Temperature Globali

Trend in atto

Dopo la fine della piccola era glaciale, fase fredda che ha interessato più direttamente il periodo compreso fra il XVII e la prima metà del  XIX secolo, le temperature globali hanno ripreso a salire (“grazie a Dio”, perché fare agricoltura prima che la “perfida azione dell’uomo” iniziasse ad alterare il clima era assai più proibitivo rispetto ad oggi).

Circa l’andamento delle temperature globali al suolo, secondo il dataset internazionale Hadcrut4 per il periodo 1850-2015 (CRU di East Anglia University e Hadley Center), ad una fase di aumento che ha avuto il proprio apice nel 1878 (+0.5°C rispetto al 1850)  ha fatto seguito una fase di decremento con minimo nel 1911 (-0.2°C rispetto al 1850). Ad un nuovo incremento fino al 1945 (che si è collocato a +0.5°C rispetto al 1850) è seguita una diminuzione protrattasi fino al 1976 (anno che a livello globale si colloca a soli +0.1°C rispetto al 1850). Dal 1977 al 1998 le temperature globali sono di nuovo aumentate portandosi nel 1998 a +0.85°C rispetto al 1850. Dal 1998 ad oggi infine si è osservato un lieve aumento residuo che tuttavia non trova conferma nei dati da satellite MSU relativi alla bassa troposfera, e che indicano piuttosto la sostanziale stazionarietà delle temperature globali dopo il 1998.

Occorre evidenziare che la salita delle temperature fino ai valori odierni è stata tutt’altro che continua, nel senso che a un trend di incremento pari a +0.85°C dal 1850 ad oggi si è costantemente sovrapposta una ciclicità sessantennale che ha mostrato minimi negli anni 1850, 1910, 1977 e massimi negli anni 1878, 1945 e 1998. Inoltre si è assistito ad una accentuata variabilità interannuale con la rapida alternanza di annate più calde e più fredde.

Oggi sappiamo che la ciclicità sessantennale è imposta da una ciclicità delle temperature marine che per il Nord Atlantico è espressa dall’indice AMO, fenomeno del tutto naturale, la cui presenza è dimostrata per lo meno per gli ultimi 8000 anni (Knudsen et al 2011). La grande variabilità interannuale è anch’essa un fenomeno del tutto naturale e che deriva dall’alternarsi di regimi circolatori diversi. La sua presenza anche remota ci è mostrata ad esempio dalla serie storica delle date di vendemmia in Borgogna dal 1370 ad oggi (Labbé e Gaveau, 2013).

Sul trend di +0.85°C non possiamo invece escludere l’influenza umana legata all’emissione di gas serra di origine antropica (anidride carbonica, metano, protossido d’azoto) cui si sovrappongono fenomeni naturali come l’attività solare. In tal senso fra le possibili interpretazioni citiamo quella di Ziskin & Shaviv (2012) i quali applicando un Energy Balance Model, hanno stimato che il 60% del trend crescente delle temperature osservato nel XX secolo è di origine antropica ed il 40% e di origine solare. Anche se la scienza non procede di regola per “colpi di maggioranza”, occorre evidenziare che le valutazioni di Ziskin & Shaviv sono confortate dal fatto che il 66% dei 1868 ricercatori operanti in ambito climatologico e intervistati da Verheggen et al. (2014) ha espresso l’idea che le attività antropiche siano all’origine di oltre il 50% dell’aumento delle temperature globali registrato dal 1950 ad oggi.

Aspetti paleoclimatici

Lo studio del paleoclima ci indica che l’olocene è stato interessato da episodi caldi (gli optimum postglaciali) fra cui rammentiamo il grande optimum postglaciale, l’optimum miceneo, l’optimum romano, l’optimum medioevale e la fase di riscaldamento attuale. A tali fasi si sono alternate fasi di “deterioramento” segnate da cali termici ed avanzate glaciali. Per inciso l’uso di “optimum” e “deterioramento” non è affatto casuale e gli optimum erano così chiamati i quanto la vita era più facile, la mortalità più ridotta e le fonti di cibo ed energia più abbondanti. Lo stesso padre spirituale della teoria dell’Anthropogenic Global Warming (AGW), Svante Arrhenius, vedeva nel riscaldamento globale da CO2 un fenomeno positivo poiché in grado di rendere più vivibili e meglio fruibili per l’uomo i gelidi areali nordeuropei, sogno questo che si starebbe oggi avverando.

Buona Pasqua!

Posted by on 04:40 in Attualità | 4 comments

Buona Pasqua!

Hey, Auguri a tutti voi!

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E questa ve la ricordate?

Posted by on 09:08 in Attualità | 2 comments

E questa ve la ricordate?

Era il 1° agosto del 2008, tal Andrew Simms, esperto battitore di ortiche con le mani altrui nonché esperto di economia sostenibile, del tipo di quella che toglie ai poveri per consentire ai ricchi di campare sereni sul pianeta, presagiva la fine del mondo entro 100 mesi. Sorpresa, i 100 mesi sono scaduti il 1° aprile scorso e siamo ancora qui. Nessun punto di non ritorno – tipping point direbbero quelli bravi – è stato raggiunto. E’ passato un El Niño coi fiocchi, la temperatura media del pianeta è salita di nuovo e ora è anche tornata dov’era prima.

Così, tanto per capire con che razza di cantastorie abbiamo a che fare, penso sia opportuno riproporre almeno l’incipt del suo anatema:

Se si grida “al fuoco” in un teatro affollato, quando il fuoco non c’è, si capisce che si potrebbe essere arrestati per comportamento irresponsabile e turbativa della quiete. Ma da oggi, io sento la puzza del fumo, vedo le fiamme e penso che sia il momento di gridare. Non voglio seminare il panico, ma penso che sarebbe una buona idea formare una fila ordinata e uscire dal palazzo.

Perché in questi 100 mesi di tempo, se saremo fortunati, e basandosi su una stima alquanto conservativa, potremmo raggiungere un punto di non ritorno per l’inizio di un cambiamento climatico inarrestabile. Detto questo, tra le persone che lavorano sul riscaldamento globale, ci sono innumerevoli modelli, scenari e differenti iterazioni di tutti questi modelli e scenari. Sicché, lasciate che sia chiaro circa quello che questo esattamente significa.

La concentrazione di CO2 in atmosfera oggi è… bla bla bla…. (se ne avete voglia leggetevi il pistolotto, anche con sito internet dedicato, ora ovviamente “in parcheggio” causa catastrofe non verificatasi)

Così, a prima vista, chi pensate che abbia compiuto il reato di procurato allarme? Ci fosse almeno uno, tra quei modelli, quegli scenari e quelle iterazioni, che avesse minimamente avvicinato la realtà…

Questi sono i “pensatori” del global warming, questi i saggi che pretendono di indicarci la strada.

Buon week end. A domani per gli auguri.

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A qualcuno piace caldo

Posted by on 06:00 in Attualità | 2 comments

A qualcuno piace caldo

Un titolo trito e ritrito, ma so che i lettori di CM mi perdoneranno, perché forse questa è l’unica volta che lo si usa in senso letterale, piuttosto che per mettere un accento (sbagliato) sulle presunte difficoltà che l’aumento della temperatura media del pianeta imporrebbe agli habitat naturali.

Sorvolerò su dettagli insignificanti quali il costante aumento della produttività agricola, con conseguente diminuzione altrettanto costante del numero di esseri umani che soffrono la fame, il miglioramento dell’aspettativa di vita in tutte le nazioni del globo e l’esplosivo aumento della vegetazione. Ripeto, dettagli, meglio concentrarsi sul problema di tutti i problemi (dopo l’adozione degli agnelli ovviamente), la salvaguardia dell’orso polare o, per quelli che la sanno lunga, Ursus Maritimus. Sì, proprio lui, il più efficace testimonial che la Coca Cola abbia mai avuto, ché solo per questo molti penseranno che meritrebbe comunque l’estinzione.

Se ne sono dette e sentite dire di tutti i colori sugli orsi polari, ufficialmente assurti dopo l’esperienza globalizzante della bibita gassata ad emblema di un pianeta allo sfascio per mano dell’uomo. Frotte di ricercatori e di volontari si sono riversati nell’Artico a indagarne le performance natatorie per esser certi che potessero sopravvivere al percorso tra gli ultimi due zatteroni di ghiaccio rimasti. Niente da fare, come media e vulgata recitano, gli orsi polari, prima specie dichiarata a rischio non già per le sue condizioni ma per le previsioni, sarebbero ormai condannati.

Di seguito il WWF alla vigilia del summit di Parigi, hai visto mai che qualcuno avesse avuto qualche dubbio (fonte qui e report vero e proprio qui):

Il Wwf sta seguendo gli orsi polari con i radio collari per studiarne comportamento e impostare su basi scientifiche le azioni di conservazione – ha detto Isabella Pratesi, direttore del Programma di Conservazione del Wwf Italia – Su 9 orsi polari, alcuni dei quali costretti a nuotare con i loro piccoli per grandi distanze, il 45% dei cuccioli che abbiamo seguito non ce l’ha fatta. Un dato drammatico e allarmante. E’ per loro, per tutti gli orsi polari che per colpa nostra non ce la faranno, che il WWF sta mettendo tutte le sue forse ed energie per fermare il cambiamento climatico, per arrestare la devastante fusione dei ghiacci polari e proteggere l’habitat dell’orso polare.

Il problema, che naturalmente nessuno si era sognato di prendere in considerazione, è che, a quanto pare, anche agli orsi piace caldo.

Testing the hypothesis that routine sea ice coverage of 3-5 mkm2 results in a greater than 30% decline in population size of polar bears (Ursus maritimus)

Abstract

L’orso polare (Ursus maritimus) è stata la prima specie ad essere classificata in pericolo di estinzione basandosi su previsioni di condizioni future piuttosto che sull’attualità. Queste previsioni erano state fatte usando previsioni frutto di opinini di esperti di declino della popolazione collegate a modelli di perdita di habitat – inizialmente dalla International Union for the Conservation of Nature (IUCN)’s Red List nel 2006, e poi dallo United States Fish and Wildlife Service (USFWS) nel 2008 in ragione dell’Endangered Species Act (ESA), basati rispettivamente su dati raccolti nel 2005 e nel 2006. Entrambi prevedevano un signficativo declino della popolazione di orsi polari per metà secolo come conseguenza del fatto che l’estensione del ghiaccio marino avrebbe rapidamente toccato con regolarità 3-5 milioni di Km2 durante l’estate: l’IUCN prevedeva una diminuzione della popolazione totale superiore al 30%, mentre l’USFWSprevedeva che la popolazione sarebbe diminuita del 67% (compresa la scomaprsa di 10 comunità all’interno di due ecoregioni vulnerabili). I biologi che collaborarono a queste stime dovettero fare molti difficili assunti circa come gli orsi polari avrebberopotuto essere colpiti dalla perdita di habitat, dal momento che le condizioni del ghiaccio marino previste per metà secolo non si erano mai verificate prima del 2006. Tuttavia, il declino del ghiaccio estivo è stato molto più rapido delle attese: livelli di estensione inattesi (circa 3-5 milioni di Km2) prima di metà secolo si sono verificati regolarmente dal 2007. Il realizzarsi dei livelli di estensione previsti consente di testare l’assunto che gli orsi polari siano una specie a rischio “rapido declino del ghiaccio = declino della popolazione”. I dati raccolti tra il 2007 e il 2015 rivelano che il numero degli orsi polari non è diminuito come previsto e nessuna comunità è stata estirpata. Molte comunità ritenute a rischio sono rimaste stabili e cinque hanno mostrato un aumento della popolazione. Un’altra comunità non è stata contata, ma ha mostrato un marcato aumento dei parametri riproduttivi e nelle condizioni fisiche con meno ghiaccio estivo. Di conseguenza, l’ipotesi che ripetuti bassi livelli di estensione del ghiaccio estivo sotto i 5 milioni di Km2 causerà un significativo declino della popolazione di orsi polari è rigettata un risultato che indica che la decisione di ESA e IUCN di inserire gli orsi polari nella lista delle specie minacciate basandosi su rischi futuri di perdita di habitat era scientificamente infondata e che simili previsioni fatte per le foche dell’Artico e per i leoni marini potrebbero essere sbagliate. L’assenza di una relazione dimostrabile “rapida diminuzione del ghiaccio = declino della popolazione” potenzialmente invalida anche gli output dei modelli di sopravvivenza che prevedono un catastrofico declino della popolazione qualora l’Artico dovesse essere privo di ghiaccio nella stagione estiva.

Per la cronaca, oggi gli orsi polari si stima siano circa 28.000, più di quanti se ne siano mai contati. La catastrofe può attendere.

PS: qualche anima bella avrà certamente notato che questo abstract è di un paper non ancora referato. In compenso nel report del WWF non c’era la benché minima traccia di bibliografia. Se parole al vento devono essere, che sia.

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Affacciati alla barriera di primavera

Posted by on 06:00 in Attualità | 1 comment

Affacciati alla barriera di primavera

Siamo piuttosto bravi con le previsioni di El Niño, ma non in primavera. Peccato, perché la primavera è la stagione in cui tutto ha inizio, anche per quel che riguarda le dinamiche del complesso sistema di scambio di energia tra mare e atmosfera che governa l’area dell’Oceano Pacifico tropicale.

Si chiama Spring Predictability Barrier, e ormai la conosciamo. E’ quel significativo calo della capacità dei modelli di produrre degli output con skill più elevato della statistica che si manifesta proprio durante la stagione primaverile. Una delle ragioni più ovvie di questa debolezza risiede nel fatto che tanto El Niño quanto La Niña, appunto due delle facce delle oscillazioni dell’ENSO (El Niño Southern Oscillation), cui si aggiunge la condizione di neutralità, tendono ad avere il loro incipit proprio a primavera, per raggiungere poi il picco durante l’inverno.

Ora, dopo un El Niño intenso come poche volte è stato osservato tra il 2015 e l’inizio del 2016, ed un 2016 che ha visto una debole La Niña, ci sono delle possibilità che l’estate torni a portare con se un ENSO positivo, un bambinello. Possibilità per la verità ancora basse, perché nel computo delle probabilità El Niño fa segnare un 50%, non sufficiente per emettere un messaggio di warning per la NOAA, abbastanza per farlo invece per il BOM (Bureau Of Meteorology) australiano. Ma questo accade perché gli americani categorzzano gli eventi di oscillaione dell’ENSO in due livelli di alert, gli australiani usano invece una scala articolata su tre livelli.

Tutti insieme comunque non sanno che pesci pigliare, pur disponendo dei sistemi di analisi e prognosi più evoluti di cui oggi ci si possa avvalere. E quindi, nelle prossime settimane, ricomincerà la cabala El Niño sì, El Niño no, fino a quando, passata la barriera di primavera, la situazione non sarà consolidata.

Qui sopra l’ultima previsione dell’IRI, un insieme di output modellistici la cui media mostra un evidente prevalere di condizioni di ENSO positivo per i prossimi mesi. Ricordiamo che con un’anomalia positiva delle temperature superficiali superiore a 0.5°C, già si parla di El Niño.

Se e quando la situazione dovesse evolvere nella situazione prospettata, ci sarà da discutere sugli effetti che questopotrà avere sulle dinamiche climatiche delle aree direttamente interessate – l’America centrale che si affaccia sul Pacifico, l’Australia e il continente marittimo – e, più in generale, sulla temperatura media del pianeta.

Per adesso, per inciso, registriamo come spesso accade in primavera, una disarmante difficoltà dei modelli utilizzati per le previsioni del tempo di andare oltre la settimana. In queste condizioni, ragionare sulle settimane o sui mesi è a dir poco speculativo.

Qui, se volete approfondire, l’opinione degli esperti della NOAA sull’ENSO blog. Qui ancora, invece, la previsione dell’IRI.

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Il Riscaldamento dell’Artico e gli eventi estremi, il verdetto non c’è

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia, Meteorologia | 3 comments

Il Riscaldamento dell’Artico e gli eventi estremi, il verdetto non c’è

No, per dirla come gli autori di un interessante articolo che fa il punto sullo stato dell’arte della conoscenza sulla relazione causale tra il riscaldamento dell’Artico, la giuria è ancora fuori dall’aula.

Nella trasposizione nel mondo reale del riscaldamento globale e suoi derivati, primo tra tutti il disfacimento climatico, gli effetti reali, presunti o previsti sul tempo di tutti i giorni sono un argomento topico. Nessuno, tranne chi fa ricerca sul clima, sarebbe in grado di accorgersi del clima che cambia se questo fosse riferito – come in effetti è – al solo aumento di 0,8 decimi di grado della temperatura media globale. Perché tutto questo diventi tangibile devono essere più forti le piogge, più insopportabile il caldo, più rigido il freddo etc etc. Ma quanto di tutto ciò è realmente attribuibile al cambiamento piuttosto che alla intrinseca variabilità naturale del sistema? E, questa attribuzione, può trovare la sua origine nei cambiamenti che avvengono nell’Artico?

Può effettivamente l’amplificazione artica – il fatto cioè che le alte latitudini settentrionali si scaldano di più del resto dell’emisfero – avere effetti sul motore del tempo atmosferico, la corrente a getto, e quindi averne sul tempo osservato?

Il riscaldamento dell’Artico e la conseguente perdita di massa glaciale, hanno già avuto effetti sulle condizioni atmosferiche delle medie latitudini?

Queste dinamiche, se possono essere distinguibili dalla variabilità naturale, a prescindere dal fatto che possano già avere avuto un effetto tangibile, potranno giocare un ruolo significativo in futuro?

Queste le tre domande che si sono posti gli autori di questo articolo:

The impact of Artic warming on the midlatitude Jet Stream: Can it? Has it? Will it?

Con riferimento alla prima domanda, l’unica indagine possibile deve essere condotta con approcci di tipo modellistico, tentando di modulare le variabili in gioco per valutarne l’effetto. In letteratura, il risultato di questo approccio è molto incerto. Due gli elementi di incertezza fondamentali: l’ampiezza degli effetti del riscaldamento, pur confermandone il ruolo, è minimale rispetto alla potenza del segnale della variabilità naturale. I risultati delle simulazioni, inoltre, sono largamente discordanti.

La seconda domanda. La posizione media del getto può variare anche di 10° di latitudine tra una stagione e l’altra. Ancora una volta, l’analisi della letteratura disponibile non consente di identificare un segnale chiaro con riferimento al passato. La conclusione cui giungono gli autori è che quello che abbiamo visto negli ultimi anni è semplicemente il risultato di quello che il sistema, con o senza il riscaldamento dell’Artico e la perdita di massa glaciale, ha in serbo per noi.

E infine il futuro, scuro per definizione. Ma non in quanto cupo, quanto piuttosto perché imperscrutabile. Facendo correre i modelli climatici ritenuti più validi, si scopre che nella maggior parte dei casi questi prevedono uno spostamento verso nord della corrente a getto in tutte le stagioni tranne che in inverno, mentre i modelli forzati con l’evoluzione reale delle temperature e della massa glaciale nell’Artico individuano uno shift verso sud della corrente a getto. Bene, un getto più a nord è tipicamente associato con meno frequenti situaizoni di blocco e meno frequenti eventi intensi, ossia il contrario di quanto prospettato come relazione causale tra il riscaldamento dell’Artico e gli eventi estremi. Infine, le dinamiche dell’Artico sono uno degli elementi da considerare e la loro influenza sul tempo atmosferico delle media latitudini non è lineare, quanto piuttosto condizionata da altri numerosi fattori.

Torniamo quindi dove abbiamo iniziato con qualche ragione in più per giustificare l’assenza di un verdetto. Interessante, occorrerà ricordarsene laprossima volta che qualcuno emetterà una sentenza senza appello.

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Il Boom della Natura

Posted by on 06:00 in Attualità | 7 comments

Il Boom della Natura

Alzi la mano chi non è cresciuto con l’incubo della desertificazione. Scommetto sul 100% di quanti appartengono alla mia generazione e sul 50% di quella che sta seguendo, con l’altro 50% che di notte dorme male a causa del clima che cambia.

Bene, in attesa che passi il cinghiale sullo stomaco di origini climatiche, dichiariamo definitivamente archiviato il tema desertificazione, almeno nell’accezione speventevole che ha accompagnato i miei anni verdi (benché pallidamente tali, ovviamente).

Il pianeta oggi è più verde di quanto non lo fosse cinquanta anni fa, perché fa un po’ più caldo e perché c’è più anidride carbonica in atmosfera, fattore questo che migliora l’efficienza dei processi fotosintetici, favorendo appunto lo sviluppo della vegetazione. Questa tendenza dicono che nel lungo periodo sia predicibile, oltre che osservabile. Pare però che il “rinverdimento” del pianeta occorso nel 2015 sia stato un vero e proprio boom della Natura. Un evento che afferisce al breve periodo, le cui cause sono da ricercare in molteplici fattori, non del tutto chiari o conosciuti.

Ci ha pensato un gruppo di ricercatori, che si sono avvalsi del Moderate Resolution Imaging Spectroradiometer (MODIS), un sensore satellitare dalle cui misurazioni sono stati desunti i dati relativi alla foliazione della vegetazione, giungendo a definire un normalized difference vegetation index (NDVI).

Was the extreme Northern Hemisphere greening in 2015 predictable?

Note e grafica della Figura 2 del papwr: Climate anomalies during 2015. (a) Temperature (T, in °C); (b) precipitation (P, in mm.d−1) and (c) soil water content down to 3 m (SWC, in %). Climate variables are from the ERA-Interim Reanalysis, and anomalies are calculated as departure of the 2000–2014 average. The regions where 2015 anomalies were extreme (either ranking as the highest or lowest in the 2000–2015 period) are highlighted with markers.

Estraendo dalle serie di dati dell’NDVI il segnale relativo al cambiamento climatico, ovvero al lungo periodo (a proposito, il global warming e i suoi derivati stanno rendendo più verde il pianeta, lo sapevate?), cui si può attribuire un 50% delle sue dinamiche, la parte rimanente sembra essere attribuibile alle oscillazioni delle temperature di superficie degli oceani con periodo multidecadale, PDO (Pacific Decadal Oscillation) e AMO (Atlantic Multidecadal Oscillation).

Utilizzando la PDO e l’AMO come predittori per le variazioni di breve periodo, cioè interannuali, e le serie di temperatura e precipitazioni per quelle di lungo periodo, gli autori di questo paper dimostrano che il boom della vegetazione occorso nel 2015 era prevedibile come portato di un comportamento molto deciso e distinguibile della PDO nel corso dell’anno.

Concluderei lasciandovi alla lettura le paper ed alla frase con cui si chiude l’abstract dell’articolo:

Il collegamento trovato tra le dinamiche della variabilità naturale e  l’attività della vegetazione dovrebbe contribuire ad aumentare la predicibilità dei processi del ciclo del carbonio a scala interannuale, cosa che potrebbe essere rilevante, per esempio, per ottimizzare le strategie di gestione dei suoli.

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Le Previsioni di CM – 10 / 16 Aprile 2017

Posted by on 04:22 in Attualità, Le Previsioni di CM, Meteorologia | 0 comments

Le Previsioni di CM – 10 / 16 Aprile 2017

Questa rubrica è curata da Flavio________________________

Situazione ed evoluzione sinottica

Una fascia anticiclonica si estende alle medie latitudini dal medio Atlantico fino all’Europa orientale, mostrandosi tuttavia più solida a occidente per effetto dell’incremento del campo di massa in risposta dinamica all’approfondimento di una goccia fredda sulle Isole Azzorre. Geopotenziale in calo sui settori centro-orientali dell’anticiclone, in concomitanza con l’affondo di un’onda di Rossby sui meridiani centro-europei con associato ingresso di aria polare marittima che sta facendo letteralmente crollare le temperature sulle isole britanniche e sulla Francia, con cali dell’ordine di 15 °C in poche ore. Nella giornata di Domenica 9 Aprile, l’irruzione di aria polare in questione si associava a nevicate in estensione dall’Islanda alle isole Faroe mentre poco più a sud, sull’Inghilterra, si registravano temperature prossime ai 25 °C. Clima impazzito? No: primavera (Fig.1).

Fig.1: GFS, Lunedì 10 Aprile 2017. Geopotenziale e isobare al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

Nel corso della settimana l’azione insistita del getto polare alle alte latitudini europee in sinergia con l’afflusso persistente di aria polare sul Mare di Barents contribuirà al sostanziale smantellamento della struttura anticiclonica sui meridiani centro-orientali europei (Fig.2). Resisterà invece la cellula atlantica, seppure attenuata nei suoi valori di geopotenziale, lasciando l’Italia sotto l’azione di correnti nord-occidentali che si assoceranno a nuvolosità e fenomenologia pomeridiana da instabilità.

Fig.2: GFS, Giovedì 13 Aprile 2017. Geopotenziale e isobare al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

 

In vista delle festività pasquali è più importante del solito dare uno sguardo a quel che si prospetta per il fine settimana. Ebbene, diciamo subito che le carte al momento non consentono di fare una previsione che abbia un’attendibilità elevata. I modelli sembrano abbastanza concordi, però, nel prevedere che la cellula atlantica troverà una sponda nell’anticiclone groenlandese favorendo l’irruzione di aria artica secondo una direttrice più occidentale rispetto a quella seguita in precedenza. Esiste quindi la possibilità che un peggioramento più organizzato interessi il Mediterraneo centro-occidentale.

L’analisi dei membri dell’ensamble GFS, tuttavia, pare supportare un passaggio perturbato in un letto di correnti piuttosto tese settentrionali o nord-occidentali. Condizioni di instabilità perturbata quindi, con addensamenti e fenomenologia che interesseranno in particolare le zone interne e montuose e con le zone costiere e le isole maggiori che saranno interessate da schiarite più ampie e durature. Un peggioramento più consistente potrebbe manifestarsi a partire dal Lunedì di Pasquetta, ad iniziare dalle regioni settentrionali, ma è davvero troppo presto per sciogliere la prognosi (Figs. 3,4).

Colgo l’occasione per augurare una buona Pasqua a tutti i lettori di Climatemonitor.

Fig.3: GFS, Domenica 16 Aprile 2017, Santa Pasqua. Geopotenziale e isobare al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

Fig. 4. GFS, Lunedì dell’Angelo: spaghetti ensamble. Fonte: www.wetterzentrale.de

Previsioni del tempo sull’Italia

Lunedì iniziali condizioni di cielo sereno o poco nuvoloso ovunque, ma con tendenza ad aumento della nuvolosità sulle Alpi e sulle zone interne e montuose del Centro, con associata fenomenologia da instabilità, in estensione nella serata anche ai settori centro-orientali della Val Padana. Temperature stazionarie. Venti deboli tendenti a disporsi da libeccio sul Mar Ligure dalla serata.

Martedì al mattino ancora nuvole e precipitazioni sui settori nord-orientali e sulla Romagna, altrove prevarranno le schiarite. Col passare delle ore aumento della nuvolosità sulle Alpi e su tutti i rilievi appenninici con associati rovesci e temporali, in locale sconfinamento nella sera sulla Val Padana occidentale. Fenomeni meno intensi ed estesi sulle estreme regioni meridionali e sulla Sicilia. Temperature generalmente stazionarie o in lieve diminuzione sulle regioni settentrionali. Venti di maestrale su Mare e Canale di Sardegna e Canale di Sicilia, generalmente deboli variabili altrove.

Mercoledì nuvolaglia sparsa al Nord, prevalentemente stratiforme e in assenza di precipitazioni di rilievo. Altrove iniziali condizioni di cielo sereno o poco nuvoloso, ma con aumento della nuvolosità sulle regioni appenniniche centro-meridionali con associata fenomenologia da instabilità e miglioramento dalla serata. Temperature stazionarie. Venti deboli dai quadranti nordoccidentali.

Giovedì nuvolosità in aumento a partire dal Nord-ovest in progressiva estensione al resto delle regioni settentrionali e in successivo scivolamento verso le regioni centro-meridionali peninsulari con associate precipitazioni sulla regione alpina e, sporadiche, sui rilievi e versanti orientali delle regioni centro-meridionali. Ampie schiarite sulle regioni centro-meridionali del versante tirrenico e sulle isole maggiori. Temperature in lieve aumento. Venti di maestrale su Mare e Canale di Sardegna e Canale di Sicilia, generalmente deboli variabili altrove.

Venerdì qualche rovescio residuo in mattinata sull’Emilia Romagna, altrove iniziali condizioni di bel tempo ma con il solito aumento della nuvolosità dalla tarda mattinata sulle Alpi e sull’Appennino peninsulare, con associate precipitazioni prevalentemente deboli e limitate alle Alpi centro-orientali e all’Appennino peninsulare. Ampie schiarite sulle isole maggiori. Temperature in lieve diminuzione sui versanti orientali. Venti di maestrale su Mare e Canale di Sardegna e Canale di Sicilia, generalmente deboli variabili altrove.

Sabato e Domenica accentuazione dell’instabilità pomeridiana con rovesci e temporali su Alpi e dorsale appenninica peninsulare, in sconfinamento serale su Emilia-Romagna e regioni adriatiche centro-settentrionali. Ampie schiarite sulle isole maggiori, con possibili velature in transito sulla Sicilia. Temperature in lieve ulteriore diminuzione nella giornata di Sabato. Stazionarie o in lieve aumento Domenica. Venti di maestrale su Mare e Canale di Sardegna e Canale di Sicilia, generalmente deboli variabili altrove.

Lunedì possibile marcato peggioramento sulle regioni settentrionali con piogge e rovesci diffusi. Instabilità sulle regioni centrali con fenomeni sparsi specie su zone interne e montuose e schiarite più ampie al Sud. Temperature in diminuzione al Nord, in aumento al Sud. Venti dai quadranti meridionali, in progressivo rinforzo.

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Il Motore Globale che potrebbe essere

Posted by on 10:44 in Attualità | 4 comments

Il Motore Globale che potrebbe essere

Non abbiamo convertito il blog all’ingegneria meccanica. Si parla sempre di tempo atmosferico. Lo facciamo, anzi lo fa la lettura che vi consiglio oggi, tornando a guardare al sistema come macchina termica, valutandone cioè l’efficienza. Naturalmente, la domanda è se e come potrebbe cambiare la resa di questo motore con riferimento ai processi di dissipazione dell’energia, cioè gli eventi atmosferici.

Contrariamente a quanto ci è già capitato di leggere, il paper che segue, cui su questa pagina è stato anche dedicato un ampio commento, ipotizza che pur con un ciclo idrologico in intensificazione, l’efficienza del sistema potrebbe diminuire, diminuendo quindi l’intensità degli eventi più intensi.

Constrained work output of the moist atmospheric heat engine in a warming climate

New paper finds global warming reduces intense storms & extreme weather

Attendo i vostri commenti.

Buona domenica

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Un Mese di Meteo – Marzo 2017

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Un Mese di Meteo – Marzo 2017

IL MESE DI MARZO 2017[1]

Mese caratterizzato dal predominio di promontori anticiclonici atlantici con piovosità ridotta accompagnata da anomalie termiche positive su gran parte dell’area.

La carta media mensile del livello di pressione di 850 hPa (figura 5) mostra l’area italiana  interessata da un promontorio da Ovest dall’anticiclone delle Azzorre. In tali condizioni hanno prevalso condizioni di stabilità, temporaneamente interrotte dal transito di 6 perturbazioni per lo più di debole entità.

Trattandosi di un mese di norma caratterizzato dal prevalere di condizioni di variabilità perturbata tipiche della primavera si tratta di una situazione anomala come attesta il quadro delle precipitazioni, risultate anomalmente ridotte su gran parte dell’area. A ciò si è accompagnata una diffusa anomalia termica positiva, da debole a moderata.

Figura 5 – 850 hPa – Topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota). Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Tabella 1 – Sintesi delle strutture circolatorie del mese a 850 hPa (il termine perturbazione sta ad indicare saccature atlantiche o depressioni mediterranee (minimi di cut-off) o ancora fasi in cui la nostra area è interessata da correnti occidentali con variabilità perturbata).
Giorni del mese Fenomeno
1-2 marzo Regime di correnti occidentali con attività temporalesca sull’Italia peninsulare il giorno 1 (perturbazione n. 1).
3-4 marzo Sul centro-nord transita una saccatura atlantica (perturbazione n. 2).
5-6 marzo Flusso ondulato occidentale con variabilità a tratti perturbata.
7-8 marzo Sul settentrione regime favonico. Sull’Adriatico sviluppo di una depressione mediterranea (perturbazione n. 3) che nel successivo moto verso sudest raggiunge lo Ionio il giorno 8.
9-11 marzo Sul settentrione si afferma un promontorio anticiclonico da sudovest. La depressione ionica si porta sull’Egeo e influenza il settore ionico.
12-16 marzo Un promontorio anticiclonico da ovest interessa l’area italiana.
17-19 marzo L’arretramento dell’anticiclone espone le nostre regioni a un debole regime di correnti da nordovest.
20-22 marzo Campo di pressioni livellate. La Sicilia è marginalmente influenzata da una depressione africana centrata sulla Tunisia e in lento moto verso est (perturbazione n. 4).
23-26 marzo Una depressione inizialmente sul Golfo di Biscaglia e in lento moto retrogrado verso ovest interessa marginalmente la nostra area (perturbazione n. 5).
27-28 marzo Campo di pressioni livellate con tempo stabile salvo variabilità residua sul meridione peninsulare e la Sicilia ove si assiste ad isolata attività temporalesca nei giorni 27 e 28 associata ad un debole saccatura da est (perturbazione n. 6).
29-31 marzo Il centro-nord è interessato da un promontorio da sudovest mentre una depressione dell’Egeo influenza marginalmente le regioni del versante ionico.

Andamento termo-pluviometrico

Per quanto concerne le temperature minime e massime mensili (figure 1 e 2) domina una anomalia positiva da debole a moderata su gran parte dell’area. La tabella delle temperature decadali (tabella 2) evidenzia che le anomalie delle minime sono state più rilevanti nella prima e terza decade al centro-nord e quelle delle massime sono state più sensibili al centro-nord.

Figura 1 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Figura 2 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

(*) LEGENDA: Tx sta per temperatura massima (°C), tn per temperatura minima (°C) e rr per precipitazione (mm). Per anomalia si intende la differenza fra il valore del 2013 ed il valore medio del periodo 1988-2015. Le medie e le anomalie sono riferite alle 202 stazioni della rete sinottica internazionale (GTS) e provenienti dai dataset NOAA-GSOD. Per Nord si intendono le stazioni a latitudine superiore a 44.00°, per Centro quelle fra 43.59° e 41.00° e per Sud quelle a latitudine inferiore a 41.00°. Le anomalie termiche sono evidenziate con i colori (giallo o rosso per anomalie positive rispettivamente fra 1 e 2°C e oltre 2°C; azzurro o blu per anomalie negative rispettivamente fra 1 e 2°C e oltre 2°C) . Analogamente le anomalie pluviometriche percentuali sono evidenziate con i colori ( azzurro o blu per anomalie positive rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75%; giallo o rosso per anomalie negative rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75%) .

La carta delle anomalie pluviometriche (figura 4) evidenzia anomalie negative su quasi tutta l’area con la sola eccezione del nordovest, del Trentino e di parte della Toscana. L’anomalia decadale delle precipitazioni (tabella 2) è stata più sensibile nella seconda e terza decade.

Figura 3 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 4 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

___________________________________

[1]              Questo commento è stato condotto con riferimento alla  normale climatica 1988-2015 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

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Se lo dice la NOAA…

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia | 17 comments

Se lo dice la NOAA…

Beh, lo dice e basta. E ve lo riporto pari pari:

In conclusione, né le nostre proiezioni modellistiche per i 21° secolo, né le nostre analisi dei trend del numero degli uragani e delle tempeste tropicali in Atlantico negli ultimi 120 e più anni, supportano l’idea che il riscaldamento indotto dai gas serra possa portare ad un significativo aumento nel numero totale delle tempeste tropicali o degli uragani in Atlantico. I nostri studi modellistici prevedono un importante (circa 100%) aumento degli uragani atlantici di categoria 4-5 nel 21° secolo, ma stimiamo che questo aumento possa non essere distinguibile fino alla seconda metà del secolo.

Un interessante presa di posizione questa della NOAA. Lo spauracchio del clima (e del tempo ad esso correlato) già impazzito può, evidentemente attendere. E dovrà farlo almeno per qualche altra decade, se non per buona parte di questo secolo.

In particolare, c’è da sottolineare il fatto che in quanto osservato sin qui, negli anni del global warming ruggente, non è possibile distinguere alcun segnale di cambiamento che abbia un’ampiezza tale da non essere compreso nella normale variabilità di origine naturale di questi eventi, sia per numero che per intensità.

Ma, oltre al testo completo del documento, che comunque contiene alcuni irrinunciabili aspetti ansiogeni in termini futuristici a compensazione dello scarso tasso di catastrofismo di questa notizia, ci sono anche delle immagini piuttosto interessanti. In particolare quella qui sotto, alla quale pregherei di fare attenzione per intero, vale a dire andando a rintracciare quei piccoli segni verdi in basso a destra.

Fatto? Bene. Il verde, recita la legenda, rappresenta la proiezione elaborata con un modello ad alta risoluzione, idealmente più performante dei modelli climatici usati per i dati che riempiono il grafico. Nella proiezione ad alta risoluzione, l’intensità degli uragani in Atlantico, espressa dal Power Dissipation Index, è consistentemente più bassa di quanto prevedano invece tutti gli altri modelli, dei quali è assai nota l’incapacità di riprodurre con efficacia la dinamica di lungo periodo di questo genere di eventi.

Se poi, in alternativa all’indice PDI, volete saper com’è andata l’intensità degli uragani nelle ultime decadi, qui sotto c’è anche il grafico dell’ACE (Accumulated Cyclone Energy) che mostra chiaramente come non ci sia proprio nulla da mostrare, se non il fatto che mentre il clima idealmente impazziva, gli uragani inspiegabilmente rinsavivano.

Il documento della NOAA è qui.

Enjoy.

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