Temperature Globali

Trend in atto

Dopo la fine della piccola era glaciale, fase fredda che ha interessato più direttamente il periodo compreso fra il XVII e la prima metà del  XIX secolo, le temperature globali hanno ripreso a salire (“grazie a Dio”, perché fare agricoltura prima che la “perfida azione dell’uomo” iniziasse ad alterare il clima era assai più proibitivo rispetto ad oggi).

Circa l’andamento delle temperature globali al suolo, secondo il dataset internazionale Hadcrut4 per il periodo 1850-2015 (CRU di East Anglia University e Hadley Center), ad una fase di aumento che ha avuto il proprio apice nel 1878 (+0.5°C rispetto al 1850)  ha fatto seguito una fase di decremento con minimo nel 1911 (-0.2°C rispetto al 1850). Ad un nuovo incremento fino al 1945 (che si è collocato a +0.5°C rispetto al 1850) è seguita una diminuzione protrattasi fino al 1976 (anno che a livello globale si colloca a soli +0.1°C rispetto al 1850). Dal 1977 al 1998 le temperature globali sono di nuovo aumentate portandosi nel 1998 a +0.85°C rispetto al 1850. Dal 1998 ad oggi infine si è osservato un lieve aumento residuo che tuttavia non trova conferma nei dati da satellite MSU relativi alla bassa troposfera, e che indicano piuttosto la sostanziale stazionarietà delle temperature globali dopo il 1998.

Occorre evidenziare che la salita delle temperature fino ai valori odierni è stata tutt’altro che continua, nel senso che a un trend di incremento pari a +0.85°C dal 1850 ad oggi si è costantemente sovrapposta una ciclicità sessantennale che ha mostrato minimi negli anni 1850, 1910, 1977 e massimi negli anni 1878, 1945 e 1998. Inoltre si è assistito ad una accentuata variabilità interannuale con la rapida alternanza di annate più calde e più fredde.

Oggi sappiamo che la ciclicità sessantennale è imposta da una ciclicità delle temperature marine che per il Nord Atlantico è espressa dall’indice AMO, fenomeno del tutto naturale, la cui presenza è dimostrata per lo meno per gli ultimi 8000 anni (Knudsen et al 2011). La grande variabilità interannuale è anch’essa un fenomeno del tutto naturale e che deriva dall’alternarsi di regimi circolatori diversi. La sua presenza anche remota ci è mostrata ad esempio dalla serie storica delle date di vendemmia in Borgogna dal 1370 ad oggi (Labbé e Gaveau, 2013).

Sul trend di +0.85°C non possiamo invece escludere l’influenza umana legata all’emissione di gas serra di origine antropica (anidride carbonica, metano, protossido d’azoto) cui si sovrappongono fenomeni naturali come l’attività solare. In tal senso fra le possibili interpretazioni citiamo quella di Ziskin & Shaviv (2012) i quali applicando un Energy Balance Model, hanno stimato che il 60% del trend crescente delle temperature osservato nel XX secolo è di origine antropica ed il 40% e di origine solare. Anche se la scienza non procede di regola per “colpi di maggioranza”, occorre evidenziare che le valutazioni di Ziskin & Shaviv sono confortate dal fatto che il 66% dei 1868 ricercatori operanti in ambito climatologico e intervistati da Verheggen et al. (2014) ha espresso l’idea che le attività antropiche siano all’origine di oltre il 50% dell’aumento delle temperature globali registrato dal 1950 ad oggi.

Aspetti paleoclimatici

Lo studio del paleoclima ci indica che l’olocene è stato interessato da episodi caldi (gli optimum postglaciali) fra cui rammentiamo il grande optimum postglaciale, l’optimum miceneo, l’optimum romano, l’optimum medioevale e la fase di riscaldamento attuale. A tali fasi si sono alternate fasi di “deterioramento” segnate da cali termici ed avanzate glaciali. Per inciso l’uso di “optimum” e “deterioramento” non è affatto casuale e gli optimum erano così chiamati i quanto la vita era più facile, la mortalità più ridotta e le fonti di cibo ed energia più abbondanti. Lo stesso padre spirituale della teoria dell’Anthropogenic Global Warming (AGW), Svante Arrhenius, vedeva nel riscaldamento globale da CO2 un fenomeno positivo poiché in grado di rendere più vivibili e meglio fruibili per l’uomo i gelidi areali nordeuropei, sogno questo che si starebbe oggi avverando.

Meteorologia – Profilo Storico – Parte 1, Le Origini

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Meteorologia – Profilo Storico – Parte 1, Le Origini

Pubblichiamo a partire da oggi una Storia della Meteorologia a puntate scritta da Luigi Mariani. Ad essa seguirà nel breve volgere di qualche settimana, anche una Storia della Climatologia (Bibliografia e fonti al termine della serie). Buona lettura e buona domenica.

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Riassunto

Questo breve excursus sulla meteorologia dall’antichità ai giorni nostri ha come scopo principale di mostrare l’evoluzione di una disciplina che fin dall’antichità presenta caratteri paradigmatici rispetto alla storia della scienza, se non altri perché ad essa si sono dedicati scienziati come Aristotele e Galileo. Tale studio è riferito unicamente al mondo occidentale e dunque non vengono se non marginalmente presi in considerazione i contributi alla meteorologa che sono venuti da altre culture. Per quanto riguarda la trattazione della meteorologia nel mondo antico ho un particolare debito di riconoscenza nei confronti del testo di John Vallance (2001) dedicato alla meteorologia nel mondo greco.

Abstract

This overview on meteorology from antiquity to the present day has the main purpose of showing the evolution of a discipline that is exemplary with reference to the history of science, if nothing else because great scholars like Aristotele and Galileo devoted themselves to it. This study refers only to the Western world and contributions coming from other cultures are only marginally taken into account. Regarding my approach to the meteorology in the ancient world I’d like to acknowledge the importance of the contribution to my reflections of the text of John Vallance (2001) dedicated to meteorology in the Greek – Roman context.

Parte 1 – Le origini

Meteorologia nel mondo antico: ambito disciplinare, linguaggio specialistico e rilevanza

La meteorologia deriva il suo nome dal termine metéōros (e dalle sue forme affini, inclusa quella di metársios), che significa semplicemente ‘che è in alto’ (Vallance, 2001). Secondo l’etimologia, essa avrebbe quindi dovuto occuparsi esclusivamente dello studio dei fenomeni atmosferici, e vi era un consenso unanime nel ritenere che il compito del meteorologo fosse quello di studiare le «cose che accadono nel cielo» (è con questa espressione che il biografo della Tarda Antichità Diogene Laerzio (180-240), nel descrivere l’opera dedicata dallo stoico Posidonio a questo soggetto, spiegava il termine ‘meteorologia’). In pratica, però, la meteorologia trattava di una vastissima area di problemi naturali: dall’origine delle comete e dall’origine e dalla natura della Via Lattea, delle meteore, dei fulmini, dei venti, dei terremoti, dei vulcani, degli oceani e delle maree, fino alla formazione dei fiumi, delle montagne, delle rocce, dei minerali e dei metalli. Alcuni studiosi si concentravano su particolari tipi di problemi, ma, in generale, il termine ‘meteorologia’ era spesso impiegato per designare l’indagine della Natura nella sua totalità. La meteorologia antica fu pertanto materia di grande vastità e complessità e come tale può essere oggi assunta ad esempio paradigmatico delle scienze fisiche non esatte nel mondo antico (Vallance, 2011).

La nascita di una disciplina scientifica presuppone la presenza di un linguaggio specialistico ed infatti all’epoca di Platone e Aristotele venne coniata una terminologia meteorologica che comprendeva ad esempio il vapore (atmis), l’esalazione (anathymiasis), la trasformazione (metabolé), l’umido e il secco (hygron e xeron), rarefatto e denso (pyknon e manon) (Vallance, 2011).

Almeno quattro filoni di pensiero posso essere individuati nella meteorologia antica:

  • un filone religioso che associa gli eventi meteorologici a cause divine e di cui permane traccia ad esempio nella Bibbia e in varie opere poetiche
  • un filone teorico legato ai filosofi della natura
  • un filone pratico proprio di agricoltori, marinai e medici
  • un filone di contestazione fondata sul luogo comune secondo cui i filosofi sarebbero dei perdigiorno impegnati a speculare sulle cose del cielo e di sottoterra e che ha il proprio apice nella commedia Le nuvole di Aristofane.

Il filone religioso: eventi meteorologici e cause divine

Scrive acutamente Giacomo Leopardi (1899) che “Era naturale che i primi uomini, atterriti dalla folgore, e vedendola accompagnata da uno strepito maestoso e da un imponente apparato di tutto il cielo, la credessero cosa soprannaturale e derivata immediatamente dall’Essere supremo. L’agricoltore primitivo fuggendo per una vasta campagna, mentre la pioggia sopraggiunta improvvisamente, strepita sopra le messi e rovescia con un rombo cupo sopra la sua testa; mentre il tuono, che sembra essersi inoltrato verso di lui scoppia più distintamente e gli rumoreggia d’intorno; mentre il lampo, assalendolo con una luce trista e repentina, l’obbliga di tratto in tratto a batter le palpebre; rompendo col petto la corrente di un vento romoroso che gli agita impetuosamente le vesti, e gli spinge in faccia larghe onde di acqua, vede di lontano nella foresta una quercia tocca dal fulmine. Da quel momento egli riguarda quell’albero come sacro, concepisce per esso una venerazione mista di orrore, e non  ardisce più avvicinarsi al luogo ove il fulmine è caduto. Il tuono e la folgore furono annoverati fra gli tributi della Divinità e fra gl’indizj più manifesti del suo supremo potere.” Queste parole ci richiamano al fatto the i fenomeni atmosferici e i loro effetti (alluvioni, siccità, ondate di caldo e di freddo, ecc.) impressionano da sempre l’uomo evocando la presenza della divinità (i fulmini scagliati da Giove, la tempeste prodotte dall’ira di Poseidone, i venti favorevoli non concessi da Artemide e che conducono al sacrifico di Ifigenia, ecc.).

Da una tale temperie è espressione la narrazione del Diluvio, per molti versi simile a quella biblica, tratta da Gilgamesh, poema epico dei popoli mesopotamici le cui prime testimonianze scritte risalgono al terzo millennio a.C.: I venti soffiarono per sei giorni e sei notti; fiumana, bufera e piena sopraffecero il mondo, bufera e piena infuriarono insieme come schiere in battaglia. All’alba del settimo giorno la tempesta dal Sud diminuì, divenne calmo il mare, la piena si acquietò; guardai la faccia del mondo e c’era silenzio, tutta l’umanità era stata trasformata in argilla. La superficie del mare si estendeva piatta come un tetto, aprii un boccaporto e la luce cadde sul mio viso. Poi mi inchinai, mi sedetti e piansi, le lacrime scorrevano sul mio volto poiché da ogni parte c’era il deserto d’acqua. Invano cercai una terra, ma a quattordici leghe di distanza apparve una montagna, e lì si arenò la nave; sul monte Nisir rimase incagliata e non si mosse. Per un giorno rimase incagliata, per un secondo giorno rimase incagliata sul Nisir e non si mosse; per un terzo e per un quarto giorno rimase incagliata sul monte e non si mosse; per un quinto e per un sesto giorno rimase incagliata sulla montagna.  All’alba del settimo giorno liberai una colomba e la lasciai andare.

Il mito del diluvio, proprio di molte popolazioni umane (non solo Ebrei e Sumeri ma anche gli aborigeni australiani e i popoli pre-colombiani) è forse l’esempio più immediato del legame fra fenomeni atmosferici e la volontà divina che i nostri antenati stabilirono in virtù del potere di vita e di morte che i fenomeni atmosferici esercitavano su un’umanità che viveva per lo più all’aperto, in balia delle intemperie. Assai evocativa in tal senso è l’immagine in figura 1 ove si mostra la divinità suprema degli urriti Teshub che esercitava il proprio imperio sulle tempeste e sull’agricoltura.

Nella Bibbia (Esodo 9,23-34. 23) è così descritta la settima delle dieci piaghe d’Egitto: “Mosè stese il bastone verso il cielo e il Signore mandò tuoni e grandine; un fuoco guizzò sul paese e il Signore fece piovere grandine su tutto il paese d’Egitto”.

L’origine divina dei fenomeni atmosferici è anche presente nei poemi di Omero (Vallance, 2001) che sottintendono una cosmologia caratterizzata da una terra piatta, circolare e circondata alle sue estremità dal fiume Oceano, genitore di tutte le cose, dei inclusi. In tale contesto i fenomeni naturali (tempeste marine, terremoti, ecc.) sono suscitati dagli dei e pertanto la causa divina nei fenomeni naturali è un elemento cruciale.

All’approccio religioso si richiamano anche le visioni poetiche greche basate sui miti eziologici, per cui ad esempio il poeta Mimnermo spiega il succedersi del giorno e della notte dicendo che il Sole cavalca attraverso la volta celeste, e poi naviga attorno alla Terra sul possente fiume, prima di sorgere il giorno successivo (Vallance, 2001).

Figura 1 – La divinità suprema della religione urrita Teshub, che fu poi assimilata dagli ittiti che la sovrapposero al loro dio delle tempeste Tarhun. In questo bassorilievo la divinità, che porta in una mano un trancio di vite con vari grappoli e con l’altra stringe un mannello di spighe di grano, viene invocata dal re Warpalawas di Tyana, capitale del regno neo-ittita (Istambul, museo archeologico – http://i-cias.com/e.o/teshub.htm).

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Tremate Gente, al TG5 va in onda l’Estinzione di Massa

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Tremate Gente, al TG5 va in onda l’Estinzione di Massa

Queste le parole che ho udito al TG 5 delle ore 20 del 12 luglio 2017: “Si sta per replicare l’ultima estinzione di massa che avvenne 60 milioni di anni orsono con i dinosauri…. In un secolo sono scomparse all’incirca la metà delle specie che popolavano il nostro pianeta.”

Il problema è che si tratta di dati che sono fuori dal mondo, nel senso che stiamo parlando di un numero di specie che a livello globale è quantificato in oltre 7 milioni (Fonte)  e si tratta probabilmente di una cifra stimata abbondantemente per difetto come si può vedere facilmente qui. Al contrario i dati delle estinzioni di specie da inizio ‘800 a oggi sono riportati nella figura qui sotto, da cui si legge un totale di 50mila, non di 3,5 milioni.

Peraltro il servizio del TG5 faceva riferimento ad un articolo recentemente apparso sui Proceedings della National Academy of Sciences (PNAS). Si tratta di “Biological annihilation via the ongoing sixth mass extinction signaled by vertebrate population losses and declines” a firma di Gerardo Ceballos, Paul R. Ehrlich e Rodolfo Dirzo, che afferiscono all’Instituto de Ecología dell’Universidad Nacional Autónoma de México e al dipartimento di Biologia della Stanford University. L’articolo, che è disponibile liberamente, fa riferimento a tre entità tassonomiche e cioè:

  • Le specie
  • Le popolazioni
  • Il numero di individui di specie e popolazioni.

Se non si comprendono tali concetti (per i quali rinvio ad esempio alla slide 4 e seguenti di questa presentazione di Luciana Migliore, si incorre negli errori in cui è incorso il servizio del TG5, ove si sono semplicemente confuse le specie con le popolazioni.

L’articolo di Ceballos  et al. fa in sostanza riferimento a 8851 specie di vertebrati per evidenziare che:

  • Grossomodo un terzo (27600) di tali specie stanno vivendo un declino contrassegnato dalla perdita di popolazioni locali (la percentuale sarebbe di oltre il 30% per mammiferi uccelli e rettili e del 15% per gli anfibi).
  • Le popolazioni di vertebrati scompaiono a ritmi molto più accelerati rispetto alle altre specie e per essi è possibile oggi parlare di una “estinzione globale di massa” che è stata fin qui sottostimata in quanto si è focalizzata l’attenzione sulle specie e non sulle popolazioni.
  • Gli autori stimano che le estinzioni di popolazioni già avvenute siano di oltre 1 miliardo e che riguardino soprattutto le medie latitudini del pianeta.
  • Gli autori riportano inoltre dati da altre fonti secondo cui un analogo fenomeno di perdita di biodiversità sarebbe riscontrabile per gli invertebrati (es: insetti) e le piante.
  • Nelle conclusioni gli autori scrivono inoltre che “I nostri dati  suggeriscono che il 50% degli animali che una volta popolava la terra è scomparso il che si traduce in miliardi di popolazioni estinte”.
  • Come fattori causali del fenomeno gli autori segnalano le distruzione degli habitat o l’eccessivo sfruttamento degli stessi da parte dell’uomo, l’inquinamento, le specie invasive e più recentemente la “climate disruption”. Tali fattori agirebbero da soli o interagendo in modo più o meno complesso gli uni con gli altri.
  • Perdendo popolazioni stiamo distruggendo un patrimonio genetico selezionatosi in miliardi di anni e che potrebbe essere molto utile in futuro anche per la nostra specie. In tal senso si sottolinea che quando scompare una popolazione o un specie scompare anche un’intricata rete ecologica che coinvolge piante, animali e micro-organismi.

Insomma quel che nell’articolo di Ceballos et al pubblicato su PNAS è un accorato appello che andrebbe a mio avviso colto e definito nelle giuste dimensioni, un appello che in una nazione largamente sovrappopolata come la nostra ha implicazioni del tutto peculiari.

Tuttavia in nessuna parte dell’articolo si parla mai del 50% delle specie estinte come si è fatto al TG5 e in merito alla serietà dell’informazione di quest’ultimo lascio ai lettori la parola.

Come ultimo inciso riporto, perché comunicatami poco fa da un amico, l’informazione riferita all’articolo di Ceballos et al. diffusa dal Sole 24 ore (http://guidominciotti.blog.ilsole24ore.com/2017/07/11/la-sesta-estinzione-di-massa-e-gia-in-atto-in-un-secolo-gli-animali-si-sono-dimezzati/). Lì quanto meno si parla di “50% degli individui” e non del “50% delle specie”.

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Rabbia e Disperazione

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Rabbia e Disperazione

Elisabeth Kübler-Ross, celebre psichiatra svizzera, è la madrina della psicotanatologia, ovvero degli studi sulla morte, per farla semplice. A lei si deve l’identificazione dei 5 stadi dell’elaborazione del lutto: negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione. Non ci dilunghiamo oltre sulla trattazione, perché l’argomento è serio e deprimente, ma assolutamente calzante, come si dimostrerà nel resto dell’articolo.

Ebbene, il carrozzone nero del climatismo che per decenni ci ha ammorbati con spettacoli itineranti di danza macabra dal sapore medioevale all’insegna del “Ricordati che devi morire… Di caldoooooooo!” sembra averla ricevuta lui, la diagnosi fatale. Su due piani differenti.

Il primo, più pratico, riguarda il ritiro degli Stati Uniti dal club molto chic della COP21, quello dei salvamondo pavigini. Il colpo è più che altro simbolico visto che l’accordo (non vincolante nella sua natura) era ben lontano dall’essere ratificato, considerata la maggioranza repubblicana alla Camera e al Senato. Del resto, già nel lontano 1997, il Senato aveva votato con una risicata maggioranza di appena 95-0 la Risoluzione di Byrd-Hagel con la quale si seppelliva la ratifica dell’accordo di Kyoto, che nessuna amministrazione nei 20 anni successivi (Obama incluso) ha osato riproporre al Parlamento americano per approvazione. Ed è a dir poco surreale il fatto che, appena un anno dopo la risoluzione in questione, i dati delle stazioni meteo di Hadcrut, quelli satellitari, nonché i radiosondaggi hanno confermato l’esistenza di uno hiatus, ovvero di una decelerazione del riscaldamento rispetto agli anni precedenti.

Fig.1 – Hiatus pre-Nino (dati satellitari e radiosondaggi) . Fonte: http://www.drroyspencer.com

 

Ancora più male alla causa ha fatto il minacciato taglio ai programmi delle Nazioni Unite dedicati al Climate Change, finanziati dagli USA attraverso il Green Climate Fund. Non si parla di spiccioli: l’amministrazione americana precedente aveva infatti elargito ben 1 miliardo di dollari al fondo in questione. A cui si aggiungono i tagli all’EPA (il braccio armato dell’amministrazione precedente in fatto di leggi sull’ambiente) tagli inferiori a quanto preventivato, ma comunque significativi e conditi dai licenziamenti promessi in campagna elettorale.

Il secondo piano, però, è ancora più delicato se possibile. In barba alla narrativa-bufala del 97%, e avendo probabilmente annusato un clima appena più favorevole rispetto a quello solito di caccia alle streghe, hanno cominciato a levarsi più forti le voci degli scienziati dissidenti. Scienziati di fama mondiale come Lindzen, o addirittura gole profonde come John Bates, scienziato del NOAA che ha smascherato i retroscena imbarazzanti dello studio “ammazza-hiatus” di Karl et al.

Messo di fronte al cambiamento di clima (questo sì, reale) il carrozzone nero del climatismo ha reagito con un rigurgito di rabbia, incendiando ulteriormente i toni e frustando con più forza i cavalli, ché i pericoli sono tanti, e potenzialmente mortali.

Sarà sicuramente un caso, ma nelle ultime settimane abbiamo visto uscire in rapida sequenza due studi controversi, entrambi “ammazza-hiatus”. Dopo aver risolto il problema dei dati terrestri con Karl, è toccato infatti ai dati satellitari:

  • Un primo studio (referato a tempo di record) attribuisce la pausa rilevata dai satelliti alle stesse forzanti naturali che per qualche decennio ci avevano giurato non contassero nulla rispetto alla CO2.
  • Un secondo studio, in modo diametralmente opposto, sostiene invece che la colpa è del satellite, e quindi piuttosto che chiamare in causa le forzanti naturali, con un tratto di penna si correggono (al rialzo) i dati raccolti negli anni fino ad oggi. Per la serie: “avevamo scherzato“.

Ma lo sforzo maggiore del carrozzone è stato profuso nell’informazione, se così la si vuole chiamare: una vera e propria guerra mediatica climatico-catastrofista come non si era mai vista nella storia. Articolata e declinata in tutti i paesi contemporaneamente. Il tema è uno solo: l’estate 2017 deve essere la più calda di tutti i tempi, la più rovente, la più mortale, la pistola fumante del fatto che gli USA sono rovinamondo e la COP21 è la nostra unica speranza di salvezza. E se non fa caldo come si vorrebbe, il clima è comunque “impazzito”. Qualche esempio:

  • Giorni fa in America i giornali riportavano come un fatto straordinario il caldo tra Nevada, California e Arizona. Forse la Valle della Morte era una località in cui si praticava lo sci estivo? O è piuttosto quella che detiene un record di temperatura intorno ai 57 gradi? Immagini di cartelli stradali deformati, asfalto fuso, uova cotte sul metallo rovente, non si sono fatti mancare nulla. Ironicamente, in calce agli stessi articoli catastrofisti talvolta campeggiavano i commenti dei residenti che si chiedevano dove fosse la novità.
  • A Parigi un banale temporale estivo è stato trasformato in “bomba d’acqua senza precedenti” per via di tre stazioni della metro allagate: 49 ricchi millimetri di pioggia. Wow… praticamente un monsone…

Ma il climacatastrofismo, che sia per moda, per imitazione, per gli effetti del caldo o semplicemente per salvare la narrativa, impazza anche in Italia, con esiti assolutamente grotteschi. Ne citiamo solo un paio ma anticipiamo che ci sarà spazio anche per altri, prossimamente…

In data 12 Luglio tutti gli italici media a fanfare unificate celebravano la morte dell’Antartide per il distacco di un iceberg dalla Piattaforma Larsen C. Dimentichi del fatto che si chiama Larsen C perché si sono già staccati due iceberg in passato dalla stessa piattaforma: Larsen A nel 1995 e Larsen B nel 2002. Il fenomeno infatti è assolutamente normale, come spiegato dai professori Siegert e Shepherd su un quotidiano al di sopra di ogni sospetto negazionista. “Business as usual” l’hanno definito: “ordinaria amministrazione“. E del resto la massa glaciale antartica se la passa benone: stabile secondo alcuni, addirittura in crescita secondo altri. Ma la narrativa impone di presentare Larsen C come un fatto straordinario e i media si adeguano volentieri, forse per pigrizia, forse per ignoranza, o magari al solo scopo di sostenere la narrativa.

Ma il vero articolo rivelatore dello stato in cui versano i profeti del mainstream è sul Fatto Quotidiano. Titolo sobrio e asciutto: “Uccidete il mondo senza accorgervene. Roba da psicologi”. Si tratta di una intervista alla climate-star Luca Mercalli dai toni talmente sconnessi da risultare quasi illeggibile e in cui si dice, sorpresa delle sorprese, che va tutto male ed è solo colpa dell’uomo. Ma il fatto veramente rivelatore è in questo pasaggio dell’intervista, un grido di dolore rabbioso e disperato: “Non c’è allarme che tenga, sapere che convinca, disastro che allerti. La gente se ne sbatte di noi, delle nostre previsioni, della cura con la quale dimostriamo l’ineluttabile, il mostro che ci mangerà. La questione è divenuta così seria che abbiamo chiesto aiuto agli psicologi, qui siamo di fronte a un enorme fenomeno di dissonanza cognitiva

Se uno non leggesse il resto dell’articolo potrebbe illudersi che dallo psicologo ci voglia andare l’intervistato insieme ai suoi colleghi, per risolvere i loro problemi di autostima, le loro allucinazioni mostruose e le loro dissonanze cognitive. Dissonanze che da bravi psicologi della domenica avevamo già intravisto alcuni mesi fa. E invece no: in un ben noto meccanismo psicanalitico di proiezione, l’oggetto di indagine psichiatrica diventa “la gente”,  perché “se ne sbatte” degli allarmi, delle previsioni e della cura con cui loro, i sapienti, “dimostrano l’ineluttabile” (aggiungerei anche una indagine sulle manie di grandezza, già che ci siamo).

#mainstreamstaisereno

Se posso permettermi di pormi sullo stesso piano del linguaggio usato nell’intervista mi viene da pensare, sommessamente, che  la gente se ne sbatte perché si è rotta le scatole di sentire previsioni catastrofiche che non si avverano mai. Sono 20 anni che si cerca di convincere il signor Rossi che deve morire di caldo, che il mare lo sommergerà, che brucerà come un tizzone per colpa della CO2, e invece la realtà di tutti i giorni gli suggerisce che non è così, che si sta come 20 anni fa, si fa il bagno nello stesso mare e l’inverno si va a sciare sulle stesse Alpi che i grandi scienziati davano per spacciate. La stessa realtà dei fatti suggerisce che il mondo è più verde e che la produzione agricola è in aumento e che non ci sono evidenze di un aumento dei fenomeni estremi.

Niente di quello che i climatologi avevano previsto si è avverato, sia nella realtà quotidiana del signor Rossi che nello spietato confronto tra quei modelli fatti “con cura” e i dati reali che con quegli stessi modelli fanno a cazzotti da decenni a questa parte. E siccome il signor Rossi non è ancora del tutto rimbecillito come forse qualcuno vorrebbe, bisogna concedergli il sacrosanto e democraticissimo diritto di sbattersene di certe profezie sempre sbagliate e di preoccuparsi, piuttosto, di problemi veri, seri ed attuali che si chiamano disoccupazione, salari, crisi economica, precariato, conflitto sociale, emigrazione, immigrazione, terrorismo.

E giusto per chiudere il cerchio rimanendo in ambito psicanalitico, mi permetto di notare che dopo la negazione del dissenso (la fake news del 97% già citata) tanti climatologi sono probabilmente entrati nella fase della rabbia. È il secondo stadio dell’elaborazione del lutto di cui si è parlato all’inizio dell’articolo.

Forse è davvero il caso che dallo psicologo ci vada qualcun altro.

 

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Il Servizio Meteorologico Cinese Conferma lo Iato in Atto dai Primi Anni di Questo Secolo

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Il Servizio Meteorologico Cinese Conferma lo Iato in Atto dai Primi Anni di Questo Secolo

Riassunto

Un’analisi condotta sul dataset termico globale 1901-2014 del servizio meteorologico Cinese evidenzia due fasi di riscaldamento inteso (1911-1930 e 1981-1997) e tre fasi stazionarie e cioè dal 1900 al 1910, dal 1940 al 1980 e dal 1998 al 2014 (fenomeno noto come hiatus).

Abstract

An analysis carried out on the global thermal dataset 1901-2014 of the China meteorological service shows two main stages of warming (1911-1930 and 1981-early 2000) and three phases of stationarity or slight decline, respectively from 1900 to 1910, 1940 to 1980 and 1998 to 2014 (phenomenon known as hiatus).

Il servizio meteorologico cinese (CMA) è impegnato da alcuni anni nella creazione un dataset globale di temperature mensili omogeneizzate (acronimo CMA GLSAT). Non c’è da stupirsi del fatto che il servizio meteorologico nazionale di un grande paese gestisca un dataset climatico globale poiché illustri esempi ci vengono ad esempio dalla Gran Bretagna (dataset gestito dall’Hadley center dell’UK Metoffice e dalla CRU della East Anglia University) o dagli Usa (dataset GHCN-V3 della NOAA e il dataset BEST dell’università di Berkeley).

Il dataset CMA GLSAT si riferisce alle temperature di superficie per le terre emerse (Land surface air temperature – LSAT) ed in esso trovano posto dati provenienti da diverse fonti (dataset australiani, canadesi, vietnamiti, coreani, russi oltre che GHCN, CRUTEM4 e BEST).

Analizzando CMA GLSAT, Sun et al. (2017) hanno pubblicato un report breve sulla rivista scientifica Science Bulletin segnalato dagli amici di WUWT tramite il post “China Met Office Confirms Global Warming Hiatus”.

A detta degli stessi autori i risultati ottenuti e che sono espressi come anomalie rispetto alla media trentennale 1961-90 non si scostano sensibilmente da quelli offerti da alte fonti (IPCC in primis) e tuttavia mi pare interessante commentare la figura tratta dal lavoro e che riassume con diagrammi e carte i trend termici a livello globale e emisferico.

In particolare il diagramma delle temperature globali dal 1900 al 2014 (figura 1c) evidenzia il riscaldamento dal 1910 al 1940 e dal 1980 ai primi anni del 2000 cui si oppongono le fasi di stazionarietà o lieve raffreddamento dal 1900 al 1910, dal 1940 al 1980 e dai primi anni 2000 ad oggi e cioè il cosiddetto iato. In forte sintonia con tale trend globale è il trend dell’emisfero nord (figura 1b) mentre l’emisfero sud (figura 1a) si scalda assai meno di quello nord e con una maggiore gradualità, il che dovrebbe essere l’effetto della mitigazione offerta dagli oceani. Peraltro si tenga conto che nell’emisfero sud le celle occupate da terre sono davvero poche per cui la rappresentatività dei loro dati rispetto al comportamento dell’emisfero è senza dubbio inferiore.

La carta del trend termico dal 1900 al 2014 (figura 1d) mostra un riscaldamento delle terre emerse estremamente omogeneo mentre la carta del trend termico dal 1979 al 2014  (figura 1e) evidenzia un riscaldamento meno omogeneo e con maggiore intensità in Groenlandia e nelle aree artiche di Canada e Siberia orientale. Si noti anche il trend positivo sensibile che interessa l’Europa, il Nord Africa e il medio Oriente. Unica zona in lieve raffreddamento appare l’areale sudamericano sopravvento alle Ande.

Figura 1 – Tale immagine è tratta dall’articolo di Sun et al. (2017)

La carta del periodo 1998-2014  infine conferma lo iato evidenziando che:

  • Il segnale di raffermamento proviene dal Pacifico e che viene trasportato sulle Americhe dalle Westerlies e su Asia e Australia dal Monsone
  • L’Artico come unica area tuttora in riscaldamento molto attivo, credo per effetto del feedback positivo esistente fra calo della copertura glaciale e aumento della temperatura dell’aria.

I dati prodotti dal servizio meteorologico cinese costituiscono dunque una sintesi interessante e molto apprezzabile anche per la concisione con cui è stato redatto l’articolo di Su net al. che è disponibile gratuitamente in rete e di cui consiglio senza dubbio la lettura.

Bibliografia

Sun X., Ren G., Xu W., Li Q., ren Y., 2017. Global land-surface air temperature change based on the new CMA GLSAT data set, Science Bulletin 62 (2017) 236–238 (http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2095927317300178).

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Un Mese di Meteo – Giugno 2017

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Un Mese di Meteo – Giugno 2017

IL MESE DI GIUGNO 2017[1]

Piovosità inferiore alla norma sulla maggior parte del territorio con significative eccezioni al Nord e anomalie termiche positive in prevalenza moderate.

La carta media mensile del livello di pressione di 850 hPa (figura 5a) mostra l’Europa centro settentrionale dominata da un regime di veloci correnti atlantiche che fluiscono fra una depressione d’Islanda anormalmente intensa e l’anticiclone della Azzorre.  L’areale italiano è invece dominato da un promontorio anticiclonico da sudovest la cui persistenza è attestata anche dall’anomalia dell’altezza del livello di 850 hPa (figura 5b) e dal fatto che nel mese sono transitate solo 3 perturbazioni evidenziate in tabella 1. Da tali sistemi è conseguita una piovosità inferiore alla norma sulla maggior parte del territorio cui si è associata una diffusa anomalia termica positiva.

Figura 5a – 850 hPa – Topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota). Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Figura 5b – 850 hPa – carta delle isoanomale del livello di pressione di 850 hPa.

 

 

 

Tabella 1 – Sintesi delle strutture circolatorie del mese a 850 hPa (il termine perturbazione sta ad indicare saccature atlantiche o depressioni mediterranee (minimi di cut-off) o ancora fasi in cui la nostra area è interessata da regimi che determinano  variabilità perturbata (es. flusso ondulato occidentale).
Giorni del mese Fenomeno
1-2 giugno Tempo anticiclonico, stabile e soleggiato, salvo instabilità locale su rilievi alpini e appenninici.
3-7 giugno Aumento dell’instabilità associato al transito di una saccatura atlantica da ovest, più attiva sul settentrione dal 4 al 6 (perturbazione n. 1).
8-12 giugno Sul Centro-Nord si afferma un promontorio da Sud-Ovest mentre sulle regioni meridionali del versante ionico si assiste al ritorno di correnti fresche da Nord-Est con isolati temporali il giorno 11.
12-24 giugno Le regioni centro-settentrionali sono interessate da un promontorio anticiclonico subtropicale di blocco da Sud-Ovest mentre il settore ionico è interessato da un flusso di correnti più fresche da Nord-Est. In tale contesto generale si segnala attività temporalesca sparsa innescata ad infiltrazioni di aria più fresca in quota e che interessa l’arco alpino e le relative aree pedemontane (giorni 14 e 15) e la dorsale appenninica delle regioni centro-meridionali (dal 15 al 17). Da segnalare anche un lieve episodio di foehn alpino registrato sul settentrione fra 17 e 18 giugno che ha contribuito all’anomalia termica positiva.
25-27 giugno Il 25 si è assistito al transito sul centro-nord di una debole perturbazione da ovest con temporali sparsi (perturbazione n. 2).  A seguire variabilità a tratti perturbata sul centro-nord e i rilievi interni del meridione con locali manifestazioni temporalesche ed occasionali rovesci..
28-30 giugno Una depressione inizialmente centrata sulle isole britanniche e in graduale moto verso il Baltico influenza la nostra area dando luogo a un regime perturbato con precipitazioni a prevalente carattere temporalesco (perturbazione n. 3).

 

 

Andamento termo-pluviometrico

Le temperature mensili (figure 1 e 2) manifestano anomalie positive più spiccate nelle massime, più sensibili al forcing sinottico, che nelle minime, che dipendono maggiormente  da fattori attivi a scala locale. La tabella delle temperature decadali (tabella 2) evidenzia che l’anomalia positiva delle massime è più spiccata al centro-nord nelle prime due decadi e al centro-sud nella terza, il che è sintomatico del regime circolatorio sopra descritto. Si noti inoltre la forte anomalia delle massime riscontrata al nord nella seconda decade.

Dal confronto con la mappa delle anomalie termiche globali prodotta dall’Università dell’Alabama – Huntsville (Figura 6), si nota come i segnali di anomalia positiva più significativi siano sull’areale europeo e su quello asiatico.

Figura 1 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Figura 2 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

Figura 6 – UAH Global anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile della bassa troposfera. Dati da sensore MSU UAH [fonte Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama in Huntsville – prof. John Christy (http://nsstc.uah.edu/climate/)

La carta delle anomalie pluviometriche (figura 4) evidenzia anomalie negative su Valle d’Aosta, Liguria, Emilia Romagna centro-orientale, Mantovano, Friuli Venezia Giulia, regioni centro meridionali e Sicilia. Prevalgono le anomalie positive sulle restanti aree del Paese con massimi su Lombardia nord orientale e Trentino Alto Adige Occidentale.

Figura 3 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 4 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma)

 

Tabella 2 – Analisi decadale e mensile di sintesi per macroaree – Temperature e precipitazioni al Nord, Centro e Sud Italia con valori medi e anomalie (*).

(*) LEGENDA:
Tx sta per temperatura massima (°C), tn per temperatura minima (°C) e rr per precipitazione (mm). Per anomalia si intende la differenza fra il valore del 2013 ed il valore medio del periodo 1988-2015.
Le medie e le anomalie sono riferite alle 202 stazioni della rete sinottica internazionale (GTS) e provenienti dai dataset NOAA-GSOD. Per Nord si intendono le stazioni a latitudine superiore a 44.00°, per Centro quelle fra 43.59° e 41.00° e per Sud quelle a latitudine inferiore a 41.00°. Le anomalie termiche positive sono evidenziate in giallo(anomalie deboli, inferiori a 2°C), arancio (anomalie moderate, fra 2 e 4°C) o rosso (anomalie forti,di oltre 4°C), analogamente per le anomalie negative deboli (minori di 2°C), moderata (fra 2 e 4°C) e forti (oltre 4°C) si adottano rispettivamente l’azzurro, il blu e il violetto). Le anomalie pluviometriche percentuali sono evidenziate in azzurro o blu per anomalie positive rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% e giallo o rosso per anomalie negative rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% .

(*) LEGENDA:

Tx sta per temperatura massima (°C), tn per temperatura minima (°C) e rr per precipitazione (mm). Per anomalia si intende la differenza fra il valore del 2013 ed il valore medio del periodo 1988-2015.

Le medie e le anomalie sono riferite alle 202 stazioni della rete sinottica internazionale (GTS) e provenienti dai dataset NOAA-GSOD. Per Nord si intendono le stazioni a latitudine superiore a 44.00°, per Centro quelle fra 43.59° e 41.00° e per Sud quelle a latitudine inferiore a 41.00°. Le anomalie termiche positive sono evidenziate in giallo(anomalie deboli, inferiori a 2°C), arancio (anomalie moderate, fra 2 e 4°C) o rosso (anomalie forti,di  oltre 4°C), analogamente per le anomalie negative deboli (minori di 2°C), moderata (fra 2 e 4°C) e forti (oltre 4°C) si adottano rispettivamente  l’azzurro, il blu e il violetto). Le anomalie pluviometriche percentuali sono evidenziate in  azzurro o blu per anomalie positive rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% e  giallo o rosso per anomalie negative rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% .

[1]             Questo commento è stato condotto con riferimento alla  normale climatica 1988-2015 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

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Il Salvamondo va in vacanza

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Il Salvamondo va in vacanza

È ancora notte fonda. Ma Alessio Gorone, quarantacinquenne milanese, è già in azione da un pezzo. Si è svegliato alle due del mattino per finire di preparare le valigie. È importante prepararle con cura, perché sarà l’estate più calda di sempre, da quando la Terra era una palla di roccia fusa, qualche miliardo di anni fa. L’ha letto sui giornali, quelli seri che si rivolgono solo alle persone colte, informate e sensibili come lui, ché i media alternativi invece scrivono le fake news e li leggono solo i poveracci e gli ignoranti.

Fa un caldo porco a casa sua, anche perché lui non usa il condizionatore la notte, e neanche il ventilatore. Ha fatto un contratto per la fornitura di energia verde che gli costa un 15% di incremento sulla tariffa base, ma gli hanno spiegato che c’è un certificato di garanzia che gli assicura che la sua corrente elettrica è di fonte rinnovabile. Quindi la notte non vuole consumarne di energia, perché i pannelli non vanno e lui teme di prendere una fregatura, alimentando i suoi apparecchi con robaccia di origine fossile. L’idroelettrico per lui non è davvero rinnovabile perché solo le pale e il pannello lo sono. O le maree, che però in Italia non si usano perché siamo corrotti e trogloditi.

Fare la valigia è complicato, non solo perché sarà l’estate più calda dal Big Bang, ma soprattutto perché non bisogna lasciare niente al caso. Meno male che è notte fonda, la moglie e i bambini dormono, e lui può agire indisturbato senza nessuno che gli metta fretta in un momento così delicato.

Allora…

Visto che si andrà in Liguria, dove non ci sono più le brezze perché ha letto sulla Stampa che il mare “è bollente”, niente cappellini: Tagelmust per tutti. Non lo conosci? Sei un rovinamondo. È il turbante Tuareg che proteggerà anche le pelli delicate dei bambini dal sole cocente. Perché il buco nell’’ozono si è allargato, anche se non ne parla nessuno visto che sono tutti al soldo delle multinazionali petrolifere.

Niente vestiti convenzionali, che sono fatti da multinazionali che usano fibre non-naturali e soprattutto non proteggono abbastanza dal famigerato Ghibli di Alassio. Piuttosto:

  • Un bel caftano equosolidale di ispirazione saudita risolverà ogni problema. Per gli eventi eleganti, un caftano nero.
  • Giubbotto antiproiettile da indossare sotto il caftano, perché ha letto che per il troppo caldo i poliziotti hanno il grilletto facile.
  • Mutande ignifughe, perché è convinto che con questo sole prima o poi si conteranno i morti per autocombustione, e lui agli attributi ci tiene.
  • Occhiale tecnico per alpinismo comprato da Decathlon, con cui non riesce a guidare la macchina per quanto oscura la luce, ma lui non farà la fine dei fessi che non capiscono niente di scienza e si ritroveranno ciechi a 40 anni per colpa del sole-killer.

Muta invernale spessa un centimetro per le immersioni. Bisogna proteggersi dal mare bollente. E poi, proprio nello stesso articolo del mare bollente si parla anche dell’invasione pesci esotici. Sicuramente il pesce pietra e il pesce scorpione lo stanno aspettando per tendergli un agguato. Lo affascina l’idea di essere una vittima del Global Warming: è convinto che un giorno ci saranno monumenti commemorativi per chi si è immolato nella guerra contro il Climate Change. Ma come i rovinamondo anche lui è un debole, e teme la morte. Quindi la muta serve, e magari anche delle scarpe da cantiere, che le scarpette da scoglio mica bastano con il pesce pietra mutante italiano.

Anche se ama curarsi con l’aromaterapia, una valigia intera è dedicata ai medicinali. Si è fatto spedire illegalmente una partita di farmaci contro le malattie tropicali, che ormai il climate change ci ha regalato malanni esotici in quantità, maledetto petrolio. Quindi malarone e clorochina per la malaria, vermicidi in quantità e una tanica da 20 litri di Au-Tan, un repellente per le zanzare di fabbricazione cinese, ché per il troppo caldo in Liguria c’è la Zika e anche la dengue. Per l’ebola non c’è stato niente da fare, il vaccino non era reperibile nemmeno sul mercato nero. In compenso si è fatto vaccinare contro la febbre gialla in occasione di uno dei suoi viaggi in Africa alla scoperta del clima che verrà in Italia. A completare il tutto, infusi di melissa e biancospino perché il troppo caldo fa impazzire.

Infine, qualche DVD. Due su tutti: L’Undicesima Ora con Di Caprio e, ovviamente, Una Scomoda Verità, film-documentario dal premio Nobel Al Gore. Del quale sostiene che tutte le sue previsioni si sono avverate, solo che la gente non se n’è ancora accorta.

Le cose importanti ci sono tutte. Resta da mettere le tendine parasole alla macchina (una volta le aveva messe anche sul parabrezza per ripararsi meglio, ma fece un frontale alla prima curva). L’auto è ovviamente elettrica, sono lontani i tempi in cui usava l’olio di girasole al posto del diesel, con la paura di essere scoperto per la puzza di frittura e denunciato per evasione delle accise. Ma violava la legge per una buona causa, il che lo faceva sentire un eroe anti-sistema.

È ora di ritornare a letto. Fra un’oretta si sveglierà il resto della famiglia e come ogni anno da tanti anni, i suoi gli rimprovereranno il fatto di avere comprato una casa in collina, piuttosto che sul mare. Non ha mai avuto il coraggio di confessarlo alla moglie, ma l’ha fatto perché aveva visto il film di Gore, ed era convinto che il mare avrebbe presto sommerso mezza Liguria. È ancora convinto di aver fatto bene, però: quando i bambini scavano le buche in spiaggia gli sembra che trovino l’acqua prima, rispetto agli anni passati. Ed è anche più calda, l’acqua nelle buche. E comunque c’è l’hockey stick e quindi la temperatura salirà improvvisamente di molti gradi, e con la temperatura salirà il livello dei mari: ha letto anche questo, sui giornali di notizie vere. Per cui alla fine avrà avuto ragione lui, e quando i negazionisti saranno stati tutti sommersi, lui andrà in spiaggia a piedi. Tiè!

Buone vacanze Alex, eroe del nostro tempo.

——-

Grazie Paolo.

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Le Previsioni di CM – 10 / 16 Luglio 2017

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Le Previsioni di CM – 10 / 16 Luglio 2017

Questa rubrica è curata da Flavio____________________________

Situazione ed evoluzione sinottica

Campo di massa in attenuazione sull’Europa occidentale per l’avvicinarsi di una ondulazione atlantica alla quale si associano in queste ore rovesci e temporali diffusi in trasferimento dalle isole britanniche alla Francia e al resto dell’Europa centrale. Geopotenziale in aumento sull’Italia meridionale, in risposta dinamica all’ingresso dell’aria più fresca atlantica in direzione dell’Iberia, con annessa area di divergenza dal flusso principale che si spinge fino in direzione delle isole Canarie.

L’anticiclone delle Azzorre è molto forte sul medio Atlantico dove piazza valori importanti del geopotenziale, mentre sul suo bordo settentrionale l’aria più fresca atlantica scorre indisturbata in seno ad un getto fisiologicamente indebolito, come da norma stagionale. Blande depressioni a gradiente lasco interessano il Mare di Norvegia. Le depressioni dominano su una porzione piuttosto vasta dell’Artico, apportando nuvolosità e precipitazioni diffuse in un contesto generale piuttosto fresco che sta aiutando i ghiacci artici a conservare livelli di estensione in linea con gli ultimi 10 anni.

Fig.1: GFS, Lunedì 10 Luglio 2017: geopotenziale e pressione al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

A proposito di Artico vale la pena notare che, come previsto già dallo scorso inverno su questa rubrica, fanno più fatica del solito a riaprirsi i passaggi a nord-ovest per effetto dell’accumulo di notevoli quantità di ghiaccio a seguito di un inverno estremamente freddo nell’artico canadese. Attualmente i passaggi risultano bloccati da spessori di ghiaccio che in molti casi superano i 2 metri (Fig.2). Cosa che i pasdaran del global warming hanno ovviamente imputato… al troppo caldo. La nuova fisica dell’atmosfera in versione “ONG-liberal-ambientalista” ci insegna infatti che il ghiaccio si forma e si accumula quando fa caldo, non quando fa freddo. Bontà loro, andremo al mare in Antartide l’anno prossimo.

E a proposito di estensione dei ghiacci artici, al momento nulla fa presagire l’aggiornamento dei minimi di stabiliti nel 2012, ma va comunque sottolineato che a fare previsioni con i ghiacci artici ci si espone facilmente a figuracce. E quindi mi sottraggo volentieri a questo esercizio, lasciandolo a chi fallisce sistematicamente da una vita, e per questo è idolatrato dai giornali mainstream come guru assoluto della materia.

E a proposito di fake news, io ancora aspetto lo scioglimento totale dell’Artico di cui i giornaloni mainstream parlano da 20 anni. Ci sono 8.4 milioni di kmq da sciogliere ancora, in questa estate 2017. Considerando che restano solo 50 giorni per scioglierlo tutto, occorrerebbero 160,000 kmq al giorno di media…un po’ troppo direi… Ma magari una bella ONG armata di phon e stufe elettriche potrebbe darsi da fare, per il bene dell’umanità e solo per lanciare un monito nel nome della COP21, sia chiaro. Qualcuno disposto a dargli un trilione di dollari per l’impresa meritoria lo troveranno, ne sono sicuro. Che i soldi per le cause giuste come questa si trovano sempre facilmente.

Fig.2: Estensione e spessore dei ghiacci artici (passaggi a NW nel cerchietto azzurro). Fonte: www.wetterzentrale.de

Previsioni del tempo sull’Italia

Lunedì tempo stabile e soleggiato su tutto il Paese con l’eccezione della regione alpina soggetta a fenomenologia convettiva diffusa, in possibile estensione ai settori settentrionali della Val Padana. Temperature: in lieve diminuzione al Centro-Nord. Caldo al Sud, con umidità in aumento per ventilazione sciroccale sui settori ionici e adriatici. Venti di scirocco su Jonio e Adriatico centro-meridionale, deboli altrove.

Martedì ancora instabilità diffusa sui settori alpini con rovesci e temporali diffusi, con maggiore coinvolgimento pomeridiano e serale della Valpadana, in particolare sui settori orientali. Gran sereno sul resto del Paese. Temperature stazionarie al Nord, in ulteriore aumento sulle isole maggiori e all’estremo Sud, con valori prossimi ai 40 gradi nelle zone interne. Venti che tendono a disporsi di libeccio sui bacini occidentali, con qualche rinforzo sul Mar Ligure e sul Canale di Sicilia.

Mercoledì stesso copione del giorno precedente, ma con attenuazione dell’instabilità al Nord, pure in presenza di fenomenologia comunque meno diffusa e intensa. Temperature in lieve diminuzione ovunque. Venti che ruotano di maestrale sui bacini più occidentali, ultimi refoli di scirocco su Ionio e Adriatico.

Giovedì entra aria più fresca da est sulle regioni settentrionali, con associata fenomenologia sparsa in movimento retrogrado dalle Alpi orientali e dalla Romagna in direzione del resto del nord. Sereno o poco nuvoloso altrove. Temperature in diminuzione ovunque. Venti ovunque dai quadranti settentrionali.

Venerdì nuvolosità variabile al Nord con attività e fenomenologia convettiva sulle Alpi, seguita da possibile intenso peggioramento sui centro-orientali per arrivo di un impulso instabile con associata fenomenologia, anche di forte intensità sul Triveneto, in spostamento verso l’Emilia Romagna. Sulle restanti regioni ancora condizioni di bel tempo con attività cumuliforme sull’Appennino e associata fenomenologia pomeridiana. Temperature in forte diminuzione al Nord dalla serata. Venti dai quadranti occidentali, entra il maestrale, forte, sul Golfo del Leone dalla serata.

Sabato nuvolosità e fenomeni scivolano lungo l’Adriatico in direzione del Centro e del Sud, con associate precipitazioni specie sulle zone appenniniche e costiere adriatiche. Migliora rapidamente al Nord in estensione al Centro dalla serata. Temperature in forte diminuzione ovunque, venti forti dai quadranti settentrionali.

Domenica migliora anche al Sud, si completa il cambiamento radicale di massa d’aria con venti forti settentrionali che persistono al Centro-Sud e associato crollo termico di circa 10 gradi rispetto ai giorni precedenti.

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Posted by on 13:41 in Attualità | 17 comments

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Guido Botteri, è parte della comunità di CM sin dalla prima ora. Il testo che segue è un suo commento ad uno dei nostri ultimi post a cui penso sia giusto dare la massima diffusione. Per questa ragione ve lo propongo nella forma di un post.
Buona domenica quasi finita.
gg

___________________

La climatologia è una delle scienze più antiche, perché l’uomo ha osservato la natura prima ancora di imparare a scrivere, e forse a parlare.
In tempi storici la “colpa” dei fenomeni naturali era attribuita all’uomo.

Colpevolizzare l’uomo per un’alluvione, un’eruzione, una spaventosa grandinata o un terremoto era molto gratificante ed ha costituito la base del potere di tutta una casta di assassini (sedicenti sacerdoti). Ricordate il Calcante che assassina (lui dice “sacrifica”) la povera Ifigenia per dare agli Achei una traversata tranquilla?
Quanti innocenti assassinati da ciarlatani senza scrupoli perché “colpevoli” di causare l’ira degli dèi!
L’argomento “colpa” è sempre stato vincente.
E lo è tuttora. Appena nasciamo siamo colpevoli del peccato originale, del debito pubblico, di essere bianchi, degli imperi creati dai nostri predecessori, ecc… Ma per fortuna non siamo colpevoli degli imperi creati dagli Unni, dai Mongoli, dagli Arabi ecc. Quelli sono imperi innocenti.
La morale è dunque, “colpevolizza!”, e ne trarrai un utile e del potere.
Ed è quello che sta succedendo con la storia del clima. Le mucche americane, ma non quelle indiane, non gli elefanti, né altri animali, sono colpevoli di buona parte dell’effetto serra.
Le industrie americane ed europee, ma non quelle indiane o cinesi, sono colpevoli del disastro prossimo futuro.
Colpevolizza e vincerai, perché la gente abbocca, si sente colpevole, non conosce la storia, non ha idea di come va e come è andato il mondo, e pur di sentirsi colpevole accetta qualsiasi accusa, per infondata e faziosa che sia.
La realtà dice una cosa diversa? La storia dice una cosa diversa?
E chi sono, realtà e storia, per opporsi alla strategia vincente della colpevolizzazione, su cui si basa il potere di certa gente?
Ripeto, non è una strategia di potere inventata oggi, frutto di osservazioni moderne, ma affonda le sue radici nella notte dei tempi, e durante tutta la storia ne sono riconoscibili gli effetti.
Flagellanti, Catari, ecc. non c’è epoca in cui qualcuno non abbia inveito contro le colpe dell’uomo.
Ma siamo davvero così colpevoli?
Le eruzioni, le alluvioni ecc. antiche certamente non le causavamo noi; tutte le vittime assassinate (sacrificate) allora sono certamente innocenti.
Mi pare fuori di dubbio.
Se veniamo ai nostri giorni, la questione è calda e non posso trattarla in un commento, mi limiterò a dire che (a mio parere) l’uomo è ancora una volta calunniato e accusato ingiustamente.
Da persone che parlano come se avessero in tasca una verità che invece (secondo me) non hanno.
perché la climatologia, scienza antichissima, non è ancora, purtroppo, “settled”, checché ne dica All Gore; e se qualche passo avanti s’è fatto (senza dubbio) ci sono ancora importanti passi da fare per capire a fondo i meccanismi del clima, e poter fare previsioni veramente precise a medio e lungo periodo.
I modelli ? Ben vengano, perché fanno parte di quei tentativi e di quegli sforzi che è necessario fare per migliorare la conoscenza del clima.
Ma, credere che essi siano il Vangelo è ridicolo; sono solo una base di lavoro, da correggere.
Ed è questo il punto: correggere i modelli, perché rappresentino meglio la realtà non correggere la realtà perché rispetti meglio i modelli.
Secondo me.

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Rinnovabili o Fossili?

Posted by on 06:01 in Attualità | 7 comments

Rinnovabili o Fossili?

Cari lettori di CM, vi allego di seguito una Flowchart, di quelle che vanno tanto di moda nel campo del Project Management.

Nessuna pretesa scientifica, per carità, ma solo uno spunto per una riflessione collettiva.

Un tentativo molto elementare, per quanto mi riguarda, di mostrare quante incertezze, quante forzature e quante assunzioni siano alla base del concetto “+CO2 = più caldo = moriremo tutti salvo-che”.

Sono tante, le assunzioni alla base del pensiero attualmente dominante. Ma se si fosse prodotta una flowchart del genere, prima di spendere una montagna di miliardi su una causa forse giusta o forse sbagliata?

Se si fosse arrivati alla conclusione o anche solo al sospetto che più CO2 poteva significare, per esempio, Global Greening, aumento della produzione agricola o persino diminuzione dei fenomeni meteorologici estremi? Sarebbe stato necessario, in quel caso, massaggiare fino allo sfinimento i dataset di temperatura? Produrre studi ammazza-hiatus di dubbio valore scientifico? Produrre modelli climatici clamorosamente fallimentari (salvo modificare a babbo morto i dati reali)? E poi costringere cittadini comuni e industrie a pagare l’elettricità il doppio? Provocare indirettamente deindustrializzazione e decrescita? Demonizzare fonti di energia economiche ed affidabili? E tanto, tanto altro?

Perché, vedete, secondo me il punto centrale della discussione è proprio questo: prima di litigare come i capponi di Renzo su pochi decimi di grado non ci si è posti la domanda più importante: ma questo aumento della concentrazione di CO2 (incluso l’associato, debole aumento della temperatura globale misurato finora) è positivo o negativo per il nostro Pianeta e per il nostro benessere?

È una domanda che non può restare inevasa. Anzi, sarebbe la prima domanda da fare. Perché se la risposta è che un incremento di CO2 forse fa più bene che male (ed è lecito sospettarlo, alla luce di fatti concreti e misurati come il global greening o l’aumento di produzione agricola) allora che facciamo? Se la CO2 è centrale e prevale su ogni altro fattore, come vogliono farci credere, allora dovremmo concludere che bisogna aumentare il consumo di carbone e di petrolio a più non posso. E disincentivare qualsiasi sorgente di energia non fossile.

È evidente che non può essere questa la soluzione, ad esempio perché bisogna considerare gli effetti sull’inquinamento ambientale, o perché esistono fonti non-fossili affidabili come il nucleare che sarebbero ingiustamente penalizzate, e per tanti altri motivi.

Ci hanno convinti che la CO2 è un veleno, piuttosto che il mattone elementare della vita sulla Terra, costruendo sulla questa grottesca e gigantesca fake-news scientifica un castello di teoremi che fa acqua da tutte le parti. E con un’unica conclusione: bisogna tagliare le emissioni di CO2 ad ogni costo. Punto.

E tuttavia, alla prova di fatti reali e non sulla base di modelli fallimentari, è legittimo coltivare il dubbio che un aumento di CO2 faccia persino più bene che male al nostro Pianeta, e al nostro tenore di vita. Se ne può parlare? No. Anzi sì, sulle riserve indiane come questo Blog.

PS: l’evidenza ci dice che in barba alla retorica sul dramma dell’abbandono della COP21, alcuni dei paesi indicati come salvamondo stanno costruendo tante nuove centrali a carbone. Cina in testa, con un aumento di circa il 50% della generazione già installata. Si predica bene e si razzola male, come al solito. Forse una flowchart del genere ce l’hanno in testa in tanti, evidentemente. L’importante è che non se ne parli. Del resto, c’è da proteggere un interesse superiore.

A sapere qual è, questo interesse superiore da proteggere…

PS: dopo tanta introduzione, ecco finalmente la flowchart… Cliccate e ingrandite secondo necessità 😉

 

 

 

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Salento, Italia

Posted by on 07:00 in Attualità | 22 comments

Salento, Italia

La strada per Torre Chianca è un nastro di asfalto che inizia là dove finisce la periferia di Lecce, in un progressivo diradarsi disordinato e architettonicamente sconclusionato di case basse, scuole, edifici pubblici e distributori di benzina. Si snoda attraverso terreni pietrosi, riarsi dal sole, scarsamente coltivati, punteggiati di masserie e di olivi malati ché la xylella, maledetta, è arrivata anche qui.

E poi ci sono le pale eoliche: una ventina di turbine per un totale di quasi 40 megawatt di potenza installata. Checché se ne dica, fanno bella mostra di sè, questi grandi ventilatori. Quasi sempre in movimento, vivaddio, per la felice collocazione geografica in una penisola protesa tra lo Jonio e l’Adriatico, e per l’azione delle brezze che in giorni come questi di inizio estate garantiscono energia eolica per tante ore, anche in condizioni di stabilità atmosferica pressoché assoluta.

Distanti dal mare, i ventilatori, quel tanto che basta per non deturpare il profilo di questo tratto di costa adriatica battuto da venti di tramontana per gran parte dell’estate, come vogliono i manuali di meteorologia che collocano il basso Adriatico nel mirino delle correnti di grecale pilotate dall’anticiclone delle Azzorre. Ché il clima sarà pure impazzito, ma i leccesi vi confermeranno che le giornate senza tramontana sono rare sull’Adriatico, oggi come 50 anni fa, ed è soprattutto per questo che tanti di loro preferiscono la calma (quasi) assicurata dei versanti ionici, sottovento alla circolazione prevalente.

Non sono i ventilatori a deturpare la bellezza di questo tratto di costa altrimenti selvaggio, dove sfocia l’unico fiume del Salento: l’Idume. Un fiume carsico che riemerge, proprio in prossimità della costa, dalle profondità della terra. A sorpresa, come una sacara che sbuca tra le rocce assolate, inaspettata, ipnotica, e disegna curve eleganti, e mutevoli, nel suo incedere inevitabile verso il mare. Ci ha pensato l’uomo a deturparlo, questo tratto di costa, così come tanti altri molto più noti al turismo di massa: costruendo orrori architettonici, cementificando indiscriminatamente nell’illegalità e nell’impunità più assolute. Nell’incuria complice e ignorante degli amministratori locali e nel contesto generale di una azione di governo che con la regolarità di un metronomo ha sfornato condoni edilizi per decenni, istigando a compiere ulteriori scempi ambientali in un diluvio di cemento che ha sepolto gran parte delle coste salentine e dell’Italia centro-meridionale.

Residui di politica industriale

Dalla spiaggia di Torre Chianca si scorge in lontananza la sagoma dalla centrale termoelettrica di Cerano, che si staglia nell’imponenza dei suoi 2.6 gigawatt di potenza installata: la seconda centrale termoelettrica più grande d’Italia. Una centrale a carbone. Tanto è stato fatto, e continua ad essere fatto, per diminuirne l’impatto ambientale attraverso sistemi di abbattimento di ossidi di azoto, ossidi di zolfo, polveri. Rimane inevasa, tuttavia, la domanda sul perché un Paese privo di una industria estrattiva del carbone scelga di alimentare una mega-centrale termoelettrica importando la materia prima dall’estero, piuttosto che sfruttando l’idrocarburo più abbondante, più pulito e più economico a disposizione: il gas naturale. Un mistero tra i tanti, nel modello generale di sviluppo economico che si è pensato molti anni fa per il sud Italia.

Oggi le fabbriche chiudono anche qui, per quanto poche. Si cerca di introdurre un modello di sviluppo basato sul turismo e sui servizi. Ma i posti di lavoro si perdono ugualmente, e la “nuova economia” non è in grado di sostituirli, anche perché è difficile reinventarti a 50 anni, da operaio, quando la tua fabbrica chiude. Qui come nel resto d’Italia. Ed è magra consolazione constatare che, pur tra i tanti errori commessi, è comunque esistito un tempo in cui in questo Paese si ragionava ancora in termini di modelli di sviluppo industriali degni di una potenza economica tra le prime al mondo. Quello che resta, della “vecchia economia”, è il caporalato: una condizione di sfruttamento medioevale che nella sua versione moderna viene declinata in una lotta tra poveri, con italiani e immigrati a contendersi lavori pagati pochi euro al giorno per spezzarsi la schiena nelle campagne, magari pagati con i voucher, quando va bene.

Falsi problemi e problemi veri

Nonostante l’abbondanza di problemi endemici che aspettano di essere affrontati o almeno riconosciuti come tali, la classe politica locale scende in campo e arringa le folle per manifestare contro un tubo: la TAP, destinata a portare il gas azero in Italia attraverso l’Adriatico meridionale. Si protesta per l’espianto temporaneo di 211 ulivi, nello stesso momento in cui si stima in circa 10 milioni il numero degli ulivi condannati a morte per xylella, e altri 90 milioni minacciano di cadere nel prossimo futuro, trasformando il Salento in un cimitero scheletrico di piante secolari. Un bel regalo della globalizzazione la xylella, dopo il punteruolo rosso che ha fatto sparire quasi tutte le palme già da una decina d’anni.

Il problema ambientale vero e drammatico del Salento è proprio la xylella, i cui danni inflitti alla coltivazione dell’ulivo sono stati quantificati in circa 1 miliardo di euro. Soldi che servirebbero anche per impiantare varietà resistenti al batterio, come il Leccino o la Favolosa. Peccato che la Commissione Europea proibisca i reimpianti, anche di specie resistenti, con decreto esecutivo del 2015. È la stessa UE che ha speso nel 2015 1.2 miliardi di euro per supportare le attività di una miriade di ONG. Ecco, forse quello che servirebbe al Salento è una bella ONG, magari straniera, che giustifichi un progetto di reimpianto alla luce della necessità di integrare ed accogliere specie esotiche. È un tasto che vale la pena toccare, con i burocrati di Bruxelles.

Verso la Città Bella

Sulla strada che porta a Gallipoli gli oliveti scheletriti rendono il paesaggio spettrale, a tratti angosciante. Combattono, gli olivi, provando a tirar fuori quegli stessi getti che ogni anno, da tante centinaia di anni, scintillano letteralmente nella luce abbagliante di Giugno, e restituiscono bellissimi riflessi iridescenti nelle rare giornate di pioggia, quando il sole fa capolino tra le nuvole, magari dopo un temporale pomeridiano. È la voglia di vivere di piante che avevano resistito secoli, millenni, prima di pagare il loro prezzo personale alla libera circolazione di uomini, merci, e batteri. E resistono anche gli agricoltori, nonostante tutto, con la tenacia di chi questa terra la lavora con fatica da altrettanto tempo: gli olivi sono potati severamente, il terreno arato con cura e l’erba trinciata come richiesto dal servizio fitosanitario regionale. Servisse almeno a qualcosa.

Il calvario degli olivi ti accompagna fino a Gallipoli, dove cede il passo ai ritmi indiavolati della movida dell’estate salentina. Bellissima, Gallipoli, ché nomen omen, mai come in questo caso: kalè polis, dicevano i greci: “città bella”, appunto. Isola e fortezza, vicoli e chiese. E d’estate, fulcro del divertimento balneare salentino. Svilita e banalizzata nell’assedio di bancarelle e negozietti così uguali a quelli di tante altre mete del turismo estivo globalizzato. Imbruttita e involgarita negli eccessi del turismo cafone, quello dei ragazzini sballati di cui altre località di villeggiatura si sono liberate per far posto ad una offerta meno penalizzante per i locali e più adatta ad un turismo più consapevole, e più redditizio. Un tormento, il mese di Agosto, per i residenti. Tanti affittano le loro case e vanno in vacanza altrove, qui come in altri angoli di Salento. È il prezzo da pagare al turismo di massa e alle mode del momento ma va bene così, che per i restanti 11 mesi il Salento torna ai salentini. E in autunno Gallipoli torna bellissima, come Otranto.

Una finestra sull’Oriente

Misteriosa ed evocativa Otranto, nelle notti d’inverno con i suoi vicoli deserti e il vento che soffia immancabilmente sulle mura del Castello Aragonese che ispirò nel 1764 quella che è considerata la prima novella gotica: Il Castello di Otranto di Horace Walpole. Simbolo di mistero e lontananza, di esotismo dal sapore orientale l’Otranto immaginata, anzi, sognata da Walpole. Non c’è traccia, di quell’esotismo e di quel mistero in estate, sostituiti dalla solita sfilata di negozietti e bancarelle e dallo sciamare dei turisti, compressi a migliaia nella fiumana che scorre implacabile per le viuzze del centro storico.

Eppure una testimonianza del rapporto complicato con quell’Oriente misterioso e minaccioso resiste, anche in estate. Nella spendida Cattedrale dove riposano le spoglie di 800 martiri rifugiatisi proprio lì, nel vano tentativo di sfuggire alle truppe di Maometto II, nel 1480. E decapitati, fatti a pezzi a colpi di sciabola, segati vivi per il loro rifiuto di rinnegare la fede cristiana. La conclusione truculenta di un massacro costato la vita, secondo alcune ricostruzioni, a circa 15,000 persone.

E chissà cosa pensano, quelle povere spoglie, del blaterare confuso dei nostri giorni sulla retorica dell’accoglienza. Retorica che è stata frettolosamente appiccicata anche al Salento, a dispetto di una storia fatta di invasioni, massacri, resistenze eroiche, martirii, e testimoniata architettonicamente dalla presenza di tante masserie fortificate, dal susseguirsi di torri di avvistamento lungo tutto il perimetro della costa, e dalla quasi totale mancanza di centri abitati, sulla stessa costa. Prima che residenti e politicanti locali decidessero di ricoprirla, quella costa, di milioni di metri cubi di cemento orrendo. Ché il suo personale martirio ambientale il Salento l’ha conosciuto in tempi molto più recenti. E per colpa del cemento, non di un tubo interrato. E per mano di indigeni, non di invasori.

Fine del viaggio

Questo viaggio alternativo nella provincia di Lecce non può che concludersi nel suo capoluogo. Il salotto barocco del Salento, in una abusata quanto felice definizione. Superba Lecce, nella consapevolezza del suo fascino e della sua storia. Nelle sue chiese barocche che ti sorprendono all’improvviso, sbucando da un vicolo. E nella fragile ed eterna bellezza di quella pietra ingiallita dal tempo o restituita al candore originario da un restauro. Nel recupero felicissimo del suo centro storico, intatto eppure rinnovato nella presenza di negozi raffinati e discreti, quasi nascosti nella eleganza esuberante degli edifici che li ospitano. Vetrine scintillanti, locali alla moda frequentati da turisti e residenti, gente gentilissima, ovunque: non manca mai un un sorriso, l’offerta di un aiuto, il pasticcino gratis, la caramellina o una semplice carezza per i bambini.

Ti sorprende Lecce, se non l’hai visitata per tanti anni. Nella sua bellezza antica e nella novità di un turismo che aggiunge molto più di quanto tolga. Nella insolita dimestichezza dei giovani con l’inglese, gli stessi giovani che accolgono turisti stranieri nei locali e allo stesso tempo parlano in dialetto con i loro amici o con i clienti del posto. Ché l’accoglienza del Salento, forse, è proprio in questo senso straordinario di ospitalità unito all’orgogliosa difesa della propria identità, della propria cultura, delle proprie tradizioni. Prendano appunti, i profeti sbavanti del melting-pot globalista che infuriano senza sosta in TV e sui giornali nostrani.

Ti sorprende Lecce, in questa estate del 2017, per lo stato dei suoi ficus. Parliamo proprio di piante: i ficus leccesi e salentini in generale sono letteralmente spennati. Hanno sofferto il gelo associato alla straordinaria nevicata di gennaio, come tante piante grasse, letteralmente decimate nell’incredulo racconto degli stessi residenti. La straordinarietà dell’evento è stata non tanto nell’entità delle nevicate, comunque cospicue, quanto nei valori termici rimasti estremamente bassi per giorni, e con temperature massime anche inferiori allo zero, evento davvero rarissimo da queste parti. I soliti esperti ci insegnano che il freddo salentino del Gennaio 2017 è “tempo”, mentre il caldo di questi giorni è “cambiamento climatico”. Contenti loro. Ai non-esperti restano invece i ficus spennati, i cactus bruciati e i tuffi nel mare caldo e cristallino di sempre: i problemi veri sono altro che il climate change, e le chiacchiere di certi esperti restano solo chiacchiere mentre la vita vera va avanti, a dispetto di quelle chiacchiere.

Sant’Oronzo sembra salutarti, mentre lasci la Piazza. Liberò i leccesi dalla peste. E chissà che non interceda anche per la peste degli ulivi. Le ragioni per invocare la sua protezione non mancano in questo lembo estremo d’Italia dove tanti problemi sono quelli di tutto il Paese: disoccupazione, stagnazione economica, declino industriale, emigrazione di tanti giovani che lasciano una terra bellissima solo per mancanza di opportunità, e con la stessa sofferenza dei loro nonni che emigravano in Svizzera o in Germania. La stessa Germania verso cui emigrano tanti loro nipoti oggi. Qualcosa deve essere andato davvero storto, se i problemi di oggi sono quelli di sempre e se i giovani vanno ancora via, oggi come un secolo fa. Ma le ragioni per essere ottimisti non mancano.

Il Salento ce la farà, con la stessa forza e ostinatezza dei suoi ulivi che provano a resistere all’assedio, come gli idruntini nel 1480. Proprio come loro, muoiono a migliaia gli ulivi sotto l’assedio di agenti esterni contro cui pare non esserci difesa. E chissà che con quegli stessi agenti non si riesca a convivere un giorno, anche dopo una lotta strenua e spietata e in apparenza senza speranza. È tutta qui, forse, la sfida che attende i salentini. E non solo loro.

Buona fortuna Salento, buona fortuna Italia.

 

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