Temperature Globali

Trend in atto

Dopo la fine della piccola era glaciale, fase fredda che ha interessato più direttamente il periodo compreso fra il XVII e la prima metà del  XIX secolo, le temperature globali hanno ripreso a salire (“grazie a Dio”, perché fare agricoltura prima che la “perfida azione dell’uomo” iniziasse ad alterare il clima era assai più proibitivo rispetto ad oggi).

Circa l’andamento delle temperature globali al suolo, secondo il dataset internazionale Hadcrut4 per il periodo 1850-2015 (CRU di East Anglia University e Hadley Center), ad una fase di aumento che ha avuto il proprio apice nel 1878 (+0.5°C rispetto al 1850)  ha fatto seguito una fase di decremento con minimo nel 1911 (-0.2°C rispetto al 1850). Ad un nuovo incremento fino al 1945 (che si è collocato a +0.5°C rispetto al 1850) è seguita una diminuzione protrattasi fino al 1976 (anno che a livello globale si colloca a soli +0.1°C rispetto al 1850). Dal 1977 al 1998 le temperature globali sono di nuovo aumentate portandosi nel 1998 a +0.85°C rispetto al 1850. Dal 1998 ad oggi infine si è osservato un lieve aumento residuo che tuttavia non trova conferma nei dati da satellite MSU relativi alla bassa troposfera, e che indicano piuttosto la sostanziale stazionarietà delle temperature globali dopo il 1998.

Occorre evidenziare che la salita delle temperature fino ai valori odierni è stata tutt’altro che continua, nel senso che a un trend di incremento pari a +0.85°C dal 1850 ad oggi si è costantemente sovrapposta una ciclicità sessantennale che ha mostrato minimi negli anni 1850, 1910, 1977 e massimi negli anni 1878, 1945 e 1998. Inoltre si è assistito ad una accentuata variabilità interannuale con la rapida alternanza di annate più calde e più fredde.

Oggi sappiamo che la ciclicità sessantennale è imposta da una ciclicità delle temperature marine che per il Nord Atlantico è espressa dall’indice AMO, fenomeno del tutto naturale, la cui presenza è dimostrata per lo meno per gli ultimi 8000 anni (Knudsen et al 2011). La grande variabilità interannuale è anch’essa un fenomeno del tutto naturale e che deriva dall’alternarsi di regimi circolatori diversi. La sua presenza anche remota ci è mostrata ad esempio dalla serie storica delle date di vendemmia in Borgogna dal 1370 ad oggi (Labbé e Gaveau, 2013).

Sul trend di +0.85°C non possiamo invece escludere l’influenza umana legata all’emissione di gas serra di origine antropica (anidride carbonica, metano, protossido d’azoto) cui si sovrappongono fenomeni naturali come l’attività solare. In tal senso fra le possibili interpretazioni citiamo quella di Ziskin & Shaviv (2012) i quali applicando un Energy Balance Model, hanno stimato che il 60% del trend crescente delle temperature osservato nel XX secolo è di origine antropica ed il 40% e di origine solare. Anche se la scienza non procede di regola per “colpi di maggioranza”, occorre evidenziare che le valutazioni di Ziskin & Shaviv sono confortate dal fatto che il 66% dei 1868 ricercatori operanti in ambito climatologico e intervistati da Verheggen et al. (2014) ha espresso l’idea che le attività antropiche siano all’origine di oltre il 50% dell’aumento delle temperature globali registrato dal 1950 ad oggi.

Aspetti paleoclimatici

Lo studio del paleoclima ci indica che l’olocene è stato interessato da episodi caldi (gli optimum postglaciali) fra cui rammentiamo il grande optimum postglaciale, l’optimum miceneo, l’optimum romano, l’optimum medioevale e la fase di riscaldamento attuale. A tali fasi si sono alternate fasi di “deterioramento” segnate da cali termici ed avanzate glaciali. Per inciso l’uso di “optimum” e “deterioramento” non è affatto casuale e gli optimum erano così chiamati i quanto la vita era più facile, la mortalità più ridotta e le fonti di cibo ed energia più abbondanti. Lo stesso padre spirituale della teoria dell’Anthropogenic Global Warming (AGW), Svante Arrhenius, vedeva nel riscaldamento globale da CO2 un fenomeno positivo poiché in grado di rendere più vivibili e meglio fruibili per l’uomo i gelidi areali nordeuropei, sogno questo che si starebbe oggi avverando.

Un Mese di Meteo – Febbraio 2019

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Un Mese di Meteo – Febbraio 2019

IL MESE DI FEBBRAIO 2019[1]

Mese per lo più scarsamente piovoso e con temperature in anomalia positiva soprattutto al nord nei massimi.

La topografia media di febbraio del livello di pressione di 850 hPa evidenzia come cetrn d’azione determinate per il tempo atmosferico sulla nostra area un promontorio anticiclonico di blocco da sudovest esteso dal vicino Atlantico all’Arco Alpino. Il meridione è invece influenzato da una saccatura con asse da est-nordest.

La carta delle isoanomale per 850 hPa evidenzia dal canto suo un robusto nucleo di anomalia positiva sul centro Europa e un nucleo di lieve anomalia negativa sulla Libia. Si noti anche il robusto nucleo di anomalia negativa presente in pieno Atlantico.

Il febbraio 2019 ha visto il territorio nazionale in tutto o in parte interessato da 3 perturbazioni transitate rispettivamente fra 1 e 2, fra 3 e 6 e fra 23 e 27 febbraio (tabella 1). La piovosità più elevata a livello nazionale è stata riscontrata il giorno 2 febbraio con 12.5 mm, seguito dal 3 febbraio con 8.2 mm e dal’1 febbraio con 6.4 mm di media nazionale. 1, 2 e 3 febbraio sono risultati anche i giorni più piovosi al centro-nord mentre al sud la massima piovosità è stata registrata il 4 e il 5 febbraio.

Figure 1a – 850 hPa – Topografie medie mensili del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota). Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Figura 1b – 850 hPa – carte delle isoanomale del livello di pressione di 850 hPa.

Tabella 1 – Sintesi delle strutture circolatorie del mese a 850 hPa. Il termine perturbazione sta ad indicare saccature atlantiche o depressioni mediterranee (minimi di cut-off) o ancora fasi in cui la nostra area è interessata da regimi che determinano variabilità perturbata (es. flusso ondulato occidentale).

Tabella 2 – Tipi circolatori giornalieri secondo la classificazione di Borghi e Giuliacci a 16 tipi.

Andamento termo-pluviometrico

Le temperature medie delle massime mensili (figura 2) hanno presentato un’anomalia positiva da debole a moderata sul Centro-Nord e sul nord della Sardegna mentre al Sud sono risultate nella norma. Le medie delle minime (figura 3) sono invece risultate per lo più nella norma salvo lievi anomalie negative o positive a carattere locale. Dalla figura 5 si coglie la presenza di una spiccata anomalia pluviometrica negativa sulla maggior parte dell’areale italiano salvo anomalie positive sul Triveneto la Sicilia orientale e le  provincie di Alessandria, Rieti e L’Aquila.

Figura 2 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Figura 3 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

Figura 4 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 5 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

L’analisi decadale (tabella 3) evidenzia che l’anomalia positiva ha interessato soprattutto il centro-nord con un massimo di +4.8°C al settentrione nella terza decade del mese. A livello pluviometrico dopo l’anomalia positiva registrata al centro-nord nella prima decade di febbraio si è passati ovunque ad anomalie negative.

Tabella 3 – Analisi decadale e mensile di sintesi per macroaree – Temperature e precipitazioni al Nord, Centro e Sud Italia con valori medi e anomalie (*).

L’anomalia termica sopra descritta è confermata dalla carta delle anomalie termiche globali riportata in figura 6a, ricavata da dati MSU e dalla quale si nota che l’anomalia termica positiva sull’Italia si lega a una vasta area a sensibile anomalia positiva presente sul centro-nord Europa e che fa segnare il proprio massimo sul mar Baltico. In figura 6b riportiamo inoltre la carta dell’anomalia termica globale da stazioni al suolo prodotta dal Deutscher Wetterdienst sulla base dei report mensili CLIMAT. Tale carta indica invece la presenza di una lieve anomalia positiva su centro Europa e Scandinavia.

Figura 6a – UAH Global anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile della bassa troposfera. Dati da sensore MSU UAH [fonte Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama in Huntsville – prof. John Christy (http://nsstc.uah.edu/climate/)

Figura 6b – DWD climat anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile al suolo. Carta frutto dell’analisi svolta dal Deutscher Wetterdienst sui dati desunti dai report CLIMAT del WMO [https://www.dwd.de/EN/ourservices/climat/climat.html).

[1]              Questo commento è stato condotto con riferimento alla  normale climatica 1988-2017 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

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Previsioni per gli Scioperati

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Previsioni per gli Scioperati

Ho amici sadici che mi torturano regolarmente inviandomi messaggi con perle climatiste delle più varie, col risultato di guastarmi l’umore, e… costringermi a scrivere sul Blog a scopo liberatorio. Questa volta ringrazio Gabriele per uno screenshot di Repubblica. Titolo: “Siccità al nord, tempeste al sud, abbiamo stravolto il clima”. Sottotitolo: “Neve ai minimi, fiumi in secca e alluvioni. L’Italia fa i conti con gli effetti del riscaldamento globale. Venerdì 15 marzo tutti in piazza: il mondo si mobilita contro i cambiamenti climatici”.

OK niente di nuovo sotto il sole, mancano solo le cavallette e la pioggia di fuoco: tutta roba già letta. L’unica differenza è che stavolta tocca tirare la volata agli scioperati che il 15 Marzo emuleranno la grande impresa di Greta, la ragazzina svedese che protesta bigiando la scuola perché vuole morire liberamente di freddo a casa sua, in Svezia, come da tradizione secolare. Allora mi sono detto: giacché questa deve essere una manifestazione global(ista), perché non dare un’occhiata alle previsioni per tutta l’Europa per il 15 Marzo? Guardiamole insieme (Fonte: wetterzentrale.de – modello GFS, run delle 12:00 del 12 Marzo 2019).

Isole Britanniche

Abbondanza di nubi e precipitazioni, venti tesi dai quadranti occidentali. Venti tempestosi sulla Scozia, neve sulle Highlands.

Europa centrale

Condizioni generali di maltempo con nubi e precipitazioni praticamente ovunque. Maltempo in particolare tra Olanda, Danimarca, Germania e Polonia con precipitazioni molto intense dalla tarda mattinata. Nevicate pesantissime sulla regione alpina (qualcuno informi Repubblica che dà la neve “ai minimi”) con accumuli molto ingenti specie sui versanti settentrionali: Alpi svizzere e austriache letteralmente sommerse dalla neve fin dal giorno precedente alla manifestazione contro il caldo che fa sparire la neve.

Europa orientale, regione balcanica

Nevicate a quote basse dal mattino muoveranno dalla Bosnia in direzione di Serbia, Montenegro e Romania occidentale. Cieli parzialmente nuvolosi più a est, con temperature più miti. Bel tempo sull’Ucraina centro-occidentale, neve su quella orientale. Nuvolosità irregolare sulla Grecia con precipitazioni sparse in un contesto fresco.

Scandinavia

Nevicate estese sulla Finlandia e sulla Svezia centro-settentrionale, fino alle porte di Stoccolma dove cadrà qualche fiocco coreografico. Tempo in forte peggioramento sulla Norvegia meridionale con nevicate estese in intensificazione dal pomeriggio; tempo da lupi sulla costa atlantica con tempeste di neve in intensificazione dal pomeriggio fino a quote prossime al piano.

Spagna e Italia

Bellissima giornata di sole, grazie al tiepido abbraccio dell’anticiclone delle Azzorre. Cieli generalmente sgombri da nubi, tranne stratificazioni alte e sottili sulle regioni centro-settentrionali italiane. Temperature gradevolissime, diffusamente intorno ai 20 gradi i valori massimi nelle zone interne, localmente superiori.

Elogio della normalità climatica

Riassumendo, nel giorno della “grande marcia” per il clima “stravolto”, le condizioni del tempo sull’Europa saranno all’insegna di una imbarazzante normalità: gli scioperati inglesi faranno sega in mezzo al vento e alle nubi, gli scozzesi se ne staranno rifugiati a scuola per il vento troppo forte. Svizzeri e austriaci sommersi dalla neve in montagna: chissà se troveranno modo di uscire di casa per scioperare contro la mancanza di neve. Stesso problema per i norvegesi, che la mattina forse riusciranno a mettere il naso fuori di casa, ma la sera dovranno correre ai ripari in mezzo alla tormenta. Francesi, tedeschi, olandesi e polacchi intristiti sotto cieli plumbei e pioggia battente: facile che dopo aver scioperato per il troppo sole trovino rifugio in un pub a scaldarsi, asciugarsi e scolarsi una pinta di birra di nascosto dai genitori.

I più fortunati? Gli scioperati italiani e spagnoli che bigeranno la scuola per spassarsela letteralmente, godere dei primi tepori primaverili, divertirsi con gli amici e… ricordarsi (se ci riescono) che stanno scioperando perché il clima fa schifo per colpa dei loro genitori e della loro ostinazione a votare per i partiti sbagliati.

Maledetto sovranismo

Eh sì, perché in quella che pretende di essere una prova di forza del globalismo, ovvero un happening di massa transnazionale e “gggiovane” in tema clima-catastrofista e politicamente impegnato al fianco di partiti “verdi” e “no-border” è semplicemente odioso che il tempo non collabori: si ostini anzi a fare il sovranista e a rispettare quegli odiati confini che si vorrebbero abbattere.

E poi questi luoghi comuni nazionali, così demodé nei salotti che contano: sole e caldo in Italia, vento in Scozia, neve in Scandinavia, tempo bello al sud e tempo che fa schifo al nord. Cos’è questa storia? E la catastrofe climatica? Il clima stravolto? E la neve che non c’è? Dove sono finiti? Sono tutti su Repubblica (e i suoi tanti fratelli) sotto la forma di millemila articoli-fotocopia sull’emergenza climatica che non c’è, ma che ci potrebbe essere, forse, fra 150 anni, se non voterai per il partito giusto.

Bella giovinezza

Quello che conta è che tra una birra al pub di Copenaghen sotto il diluvio e un occhiolino alla compagna sotto il sole di Roma, l’Europa il 15 Marzo sarà veramente unita nell’allegria collettiva per un giorno rubato alla scuola, per stare in giro con gli amici, con una scusa qualunque. Esattamente come succedeva a noi adulti quando eravamo giovani come loro.

E allora divertitevi ragazzi, che per i problemi veri c’è sempre tempo. E per quei problemi veri, statene certi, non vi trascinerà in piazza proprio nessuno.

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PS: Un grazie a Flavio per l’aiuto con le previsioni

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Le Piogge nel Sahel – Alcuni Aspetti Meteo-Climatici

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Le Piogge nel Sahel – Alcuni Aspetti Meteo-Climatici

di Luigi Mariani e Franco Zavatti

Riassunto

L’articolo sarà pubblicato in due parti. In particolare la prima affronterà il tema delle piogge nel Sahel discutendone gli aspetti legati alla climatologia statica (valori medi, distribuzione spaziale, ecc.) e dinamica (strutture circolatorie sottese) e alla prevedibilità. La seconda parte sarà invece dedicata alla componente ciclica che caratterizza le precipitazioni nel Sahel affrontata tramite i classici strumenti dell’analisi periodale. L’aspetto ciclico è di grande rilevanza in quanto la variabilità ha pesanti ripercussioni sull’agricoltura dell’area che si basa su colture erbacee non irrigue e sulla zootecnia transumante.

Abstract

This work will be issued in two parts. In particular, the first will address the issue of rains in the Sahel discussing the aspects related to static climatology (mean values, spatial distribution, etc.) and dynamics (underlying circulatory structures) and predictability. The second part will be dedicated to the cyclic component that characterizes the precipitations in the Sahel faced through the classic tools of periodic analysis. The cyclical aspect is of great importance because the variability has heavy repercussions on the agriculture of the area based on non-irrigated herbaceous crops and on transhumant animal husbandry.

Aspetti geografici e climatici generali

Figura 1 – Precipitazioni medie del Sahel e limiti orientativi dell’area (da Nicholson, 2013).

Localizzato oltre 2000 km a Sud della Sicilia, Il Sahel è una regione che si estende longitudinalmente per circa 5000 km coprendo grossomodo 4 gradi di latitudine, da 14 a 18°N (figura 1), per cui in totale si tratta di circa 2,22 milioni di kmq (circa 7,4 volte l’Italia), caratterizzati da una relativa omogeneità est-ovest del clima e della vegetazione.

I caratteri macroclimatici dell’area in esame possono essere apprezzati adottando lo schema di classificazione di Koeppen e Geiger che indica il Sahel come areale di transizione fra il clima dei deserti caldi (BWh) caratteristico del Sahara e quello semiarido caldo delle steppe (BSh) caratteristico della fascia pre-sahariana (figura 2).

Il clima del Sahel può essere apprezzato applicando gli schemi propri della meteorologia della fascia intertropicale, ove agiscono fenomeni ciclici come l’ENSO, la cui sede è nell’Oceano Pacifico ma la cui influenza si estende all’intera fascia intertropicale e da lì si propaga verso le medie latitudini, il monsone, frutto del contrasto termico fra aree continentali e oceaniche e la zona di convergenza intertropicale (ITCZ), equatore meteorologico in cui convergono al suolo gli alisei e che nel corso dell’anno presenta una caratteristica oscillazione latitudinale spingendosi fino a 20°N in estate e scendendo verso sud in inverno.

Figura 2 – Classificazione macroclimatica di Koeppen e Geiger per l’areale africano. Il Sahel si presenta come areale di transizione fra il tipo desertico BSh proprio del Sahara e quello predesertico BWh https://it.wikipedia.org/wiki/Classificazione_dei_climi_di_K%C3%B6ppen#/media/File:Classificazione_climatica_mondiale_secondo_il_sistema_K%C3%B6ppen%E2%80%93Geiger.png

Climatologia statica e dinamica delle piogge saheliane

L’attenzione alle precipitazioni nell’area Saheliana è divenuta più alta dopo la siccità che ha colpito l’area fra gli anni 70 e 80 del XX secolo, e ciò ha anche portato ad un certo incremento delle conoscenze che restano comunque parziali anche in virtù del progressivo deterioramento delle reti pluviometriche locali. Ciò è attestato ad esempio da un lavoro comparso sull’International Journal of Climatology nel 2003 dal quale si evince che dalle 51 stazioni presenti nel 1921 si è passati alle 152 del 1951, alle 188 del 1971, alle 102 del 1991 per giungere infine alle 35 del 2003 (figura 3), numero largamente insufficiente per costruire una climatologia delle precipitazioni di un’area tanto vasta (se la rete pluviometrica sinottica dispone per l’Italia di 200 stazioni per un areale  grande più di 7,4 volte ne dovrebbero grossomodo occorrere 1500. Ciò peraltro costituisce un curioso apologo di un mondo che nonostante l’enorme preoccupazione per la “catastrofe climatica prossima ventura” si scorda che prima di usare l’aggettivo “catastrofe” bisognerebbe quanto meno esprimere i fenomeni in termini quantitativi tramite adeguate misure, come ci insegnò Galileo. Occorre peraltro dire che la penuria di stazioni di misura al suolo è oggi almeno parzialmente surrogata dal remote sensing da satellite (es: Tropical Rainfall Measuring Mission – TRMM).

Figura 3 – Evoluzione della rete pluviometrica relativa all’areale del Sahel e alle zone al contorno come evidenziata da Dai et al. (2004)

Il regime precipitativo

Se si analizza il regime annuale delle precipitazioni del Sahel e della zona al contorno (Nicholson, 2013)  si colgono 4 fasi temporali successive e cioè una fase oceanica (in media da novembre a metà aprile), una fase costiera (in media a metà giugno), una fase di transizione (fra terza decade di giugno e primi di luglio) e una fase continentale saheliana (in media da metà luglio a settembre, con il 24 di giugno come data media d’inizio). Durante la fase saheliana la pioggia raggiunge la massima intensità e la zona di picco si colloca a sud del Sahel a circa 10° Nord di latitudine.

A ulteriore dettaglio di tale schema occorre segnalare che il periodo piovoso dura mediamente 2 mesi nella fascia più a Nord del Sahel, ove cadono in media 200 mm l’anno, e 4-5 mesi in quella più a sud, dove cadono in media 500-600 mm/anno.  Inoltre Il Sahel è occasionalmente interessato da piogge invernali di entità assai modesta (meno di 25 mm l’anno).

Il monsone dell’Africa Occidentale

La pioggia che cade da giugno a settembre sul Sahel è di natura monsonica (Monsone dell’Africa Occidentale) in quanto ha origine dal contrasto termico fra il Sahara e l’Oceano Atlantico equatoriale. Infatti dal punto di vista dinamico il monsone si regge sull’afflusso di aria umida da sudovest (Golfo di Guinea) guidato dalla depressione termica che staziona sul Sahara occidentale con centro a 20°N (figura 4). In tale schema un ruolo chiave è giocato da due correnti a getto con direzione est-ovest e cioè il Tropical Easterly Jet (TEJ) posizionato nell’alta troposfera intorno a  200 hPa e l’African Easterly Jet (AEJ) posizionato nella media troposfera fra 600 e 700 hPa (figura 5). A tali correnti a getto da est si associano a bassa quota delle correnti occidentali (westerlies) che nelle annate più piovose si intensificano trasformandosi in jet di bassa quota.

Figura 4 – Circolazione media sull’area nel periodo invernale (a) ed estivo (b). Si noti la depressione termica sul Sahara e la linea puntinata che indica la posizione della Zona di convergenza intertropicale – ITCZ e il suo disaccoppiamento estivo rispetto all’area di precipitazioni (da Nicholson, 2013).

Figura 5 – Disposizione spaziale delle correnti a getto della media e alta troposfera TEJ e AEJ. Mentre AEJ è limitata all’Africa, TEJ si estende anche all’Oceano Indiano ove presenta un nucleo di massima velocità (da Nicholson, 2013).

La suddetta transizione fra fase costiera e fase continentale è di norma improvvisa e si accompagna all’inversione della circolazione a bassa quota che mentre prima era da ovest (westerlies) si dispone ora da est (African Easterly Waves – AEW). L’inversione della circolazione a bassa quota è associata all’irrobustirsi della depressione termica sahariana (figura 4) ed è accompagnata dall’innesco della convezione profonda e dallo spostamento delle strutture precipitative da 5° a 10°N. Al riguardo si noti che sull’area le strutture precipitative caratteristiche del monsone sono in genere costituite da bande precipitative a mesoscala, che sono responsabili di oltre l’80% dell’intera pioggia che cade sull’area e che sono tutt’altra cosa rispetto alle piogge frutto di instabilità locale.

E’ altresì interessante notare che la zona di convergenza intertropicale (ITCZ) parrebbe giocare un ruolo marginale nel fenomeno in esame in quanto un’area di subsidenza separa l’ITCZ dalla zona di massima precipitazione, disaccoppiandola di fatto dalla stessa.

La data media d’inizio del monsone nel Sahel è il 24 giugno ed in un primo tempo il fenomeno procede con lentezza e si caratterizza per una successione di fasi attive e inattive. Le simulazioni mostrano che l’innesco e la successiva temporizzazione del monsone sono legati alle dinamiche a macroscala che si estendono ben oltre l’areale del Sahel. Più in particolare l’inizio dipende dalla propagazione verso ovest dell’onda di Rossby associata al Monsone indiano e che raggiunge l’Africa Occidentale 7-15 giorni dopo, innescando la convezione nel Sahel. Fra i fattori locali gioca inoltre un ruolo significativo l’interazione fra l’AEJ e l’orografia. Al riguardo si noti che mentre AEJ è limitato all’Africa, TEJ è parte di una corrente a getto ben più ampia che si estende all’Oceano Indiano ove presenta un nucleo di massima intensità (figura 6).

 

Effetti sull’agricoltura e prevedibilità dell’inizio del monsone

Figura 6 – Posizione delle correnti a getto della media e alta troposfera TEJ e AEJ – sezione verticale latitudinale (da Nicholson, 2013).

L’inizio delle piogge monsoniche sul Sahel ha un’importanza cruciale per l’agricoltura coincidendo con le semine delle colture tipiche dell’area, le più importanti delle quali sono come di seguito elencate dalla  U.S. Agency for International Development (USAID): cereali (mais, miglio perlato, sorgo e riso); piante da fibra (cotone), piante da frutto (anacardio, mango e shea); legumi (ceci, fagiolino dell’occhio, fagiolo mungo, caiano e néré), oleifere (sesamo) e piante da radice (cassava, patata dolce) (USAID, 2014). Importanti sono anche la zootecnia (bovini, pecore, capre e dromedari) basate sulla transumanza e dunque dipendenti dall’abbondanza del pascolo, a sua volta determinata dalla pioggia (Ickowicz et al., 2012). Lo stretto legame fra la biomassa vegetale espressa tramite l’indice NDVI e la pioggia caduta stimata da satellite è espresso in modo molto efficace dalla figura 7 (NASA – Earthobservatory, 2004).

Purtroppo l’inizio della stagione monsonica ha prevedibilità molto bassa, tant’è che le popolazioni locali lo associano alla comparsa di particolari nubi sulle aree montane[1] come ad esempio nel massiccio del Tibesti, fra Libia e Chad, la cui cima più alta, l’Emi Koussi, raggiunge i 3445 m di altezza. Attualmente nell’ambito del centro Agrhymet sono in corso esperimenti di previsione stagionale del monsone di cui un resoconto in lingua francese è disponibile qui: http://agrhymet.cilss.int/index.php/2019/03/01/les-previsions-saisonnieres-des-caracteristiques-agro-hydro-climatiques-pour-la-grande-saison-des-pluies-dans-les-pays-du-golfe-de-guinee-sont-tombees/

 

Figura 7 – Piovosità stimata da satellite nell’ambito della Tropical Rainfall Measuring Mission (TRMM) ed effetti sulla vegetazione (https://earthobservatory.nasa.gov/images/7277/vegetation-and-rainfall-in-the-Sahel).

Bibliogafia

  • Dai A.,  Lamb P.J., Trenberth K.E., Hulme M., Jones P.D., Xie P, 2004. Comment – the recent Sahel drought is real, Int. J. Climatol. 24: 1323–1331
  • Ickowicz et al., 2012. Crop–livestock production systems in the Sahel – increasing resilience for adaptation to climate change and preserving food security, Centre de coopération internationale en recherche agronomique pour le développement (CIRAD) (http://www.fao.org/fileadmin/templates/agphome/documents/faooecd/CropLivestockSahel.pdf).
  • NASA – Earthobservatory, 2004. Vegetation and Rainfall in the Sahel  https://earthobservatory.nasa.gov/images/7277/vegetation-and-rainfall-in-the-Sahel
  • Nicholson Sharon E., 2013. The West African Sahel: A Review of Recent Studies on the Rainfall Regime and Its Interannual Variability. , ISRN Meteorology , 213, ID453521, 32 pages, 2013.
  • USAID, 2014. A review of fifteen crops cultivated in the Sahel, 102 pp. (il PDF è disponibile gratuitamente in rete)

 

[1]                     Questo è quanto fu riferito a uno degli autori da Michele Conte, climatologo del Servizio meteorologico dell’Aeronautica Militare che negli anni ‘80 si occupò della climatologia dinamica del Sahel nell’ambito del progetto Agrhymet (http://agrhymet.cilss.int/) promosso dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale.

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Le Previsioni di CM – 11/17 Marzo 2019

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Le Previsioni di CM – 11/17 Marzo 2019

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Come preannunciato il fronte polare si è gradualmente abbassato, e le ondulazioni atlantiche interessano con maggiore frequenza la penisola italiana, attualmente alle prese con il transito di una veloce perturbazione che porta in dote un abbassamento sensibile delle temperature. La cellula atlantica si protende verso levante dall’Iberia in direzione della Francia, ma è incalzata da una nuova depressione atlantica in avvicinamento in queste ore alle isole britanniche. Un secondo centro depressionario, a gradiente più lasco, interessa la regione scandinava e la Russia europea, contribuendo al mantenimento di temperature piuttosto basse nell’area in questione. Alta pressione stagionale sulla Groenlandia. (Fig.1).

La circolazione continuerà a mantenersi sostanzialmente zonale per tutta la settimana, con l’alternarsi di ondulazioni atlantiche e di rimonte anticicloniche. In particolare, tra mercoledì e giovedì la depressione britannica riuscirà a spingersi verso il Mediterraneo centrale, interessando l’Italia e portando un nuovo abbassamento termico associato a precipitazioni diffuse, specie sulle regioni centrali e meridionali. Seguirà una breve pausa anticiclonica, seguita sul finire della settimana da un nuovo probabile peggioramento associato ad una ennesima ondulazione atlantica che potrebbe fare ingresso sul Mediterraneo secondo una direttrice più occidentale, richiamando aria più mite e umida sull’Italia, con associate precipitazioni più abbondanti in un contesto termico decisamente primaverile (Fig.2).

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì nuvolosità in aumento sulle Alpi con nevicate in prossimità dei crinali di confine. Aumenta la nuvolosità anche sul Friuli con piogge e rovesci in rapido spostamento verso la Romagna, le Marche e le centrali adriatiche con nevicate che in serata interesseranno l’Appennino centrale a bassa quota. Schiarite in Valpadana e sul Tirreno, sottovento alla circolazione. Il Sud in attesa con nuvolosità in aumento in serata sulla Puglia.

Temperature in sensibile diminuzione al Nord e al Centro. Irrompe il maestrale sui bacini occidentali, forte.

Martedì piogge rovesci e nevicate a quote basse abbandonano il Sud in tarda mattinata. Ampie schiarite altrove. Temperature in forte diminuzione al Meridione, venti ovunque dai quadranti settentrionali, forti su basso Adriatico e Ionio.

Mercoledì nevicate sulle Alpi occidentali in prossimità dello spartiacque con sconfinamenti in Valle d’Aosta. Ampie schiarite sulla Valpadana centro-occidentale, sottovento. Peggiora sul Nord-est con nevicate sulle Dolomiti e piogge e rovesci sul Triveneto, segnatamente sul Friuli. Peggiora rapidamente sulle regioni centrali, con i nuclei precipitativi più intensi che muoveranno dalla Sardegna verso la bassa Toscana, Lazio, Umbria e Marche con piogge, rovesci e nevicate sull’Appennino alle quote medie. In serata migliora sulle regioni centrali, peggiora al Sud, specie su Campania con precipitazioni diffuse a prevalente carattere di rovescio.

Temperature in aumento nei valori minimi e le massime al Sud. Ventilazione ciclonica attorno al minimo depressionario.

Giovedì ancora nevicate sui crinali alpini centro-occidentali. Ampie schiarite su Valpadana e centrali tirreniche. Condizioni di instabilità su centrali adratiche e al Sud con precipitazioni sparse, nevose al di sopra degli 800-1000 metri.

Temperature in diminuzione al Centro-Sud, venti tesi settentrionali.

Venerdì nevicate in mattinata sui crinali alpini di confine, condizioni di stabilità altrove. Temperature in sensibile aumento, ventilazione occidentale.

Sabato condizioni di stabilità su tutto il Paese, ma con addensamenti nuvolosi frequenti nei bassi strati sulle regioni tirreniche, sopravvento alla circolazione occidentale. Venti di ponente, temperature in ulteriore aumento.

Domenica possibile peggioramento a partire dalle regioni settentrionali con nevicate anche intense sulle Alpi e precipitazioni in serata anche in Valpadana. Il Centro e il Meridione in attesa con prevalenti condizioni di stabilità.

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Una Bufala e una Frode Assoluta

Posted by on 22:17 in Attualità | 71 comments

Una Bufala e una Frode Assoluta

Il Global Warming è una bufala e una frode assoluta”. Sono le parole di Patrick Moore: non un “negazionista” qualsiasi, bensì il co-fondatore di Greenpeace, ed ex-presidente di Greenpeace Canada. È una intervista di fuoco, quella rilasciata da Moore a Breitbart. Di cui ovviamente non sentirete parlare sui (tele)giornaloni italiani, ma che si inserisce in un dibattito altrettanto infuocato che va avanti da mesi oltreoceano. Dibattito del quale in Europa non arrivano nemmeno gli spifferi (qui si discetta delle bigiate di Greta), ma di cui renderemo conto prossimamente su queste pagine. Ma torniamo all’intervista, di cui provo a fare di seguito un sunto.

Paura e Senso di Colpa

“La paura è sempre stata usata nella storia per controllare la mente della gente, e i portafogli. E quella della catastrofe climatica è una pura e semplice campagna di paura: paura e senso di colpa. Ti spaventi per il fatto che stai uccidendo i tuoi bambini perché li porti in giro in un SUV che emette anidride carbonica, e ti senti in colpa per questo. Non ci sono altre motivazioni per questa campagna, se non queste due”.

Scienziati cooptati e corrotti

“Gli scienziati sono cooptati e corrotti da politici e burocrati impegnati nel portare avanti la narrativa del clima che cambia, in modo da centralizzare a livello politico potere e controllo”.

“Le società ‘verdi’ fanno parassitismo dei soldi dei contribuenti attraverso regolamentazioni a loro favorevoli, e sussidi giustificati esclusivamente alla luce delle minacce collegate alla narrativa sul Climate Change. Lo fanno servendosi della protezione offerta dalla propaganda dei mezzi di comunicazione”.

“I media fanno da cassa di risonanza distribuendo fake news, e ripetendo all’infinito che stiamo uccidendo i nostri bambini, e poi ci sono i politici ‘verdi’ che comprano gli scienziati con i soldi stanziati dai governi per produrre paura su cui speculare, sotto la forma di materiale pseudo-scientifico”.

“E poi ci sono i business ‘verdi’, gli speculatori e i ‘capitalisti di connivenza’ che si avvantaggiano di sussidi giganteschi, tagli fiscali e stanziamenti governativi per usufruire dei loro servizi, e si arricchiscono grazie a tutto questo. E poi, ovviamente, hai gli scienziati che volontariamente si attaccano alla lenza dei contributi statali”

Consensus

“Quando parlano del 99% di consenso scientifico sul global warming, parlano di un numero assolutamente ridicolo e falso. La gran parte degli scienziati (virgolettato) che spingono questa teoria catastrofista sono pagati con soldi pubblici. Non sono pagati dalla General Electric, dalla Dupont o dalla 3M per fare ricerca, laddove società private si aspettano dalla ricerca qualcosa di utile per produrre qualcosa di meglio e fare un profitto perché la gente la vuole. La gran parte di quello che fanno questi cosiddetti scienziati è semplicemente produrre più paura, in modo che i politici possano usare questa paura per controllare la mente della gente e raccattare i loro voti. Perché qualcuno crede davvero che quei politici possano salvare i suoi figli da un destino segnato”.

Una minaccia esistenziale alla ragione

“La narrativa sul Global Warming è una minaccia esistenziale alla ragione. La più grande bugia dal tempo in cui la gente credeva che la Terra fosse al centro dell’universo. È una ripetizione dell’esperienza di Galileo: quello che accade oggi con la narrativa sul Global Warming è la più grande minaccia al pensiero illuministico dai tempi di Galileo: non è mai accaduto niente di così brutto alla scienza da allora. Si sta sostituendo la scienza con la superstizione e con una combinazione tossica di religione e ideologia politica. Non c’è niente di vero in questo. È una bufala e una frode assoluta”.

Qualche riflessione

In attesa che parta la solita character assassination a media unificati che annienta regolarmente le voci dissidenti in fatto di Climate Change, e Moore venga quindi accusato di crimini inauditi o proposto per un ricovero d’urgenza in manicomio, vale la pena fare almeno una considerazione.

Greenpeace è stata co-fondata da Moore nel lontano 1971. L’ambientalismo allora era cosa ben diversa da quello odierno: affrontava problemi seri, reali, e pur tra i soliti inevitabili eccessi, contribuiva a battaglie decisive che hanno reso le nostre vite migliori, e il Pianeta più vivibile. Basti pensare alla battaglia combattuta, e vinta alla grande contro le piogge acide: vinta grazie alle campagne ambientaliste, e alla ricerca scientifica. Ricerca vera, che produce soluzioni ai problemi, come i sistemi di abbattimento delle emissioni di composti solforati che avvelenavano e distruggevano le foreste di casa nostra. Proprio quella scienza “buona” di cui parla Moore.

Il confronto tra quella scienza e quell’ambientalismo di 40 e più anni fa, e la scienza del clima e l’ambientalismo di oggi, è semplicemente disperante. E questo, solo questo, giustifica ampiamente l’amarezza e la rabbia che traspaiono dalle parole di Moore.

 

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Surriscaldamenti

Posted by on 06:13 in Attualità | 12 comments

Surriscaldamenti

Per la serie “continuiamo così, facciamoci del male”, ci ritroviamo oggi a commentare un articolo apparso nella rubrica “Ambiente e Veleni” del Fatto Quotidiano. Titolo come al solito sobrio e asettico, come si conviene quando si parla di scienza alta: “Surriscaldamento globale, il pianeta è a rischio. Sta per scoppiare una bomba climatica?” Notiamo innanzitutto una escalation semantica, fin dal titolo: non si parla più infatti di “riscaldamento globale”, che evidentemente non basta: siamo ora al “surriscaldamento”. Rispetto a cosa, non è dato capire.

L’articolo, comunque, segna un deciso salto di qualità rispetto alla media di quanto propongono i quotidiani in fatto di clima-catastrofismo. In questo caso, infatti, siamo addirittura in presenza di citazioni di paper scientifici, nello specifico uno studio a firma di Whiteman, Hope e Wadhams (quest’ultimo vecchia conoscenza di CM). Studio pubblicato 6 anni fa (“recentemente”, per l’autore) che ha avuto ampia risonanza negli scorsi anni sui media, e pochissima fortuna in ambito scientifico.

Nello studio in questione si fa riferimento alla famigerata teoria vecchia di quasi un decennio (1,2) secondo cui lo scioglimento catastrofico dei ghiacci artici comporterebbe il rilascio di quantità enormi di metano che, da bravo gas serra, andrebbe ad incrementare drammaticamente il rateo di riscaldamento terrestre. Uno dei millemila esempi di feedback positivi proposti negli ultimi lustri, senza alcun riscontro verificabile al di là delle solite proiezioni modellistiche a 100 anni o giù di lì.

L’articolo

Il pezzo nel suo complesso appare talmente disconnesso da rendere ardua l’impresa di commentarlo. Ma ci proviamo ugualmente.

Si comincia con un clamoroso autogoal, con l’autore che fa riferimento al “bel po’ di soldi” che le  società petrolifere si accingono a guadagnare bucherellando l’Artico per produrre orrendo petrolio. A rafforzare il concetto viene citato un articolo (datato luglio 2015) in cui si parla delle intenzioni della Shell di sfruttare risorse petrolifere nell’offshore dell’Alaska. Peccato che solo due mesi dopo, nel Settembre 2015, la Shell abbia annunciato il ritiro totale dall’impresa in questione, con perdita associata superiore ai 7 miliardi di dollari: bel po’ di soldi, in effetti, ma con il segno meno davanti. Logica conseguenza, il ritiro della Shell (e di tanti altri players), del crollo del prezzo del greggio che ha reso insostenibile economicamente lo sfruttamento di giacimenti petroliferi in aree di frontiera, Artico in primis.

Segue il solito tributo all’hockey stick che prende in questo caso la forma di un aumento catastrofico di temperatura di 5-6 gradi a causa dei famigerati idrati di metano. Quindi l’autore scioglie definitivamente le riserve per sostenere che questo aumento di temperatura è senza dubbio possibile perché 50 milioni di anni fa la Terra è stata fino a 12 gradi più calda di oggi. E anche se il signor Rossi potrà contestare che non c’erano i SUV a rilasciare CO2 a quel tempo, comunque questo è la prova che il clima terrestre “è fragile … basta una perturbazione anche piccola per causare grossi cambiamenti” E quale perturbazione più grande della “inveterata abitudine (dell’uomo) di bruciare combustibili fossili”?

Qualche riflessione

Al di là del concetto incomprensibile per cui la Terra è “fragile” solo quando si tratta di riscaldarsi (pardon, surriscaldarsi), resta il fatto che la “perturbazione molto forte” causata dall’inveterata ambizione dell’uomo a migliorare le proprie condizioni di vita usando fonti energetiche economiche si è associata ad un aumento di temperatura su scala globale di 0.8 miseri gradi in 150 anni (ovvero dall’inizio della rivoluzione industriale ad oggi). Tanto per rimarcare la differenza siderale tra le proiezioni catastrofistiche dei modelli e la realtà dei fatti.

Quanto alla citata teoria del rilascio catastrofico di metano, vale la pena ricordare che questa è stata clamorosamente rigettata da paper pubblicati diversi anni dopo, di cui si è già parlato sulle pagine di CM. Non solo: le profezie di Wadhams et al. sul rilascio catastrofico di metano sono state liquidate come irrealistiche persino da personaggi al di sopra di ogni sospetto “negazionista” come Gavin Schmidt.

Quanto al co-autore dello studio sul metano-killer e padre putativo della teoria alla base dello stesso, ovvero Wadhams, è anche il caso di sottolineare la considerazione controversa di cui gode nell’ambito della comunità scientifica, testimoniata comicamente dai tweet di alcuni colleghi che in occasione di una sua presentazione alla Royal Society si espressero in questi termini:

  • Usa foto e aneddoti come prove scientifiche;
  • Usa dati scadenti da sottomarini e traccia grafici a casaccio;
  • Usa proiezioni ridicole senza fondamento fisico;
  • Ammette che dietro le sue proiezioni non c’è uno straccio di fisica;
  • Peccato non abbia voluto scommettere sulla scomparsa del ghiaccio nel 2015!
  • Puro intrattenimento, torniamo alla scienza;
  • Non sono 4 anni che prevede la scomparsa dei ghiacci?

Conclusione

Una teoria vecchia di un decennio e scientificamente azzoppata da anni, presentata come “recente”.

Uno scenario di aumento di temperatura ultra-catastrofistico e totalmente outlier rispetto all’envelope (già pluri-fallimentare) di previsioni modellistiche presentato come “possibile”.

Un’invettiva contro le compagnie petrolifere che perforano l’Artico basata su una notizia vecchia e smentita già da anni.

Il tutto all’interno di una rubrica che si intitola “Ambiente e Veleni”

Voglio scendere.

 

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Cara, surriscaldi la pasta di ieri?

No caro, sto leggendo un romanzo che surriscalda il cuore. E comunque non ho voglia di minestre surriscaldate.

Hai ragione, mangiamo fuori allora.

OK, vai a surriscaldare il motore della macchina che in due minuti arrivo.

Vado, non prendo il cappotto che si è surriscaldata l’aria rispetto a ieri.

Nemmeno io allora. Benedetto surriscaldamento globale!

 

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1. Wadhams, P. AMBIO 41, 23–33 (2012).
2. Shakhova, N. E, Alekseev, V. A, & Semiletov, I. P. Doklady Earth Sci. 430, 190–193 (2010).
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Le Previsioni di CM 5/11 Marzo 2019

Posted by on 23:54 in Attualità | 0 comments

Le Previsioni di CM 5/11 Marzo 2019

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Si mantiene decisamente zonale la circolazione sul quadrante europeo con le westerlies che corrono indisturbate dalle basse latitudini del medio Atlantico fin sulla Russia. Il flusso principale si è tuttavia abbassato di latitudine, quanto basta per far sentire il respiro umido oceanico sulle regioni settentrionali italiane, mentre il resto del Paese rimane sotto condizioni di straordinaria mitezza. Per trovare tracce di freddo invernale in Europa bisogna spingersi a latitudini decisamente settentrionali, con un nucleo gelido in quota in azione sul Mare di Barents. A livello emisferico da segnalare l’importante disturbo alla circolazione zonale legato ad una imponente pulsazione anticiclonica tra l’Alaska e gli Stati Uniti occidentali, in fase con la cellula sul Pacifico, la cui azione di blocco è causa dell’ennesima ondata di gelo sugli Stati Uniti, alla quale ne seguiranno di ulteriori nei prossimi giorni (Fig.1).

Non sono attese grandi variazioni su scala sinottica nel corso della settimana, con l’unica eccezione da segnalare nell’ingresso di una ondulazione più accentuata sul Mediterraneo occidentale che causerà un peggioramento più sensibile delle condizioni atmosferiche sulle regioni settentrionali con associate nevicate anche abbondanti sull’arco alpino. Per la stessa evoluzione sinottica, aria ancora più mite sarà richiamata sulle regioni centrali e meridionali italiane dove le condizioni atmosferiche saranno mitissime, tardo primaverili. Sul finire della settimana le condizioni atmosferiche miglioreranno al Settentrione per l’estensione verso levante della cellula atlantica, lasciando il Sud sotto deboli infiltrazioni di aria fresca che riporteranno il campo termico su valori un po’ più consoni per la stagione (Fig.2).

 

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì rapido passaggio nuvoloso sulle regioni settentrionali con nevicate che dall’arco alpino occidentale muoveranno verso quello orientale, mantenendosi alle quote medie. Precipitazioni solo sporadiche sulla pianura padana in un contesto comunque nuvoloso. Parzialmente nuvoloso o sereno sul resto del Paese con temperature in ulteriore aumento al Centro-Sud, specie sui versanti adriatici dove saranno in azione venti di caduta per effetto della ventilazione occidentale.

Martedì migliora al Nord, cieli parzialmente nuvolosi al Centro e al Sud in sostanziale assenza di precipitazioni. Temperature in leggera diminuzione sulle regioni centrali. Ventilazione occidentale con tendenza a disporsi dai quadranti meridionali sui bacini occidentali.

Mercoledì e Giovedì  frequenti passaggi nuvolosi al Nord con precipitazioni diffuse, specialmente al nord del Po e in particolare sulla regione alpina e prealpina dove saranno a carattere nevoso a quote superiori a 1400-1600 metri, localmente abbondanti. Quota neve in progressivo abbassamento nella giornata di Giovedì. Parzialmente o poco nuvoloso sulle rimanenti regioni. Ventilazione dai quadranti meridionali, sostenuta Mercoledì e in attenuazione il Giovedì. Temperature in graduale lieve diminuzione sulle Alpi, in aumento al Centro-Sud con valori molto miti.

Venerdì possibile rapida irruzione di aria fredda sul Triveneto con precipitazioni nevose anche a quote basse. Passaggi nuvolosi in assenza di precipitazioni sul resto del Paese. Temperature in diminuzione al Nord, specie sul Triveneto. Ventilazione a circolazione ciclonica attorno al minimo sulla Valpadana.

Sabato condizioni di bel tempo su tutto il Paese. Domenica possibile peggioramento ad iniziare dalla regione alpina con le prime nevicate sui versanti centro-occidentali dalla serata. Venti generalmente deboli, temperature in diminuzione anche al Centro-Sud.

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El Niño è tornato, ma è un po’ gracilino

Posted by on 12:55 in Attualità | 1 comment

El Niño è tornato, ma è un po’ gracilino

Bé, per la verità abbiamo almeno un paio di settimane di ritardo rispetto all’annuncio fatto dalla NOAA che, dopo parecchi mesi di indecisione, ora possono ufficialmente essere dichiarate le condizioni di ENSO positivo, cioè, appunto El Niño.

Un’indecisione data dal fatto che, mentre la temperatura delle acque superficiali del Pacifico equatoriale si disponeva nella situazione ideale, vale a dire stabilmente almeno 0,5°C di anomalia positiva, l’atmosfera, l’altra imprescindibile pare del meccanismo, sembrava non voler collaborare. In particolare, non si avvertivano i segnali dell’aumento della nuvolosità e delle precipitazioni sulla parte centrale dell’oceano, a loro volto segnali di indebolimento della circolazione atmosferica che si osserva normalmente su quella porzione del globo (leggi: Walker Circulation).

Ora le nubi ci sono, le piogge sono aumentate e, quindi, è arrivato El Niño, sebbene tanto nelle osservazioni, quanto nelle previsioni, l’anomalia non sembra destinata a crescere molto, quanto piuttosto a galleggiare appena sopra la soglia di riferimento. Almeno fino alla fine della primavera, che ancora costituisce un ostacolo spesso insormontabile per la modellistica sull’ENSO (leggi: Spring Predictability Barrier).

Di norma, proprio in primavera, le condizioni dell’ENSO sono in fase di transizione e i modelli deterministici faticano a cogliere il cambiamento. Di qui l’impossibilità di acquisire uno skill che superi quello della statistica pura, cioè della conta e dell’osservazione degli eventi noti per il passato.

Molto interessante e alla portata di tutti, direttamente dall’ENSO blog della NOAA, la flow chart che spiega il processo decisionale seguito per decidere se dichiarare o meno la presenza di El Niño, al fine poi di attivare la catena di sorveglianza dell’impatto sulla circolazione generale e, in ultima analisi, sul tempo di molte zone del pianeta che potrà avere.

Ammesso che la “gracilità” di questo bambinello non mescoli ulteriormente le carte, cosa che puntualmente accadrà secondo la legge di Murphy (leggi: se qualcosa può andare storto stai sicuro che lo farà 😉 ), come per esempio accaduto per la previsione di inverno mite per gli USA che gli stessi analisti avevano fatto in relazione alla fase di sviluppo dell’ENSO positivo: negli USA, e l’inverno non è ancora finito, non sanno più dove mettere il ghiaccio e la neve. Con il senno di poi, bene avrebbero fatto, ma sarebbe stato come tirare i dadi, prevedere un inverno mite per l’Europa, dove negli ultimi 10-15 giorni sembra sia arrivata la primavera.

Comunque, su El Niño ci dovremo sicuramente tornare, naturalmente però dopo la primavera!

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Nel corso dell’Olocene il clima è cambiato a causa della variabilità dell’ENSO

Posted by on 07:00 in Attualità, Climatologia | 2 comments

Nel corso dell’Olocene il clima è cambiato a causa della variabilità dell’ENSO

Molti dei lettori di CM sanno che uno dei principali fattori della variabilità climatica nell’emisfero meridionale del nostro pianeta, è l’ENSO (El Niño-Southern Oscillation): si tratta di un complesso fenomeno che coinvolge temperature superficiali del Pacifico meridionale, variazioni di pressione atmosferica e, quindi, circolazione atmosferica (alisei). Non voglio soffermarmi più di tanto sulle caratteristiche generali di questo fenomeno climatico in quanto, qui su CM, si possono trovare centinaia di articoli sull’argomento. In modo estremamente sintetico possiamo dire che durante le fasi ENSO+ (El Niño) si verificano condizioni di siccità in alcune aree del pianeta, mentre durante le fasi di ENSO (La Niña), nelle stesse aree si verificano condizioni molto più umide.

Un recente studio ha ricostruito il clima in una zona dell’Australia sud-orientale che risente molto della variabilità dell’ENSO e, quindi, è caratterizzata da periodi secchi e periodi umidi determinati da ENSO.

Holocene El Niño–Southern Oscillation variability reflected in subtropical Australian precipitation

di  C. Barr, J. Tibby, M.J. Leng, J.J. Tyler, A.C.G. Henderson, J.T. Overpeck, G.L. Simpson, J.E, Cole, S. J. Phipps, J.C. Marshall, G.B. McGregor, Q. Hua & F.H. McRobie (da ora  Barr et al., 2019)

Nell’immagine seguente, estratta dalla figura 1 di Barr et al. 2019, sono evidenziate le relazioni stagionali tra precipitazioni ed eventi ENSO, relativamente all’area considerata e per il periodo compreso tra il 1980 ed il 2016.

Sulla base di una carota prelevata sul fondo della  Swallow Lagoon, ubicata in prossimità di Minjerribah (North Stradbroke Island), i ricercatori hanno individuato reperti estremamente ben conservati di foglie appartenenti ad una specie endemica dell’area (Melaleuca quinquenervia). La carota è stata divisa in sezioni di un centimetro di spessore che rappresentano un intervallo temporale medio di circa 24 anni con estremi che vanno da 2 a 77 anni circa e, per ognuna di tali sezioni, è stato dosato l’isotopo del carbonio 13C. Si è provveduto, inoltre, a calibrare l’età della serie stratigrafica mediante dosaggio dell’isotopo 14C in fossili terrestri incapsulati negli strati della carota.

M. quinquenervia è una pianta di tipo C3, per cui il frazionamento degli isotopi di carbonio all’interno dell’apparato cellulare, risulta piuttosto sensibile al tasso di umidità ambientale ed è stato accuratamente tabellato dai ricercatori. Appare evidente, quindi, che è possibile risalire al tasso medio di umidità ambientale, a partire dal rapporto tra i vari isotopi del carbonio contenuti nelle parti vegetali della pianta. Nella fattispecie è stato possibile ricostruire l’umidità ambientale e, quindi, le precipitazioni lungo tutta la serie stratigrafica. L’arco temporale indagato, è pari a circa 7700 anni a partire dal presente che, secondo quanto scrivono gli autori, coincide con gli inizi degli anni ’50 del secolo scorso.

Stante quanto scritto in premessa a proposito di legami tra eventi ENSO e pluviometria nell’area considerata, è stato possibile, una volta ricostruite le serie pluviometriche dell’Australia sud orientale negli ultimi 7700 anni, risalire alle oscillazioni dell’ENSO nello stesso periodo. Ebbene, sulla base di queste considerazioni gli autori hanno potuto accertare che negli ultimi 7700 anni si possono individuare due grandi periodi climatici: da 7700 anni fa a circa 3000 anni orsono l’Australia sud-orientale fu caratterizzata da un clima mediamente umido, con elevato tasso pluviometrico, paragonabile a quello che succede nei periodi caratterizzati da ENSO negativo o neutro. Il clima risultava piuttosto stabile, caratterizzato com’era da oscillazioni a bassa frequenza con periodo plurisecolare. A partire da circa 3000 anni fa, invece, il clima è stato caratterizzato da maggiore variabilità e maggiore secchezza: come tende a capitare durante le fasi di ENSO positivo. In tale periodo, caratterizzato da una piovosità inferiore alla media dei secoli precedenti, si notano due periodi caratterizzati da una piovosità in linea con quella del periodo precedente, Di essa appare molto interessante, l’ultima, che coincide con la Piccola Era Glaciale (PEG o LIA).

Il motivo per cui tale periodo di elevata umidità mi ha interessato, riguarda la polemica circa la copertura globale o regionale della PEG. Numerosi studiosi di climatologia in generale e paleoclimatologia in particolare, hanno sempre sostenuto che la PEG sia stato un evento climatico regionale, al massimo emisferico e, quindi, confinato all’emisfero settentrionale del nostro pianeta. In Barr et al., 2019 il segnale della LIA è chiaramente visibile nei dati studiati, per cui dobbiamo dedurre che l’evento PEG sarebbe stato un evento di natura globale e non locale. Non è un fatto da poco e bisogna sottolinearlo con decisione. Così come bisogna sottolineare la circostanza che questo periodo umido non sembra essere conseguenza di una successione di eventi ENSO negativo perché dati di controllo relativi ad altri proxy, tendono ad escluderlo. Diciamo che alcuni cambiamenti climatici verificatisi nell’Australia sud-orientale non sembrano conseguenza dell’ENSO, ma di situazioni ancora poco chiare.

In merito alle cause che hanno determinato lo shift da condizioni umide a condizioni secche e, quindi, da condizioni caratterizzate da fasi di ENSO negativo a periodi caratterizzati da fenomeni ENSO positivo, gli autori, pur non escludendo altre cause, propendono per variazioni dei parametri orbitali terrestri.

Come è mia abitudine, allo scopo di rendere più facilmente comprensibile la questione, ho semplificato molto i termini del problema, ma in Barr et al, 2019 ampio spazio viene dedicato alla trattazione matematica dei dati utilizzati per giungere alle conclusioni. E’ mia intenzione, in questa occasione, però, soffermarmi brevemente sulla metodologia utilizzata da Barr et al., 2019, per desumere dai dati a disposizione le loro conclusioni. Dal punto di vista sostanziale null’altro bisogna aggiungere alle conclusioni di Barr et al, 2019, per cui chi non è interessato alle particolarità matematiche dello studio, può interrompere la lettura a questo punto.

Barr et al., 2019 presenta una peculiarità che si riallaccia ad un articolo pubblicato qui su CM dall’amico F. Zavatti. In questo articolo il prof. Zavatti mette in evidenza la problematicità dell’individuazione dei punti di variazione della pendenza di un fit di dati o, per far ricorso ad uno dei soliti anglicismi che infarciscono la letteratura scientifica, di variazione del trend. Quando si analizzano dei dati scientifici, quasi mai ci si trova di fronte a punti disposti in modo ordinato, ma a nuvole di punti da cui bisogna estrarre dei segnali lineari, quadratici o polinomiali di vario ordine. In campo climatico il problema è acuito dal fenomeno dell’autocorrelazione dei dati di cui si dispone. L’autocorrelazione o persistenza comporta che i valori assunti da una variabile, dipendono dai valori che essa ha assunto nel passato: ad un giorno caldo, tende a seguire un giorno caldo, per cui se io assumo che la temperatura in un certo luogo dipende dall’insolazione di una certa area, posso essere tratto in inganno dal fatto che, pur in presenza di una giornata nuvolosa, la temperatura del giorno è diversa da quella deducibile dalla legge da me ipotizzata, in quanto il giorno precedente è stato un giorno caldo.

Esistono metodologie statistiche che consentono di eliminare le persistenze e, quindi, ridurre gli effetti dei fenomeni di autocorrelazione e che sono state originariamente concepite per risolvere problemi econometrici e/o finanziari. Barr et al., 2019, utilizza un metodo piuttosto sofisticato noto come  Modello Additivo Generalizzato a Scala di Posizione (GAM-LS). In termini molto elementari si tratta di un modello basato sulla somma (additivo) di due o più funzioni che esprimono alcuni indicatori statistici in funzione di alcune variabili e di parametri numerici. Nel caso in esame si sono analizzati la media e la deviazione standard delle concentrazioni dell’isotopo 13 del carbonio, ovvero i parametri caratterizzanti la distribuzione gaussiana dei dati stessi. Il vantaggio di questo metodo d’analisi è che non bisogna conoscere le funzioni che legano i predittori statistici alle variabili. Nello studio di cui ci occupiamo si è partiti dall’ipotesi che il generico valore della concentrazione dell’isotopo 13C, abbia distribuzione gaussiana caratterizzata da una deviazione standard ed una media. Si sono fissate, inoltre, due funzioni che legano la deviazione standard e la media al tempo e ad altri parametri numerici. In tal modo si è definito il modello GAM. Si è provveduto, infine, ad individuare delle funzioni continue del tempo dette spline o anche di smooth o di “lisciaggio” che, opportunamente combinate tra loro, siano in grado di restituire le funzioni del modello. Le funzioni spline, normalmente, sono funzioni algebriche derivabili almeno due volte, in modo da porre delle condizioni sulla loro derivata seconda. La possibilità di derivare le funzioni in corrispondenza dei nodi della griglia costituente i dati, consente la rimozione della persistenza dai dati e, quindi, la stima più accurata del predittore statistico. Nel caso in esame, essendo i dati non a passo costante, si sono utilizzate le differenze finite invece delle derivate, ma il discorso non cambia più di tanto.

Barr et al., 2019 hanno utilizzato le librerie di R per elaborare questo tipo di modello ed hanno potuto accertare la varianza del campione analizzato in funzione del tempo. Essi hanno fatto girare anche un modello in cui hanno eliminato la seconda funzione continua del tempo (a titolo di test statistico) senza notare variazioni significative della varianza degli estimatori. Allo scopo di irrobustire l’analisi statistica, si sono utilizzati, infine, un migliaio di dataset sintetici generati casualmente: le elaborazioni hanno consentito di appurare valori del coefficiente di determinazione R2 molto alti per i dati della carota e molto più bassi per gli altri.

Come si vede Barr et al., 2019, ha utilizzato un armamentario matematico di grande potenza, fortemente radicato in ambito statistico, per cui possiamo affermare che i dati sono stati trattati in modo conforme alle regole dell’arte. I risultati ottenuti sono, però, a prova di errore? No, ovviamente. Diciamo che per quanto consente la tecnologia d’indagine attuale, possiamo fidarci dei risultati, ma da qui a dire che essi sono verità rivelata, ce ne passa.

Essi dimostrano, comunque, che il clima terrestre cambia a ritmi plurisecolari o secolari da oltre 7000 anni e che tali cambiamenti sono guidati da cause naturali la principale delle quali, per l’area in questione, è rappresentata dall’oscillazione ENSO che, fino ad oggi, è sempre stata considerata un’oscillazione naturale. Sembrerebbe, però, che anche questa certezza abbia i giorni contati. Barr e colleghi si chiedono, infatti, come e quanto cambierà ENSO in un clima più caldo? Oddio, lo avranno scritto per inquadrare il lavoro in una luce più favorevole ad un referaggio breve e positivo, ma è scritto nell’articolo. Non trova alcun riscontro nei i dati raccolti ed analizzati, ma certamente il suo effetto non è stato trascurabile visto alcune tesi un poco eretiche contenute nello studio.

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Previsori su Marte

Posted by on 08:07 in Attualità | 5 comments

Previsori su Marte

Come non pensare all’imperdibile gag di Corrado Guzzanti di qualche anno fa con la notizia della disponibilità on-line delle previsioni del tempo su Marte. Le trovate sulle pagine della NASA dedicate alla missione Insight con un lay out molto familiare ;-).

Sensori di temperatura, vento e pressione atmosferica ad elevatissima sensibilità per registrare le più piccole variazioni delle condizioni ambientali in cui si trovano ad operare gli strumenti della sonda.

La disponibilità in real time del “tempo su Marte” fa certamente notizia, ma tra gli addetti ai lavori sta facendo discutere quel che viene fuori dalla continuità della misura, specialmente in relazione alla pressione atmosferica. L’atmosfera di Marte è molto sottile, ed esercita sulla superficie una pressione che varia tra i 700 e i 740 pascal, quindi meno della centesima parte di quella terrestre. Anche se leggera, la pressione esercitata può avere comunque effetti sulla superficie, specialmente se soggetta a variazioni. Nell’immagine qui sotto, che viene da Ars Technica, è raffigurato l’andamento tipico giornaliero della temperatura, della pressione e del vento come misurati da Insight. Per la pressione, si notano due picchi giornalieri – una specie di singhiozzo – alle 7 e alle 19 dell’ora locale della sonda – che gli scienziati che stanno analizzando i dati pensano possano essere legati a delle interazioni dell’orografia locale con le masse d’aria all’alba e al tramonto. Una novità, dal momento che i modelli atmosferici applicati al pianeta non prevedono l’esistenza di queste sia pur piccole ma importanti oscillazioni.

Novità come chissà quante altre ne verranno da questa e dalle missioni che seguiranno. Probabilmente, in un giorno non poi così lontano, esisterà un servizio di previsioni dedicato al pianeta rosso, quasi quasi sarebbe da farci un pensierino, purché non si finisca esiliati come i protagonisti della gag di Guzzanti ;-).

NB: grazie a Fabrizio per la segnalazione.

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