Temperature Globali

Trend in atto

Dopo la fine della piccola era glaciale, fase fredda che ha interessato più direttamente il periodo compreso fra il XVII e la prima metà del  XIX secolo, le temperature globali hanno ripreso a salire (“grazie a Dio”, perché fare agricoltura prima che la “perfida azione dell’uomo” iniziasse ad alterare il clima era assai più proibitivo rispetto ad oggi).

Circa l’andamento delle temperature globali al suolo, secondo il dataset internazionale Hadcrut4 per il periodo 1850-2015 (CRU di East Anglia University e Hadley Center), ad una fase di aumento che ha avuto il proprio apice nel 1878 (+0.5°C rispetto al 1850)  ha fatto seguito una fase di decremento con minimo nel 1911 (-0.2°C rispetto al 1850). Ad un nuovo incremento fino al 1945 (che si è collocato a +0.5°C rispetto al 1850) è seguita una diminuzione protrattasi fino al 1976 (anno che a livello globale si colloca a soli +0.1°C rispetto al 1850). Dal 1977 al 1998 le temperature globali sono di nuovo aumentate portandosi nel 1998 a +0.85°C rispetto al 1850. Dal 1998 ad oggi infine si è osservato un lieve aumento residuo che tuttavia non trova conferma nei dati da satellite MSU relativi alla bassa troposfera, e che indicano piuttosto la sostanziale stazionarietà delle temperature globali dopo il 1998.

Occorre evidenziare che la salita delle temperature fino ai valori odierni è stata tutt’altro che continua, nel senso che a un trend di incremento pari a +0.85°C dal 1850 ad oggi si è costantemente sovrapposta una ciclicità sessantennale che ha mostrato minimi negli anni 1850, 1910, 1977 e massimi negli anni 1878, 1945 e 1998. Inoltre si è assistito ad una accentuata variabilità interannuale con la rapida alternanza di annate più calde e più fredde.

Oggi sappiamo che la ciclicità sessantennale è imposta da una ciclicità delle temperature marine che per il Nord Atlantico è espressa dall’indice AMO, fenomeno del tutto naturale, la cui presenza è dimostrata per lo meno per gli ultimi 8000 anni (Knudsen et al 2011). La grande variabilità interannuale è anch’essa un fenomeno del tutto naturale e che deriva dall’alternarsi di regimi circolatori diversi. La sua presenza anche remota ci è mostrata ad esempio dalla serie storica delle date di vendemmia in Borgogna dal 1370 ad oggi (Labbé e Gaveau, 2013).

Sul trend di +0.85°C non possiamo invece escludere l’influenza umana legata all’emissione di gas serra di origine antropica (anidride carbonica, metano, protossido d’azoto) cui si sovrappongono fenomeni naturali come l’attività solare. In tal senso fra le possibili interpretazioni citiamo quella di Ziskin & Shaviv (2012) i quali applicando un Energy Balance Model, hanno stimato che il 60% del trend crescente delle temperature osservato nel XX secolo è di origine antropica ed il 40% e di origine solare. Anche se la scienza non procede di regola per “colpi di maggioranza”, occorre evidenziare che le valutazioni di Ziskin & Shaviv sono confortate dal fatto che il 66% dei 1868 ricercatori operanti in ambito climatologico e intervistati da Verheggen et al. (2014) ha espresso l’idea che le attività antropiche siano all’origine di oltre il 50% dell’aumento delle temperature globali registrato dal 1950 ad oggi.

Aspetti paleoclimatici

Lo studio del paleoclima ci indica che l’olocene è stato interessato da episodi caldi (gli optimum postglaciali) fra cui rammentiamo il grande optimum postglaciale, l’optimum miceneo, l’optimum romano, l’optimum medioevale e la fase di riscaldamento attuale. A tali fasi si sono alternate fasi di “deterioramento” segnate da cali termici ed avanzate glaciali. Per inciso l’uso di “optimum” e “deterioramento” non è affatto casuale e gli optimum erano così chiamati i quanto la vita era più facile, la mortalità più ridotta e le fonti di cibo ed energia più abbondanti. Lo stesso padre spirituale della teoria dell’Anthropogenic Global Warming (AGW), Svante Arrhenius, vedeva nel riscaldamento globale da CO2 un fenomeno positivo poiché in grado di rendere più vivibili e meglio fruibili per l’uomo i gelidi areali nordeuropei, sogno questo che si starebbe oggi avverando.

Il Dissesto Idrogeologico in Italia: Ci Vuole il “Geologo Condotto”

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Il Dissesto Idrogeologico in Italia: Ci Vuole il “Geologo Condotto”

di Uberto Crescenti

Ogni anno, generalmente in autunno, in Italia accadono fenomeni di dissesto idrogeologico (frane e alluvioni) con gravi danni alla popolazione ed al territorio in generale. Il problema si è sempre più acuito nel tempo, a causa dell’intenso sviluppo delle attività antropiche che si sono insediate sul territorio in aree pericolose, tenendo poco conto delle propensioni al dissesto del nostro Paese. La letteratura specializzata, ma anche le notizie di cronaca, sono ricche di informazioni riguardanti questi fenomeni particolarmente frequenti in Italia a causa delle caratteristiche geologiche, morfologiche e climatiche proprie del nostro territorio. Eppure, ormai da diversi anni, ogni volta che accadono eventi catastrofici quale quello recente in Toscana, i mass media affermano che ciò e dovuto al cambiamento climatico causato dalle attività antropiche (in particolare immissione in atmosfera della famigerata anidride carbonica). Ma non è così.

Questa situazione di dissesto idrogeologico ha da tempo sollecitato l’impegno della nostra società che si è realizzato attraverso due itinerari distinti e cioè attraverso la emanazione di leggi da parte dello Stato e attraverso la ricerca scientifica perseguita da strutture nazionali (Università, C.N.R., Servizio Geologico d’Italia e Servizi Geologici regionali). Da tempo ci sono leggi che tutelano la sicurezza della popolazione per quanto riguarda lo sviluppo futuro delle attività antropiche, in particolare urbanizzazioni e aree industriali, che devono realizzarsi in aree idonee e al riparo dal rischio idrogeologico, ma non sempre queste leggi sono state rispettate. La speculazione edilizia purtroppo molto diffusa ha portato in molti casi ad utilizzare aree non idonee. La conseguenza è nota a tutti; assistiamo a calamità che provocano ingenti danni perché sono state urbanizzate aree aventi geologicamente naturali propensioni a subire alluvioni e frane.

Tanto per fornire alcuni dati sul dissesto idrogeologico in Italia, ricordo di seguito alcuni eventi particolarmente disastrosi. Nel 1951 ci fu l’alluvione del Polesine che provocò circa 100 morti, la distruzione di 52 ponti, 170.000 persone senza tetto. Nel 1966 ricordiamo l’alluvione di Firenze, associata anche a frane, con 96 morti, 20.000 persone senza tetto. Nel 1987 le frane della Val Pola in Lombardia, con 40 vittime e 19.500 senza tetto. Nel 1994, alluvione e frane in Piemonte, con 70 vittime, 2.226 senza tetto, 10 ponti distrutti. Nel 1998 i dissesti a Sarno e Quindici con 153 morti e 1500 senza tetto e nel 2000 a Soverato con 12 morti. Per non parlare degli ingenti danni registrati negli ultimi anni in Liguria e Toscana. L’elenco è ancora molto lungo, purtroppo.  Per un quadro, sia pure molto sintetico del problema, si veda la figura tratta da una nota di Canuti, Caciagli e Tarchi pubblicata a Roma nel 2001 nel dossier della XIV Legislatura.

Questa figura ci dà un quadro della notevole diffusione delle frane nel nostro Paese, dei relativi danni e costi, e riporta anche alcuni eventi eccezionali.

In fatto di danni provocati dalle frane, l’Italia è al 2° posto assieme all’India ed agli Stati Uniti, con perdite di 1-2 miliardi di Euro all’anno, mentre per quanto riguarda le vittime siamo al 4° posto nel mondo dopo i Paesi Andini, la Cina e il Giappone, con una media di 59 vittime all’anno (F. Guzzetti 2000, IRPI, CNR Perugia).

Questa rapida rassegna, certamente incompleta, è comunque sufficiente a testimoniare il grave problema del dissesto idrogeologico in Italia per quanto riguarda la salvaguardia sia di beni sia della pubblica incolumità. Le numerose ricerche, l’esperienza del passato, i dati raccolti consentono oggi di affrontare la difesa da queste calamità con approcci nuovi  rispetto al passato. E’ ormai da tutti accettato il concetto che la migliore difesa dagli eventi calamitosi è la previsione dei loro effetti. Si dice: “Bisogna correre davanti alle calamità naturali, non dietro”. Significa, questa considerazione, che è opportuno far prevalere progetti e programmi di prevenzione a quelli di bonifica e consolidamento.

Se in teoria tutti, anche politici ed amministratori, sono d’accordo su questo concetto, in pratica si investe ancora molto di più nel risanamento.

Per dare concretezza a questa mia breve nota ai fini della salvaguardia dagli eventi calamitosi, riporto di seguito alcune considerazioni che tengono conto delle conoscenze acquisite dalla ricerca scientifica.

E’ ormai accettato da parte della comunità scientifica che le notizie storiche sono molto utili ai fini della previsione nelle aree soggette a frane e alluvioni, anzi sono il punto di partenza per una corretta lettura dei fenomeni in esame. Le frane cosiddette di nuova generazione (ossia che avvengono su versanti mai colpiti da questi eventi) sono assai rare, non superano qualche punto percentuale rispetto a quelle che si riattivano lungo versanti già colpiti da questi fenomeni. Per esempio nella Regione Emilia e Romagna sono meno del 5% del numero totale di frane accadute dal 1950 alla fine del secolo. Da qui la grande utilità della ricerca storica.

Altri strumenti abbiamo per la previsione, come la modellazione matematica sulla stabilità di versanti indiziati di fenomeni franosi, il monitoraggio di tali versanti con tecnologie sempre più sofisticate atte a verificare la evoluzione sia di movimenti superficiali sia profondi.

Credo infine sia pleonastico affermare la importanza della ricerca geologica ai fini della previsione delle calamità naturali fin qui considerate, sottolineando in particolare i progressi che ci sono stati nella interpretazione di grandi fenomeni franosi. Desidero ricordare che fenomeni di instabilità di grande dimensione, derivanti dalla evoluzione di lenti movimenti su aree di grande estensione, sono stati bene studiati a partire dal 1980 in poi. Mi riferisco in particolare alle cosiddette deformazioni gravitative profonde di versante, diffuse nel nostro Paese ed evidenziate da specifiche ricerche di vari gruppi di ricercatori italiani e stranieri. Di questi grandi fenomeni legati alla evoluzione geodinamica dei nostri territori, si dovrebbe tenere conto in una prospettiva di pianificazione futura del territorio.

Cosa fare di fronte a questa vera e propria “malattia” del nostro Paese? Potrebbe sembrare che la parola “malattia” sia usata a sproposito. Ma non è così. Il nostro Pianeta è un vero e proprio organismo vivente e come tutti gli organismi viventi è in costante, sia pure lenta, evoluzione. Le montagne nascono, si sviluppano, evolvono, e infine scompaiono, per essere sostituite da altre montagne o da bacini oceanici. Bisogna conoscere in dettaglio questo modo di esprimersi della Natura, prevederne il comportamento per difenderci da quelle variazioni che possono risultare nocive alla comunità. Conoscere per prevenire gli effetti dannosi di queste modifiche. Ogni territorio ha un proprio modo di evolvere, bisogna quindi conoscerne in dettaglio le modificazioni. Le frane e le alluvioni, come tutte le altre calamità naturali (terremoti, vulcani in particolare) rappresentano malattie proprie di ciascun territorio, in relazione alle relative caratteristiche geologiche, geomorfologiche e climatiche.   Per una conoscenza capillare del comportamento di un certo territorio, ecco allora la necessità di affidare tale compito ad un esperto “medico di questo organismo”. E il medico dell’Organismo Terra è proprio il geologo, capace di studiarne la storia evolutiva, il comportamento di fronte ad eventi critici di piovosità e di prevederne le reazioni. Ecco allora il concetto di geologo “condotto”, che vive con il territorio, sa prevederne il comportamento, come ad esempio cosa può accadere quando piovono 50 mm di pioggia, o 100, 200 e così via. Questo controllo capillare, costante, che consente di prevedere, è a mio modesto avviso il modo migliore per difendersi da queste malattie naturali. Si tratta di un controllo a basso costo; piccoli comuni potrebbero consorziarsi per dotarsi di questa figura professionale, cui potrebbe anche essere affidato il parere sulla fattibilità geologica degli interventi sul territorio stesso.

Esistono ormai le competenze, ci sono i progressi degli studi geologici applicativi, perché continuare a non tenerne conto a difesa della pubblica incolumità? E soprattutto non attribuiamo questi eventi al riscaldamento globale che è ormai di moda criminalizzare ad ogni occasione.

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L’acqua va al mare, ma dipende da come ci arriva…

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L’acqua va al mare, ma dipende da come ci arriva…

Breaking news

Confessiamo di non essere da anni utente dei servizi televisivi statunitensi della giornalista RAI Giovanna Botteri, che crediamo di aver lasciato sulla torretta di un carro armato americano il giorno in cui i militari Usa presero Bagdad. Tuttavia la frase pronunciata da lei (o forse da una sua collaboratrice) in un servizio sull’uragano Irma andato in onda questa sera sul TG1 e che ci è stata segnalata da un amico è troppo curiosa per essere passata sotto silenzio:

La paura viene dal mare, il cui livello continua ad alzarsi per le piogge.

Tale frase peraltro porta a ragionare su un problema colpevolmente trascurato e cioè quello per cui un eccesso di precipitazioni possa interferire con il livello degli oceani.

E qui si scopre che in almeno un caso ciò è stato verificato. Il caso è costituito dalle imponenti alluvioni registratesi nell’entroterra australiano fra 2010 e 2011 in occasione della Nina. Tali alluvioni avrebbero infatti interferito con la crescita del livello globale degli oceani, come indicato qui. Peraltro questo fa venire in mente che un bacino chiuso come il Mediterraneo potrebbe prestarsi più dell’oceano ad osservare fenomeni del genere.

Sembra tuttavia che nel caso di Irma un tale fatto non possa sussistere in quanto i cicloni tropicali prosperano su oceani tropicali caldi da cui pompano enormi quantità d’acqua in forma di vapore che vengono poi restituite all’oceano stesso in forma di pioggia rilasciata da migliaia di cumulonembi temporaleschi che compongono i cicloni. Fra questo a dire che l’oceano aumenta di livello in modo significativo c’è di mezzo il mare. In effetti, gli allagamenti delle aree costiere prodotte da Irma sono da un lato dovuti al moto ondoso e dall’altro alla pioggia prodotta dall’uragano che cade nell’entroterra e il cui deflusso avviane lentamente e può essere anche ostacolato dal moto ondoso stesso… ma non solo.

Il fenomeno si definisce Storm Surge. Pur nel contesto di eventi con hanno mai né una sola causa né un solo effetto, tutte cose che concorrono a rendere difficile inquadrarli, nel caso dei Cicloni Tropicali parlare di aumento del livello del mare perché piove è fuori da ogni contesto. Gli allagamenti verificatisi per il passaggio di Irma sono dovuti allo Storm Surge, effetto di innalzamento del livello del mare conseguente al passaggio del minimo. Ad esso concorrono i venti (e l’impossibilità per fiumi e torrenti di restituire lepiogge al mare), la conformazione delle coste, l’accumulo per spinta del moto ondoso e, da ultimo, l’effetto barometro inverso, ovviamente più significativo – sebbene perdente rispetto alle altre cause – nel caso di depressioni molto profonde.

C’è una letteratura abbastanza vasta al riguardo e ci sono studi modellistici che danno ottimi risultati. Tra questi quelli portati avanti dal JRC, che ha messo a punto un modello che gira anche per il nostro territorio. Per chi volesse documentarsi, anche sommariamente, sul sito dell’NHC di Miami, per ogni ciclone tropicale che si avvicina alle coste, ci sono delle mappe interattive molto interessanti sulla previsione di storm surge, sebbene si tratti ancora di strumenti sperimentali. E’ tra l’altro un fenomeno che abbiamo conosciuto anche in Italia più volte, l’ultima nel febbraio del 2015 a Ravenna e dintorni (ma ci sono notizie di eventi di minore significatività con discreta frequenza), con un picco di innalzamento di quasi un metro, che risultò nell’allagamento di alcuni tratti di costa per diverse centinaia di metri verso l’entroterra. In termini assoluti, tecnicamente, è comunque il mare che avanza più che un’impossibilità dell’acqua di defluire. Infatti ai danni dell’allagamento si aggiunge sempre anche il deposito di acqua salata.

Anche in questo caso, come ormai siamo abituati a vedere, sarebbe stata sufficiente una breve ricerca per evitare una magra figura.

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Grandi Giornalisti Grandi Balle

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Grandi Giornalisti Grandi Balle

Oggi, Lunedì 11 settembre alle ore 13, ascoltavo su radio24 la rubrica “America24” dedicata agli USA e tenuta da Mario Platero. La trasmissione la  potete ascoltare qui e queste sono alcune frasi che ho trascritto e che voglio segnalare all’attenzione dei lettori:

Qualcuno su twitter ha scritto che se non è la fine del mondo ci avviciniamo alle grandi prove generali. Qui non mi riferisco solo a Irma. Oggi ci sono 3 uragani in contemporanea, cosa che non accade mai. Dietro Irma ci sono Jose e poi Katia e anche se non sono previsti impatti terrestri, c’è un altro forza cinque. Pensate: dal 1851 vi sono stati solo 3 uragani forza 5 mentre ora ne abbiamo avuti 2 in una sola settimana. E che dire del gigantesco iceberg staccatosi dall’Antartide? La sua superficie è più grande della Liguria… Molti iniziano a pensare che questa non sia una coincidenza e che siano le emissioni umane non contenute…..

Confesso che questi considerazioni mi hanno molto spaventato per l’incisività, l’enfasi retorica e l’autorevolezza che riconoscevo alla fonte. Tuttavia, per un’innata malfidenza rispetto a questo tipo di notizie, sono andato a verificare le statistiche sugli uragani di categoria 5 e questi sono i dati che in 20 secondi 20 ho trovato su Wikipedia:

The list of Category 5 Atlantic hurricanes encompasses 32 tropical cyclones that reached Category 5 strength on the Saffir–Simpson hurricane wind scale within the Atlantic Ocean (north of the equator), Caribbean Sea and Gulf of Mexico. Hurricanes of such intensity are somewhat infrequent in the Atlantic basin, occurring only once every three years on average. Only five times—in the 1932, 1933, 1961, 2005, and 2007, hurricane seasons—has more than one Category 5 hurricane formed. Only in 2005 have more than two Category 5 hurricanes formed, and only in 2007 has more than one made landfall at Category 5 strength.

Insomma: dal 1851 non 3 ma 32 uragani forza 5 e in ben 5 casi (1932, 1933, 1961, 2005, and 2007) più di uno in un solo anno.

Conclusione: una bufala dietro l’altra. Non si può andare avanti istupidendo gli ascoltatori in questa maniera. Io dico che almeno uno sforzo per cercare dati corretti andrebbe fatto, specie da parte delle emittenti che raggiungono milioni di spettatori e quando reperire dati corretti è tanto semplice. Ma evidentemente il difetto sta nel manico e la menzogna è un dato strutturale per un sistema mediatico che peraltro, non vedendo la trave che sta nel proprio occhio, si erge a strenuo accusatore di internet, dipinto come diffusore di bufale.

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Post Scrittum: chissà se Mario Platero vedrà mai qusta pagina. Se così dovesse essere, potrà tornargli utile questa immagine del 1 settembre 1979, quando cinque (5!) sistemi tropicali erano contemporaneamente attivi in Atlantico. Due uragani, una tempesta tropicale e due depressioni tropicali. Ah, com’era bello e buono il tempo prima dell’AGW!
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Five tropical cyclones were active on September 1 – Hurricanes David and Frederic, Tropical Storm Elena, and two unnumbered tropical depressions
By National Oceanic and Atmospheric Administration – http://www.ncdc.noaa.gov/gibbs/image/SMS-2/IR/1979-09-01-00, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=22209212

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Le Previsioni di CM – 11 / 17 Settembre 2017

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Le Previsioni di CM – 11 / 17 Settembre 2017

Le Previsioni di questa settimana sono a cura di Fabio_____________________

Situazione ed evoluzione sinottica

Abbiamo saltato la cosiddetta “burrasca di Ferragosto” ma in compenso abbiamo anticipato un po’ la burrasca autunnale che di solito avviene più in là generalmente al sopraggiungere dell’equinozio. Una vera e propria perturbazione Atlantica con connotati prettamente autunnali ha fatto irruzione sul Mediterraneo centro-occidentale portando un serio guasto del tempo su tutte le Regioni Italiane.

E come di consueto l’aria fredda che segue il sistema frontale al contatto con quella calda preesistente ed un mare surriscaldato durante la stagione estiva sta producendo fenomeni di un certo rilievo, fenomeni temporaleschi molto intensi con numerose fulminazioni e piogge a carattere copioso con valori localmente vicini a 200 millimetri. Nulla di particolarmente sorprendente quello che sta accadendo, è un appuntamento cui non possiamo sottrarci ogni anno, piuttosto dovrebbe ricordarci di avere più cura del nostro territorio e di prendere i provvedimenti necessari perché i disastri provocati da queste forti perturbazioni fossero più contenuti.

Quindi situazione radicalmente cambiata rispetto al mese di agosto, dominato dallo stazionamento dell’anticiclone subtropicale Africano e dal fronte polare molto attivo ma abbastanza alto di latitudine rispetto alle condizioni normali. Dal mese di settembre il fronte ha cominciato ad ondularsi e ad abbassarsi di latitudine, e questa tendenza sembra proseguire anche nelle prossime settimane con ondulazioni importanti foriere di avvezioni fredde verso latitudini più basse e probabilmente anche sul Mediterraneo. Infatti, dopo una pausa di alta pressione che dovrebbe realizzarsi tra mercoledì e venerdì, seguirà una nuova importante ondulazione sul vicino Atlantico con l’elevazione dell’anticiclone delle Azzorre verso nord e la conseguente discesa di un’altra saccatura verso il Mediterraneo centro-occidentale. Tuttavia vista la distanza temporale non si conosce correttamente l’evoluzione di questa ulteriore saccatura che, a naso, potrebbe seguire quella in corso.

La carta della pressione atmosferica e dei sistemi frontali (Fig.1) prevista per le ore centrali di lunedì mostra il passaggio della forte perturbazione; le aree in giallo sono quelle a maggior rischio di precipitazioni intense.

Il tutto andrà esaurendosi entro la giornata di martedì con l’allontanamento verso est-nordest di tutta la struttura.

Previsioni del tempo sull’Italia

Lunedì: schiarite al nordovest e Toscana e Sardegna, mentre ancora molto nuvoloso o coperto al nordest con residui rovesci o temporali, migliora dal pomeriggio-sera. Nuvolosità irregolare sul resto del Centro, Emilia Romagna e Marche con fenomeni temporaleschi in attenuazione durante il pomeriggio. Altrove molto nuvoloso o coperto specie in mattinata con piogge e temporali anche di forte intensità su Campania, Molise, Gargano, Basilicata e Calabria Tirrenica in trasferimento sulle zone Ioniche della Puglia, Salento. Il maltempo sarà un passaggio su queste zone dove comunque non si escludono quantitativi di pioggia importanti specie nelle zone esposte (Campania e Calabria tirrenica e alcune zone della Basilicata e in un secondo momento sull’Abruzzo e Molise e zone garganiche e localmente in Salento). Venti forti dapprima meridionali, si disporranno da nordovest rinforzandosi specie sulle zone Tirreniche. Temperatura in diminuzione specie al Sud e Isole, locali aumenti invece potranno realizzarsi sulle zone Nordoccidentali e la Toscana.

Martedì: passa una nuova perturbazione atlantica sul nord. Nuova intensificazione dei fenomeni temporaleschi su zone pedemontane, Alpi e nordest in genere. Schiarite su basso Piemonte e Liguria. Variabile al centro ma con ampie schiarite; non si escludono locali rovesci su Marche, Umbria e alto Lazio durante il pomeriggio. Nuvolosità irregolare sul resto del Lazio e Campania con residue piogge specie durante il tardo pomeriggio. Altrove variabile ma con assenza di precipitazioni. Venti ancora moderati in prevalenza occidentali o nordoccidentali. Temperatura stazionaria o in lieve flessione al Nord.

Mercoledì: Generalmente sereno o poco nuvoloso su tutte le Regioni con residui annuvolamenti sul basso Adriatico e Salento in mattinata con qualche piovasco. Aumento della nuvolosità in serata sulle regioni Nordoccidentali per il sopraggiungere di una nuova perturbazione Atlantica. Venti occidentali o nordoccidentali deboli o moderati con tendenza a rinforzare da sudovest su Liguria e Piemonte. Temperature in leggero aumento ovunque specie al Sud e Isole.

Giovedì: La perturbazione si addossa sulle Alpi ma non sfonda sull’Italia. Porta piogge e temporali generalmente su Alpi e Prealpi e localmente tra alto Piemonte, Lombardia, Trentino, Veneto. Sul resto del nord nuvolosità irregolare. Al centrosud ampie schiarite, venti deboli e temperature in aumento specie sul meridione dove in alcuni casi si supereranno i 28/30°C.

Venerdì: La saccatura comincia a muoversi verso l’Italia con l’annessa perturbazione. Il tempo peggiora su tutto il nord con piogge e temporali in alcuni casi forti specie su Liguria, Piemonte, Lombardia e Toscana centrosettentrionale e dal tardo pomeriggio in estensione sul Triveneto, Emilia Romagna, Marche ed il resto della Toscana. Sul Centro e Sardegna nuvolosità irregolare ma senza fenomeni. Altrove bel tempo. Venti generalmente di libeccio, intensi al Nord, Centro tirrenico e Sardegna, più deboli sulle zone Ioniche. Temperature in diminuzione al Nord, Toscana, Umbria, stazionaria sul resto del Centro, in ulteriore lieve aumento al Sud con punte di 30°/33°C su Puglia, Calabria e Sicilia.

Sabato: La perturbazione fa passi verso levante, tempo in miglioramento sul Nordovest, continua a piovere sul Nordest ma il maltempo si muove verso sud. Temporali ancora su Toscana e Lazio, Umbria, Marche, Abruzzo e Campania in trasferimento verso il resto del centro-sud a partire dalla tarda serata. Venti ancora intensi di libeccio cominceranno a disporsi dai quadranti nordoccidentali su Liguria, Toscana e Sardegna. Temperatura in ulteriore lieve calo al Nord, Centro e Sardegna, stazionaria ancora al Sud su valori quasi estivi.

Domenica: Migliora al nord, centro e Sardegna mentre condizioni di instabilità al Sud e Sicilia con piogge e temporali di moderata intensità. Venti di maestrale su tutte le regioni più intensi su Tirreno centromeridionale e zone adriatiche centromeridionali. Temperatura in diminuzione anche sensibile al Sud e Sicilia, stazionaria al Centro e nordest, in aumento su Toscana, Liguria e Piemonte.

E’ da considerare una tendenza previsionale quella di sabato e domenica in quanto tutt’ora non è molto chiaro come questa saccatura evolverà sul Mediterraneo.

A presto!

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AAA Medicane cercasi

Posted by on 15:20 in Attualità, Meteorologia | 3 comments

AAA Medicane cercasi

Isteria da uragano, condita da evoluzioni analitiche che possiamo permetterci perché la tragedia sta accadendo ben lontano da noi, benché la comunicazione globale ce la faccia sentire molto più vicina.

E sì che di problemi meteorologici ne avremmo in abbondanza, come la cronaca di questi ultimi giorni ha purtroppo testimoniato. Però, mentre la scena meteorologica era ancora presa tutta dalle evoluzioni dell’uragano Irma, ecco che il peggioramento atteso sul nostro Paese è stato così annunciato da un noto sito di informazione meteorologica:

Allerta Meteo, non solo Irma: conferme sull’Uragano Mediterraneo di Lunedì 11 Settembre nel mar Tirreno, maltempo violentissimo sull’Italia.

Gli uragani Mediterranei si chiamano appunto Medicane e, con buona pace di quanti soffrono di eterno provincialismo, pur essendo simili in struttura, hanno poco a che vedere con quelli che si formano nella fascia intertropicale. Sono molto più piccoli, durano molto meno e di norma non vanno oltre la categoria 1 della Scala Saffir Simpson, restandoci per pochissimo tempo. Questo per ragioni di latitudine, perché da noi gli effetti della forza deviante impediscono al sistema di mantenere l’equilibrio tra energia acquisita dalla superficie del mare e energia spesa con le piogge e con il vento. Tra l’altro, mentre gli uragani veri e propri nascono in ambiti dove la circolazione atmosferica è lasca e non produce forzanti, i medicane si originano nella maggior parte dei casi per effetto di un intenso forcing della circolazione atmosferica in coda a sistemi freddi tipicamente extra-tropicali, dai quali poi si staccano assumendo vita propria (breve!). Che poi possano acquisire temporaneamente la caratteristica a “cuore caldo” tipica dei cicloni tropicali è più un effetto di imprigionamento da parte del minimo dell’aria calda delle occlusioni che la testimonianza di un “motore caldo” per il sistema.

Ora veniamo al dunque, e chiedo venia per la digressione tecnica. La caratteristica dei Medicane di aver luogo alla scala mesoscala (tipicamente da poche decine a poche centinaia di chilometri) fa sì che questi possano essere intercettati solo dai modelli che appunto lavorano a quella scala spaziale, i cosiddetti Modelli ad Area Limitata (LAM) che però soffrono di un drammatico calo dell’attendibilità già oltre le 48 ore (72 è il massimo ed è già un azzardo).

Quindi, venerdì 8 settembre, parlare di uragano mediterraneo – che già è un errore abbastanza grave per le ragioni di cui sopra – era un totale salto nel buio. E infatti, quando siamo entrati nel range di buona confidenza dei modelli LAM, del minimo che forse avrebbe potuto evolvere in un Medicane è scomparsa ogni traccia.

Questo, naturalmente, non ha impedito al sistema frontale giunto sull’Italia di generare eventi di forte intensità come i sistemi convettivi a mesoscala, quelli sì, purtroppo assolutamente endemici per l’areale mediterraneo, per commentare i quali non c’è nessun bisogno di scomodare il leviatano.

Post Scrittum:

Il Medicane previsto venerdì era sul Tirreno, ora, sempre dallo stesso sito si rilancia per Calabria e Sicilia, sempre per lunedì, quando passerà sullo Jonio la discontinuità frontale. Vabbè…

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Percezione, Media e senso critico

Posted by on 14:08 in Attualità, Climatologia, Meteorologia | 6 comments

Percezione, Media e senso critico

Dal sito web di Sergio Pinna, una breve ma significativa dimostrazione sull’assenza di una relazione dimostrabile tra le tendenze climatiche recenti e gli eventi estremi. L’esercizio è semplice, chi avesse accesso a dati simili ci farebbe cosa gradita contribuendo alla discussione.
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Invece di bere tutto quanto ci viene propinato dai media, impariamo a sviluppare un po’ di senso critico

Fra i dogmi più granitici della teoria del “clima impazzito” vi è senza dubbio quello della correlazione diretta, negli ultimi decenni, fra aumento delle temperature ed incremento degli eventi pluviometrici estremi, sia per frequenza sia per entità. Eppure non è certo molto difficile verificare la falsità di tale assunto; in questa breve nota ne do un esempio basato sui contenuti del bellissimo sito tedesco www.wetterzentrale.de, nel quale è presente un archivio dati con una sezione dedicata ad eventi meteorologici estremi in stazioni della Germania e dell’Olanda. Sono considerate le città di Karlsruhe nella prima e De Bilt nella seconda; si badi bene che questa è una verifica che richiede soltanto pochi minuti.

Anche senza analisi statistiche, un semplice esame qualitativo dei due grafici (direttamente ottenuti dal suddetto sito web) dimostra come non si sia determinata nel corso del tempo alcuna tendenza apprezzabile all’incremento della densità (frequenza degli eventi estremi) e dell’altezza (entità degli stessi) delle barrette. Se quanto asserito da vari esperti e ripetuto ossessivamente dai media fosse vero, in serie storiche così lunghe la cosa dovrebbe necessariamente risultare palese; il fatto che non appaia nulla ci dice che il dogma da granitico è derubricato ad argilloso ed anche con elevato contenuto di umidità . . . . . .

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E dopo le bombe d’acqua… gli uragani nucleari!

Posted by on 09:45 in Attualità | 17 comments

E dopo le bombe d’acqua… gli uragani nucleari!

L’uragano Irma è tra Haiti e Cuba, il sistema continua a sostenere la categoria 5, il valore più alto della scala di riferimento, la Saffir Simpson. Negli USA, il cui Stato della Florida sarà colpito presumibilmente nel pomeriggio di domani. le autorità stanno facendo grandi sforzi per preparare la popolazione al peggio. E i media sono “sull’osso”. Irma non è più Irma, è Stormageddon, Nuclear Hurricane, Beast… e ne sentiremo altre ancora. Tappatevi le orecchie, anche perché nel Golfo del Messico c’è un altro sistema, Katia, e in Atlantico c’è Jose, sulla stessa rotta di Irma.

Se volete avere informazioni chiare su cosa stia accadendo e quale sia l’evoluzione del sistema, il riferimento assoluto è il National Hurricane Center della NOAA… Che però è a Miami e che si spera ardentemente abbia un back-up, perché la città potrebbe essere sulla rotta dell’occhio del ciclone. Ad ogni modo, le immagini e le previsioni più dettagliate e attendibili vengono da lì. Altro riferimento l’account Twitter di Ryan Maue, meteorologo free lance americano che studia questi eventi da sempre.

E’ durata incredibilmente dodici anni la “siccità” di uragani sugli Stati Uniti, ma sicuramente nessuno pensava che ci sarebbe stata una ripresa di tale portata. Tra l’altro, pur avendo la NOAA previsto una stagione intensa in termini di numero di eventi e pur essendo questo il periodo di picco della stagione degli uragani, tutto questo sta accadendo in assenza di forzanti stagionali di rilievo, data la prolungata fase di neutralità dell’indice ENSO nell’area del Pacifico. Del resto forse la chiave di lettura sarà proprio questa, ovvero le condizioni di “normalità” rispetto alle oscillazioni dei grandi pattern climatici, che finiscono per generare l’ambiente ideale per il manifestarsi di eventi che si possono definire in tutto e per tutto autonomi, essendo delle macchine termiche quasi perfette.

Ad ogni modo, se fin qui Irma ha avuto molto spazio sui media, quando arriverà sulla Florida l’impazzimento sarà totale e per molti versi giustificato. Staremo a vedere.

 

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Malaria, Global Warming e la Santa Ignoranza

Posted by on 06:00 in Ambiente, Attualità, Climatologia | 13 comments

Malaria, Global Warming e la Santa Ignoranza

Se l’Italia fosse un paese serio esigerebbe che chi fa il giornalista alla RAI avesse un minimo di conoscenza della nostra storia, quantomeno per evitare l’infortunio in cui è incorsa la giornalista del GR1 Tiziana Ribichesu la quale, parlando della triste vicenda della bimba trentina morta ieri di malaria a Brescia, ha affermato che “se il clima anche da noi diventa equatoriale, con tanto caldo e forte umidità, le zanzare anofele trovano condizioni molto favorevoli”.

Tale affermazione infatti trascura totalmente il fatto che l’Italia è paese soggetto alla malaria fin da epoche remote. Di malaria (il cui nome internazionale è guarda caso un termine italiano) soffrirono infatti gli etruschi e poi i romani e alla presenza di vaste aree malariche nei fondovalle si deve ad esempio il fatto che le nostre città erano spesso allocate su colli e montagne.

Nonostante i grandi sforzi volti  a contenere tale flagello (e al riguardo ricordiamo fra gli altri il contributo determinante del grande malarialogo Giovani Battista Grassi – https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Battista_Grassi) il problema si mantenne fino agli anni 50 del XX secolo allorché, in tempi evidentemente non sospetti di global warming, l’Italia vantava ancora una mortalità da malaria particolarmente elevata, specie in Sardegna e in vaste aree del meridione.

Nei secoli scorsi la mortalità da malaria era peraltro elevata anche nell’Europa del centro Nord. Al riguardo ricordo che a Londra nel 1658 (e dunque nella piccola era glaciale) muore di malaria contratta sul Tamigi Oliver Cromwell e che fino almeno al XIX secolo erano importanti aree malariche il circondario di Cambridge in Inghilterra e di Goteborg in Svezia (Reiter, 2000, 2005 e 2008). Ricordo anche le tremende epidemie di malaria che colpirono a  più riprese l’Unione Sovietica negli anni 20 del XX secolo con 10 milioni di casi l’anno e 600mila morti.

En passant rammento che l’anemia falciforme che ancor oggi colpisce molti nostri concittadini dev’essere letta come un’eredità genetica lasciataci dalla malaria.

Già, ma se non occorre conoscere la storia del nostro Paese e più i generale quella europea per diventare giornalista RAI cosa occorrerà mai allora? Forse l’asservimento all’ideologia dominate che vede nel global warming la causa di tutti i mali? Noi che grazie a Dio non abbiamo di questi problemi, possiamo permetterci di dire che negli anni 50 la malaria fu sconfitta grazie a un rimedio non “politicamente corretto” che si chiama DDT (Zanzare, malaria e DDT: note storiche su un caso di damnatio memoriae) e che da allora un elemento chiave sono le politiche sanitarie volte a limitare gli areali adatti alla presenza e alla moltiplicazione della zanzara anofele.

Ci auguriamo pertanto che la triste vicenda dalla bimba trentina non coincida more solito con ondate di stupidità collettiva orchestrata dai media ma viceversa consenta una volta tanto di ragionare sulle cause che hanno fatto sì che l’Italia, paese malarico fin da tempi remoti, sia da 70 anni quasi del tutto indenne da tale flagello.

Bibliografia

  • Gilioli G. e Mariani L.,  2001. Sensitivity of Anopheles gambiae population dynamics to meteo-hydrological variability: a mechanistic approach, Malaria Journal201110:294
  • Reiter P., 2000. From Shakespeare to Defoe: Malaria in England in the Little Ice Age [disponibile in rete al sito http://www.cdc.gov/Ncidod/eid/vol6no1/reiter.htm]
  • Reiter P., 2005. Memorandum to the UK parliament, https://publications.parliament.uk/pa/ld200506/ldselect/ldeconaf/12/12we21.htm
  • Reiter P., 2008. Global warming and malaria: knowing the horse before hitching the cart, Malaria Journal20087(Suppl 1):S3 (https://malariajournal.biomedcentral.com/articles/10.1186/1475-2875-7-S1-S3
  • Sallares R., 1999. Malattie e demografia nel Lazio e in Toscana nell’antichità, Demografia, sistemi agrari, regimi alimentari nel mondo antico, Atti del Convegno Internazionale di Studi (Parma, 17-19 ottobre 1997), a cura di Domenico Vera, EDIPUGLIA, 131-188.
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Il MOI (Mediterranean Oscillation Index)

Posted by on 06:30 in Attualità, Climatologia | 15 comments

Il MOI (Mediterranean Oscillation Index)

Riassunto: Viene descritto il MOI, indice di oscillazione mediterranea, nelle due versioni che riguardano la differenza normalizzata di pressione tra Algeri-Cairo e Gibilterrra-Israele. Entrambe confermano una dicotomia che divide in due il Mediterraneo, come verificato nella pendenza del livello del mare negli anni ’80 del secolo scorso. Si confrontano brevemente MOI e NAO e si mostra una somiglianza solo parziale tra i due indici.
Abstract: MOI, Mediterranean Oscillation Index, is described in its versions, i.e. Algiers-Cairo and Gibraltar-Israel sea-level pressure difference. Both confirm a separation between west and east regions of the Mediterranean Sea as the tide gauge slope in the 80’s has already shown. Also, MOI and NAO are compared and only a partial similar appearance is shown between those indices.

In un precedente post sulla identificabilità dello shift climatico degli anni ’80 del secolo scorso nei dati mareografici del Mediterraneo, un commento di Luigi Mariani aveva aperto la possibilità di usare l’Indice dell’Oscillazione Mediterranea (MOI) (Conte et al.,1989) per confermare una netta dicotomia tra le parti occidentale e orientale del Mediterraneo da lui evidenziata in base a ispezione visuale della variazione del livello marino negli anni ’80. Mariani aveva identificato la variazione come positiva, negativa o nulla e notato che tutte le stazioni mediterranee (23, a cui è stata aggiunta Bakar, Croazia) mostrano una pendenza positiva o nulla a occidente dell’Italia e negativa o nulla ad oriente. La mappa prodotta da Mariani è visibile nei commenti al post citato (il segno positivo per Algeri è sicuramente un refuso perché non sono disponibili dati di livello marino per questa stazione). In fig.1 riproduco la mappa di Mariani (con +,-,= che indicano i tre livelli di pendenza considerati).

Fig.1: Localizzazione geografica delle 24 stazioni con indicata la pendenza del livello marino negli anni ’80. Si noti che le stazioni del Mar Nero sembrano confermare la divisione osservata nel Mediterraneo. Nella mappa sono visibili 23 stazioni ma ci sono due stazioni per Alicante.

In questo post mi propongo di rappresentare l’Indice di Oscillazione Mediterranea (Mediterranean Oscillation Index o MOI) per tentare di capire le sue caratteristiche, anche considerando che non sono in grado di accedere al lavoro in cui l’indice viene definito (Conte et al., 1989), pubblicato in un volume dell’Accademia delle Scienze finlandese. Ho scritto all’Accademia chiedendone una copia e attendo fiducioso.

Il MOI è disponibile nel sito CRU (Climate Research Unit) in due versioni basate sulla differenza normalizzata di pressione a livello del mare (SLP) tra Algeri e Cairo (MOI1) e tra Gibilterra e Israele (MOI2). I dati giornalieri attualmente disponibili vanno dal 1.1.1948 al 31.12.2016 e sono costituiti da 25203 linee per ogni serie. Per entrambe le serie ho calcolato le medie mensili che mostro, insieme ad un filtro passa-basso di base 13 mesi, nelle figg. 2 (pdf) e 3 (pdf).

Fig.2: Medie mensili di MOI1 (grigio chiaro). La linea rossa è un filtro passa-basso con finestra pari a 13 mesi che approsimativamente rappresenta l’andamento annuale dell’indice.

Fig.3: Medie mensili di MOI2 (grigio chiaro). La linea rossa è un filtro passa-basso con finestra pari a 13 mesi che approsimativamente rappresenta l’andamento annuale dell’indice.

In fig 4 (pdf) viene mostrato il confronto diretto tra le serie filtrate

Fig.4: Confronto diretto tra le serie MOI1 e MOI2 filtrate su 13 mesi. Nel grafico sono anche riportati i valori medi e la rispettiva deviazione standard. L’errore relativo è superiore al 100% per MOI1 ed è circa il 90% per MOI2. MOI1 presenta massimi positivi per 13 volte e MOI2 per 11 volte in 68 anni.

Come si vede dalle ultime tre figure, il valore medio dell’indice è negativo, indicando così che la pressione delle stazioni orientali (Cairo e Israele, aeroporto Lod) è maggiore di quelle occidentali. La fig.1 mostra quindi che le zone a pressione inferiore hanno livelli marini che negli anni ’80 sono cambiati in senso positivo (sono cresciuti) mentre il contrario è successo per le areee con pressione inferiore. Dalla stessa figura si nota anche che, malgrado la mancanza di dati mareografici in loco, l’Italia sembra essere il “separatore” tra le zone a pendenza positiva e negativa del livello marino almeno negli anni ’80 e, si potrebbe pensare, tra le zone di maggiore e minore SLP. Quest’ultima affermazione mi sembra debole in quanto se è possibile immaginare differenze di pressione atmosferica al di quà e al di là dell’Italia causata dalla presenza della catena appenninica, il MOI dipende debolmente da catene montuose (Sicilia meridionale, forse qualche rilievo del sud della Grecia per MOI2; la catena dell’Atlante per MOI1); la debolezza della dipendenza (se una dipendenza esiste davvero) è sottolineata anche dalla notevole somiglianza tra i due MOI che non permette di immaginare cause diverse per le due serie.

Senza voler sottolineare con troppa enfasi il fatto, dalla fig.4 si vede che il maggior picco positivo (e negativo) per MOI2 e uno dei maggiori per MOI1 si ha in corrispondenza di una fluttuazione triennale, tra il 1987 e il 1989, che separa una crescita circa decennale dei MOI da una loro decrescita di pari estensione temporale. Immaginare una fase di aumento negli anni ’80 (in corrispondenza dello shift climatico), seguita da una fase di diminuzione negli anni ’90 è facile anche se si osservano altri periodi di cambiamento di pendenza (ad esempio quello che termina con il minimo relativo del 1978).

In fig 5 (pdf) viene mostrato lo spettro MEM dei dati filtrati (circa annuali) delle due serie che ancora mostrano notevoli somiglianze, insieme a qualche diversità.

Fig.5: Confronto tra gli spettri MEM (Massima Entropia) dei due MOI: accanto a molte similitudini, il massimo di periodo 1.2 anni è presente solo per MOI1, come si vede anche negli spettri singoli nel sito di supporto.

Il massimo spettrale di periodo 3.4 anni, il più potente per MOI1 e il secondo per MOI2 ricorda i simili massimi di El Niño (3.5-3.6 anni) identificati nelle diverse regioni del Pacifico in questo post, fig.5, su CM. Anche il massimo principale di MOI2 a 1.2 anni è simile al massimo di 1.5 anni di El Niño.

Legame tra MOI e NAO
Generalmente si considera esistente un legame tra MOI e NAO (North Atlantic Oscillation), mentre in Lionello et al, 2006 (in particolare nell’introduzione al volume) la relazione tra i due indici viene considerata debole, con ENSO a fare la parte del leone tra le numerose teleconnessioni individuabili, ad esempio quella tra Mediterranneo occidentale e Sahel. In particolare, nella sua debolezza, viene considerata più importante la serie invernale di NAO (DJFM).
Per verificare la presenza o meno di tale relazione mostro in fig.6 (pdf) le serie MOI1 (scalata arbitrariamente) e NAO DJFM e i rispettivi spettri MEM.

Fig.6: Confronto tra MOI1 e NAO invernale. Da notare che mentre per NAO si tratta delle medie annuali, per MOI1 si utilizzano i dati filtrati a 13 mesi, simili ma non uguali alle medie annuali. NAO è disegnata in arancio nel quadro superiore e in verde in quello inferiore. La serie NAO si trova in http://www.cru.uea.ac.uk/cru/data/nao/nao.dat e si usa con l’aggiornamento di Osborne fino ad aprile 2017. La parte invernale della serie è stata ricavata da FZ.

Il confronto tra le due serie appare buono a partire dal 1980 e genericamente non buono prima di questa data, a parte alcuni brevi tratti. Gli spettri non sembrano in accordo: forse solo i massimi a ~5 e ~11 anni mostrano una coincidenza, mentre quello a 5.7 anni % molto più debole in NAO. In particolare i più potenti massimi di MOI1 non coincidono con quelli di NAO. Lo stesso confronto per MOI2 è disponibile nel sito di supporto.

Conclusioni
L’indice di oscillazione mediterranea MOI mostra una differenza media di pressione quasi costante nel tempo, dal 1948 al 2016 e quindi una dicotomia pressoria tra le due parti del Mediterraneo che si possono supporre separate dal Canale di Sicilia (v. anche Diodato e Bellocchi, 2010). La pendenza delle variazioni del livello marino nel Mediterraneo durante gli anni ’80 del secolo scorso sembra confermare questa differenza est-ovest. Le due serie del MOI disponibili presentano una notevole somiglianza e fanno supporre una causa comune per la variazioni di SLP sia della parte meridionale (Algeri-Cairo) che della parte centrale del Mediterraneo (Gibilterra-Israele). La relazione con NAO invernale non appare particolarmente significativa, anche se si possono individuare alcune somiglianze nella parte più recente di entrambe le serie.

Tutti i grafici e i dati, iniziali e derivati, relativi a questo post si trovano nel sito di supporto qui.

Bibliografia

 

  • Conte, M., Giuffrida, A. and Tedesco, S., 1989: The Mediterranean Oscillation. Impact on precipitation and hydrology in Italy Climate Water., Publications of the Academy of Finland, Helsinki
  • Diodato N., Bellocchi G., 2010: Storminess and Environmental Changes in the Mediterranean Central Area , Earth Interactions, 14, 1-16.doi:10.1175/2010EI306.1
  • P. Lionello, P. Malanotte-Rizzoli, R. Boscolo (eds), 2006. Mediterranean Climate Variability, Elsevier, Amsterdam. Per un’introduzione al clima del Mediterraneo vedere ad es. Lionello et al., The Mediterranean Climate: An overview of the main characteristics and issues, pagg. 1-26. Il volume è parzialmente disponibile su Google books cercando la prima bibliografia (Conte et al.,1989).

 

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Spiegazioni (parziali) sotto al naso

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia, Meteorologia | 4 comments

Spiegazioni (parziali) sotto al naso

Premessa: una correlazione NON è un rapporto di causalità, ma rappresenta certamente un buon indizio o, se credete, un interessante spunto di ricerca.

Su WUWT è apparso ieri un breve lavoro di confronto tra l’andamento dell’indice AMO (Atlantic Multidecadal Oscillation), che regola le oscillazioni multidecadali delle temperature superficiali del bacino sovraimposto, eventualmente a trend di più lungo periodo, con l’andamento dell’indice ACE (Accumlated Cycloine Energy) con cui si misura nel tempo l’energia sprigionata dagli uragani.

https://wattsupwiththat.files.wordpress.com/2017/09/clip_image0081.jpg?w=838

La correlazione è piuttosto solida, cosa che non stupisce dal momento che la temperatura superficiale è uno (non l’unico certamente) degli ingredienti della ricetta degli uragani, se non per il loro incipit, certamente per le fasi di intensificazione e sostentamento.

Il problema è che le origini delle oscillazioni riassunte dall’indice AMO non sono note, né attualmente queste variazioni possono essere efficacemente riprodotte con l’approccio modellistico.

Se si tiene conto della persistenza nel tempo delle oscillazioni dell’AMO, ne deriva che qualsiasi altra speculazione che con molta fretta cerca di attribuire le dinamiche recenti di questi eventi ai cambiamenti climatici è quantomeno miope.

Forse concentrando gli sforzi su quanto è già noto, si otterrebbero risultati migliori di quanto non accada ipotizzando una generica dipendenza di questi eventi da non meglio specificate derive incontrollate del clima.Il tutto alla luce del fatto che queste ipotesi negli ultimi anni hanno miseramente fallito il bersaglio, prevedendo tempeste sempre più numerose e intense che non sono mai arrivate (qui, sempre su WUWT).

Da tenere a mente, specie quando tra qualche giorno un altro uragano – Irma – avrà completato l’attraversamento dell’Atlantico e sarà sui Caraibi.

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