsioni dei centri che se ne occupano più di tutti, i quali in modo più o meno concorde prevedono che arrivi El Niño per il prossimo inverno (80% di probabilità) e che persista anche in primavera (60% di probabilità), ma con una intensità debole o moderata, cioè con temperature superficiali della fascia equatoriale dell’oceano che non dovrebbero superare gli 1,5°C di anomalia positiva. In sostanza un evento consistentemente più debole di quello che lo ha preceduto nel 2015, che è stato tra l’altro uno dei più intensi della storia recente.

Questo non significa che non si metteranno in moto gli effetti collaterali sulla circolazione atmosferica, quindi sul clima stagionale e sul tempo giornaliero, di tutte quelle zone che subiscono più da vicino gli effetti di queste variazioni. Tutte cose di cui probabilmente dovremo tornare a discutere nei prossimi mesi.

Per approfondire il tema:

  1. Comunicato Stampa dell’OMM
  2. Ultimo outlook della NOAA
  3. Ultima previsione ECMWF
  4. Ultimo post sull’ENSO blog (di gran lunga il più interessante e ricco di informazioni).

Enjoy

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Reality check. Il clima non peggiora ma tutto il resto sì.

Posted by on 07:53 in Attualità | 8 comments

Reality check. Il clima non peggiora ma tutto il resto sì.

E’ autunno e piove in Italia. Spesso tira anche vento. Altrove è sempre autunno e fa anche freddo. Insomma, anche a soffermarsi solo sul nostro emisfero, un posto dove c’è maltempo, anche intenso lo si trova sempre. Quindi sotto coi commenti.

Da corriere.it: Sull’Italia venti veloci come uragani: «Da noi sempre più frequenti

Il popolo di Santi, poeti e navigatori, abbandonata per evidente insuccesso anche la professione di allenatori della nazionale di calcio e dopo una fugace apparizione tra le fila dei meteorologi, sbarca con successo nella pratica della climatologia. E quello di parlare di parlare di climatologia senza dati diventa lo sport nazionale. Venti sempre più forti? Trombe d’aria sempre più frequenti? Danni sempre più ingenti? Chi li ha contate?

Ecco qua, un paper neanche tanto fresco, che quindi qualcuno dovrebbe aver letto, anche perché, guarda il caso, è uscito grazie al lavoro di nostri concittadini e di nostre Istituzioni:

No upward trend in normalised windstorm losses in Europe: 1970–2008

Il tema è quanto mai interessante perché pone il problema della valutazione della capacità di progredire prestando attenzione alla vulnerabilità del nostro modo di vivere. In pratica, presi i pochi dati che sono disponibili in relazione agli eventi di forte ventilazione ed ai danni da essi generati e riportata l’entità di quei danni ai giorni nostri, non si registra alcun trend significativo. Vuol dire che non aumenta il vento? Non necessariamente, ma certamente non vuol dire il contrario. Piuttosto appare chiaro che “l’aumento dell’entità dei danni dipende da fattori sociali e dall’aumento dell’esposizione“.

Ma si parlava di venti di intensità paragonabile a quella degli uragani. Al di là della bestialità di affermare che l’Italia stia diventando come la costa atlantica degli USA, vale la pena vedere cosa succede se si applica lo stesso metodo proprio ai danni provocati dagli uragani. Qui la letteratura è molto più abbondante e, mi si perdonerà la parolaccia, gode anche di consenso, che naturalmente viene ignorato. Il paper più fresco è qui sotto:

Normalized hurricane damage in the continental United States 1900–2017

Dall’abstract:

Consistent with observed trends in the frequency and intensity of hurricane landfalls along the continental United States since 1900, the updated normalized loss estimates also show no trend.

Analogamente a quanto rilevato per la frequenza e l’intensità degli uragani, anche i danni da essi provocati, se riportati all’attualità non mostrano alcuna tendenza, né positiva, né negativa.

Ma il clima (e il tempo) non sono solo vento, trombe d’aria o uragani, sono anche tante altre cose. E’ quindi interessante rilevare come anche l’assessment sul clima appena pubblicato oltreoceano spinga sull’acceleratore più del dovuto. Prima il report:

Con un highlight su cui in molti si sono tuffati a pesce (per esempio Repubblica), quello secondo cui i danni da climatechange potrebbero portare una riduzione del PIL addirittura del 10% negli USA. Neanche Lord Stern, colui che ha letteralmente consegnato la scienza del clima ai mercati aveva osato tanto, la sua stima si fermava infatti al 3% del PIL globale. Qui si parla solo di USA ma, tant’è.

Vale la pena quindi far notare che la faccenda del 10%, pur presente nel report, non è supportata neanche dal peggiore (e più irrealistico) degli scenari climatici, quello definito business as usual, per il quale la stima dell’aumento della temperatura si ferma a circa la metà di quanto necessario – secondo lo stesso report – per arrivare a cotanto disastro economico. Quindi, le stime e le formule utilizzate nel report non supportano le conclusioni del report stesso. Complimenti alla coerenza. Difficile pensare che qualcuno lo possa notare al di là dei soliti noti, come qui sotto.

Da segnalare il fatto che Pielke jr, che ha lanciato la discussione qui sopra e tiene famiglia, concluda così, giusto per fugare ogni dubbio sul suo pensiero in materia di AGW:

PS. Climate change is real, and aggressive mitigation and adaptation make very good sense. Trump is still wrong. Which makes an error of this magnitude so much the worse.

C’erano una volta i dati, ora c’è il climatechange.

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Le Previsioni di CM – 26 Novembre/ 2 Dicembre 2018

Posted by on 23:19 in Attualità | 0 comments

Le Previsioni di CM – 26 Novembre/ 2 Dicembre 2018

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Una vasta area depressionaria a gradiente lasco interessail Mediterraneo centro-occidentale, parte dell’Europa centrale e i Balcani, passando per la penisola italiana. È alimentata da aria fredda di recente origine artica in discesa lungo il fianco dell’anticiclone posizionato sul Mare del Nord, che proprio per effetto del raffreddamento in corso, assume in queste ore caratteristiche termiche. Un vortice atlantico è rallentato nella sua evoluzione zonale dall’ingresso in fase con una profonda depressione più a ovest, con l’effetto di favorire una rimonta anticiclonica dall’iberia in direzione dell’anticiclone nord-atlantico (Fig.1).

Nei primi giorni della settimana l’aggancio anticiclonico andrà a buon fine, e altra aria fredda verrà convogliata di conseguenza sul Mediterraneo a prolungare l’attuale fase di maltempo. Si completerà nel frattempo anche l’aggancio del secondo vortice atlantico, col conseguente approfondimento di una vasta depressione che muoverà verso il Mare del Nord. In risposta dinamica, la componente subtropicale del ponte anticiclonico finirà per prendere il sopravvento su quella termica, con conseguente aumento del campo di massa sul Mediterraneo e deciso miglioramento delle condizioni atmosferiche sulla penisola italiana ma con la formazione di nebbie nelle valli e sulle zone pianeggianti.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì Migliora al Nord con ampie schiarite. Tempo in miglioramento anche al Centro dopo le piogge del primo mattino, in un regime di nuvolosità irregolare più intensa sui versanti tirrenici settentrionali. Nuovo peggioramento dal pomeriggio con precipitazioni intense in movimento dalla Sardegna alla costa del Lazio. Al Sud, piogge e rovesci al mattino sui versanti tirrenici, e schiarite via via più ampie su quelli adriatici e ionici. Dalla sera nuovo intenso peggioramento da ovest, con precipitazioni intense che dal Tirreno meridionale muoveranno verso la Puglia.

Temperature in diminuzione, venti dai quadranti occidentali con rinforzi sui bacini occidentali.

Martedì Schiarite al Nord in un contesto generalmente asciutto con l’eccezione della Romagna dove al mattino insisteranno nuvolosità e precipitazioni nevose in Appennino al di sopra dei 1000 metri, ma con tendenza a miglioramento. Al Centro e al Sud condizioni di spiccata instabilità con precipitazioni che dalla tarda mattinata tenderanno a concentrarsi sui versanti adriatici e a traslare verso le estreme regioni meridionali sotto la spinta di correnti tese settentrionali. Da segnalare le nevicate sull’Appennino centrale a quote superiori ai 1500 metri a inizio evento, in calo fin sotto i 1000 metri in serata.

Temperature in sensibile diminuzione, entra la tramontana su tutto il Paese con rinforzi in particolare su Adriatico, Jonio e Tirreno meridionale.

Mercoledì migliora ovunque, con ampie schiarite al Nord e al Centro, e nuvolosità irregolare al Sud ma con precipitazioni solo occasionali, più frequenti sul basso Tirreno.

Temperature in ulteriore diminuzione al Centro-Sud. Ancora tramontana sostenuta sulle regioni centro-meridionali.

Giovedì e Venerdì generali condizioni di stabilità su tutto il Paese con formazione di nebbie sulle zone pianeggianti e nelle vallate. Tendenza ad aumento della nuvolosità sulle regioni nord-occidentali dalla giornata di Venerdì.

Temperature in aumento nei valori massimi. Venti deboli tendenti a ruotare dai quadranti meridionali sui bacini più occidentali.

Sabato e Domenica i modelli prevedono un rapido passaggio nuvoloso che tenderà ad evolvere rapidamente in minimo chiuso di potenziale sul Nordafrica, con effetti trascurabili sull’Italia e limitati alle isole maggiori. Previsione al momento poco affidabile e che necessita di conferme nei prossimi giorni.

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Ingiusta Causa

Posted by on 06:45 in Attualità | 10 comments

Ingiusta Causa

Il direttore del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, al secolo Erik Solheim, alto funzionario norvegese nonché ex-ministro per l’ambiente e lo sviluppo si è dimesso. Lo ha fatto a seguito di una inchiesta interna che ha rilevato alcuni comportamenti apparentemente non in linea con la sua posizione.

Uno strenuo paladino della lotta al global warming, Solheim ha interpretato il suo ruolo in perfetta sintonia con lo spirito della “nuova ONU” del segretario generale Antonio Guterres, tutta climatismo e immigrazionismo. Già due anni fa, ancora fresco di nomina all’ONU, Solheim esprimeva tutta la sua costernazione per il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi, dolendosi per le nomine di personaggi clima-scettici nella nuova amministrazione, e lanciando un monito perentorio: “vi ritroverete nel Medioevo se negate la scienza!

Il punto è che Solheim i suoi moniti li lanciava tra un’assenza ingiustificata dal lavoro e un volo in prima classe per Parigi, preferibilmente con l’aggiunta di una sosta “tecnica” a casa sua, a Oslo. Le scappatelle di Solheim negli ultimi due anni di lavoro sono state scoperte a seguito di un Audit interno dell’ONU, con findings di questo tenore:

  • Numerose assenze ingiustificate dal lavoro
  • Scelta di itinerari di volo estremamente costosi conditi da soste ingiustificate a Oslo e Parigi
  • 72 giorni trascorsi tra Parigi e Oslo senza nessuna giustificazione lavorativa
  • Assenza dal suo ufficio con sede a Nairobi per il 79% del tempo “lavorato”
  • Spesa complessiva di quasi mezzo milione di dollari in soli viaggi, in 22 mesi di lavoro

Tra le righe del report dell’Audit ci sono vere e proprie perle, come il viaggio “di lavoro” a Parigi per un meeting della durata di un giorno, ma con permanenza estesa ad un mese (ovviamente ingiustificata). Oppure i viaggi aerei su rotte “circolari”, come in occasione di un doppio meeting negli Stati Uniti, allorché al termine della prima riunione a Washington Solheim prese un volo per tornare in Europa, seguito immediatamente da un nuovo volo per partecipare al secondo meeting…a New York. E che dire di quando decise di viaggiare da Nairobi ad Addis Abeba (2 ore di volo diretto) facendo uno scalo “tecnico” a Oslo, appena 7,000 km più a nord?

In apparenza le dimissioni appaiono del tutto giustificate. Ma andando a scavare, si scopre una scomoda verità. In un profetico pezzo pubblicato appena 3 mesi fa, Solheim denunciava le emissioni di gas serra come il rischio più grande per le generazioni future e in ossequio al mantra più gettonato al Palazzo di Vetro, metteva in guardia contro la catastrofe migratoria aggravata dagli effetti del Climate Change con “un miliardo di persone che oggi sono migranti (…) per una serie di ragioni tra cui la pressione demografica, la mancanza di opportunità economiche, il degrado ambientale e nuove modalità di trasporto”.

Ecco, in quel drammatico pezzo di alto impegno umanitario è la prova dell’innocenza di Solheim. Pensiamo a questo povero funzionario norvegese costretto a guadagnarsi da vivere in un ufficio a Nairobi, che avrà pure un clima temperato ma è assediata dai rifiuti, afflitta da problemi sanitari, scarsità di acqua potabile, degrado urbano e sociale. Vogliamo condannare questo pover’uomo per aver cercato rifugio in Europa a godere della frescura della sua amata Oslo, o dell’offerta culturale parigina? E quella storia dei “voli circolari”, poi? Una fake news: si trattava solo delle “nuove modalità di trasporto” citate nell’articolo.

Perché quello che gli auditors dell’ONU incredibilmente non hanno capito, è che per la definizione offerta dallo IOM (ovvero l’Agenzia dell’ONU per le Migrazioni), Erik Solheim è un migrante climatico, ovvero una “persona (…) che per ragioni impellenti legate all’improvviso o al progressivo cambiamento ambientale che ne peggiora le condizioni di vita [n.d.r.: leggi trasferimento a Nairobi], è obbligata a lasciare la propria residenza abituale, o sceglie di farlo, temporaneamente o permanentemente”.

Erik Solheim è innocente: è stato ingiustamente condannato con un processo sommario per il suo status di migrante climatico, per giunta dalla stessa organizzazione che questo status l’ha invent… definito, e che professa di difenderne i diritti. In attesa che questa decisione scandalosa venga ribaltata, e la figura dell’illustre funzionario riabilitata di conseguenza, non resta che accogliere il suo successore con la consapevolezza che anche lui saprà battersi con ardore per salvare il Pianeta dalla CO2.

PS: Vale la pena ricordare che la prossima raccolta fondi organizzata dall’ONU per salvare il mondo dal global warming è fissata tra il 2 e il 14 Dicembre in Polonia, a Katovice. E proprio negli stessi giorni l’ONU terrà a Marrakech la cerimonia per la firma del Global Compact sull’Immigrazione (con annesso fuggi-fuggi di firmatari). Un fine anno coi fiocchi, tra Climate Change e Immigrazione: i cavalli di battaglia della nuova ONU.

Siamo in buone mani. Lunga vita al Global Warming.

 

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Ops, lettura altamente consigliata!

Posted by on 12:07 in Attualità | 5 comments

Ops, lettura altamente consigliata!

Cominciamo dalla fine? Ma sì dai…

[…] our results summarise and rigorously document pronounced quantitative discrepancies between models and observations, which should help guide further DCV research.

E poi andiamo all’inizio…

While climate models exhibit various levels of decadal climate variability and some regional similarities to observations, none of the model simulations considered match the observed signal in terms of its magnitude, spatial patterns and their sequential time development. These results highlight a substantial degree of uncertainty in our interpretation of the observed climate change using current generation of climate models.

Abbiamo letto rispettivamente le ultime frasi della discussion e dell’abstract di un paper appena uscito su Climate and Atmospheric Sciences, una rivista spin off di Nature. Qui sotto titolo e link.

Global-scale multidecadal variability missing in state-of-the-art climate models

Al di là di spiegare che sussiste un “sostanziale livello di incertezza nell’interpretazione dei cambiamenti climatici osservati con l’attuale generazione di modelli”, che derivano da “pronunciate discrepanze quantitative tra i modelli e le osservazioni”, il paper è anche un lavoro di attribuzione. In particolare il focus è sulla variabilità climatica decadale e multidacadale e di come questa sia modulata dalle oscillazioni oceaniche, soprattutto quella atlantica, che si propagano poi nel sistema.

Queste cose, ora su Nature (!), le diciamo da anni, mentre dall’altra parte, il famoso e fumoso 97%, ripete che l’attribuzione è ormai acquisita, proprio grazie all’impiego dell’attuale generazione di modelli.

Strano strano davvero che questa cosa sia uscita quando è ormai vicina la prossima fiera del clim… ehm, Conferenza delle Parti.

Due le cose: o servono appigli per posare il prossimo scontato nulla di fatto su un terreno meno scivoloso, oppure, essendo acclarato che l’Atlantico settentrionale si sta raffreddando, probabilmente in risposta al segnale solare, che qualcuno sta iniziando a mettere le mani avanti.

Nel frattempo leggiamo ;-).

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