Eventi Meteorologici Estremi

Eventi termici estremi

Alle medie latitudini dell’emisfero Nord gli eventi termici estremi sono stazionari nel periodo 1979-2012 (Screen & Simmonds, 2014).

Le analisi condotte sulla serie storica delle temperature di Milano Brera indicano invece un aumento delle ondate di caldo sull’Europa dopo il 1987 (Mariani, 2015).

Eventi pluviometrici estremi

Qui le cose sono assai meno chiare anche per la progressiva riduzione della qualità delle serie storiche di dati che rende proibitivo esprimere valutazioni in merito a serie storiche orarie. Ciò detto occorre rilevare che le evidenze osservative indicano che nella maggior parte delle aree mondiali non vi sono segnali di incremento nell’intensità degli eventi estremi. In proposito una ricerca pubblicata sul Journal of Climate nel 2013 a firma di Westra e altri ricercatori ha verificato le tendenze delle precipitazioni massime annue di un giorno per il periodo dal 1900 al 2009 (110 anni in tutto). Il lavoro è stato riferito ad un totale di 8326 stazioni terrestri che i ricercatori hanno ritenuto di “alta qualità” ed ha portato a concludere che il 2% delle stazioni mostra un decremento nelle piogge estreme,  l’8% un incremento e il 90% non presenta alcuna tendenza significativa.

Si segnala inoltre che:

  1. I già citati Screen & Simmonds ( 2014), lavorando su un dataset di rianalisi relativo alle medie latitudini dell’emisfero Nord hanno evidenziato la sostanziale stazionarietà degli eventi pluviometrici e termici estremi nel periodo 1979-2012
  2. Mariani e Parisi (2013), analizzando un vasto dataset di dati pluviometrici giornalieri per stazioni dell’area euro-mediterranea per il periodo 1973-2010 ed utilizzando lo schema di analisi proposto da Alpert et al. (2002) hanno evidenziato l’infondatezza dell’aumento parossistico delle piogge estreme giornaliere affermato dagli stessi Alpert et al. in un lavoro del 2002
  3. Fatichi e Caporali (2009), lavorando sulle serie storiche di precipitazione di 785 stazioni della Toscana per il periodo 1916-2003, hanno posto in evidenza l’assenza di trend nel regime precipitativo medio e nell’intensità degli eventi estremi di 3,6 e 12 h in pressoché tutte le stazioni analizzate
  4. Pinna (2014) analizza le piogge estreme per l’area mediterranea e per la Toscana evidenziando l‘assenza di trend rilevanti riferibili agli eventi pluviometrici estremi.

Eventi alluvionali

Diversi studi paleoclimatici evidenziano che la frequenza degli eventi alluvionali in Europa è stata sensibilmente più bassa durante le fasi calde (es: optimum romano, optimum medioevale)  che durante quelle fredde (es: piccola era glaciale) (Wirth et al., 2013).  Istruttiva può essere inoltre l’analisi del numero delle grandi alluvioni del Po (8 eventi noti nel XVIII secolo, 20 eventi nel XIX, 18 nel XX e 2 finora nel XXI).

Cicloni tropicali

Nel 2011 Maue ha pubblicato sulla rivista scientifica Geophysical Research Letter uno studio sulla frequenza dei cicloni tropicali e sull’energia da essi liberata. I dati ottenuti con il metodo descritto in tale studio sono costantemente aggiornati  sul sito http://models.weatherbell.com/tropical.php. Da essi si evince che l’energia media annua liberata dai cicloni tropicali espressa in unità ACE è stata di 664 nel decennio 1971-80, di 716 nel 1981-90, di 857 nel 1991-2000, di 723 nel 2001-2010 ed infine di 689 nel 2011-15, il che evidenzia l’esistenza di un trend complessivo improntato alla decrescita dell’energia liberata da tali eventi estremi.

Clima e vulcani: una storia da riscrivere

Posted by on 07:00 in Attualità, Climatologia, Media Monitor | 18 comments

Clima e vulcani: una storia da riscrivere

Che tra vulcani e clima esistesse un legame inscindibile è cosa nota a tutti, ma un recente articolo pubblicato su Geology a firma di G.T.Swindles, E. J. Watson, I.P. Savov, A. Schmidt. A. Hooper, C. L. Cooper, C. B. Connor, M. Gloor e J.L. Carrivick (da ora Swindles el al., 2017), getta una luce nuova sulla problematica.

Climatic control on Icelandic volcanic activity during the mid-Holocen

L’articolo analizza una fase vulcanica che interessò l’Islanda a metà dell’Olocene (circa 5000 anni da oggi). In quel periodo si ebbe un raffreddamento generale del clima che non sfociò, però, in una glaciazione. Vi fu, comunque, un’espansione dei ghiacciai terrestri e marini e, in particolare, di quelli islandesi. Le ricerche effettuate dagli autori dell’articolo, hanno potuto accertare che in quel periodo storico l’attività dei vulcani islandesi pare sia stata piuttosto ridotta. Ciò è stato desunto dall’analisi di varie serie di prossimità che riguardano tanto le eruzioni vulcaniche che i parametri climatici. Swindles e colleghi hanno potuto accertare, inoltre, che tra il massimo accumulo dei ghiacci ed il minimo di attività vulcanica, sia intercorso un lasso temporale di circa sei secoli.

Ciò in rapida sintesi, ma è necessario, a mio modesto parere, soffermarsi un poco in più sulla metodologia usata dai ricercatori e sulle congetture fisico-meccaniche che essi hanno sviluppato.

Il primo aspetto della problematica che Swindles et al. 2017 hanno messo in evidenza, riguarda un possibile legame tra massa glaciale ed attività vulcanica. Poiché la massa glaciale è appoggiata sul terreno, è chiaro che la calotta glaciale determina delle modifiche nella crosta terrestre sottostante a livello di densità. Altrettanto chiaro è che una maggiore massa glaciale, determina variazioni isostatiche della crosta che sprofonda nel mantello sottostante. Appare chiaro, pertanto, che se un’area è coperta da ghiaccio, possono verificarsi una serie di fenomeni che potrebbero influire sull’attività vulcanica dell’area.

Ovviamente affinché tutta questa premessa sia vera, è necessario che si abbiano grosse variazioni della massa glaciale, come si verifica normalmente durante una glaciazione. Nel caso dell’Islanda, stante il modesto spessore della crosta terrestre, le cose potrebbero andare diversamente, ma in ogni caso la variazione climatica, a mio giudizio, non può essere passeggera o effimera. Di diverso avviso sono, però, Swindles e colleghi.

Swindles et al., 2017 analizza in primo luogo l’andamento del clima nel periodo olocenico con riferimento a diverse serie di dati di prossimità, in particolare ai dati relativi alla concentrazione di un isotopo del sodio in una delle carote glaciali del progetto GISP2. Essi possono essere messi in relazione con l’intensità della depressione islandese: alti valori della depressione sono sinonimi di un raffreddamento del clima e, quindi, di un aumento del volume di ghiaccio sull’Islanda. Sulla base dei dati relativi alla concentrazione di sodio nella carota GISP2, Swindles et al., 2017 è del parere che, a partire da 7000 anni fa, si verificò un cambio di circolazione che determinò un approfondimento della depressione d’Islanda ed innescò un periodo di raffreddamento durato fino a circa 5000 anni fa. Tale ipotesi è supportata anche da altri dati come la produttività dei laghi islandesi e varie carote di sedimenti provenienti dalla piattaforma islandese.

indagini geo-morfologiche condotte nel corso degli anni, portano a dire che durante l’optimum olocenico, verificatosi tra 8000 e 5500 anni fa, l’Islanda era quasi del tutto priva di ghiacci tra 8000 e 7000 anni fa. Successivamente a tale data (a partire, quindi da 7000 anni fa), si cominciano a notare indizi di raffreddamento e di avanzamento dei ghiacciai.

Tutti questi dati tendono a confermare che intorno alla metà dell’Olocene si verificò un repentino cambiamento climatico caratterizzato da un raffreddamento globale. Ebbene, utilizzando dati di prossimità, consegnati in diversi record vulcanologici, provenienti da varie carote, Swindles et al., 2017 giunge alla conclusione che questo periodo di raffreddamento coincide (con uno sfasamento di circa 600 anni) con una riduzione dell’attività vulcanica islandese. A ciò si è giunti analizzando il tipo e la concentrazione nei sedimenti e nelle carote glaciali di ceneri specifiche dei vulcani islandesi. Questo fatto è suffragato da molti dati di prossimità ad eccezione di un record relativo ad una carota marina proveniente da un sito a nord dell’Islanda. La scarsa correlazione tra i dati di prossimità desunti da questa carota e quelli derivanti dai sedimenti di altri siti, sono attribuibili, secondo i ricercatori, al fatto che il sito oceanico è puntuale e fortemente influenzato dalla circolazione atmosferica.

Verificata la correlazione tra la riduzione delle temperature, l’aumento dei volumi di ghiaccio terrestre e la riduzione dell’attività vulcanica mediante dei test statistici, gli autori dello studio, giungono alla conclusione che anche modeste variazioni del volume dei ghiacci (paragonabili, con segno inverso, ovviamente, a quelle verificatesi dopo la fine della Piccola Epoca Glaciale o LIA), sono in grado di influenzare le eruzioni vulcaniche.

Questo è tutto. Nell’articolo si possono leggere interpretazioni giustificative del ritardo di circa 600 anni tra inizio della riduzione delle temperature ed inizio della riduzione del numero delle eruzioni e le motivazioni che hanno portato gli autori ad escludere che esse possano essere state determinate da ragioni geologiche e non climatiche: per chi fosse interessato il link all’articolo consente di accedere a tutta la discussione. Per quel che mi riguarda è giunto il momento delle considerazioni.

Le conclusioni degli autori non mi convincono del tutto. In primo luogo mi sembra eccessivo escludere quasi del tutto la componente geologica. Analisi geologiche non consentono di escludere periodicità millenarie o multimillenarie che spieghino alternanze tra periodi di riduzione e di aumento della frequenza delle eruzioni (cosa che Swindles e colleghi riconoscono, ma di cui, però, tengono conto in modo quasi irrilevante). In secondo luogo mi lascia perplesso il fatto che una carota oceanica non dia risultati concordanti con quelli dello studio. Potrebbe essere, ma quando si lavora con i dati di prossimità, questo fatto aumenta notevolmente il margine di incertezza che è già di per sé notevole.

Fatte salve queste obiezioni, lo studio offre una chiave di lettura piuttosto interessante sia delle variazioni climatiche che hanno caratterizzato l’Olocene, sia delle variazioni dell’attività vulcanica: un’ulteriore conferma, qualora ce ne fosse bisogno, della variabilità che caratterizza il mondo in cui viviamo.

Quello che invece non mi è andato assolutamente giù, è stata la chiave di lettura che ne hanno dato le rassegne stampa e gli organi di divulgazione scientifica. Come potete facilmente immaginare, Swindles et al., 2017 ha dato la stura ad un fiume inarrestabile di interpretazioni catastrofistiche: il cambiamento climatico in atto determinerà più eruzioni vulcaniche che in passato, titola “Le Scienze” anche se in forma interrogativa. E, stando a quanto attribuito a Swindles dalla rivista, probabilmente vedremo molta più attività vulcanica in aree del mondo in cui i ghiacciai e i vulcani interagiscono. E poiché le eruzioni vulcaniche sono pericolose per le attività umane (economiche e non), è facile concludere che il riscaldamento climatico in atto, farà aumentare le eruzioni vulcaniche.

In nessun punto di Swindles et al., 2017 ciò è scritto. In nessun punto dell’articolo si paventa un aumento della frequenza delle eruzioni vulcaniche come conseguenza del riscaldamento globale di origine antropica (eccezion fatta per una frase del penultimo paragrafo delle conclusioni che nel contesto ha un significato completamente diverso), eppure esso serve da supporto per l’ennesimo ed ingiustificato grido di allarme, lanciato dai soliti noti, per indurre gli uomini di buona volontà a combattere il mortifero cambiamento climatico di origine antropica. Anche a costo di rovesciare i termini del problema: una volta erano le eruzioni vulcaniche a determinare il clima, ora è il clima a determinare le eruzioni vulcaniche. Mah!

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Decifrare il Sole, decifrare il clima

Posted by on 07:00 in Attualità, Sole | 1 comment

Decifrare il Sole, decifrare il clima

Il Codice del Sole (e del Clima della Terra), potrebbero essere a 120 anni luce da noi

Parola del giorno: “metallicity”. E’ la frazione di massa di una stella o di un altro oggetto celeste, che non sia in idrogeno o elio. In poche parole, rispetto alla composizione della maggior parte dell’universo, con metalli city  si intende tutto il resto.

Imparata oggi per cominciare a leggere un articolo interessante su Eurekalert, a sua volta scritto in commento ad un paper di recente pubblicazione. Eccoli:

Dunque, una stella a 120 anni luce da noi (HD 173701), nella costellazione del cigno, potrebbe fornire delle informazioni molto importanti per decifrare il comportamento della nostra stella, il Sole. Si tratta infatti di un astro molto simile al nostro sole, una similitudine riscontrata in molti parametri eccetto uno, appunto la frazione di massa differente da idrogeno ed elio. Secondo quanto osservato e studiato dagli autori del paper, questa differenza doterebbe la stella di una dinamo più intensa e, quindi, di una maggiore variabilità nella sua luminosità.

HD 173701 ha un ciclo di circa 7.4 anni, quindi più breve di quello di circa 11 anni del Sole, in cui aumentano, raggiungono l’apice e poi diminuiscono i disturbi sulla superficie noti come macchie solari. Quelle macchie che, in modo per noi ancora indecifrabile, possono scomparire quasi del tutto per decenni, come accaduto all’epoca del Minimo di Maunder nel diciassettesimo secolo. In quegli anni, inoltre preceduti e seguiti da fasi di scarsa attività sulla superficie del sole, la Terra ha vissuto il periodo più freddo della sua storia recente, la Piccola Età Glaciale. Capire quale fosse e quanto fosse diversa allora la luminosità del Sole in ragione della prolungata inattività, ci aiuterebbe a capire in che modo – perché c’è di sicuro – la nostra stella influisce sulle dinamiche del clima.

Chissà che la risposta non possa arrivare proprio da una stella a 120 anni luce da qui.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Primi segnali di uno Stratospheric Sudden Warming

Posted by on 07:00 in Attualità, Meteorologia, Outlook | 40 comments

Primi segnali di uno Stratospheric Sudden Warming

Con questo articolo cercheremo, per quanto possibile, di guardare al futuro. Per poterlo decifrare è necessario esaminare prima il presente ed anche il recente passato.

Iniziamo con il valore del NAM10hPa come da figura 1. Il valore di soglia di +1,5 è stato raggiunto lo scorso primo gennaio con un valore di +1,52 fino a raggiungere un primo massimo il giorno 3 con +1,7. Come da letteratura di Baldwin e Dunkerton (2001), il raggiungimento e il superamento del valore di soglia comporta la realizzazione e classificazione di un Evento Stratosferico Estremo che prefigura delle specifiche dinamiche di approfondimento del vortice stratosferico con trasferimento e condizionamento della troposfera per circa una sessantina di giorni. Come ormai più volte scritto, una successiva ricerca di Waugh e Polvani (2004) descrive, approfondendo il precedente lavoro di Baldwin e Dunkerton, la dinamica che precorre l’evento, identificando nell’anomalia dei flussi di calore nei 60 giorni precedenti, gli artefici degli Eventi Stratosferici Estermi. La dinamica attuale rappresenta il caso da manuale che interpreta alla perfezione entrambi gli studi, avvalorando la ricerca di Waugh e Polvani. Infatti il valore del NAM10hPa non è sufficiente ad indicare un avvenuto ESE, per il quale deve essere conclamata una specifica dinamica T-S-T event (Troposheric-Stratospheric-Troposfheric Event) che prende avvio nei mesi precedenti. In mancanza di un T-S-T non è possibile ricondurre la dinamica ad un Evento Stratosferico Estremo a prescindere dal valore del NAM positivo o negativo raggiunto, proprio perché mancano tutte quelle conseguenze prodotte da questo tipo di eventi. Quindi un ESE non è il solo raggiungimento di un valore numerico di soglia, ma è una complessa dinamica che coinvolge profondamente la troposfera e la stratosfera, dinamica di cui l’attività d’onda e il suo trasferimento verticale sono la fonte principale. Allo stato attuale e a quello previsto nel medio termine, pur in presenza di un approfondito vortice polare stratosferico per i motivi di cui sopra, non si intravvedono le caratteristiche di un evento T-S-T con chiaro approfondimento dell’intera colonna atmosferica, quindi al momento non è possibile classificare quale Evento Strasferico Estemo l’avvenuto superamento della soglia di +1,5. Quindi possiamo ribadire che tutti i dati in nostro possesso, e per ultimo anche lo sperimentale indice SEI, ci suggeriscono che al momento il superamento del valore di soglia del NAM10hPa non ha prodotto un ESE cold. Nel precedente articolo, che potete rileggere qui, avevo illustrato la dinamica con la quale si sarebbe arrivati al raggiungimento e/o superamento dell’indice NAM10hPa, concludendo che: “Per questo motivo nei prossimi giorni è lecito attendersi una sorta di rimbalzo del geopotenziale e della temperatura e conseguentemente del NAM10hPa.”.

Volendo approfondire un po’ di più questo tema possiamo guardare all’animazione che rappresenta le anomalie alle quote isobariche di 10-30-70-200 e 500hPa rilevate al raggiungimento e superamento del valore di soglia di +1,5 dal 1 al 3 gennaio scorso.

Come si può costatare la struttura del vortice non si presenta in maniera omogenea alle varie quote, ma un chiaro approfondimento che si sviluppa dai 10 ai 70hPa scompare letteralmente alle quote inferiori fino ai 500hPa. Questo dimostra che le forzanti troposferiche sono prevalenti (vedi ad esempio la presenza di un buon segnale nelle fasi Madden 2 e prevista 3), e quindi il segnale troposferico non è in fase con il segnale stratosferico in presenza di anomali approfondimenti come sta avvenendo in questi giorni. L’indice SEI (Stratospheric Event Index), seppur in fase di sperimentazione sta mostrando tutta la sua efficacia, evidenziando come la troposfera mostri un segnale non in fase con gli anomali approfondimenti del vortice stratosferico; un segnale registrato dall’indice SEI che mostra disaccoppiamento tra le due porzioni atmosferiche nelle fasi con NAM mediamente positivo, mentre mostra allineamento nei periodi con valori del NAM mediamente negativo. In una tale situazione la trasmissione di vorticità dalla stratosfera alla troposfera non funziona, motivo per cui la troposfera non riceve alcun impulso da tipico evento T-S-T, in questo caso da ESE cold.

Il grafico di figura 2, come descritto nel precedente articolo, ci testimonia l’avvenuto crollo del geopotenziale dovuto ad una già persistente anomalia negativa di temperatura piuttosto che a causa di una vera e propria assenza dei flussi di calore. A suffragare e completare tutto ciò la figura 3 ci mostra l’andamento della temperatura compresa tra le latitudini di 60°N-90°N.

La forte anomalia negativa ha determinato un crollo del geopotenziale a sua volta causato dall’impulso troposferico avvenuto attorno alla metà del mese scorso, con indebolimento dell’attività d’onda e una sua divergenza equatoward come ben visibile dalle figure 3a e 3b (rispettivamente della media del geopotenziale alla quota isobarica di 500hPa nel periodo 16-20 dicembre e il più esplicito tracciante della media temperatura alla quota isobarica di 100hPa per lo stesso periodo). La disposizione dell’onda disegnata è chiaramente equatoward.

A tal proposito vorrei un attimo tornare indietro al primo outlook affinchè si possa comprendere meglio tutto il ragionamento che feci allora e che ritengo ancora valido nella sua sostanza.

Dal grafico in figura 4 che riporta la cross section delle anomalie del geopotenziale da 1000hPa a 0,4 hPa inserite nel primissimo outlook, vorrei prestaste attenzione al rettangolino azzurro posto nelle intenzioni attorno alla metà della prima decade di dicembre scorso. La dinamica del simil Canadian Warming, che così ancora ritengo si debba classificare, ritenni che avrebbe dovuto produrre l’impulso troposferico di temporanea chiusura del vortice polare con divergenza delle onde attorno alla metà della prima decade del mese. Da lì tutta la dinamica di appronfimento del vortice con l’abbassamento del geopotenziale stratosferico fino alla dinamica che avrebbe portato al possibile SSW ipotizzato per la metà del mese di gennaio, proprio come riassunto nello stesso grafico (vedi passaggi 4, 5 e 6). In realtà tutta la dinamica è stata assai più lenta (forse dovuta al non proprio ortodosso Canadian Warming) ma si è ugualmente realizzata.

Infatti dalla figura 5 noterete che l’impuldo troposferico, quello evidenziato nelle figure 3a e 3b, si è prodotto poco dopo la metà del mese in ritardo rispetto a quanto era nelle attese di circa un paio di settimane. Tutta la dinamica successiva a quell’impulso, e disegnata in figura 4, sta trovando man mano riscontro con uno spostamento temporale di circa un paio di settimane. Il riquadro in arancione esprime un periodo con indice AO attorno alla neutralità. In questa condizione si ha una buona efficacia nella ripartenza dei flussi di calore poleward che spesso può corrispondere ad un riscaldamento nelle medie latitudini. Un primo nuovo impulso d’onda (seconda onda) sembra profilarsi a partire dalle prossime ore ed un secondo è previsto prendere avvio subito dopo la metà del mese (vedi mappe FU Berlino ECMWF). Entrambi gli impulsi mostrano una buona propagazione verticale. Di questi impulsi dovrà tenersi conto perché potrebbero essere i precursori della dinamica che dovrebbe portare al SSW. In concomitanza con tali impulsi d’onda si mostra una buona ripresa dei flussi di calore come rilevabile dalla figura 6.

La ripresa dei flussi di calore determinerà una successiva ripresa degli Eventi dei Flussi di Calore calcolati su un inervallo di 40 giorni. Il prossimo periodo si prospetta molto avvincente. In conclusione riporto lo schema medio previsto delle onde per questa stagione così come indicato indicato nel primo outlook rapportato con quanto fin qui osservato, vedi figure 7 e 8.

Se dovesse realizzarsi un SSW, attualmente molto probabile, bisognerà stabilirne la tipologia che però in base alle anomalie di geopotenziale osservate tra gli ultimi giorni dello scorso anno e i primi del nuovo sembra dare maggiori possibilità ad un evento principale di tipo split. Per le ragioni che ho qui indicate l’SSW avrebbe elevate possibilità di avere caratteristiche dinamiche da T-S-T event enfatizzando quindi il regime troposferico fin qui osservato.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Suicidi e contenti

Posted by on 07:00 in Attualità | 21 comments

Suicidi e contenti

La prima Rassegna Straccia del 2018 di CM è dedicata ad un articolo pubblicato il 27 Dicembre scorso sul Fatto Quotidiano: una pietra miliare dell’infotainment catastrofista climatico, infarcita di affermazioni che vanno dall’allusivo all’opinabile al palesemente falso.

Titolo: Clima, come l’uomo rischia di sconvolgere il mondo: dall’isola che non c’è più alle Alpi senza più ghiaccio (e stambecchi). Si tratta di un articolo in 11 capitoli, come il Libro della Genesi, con la differenza che qui non si spiega come è iniziato tutto ma come finirà: malissimo ovviamente, per mano dell’uomo e della terribile CO2.

Il primo capitolo ha carattere introduttivo ed è un fritto misto in cui si chiamano in causa l’ormai famoso orso moribondo (che col global warming non c’entrava nulla), l’uragano Irma, la “bomba d’acqua di Livorno”, il leopardo delle nevi, lo stambecco delle Alpi e gli abitanti di Kiribati. Poi la siccità in Africa, i poli che si sciolgono e infine le previsioni del tempo dell’IPCC per il 2100.

Il secondo capitolo profetizza la scomparsa del ghiaccio dal Polo Nord citando come pistola fumante la famigerata apertura della “nuova rotta commerciale” tra Europa e Cina “fino a pochi anni fa percorribile solo con rompighiaccio”. È l’ennesimo tributo alla fake news del 2017 sulla gasiera rompighiaccio russa spacciata per petroliera convenzionale. Qualcuno informi il Fatto che la rotta in questione è tuttora percorribile solo con rompighiaccio, con l’eccezione di qualche settimana all’anno. Per inciso, ad oggi la quantità di ghiaccio lungo il tragitto in questione è notevolmente superiore alla media, con spessori di ghiaccio marino che superano i 3 metri (PIOMAS, DMI).

Fig.1. La “nuova rotta commerciale” scoperta dal Fatto. Intasata di ghiaccio pluriennale.

Il terzo capitolo ci regala una bufala climatica gigantesca e ridicola: si parla di un continente antartico che si sarebbe scaldato di “3 gradi in 50 anni”, e del “ritiro dell’87% dei ghiacciai antartici”. La rivelazione è talmente assurda (l’Antartide ha inanellato tra il 2011 e il 2015 una serie di record di estensione dei ghiacci marini e secondo la NASA la massa ghiacciata è addirittura in crescita) che tocca pensar male per capire da dove viene.

Ebbene, pensando male si deduce che al Fatto hanno qualche problema con la geografia. I dati riportati, infatti, si riferiscono alla sola Penisola Antartica: una piccola appendice di terra e ghiaccio che copre appena l’1.5% della superficie totale del continente antartico (IPCC, Researchgate). Da una quindicina d’anni, tra l’altro, ha preso a raffreddarsi anche la stessa Penisola. Evidentemente al Fatto sono rimasti un po’ indietro, tant’è che nello stesso capitolo si cita il distacco di Larsen B avvenuto 15 anni fa, piuttosto che quello recentissimo di Larsen C, il cui collegamento col Global Warming rappresenta una ennesima fake news climatica dell’anno appena trascorso.

Segue nel quarto capitolo il de profundis dei ghiacciai alpini, con annessa immancabile previsione catastrofica dell’IPCC per il 2100. Gioverebbe ricordare che i ghiacciai alpini si sono ritirati più volte in passato fino alla scomparsa quasi totale già 4000 e 2000 anni fa, quando Annibale attraversò le Alpi con l’inverno alle porte raggiungendo i 3000 metri di quota forte di un esercito di 25,000 uomini e…37 elefanti.

Segue lacrimevole riferimento alle isole che (non) scompaiono, soggetto a dir poco controverso nell’attribuzione frettolosa al Climate Change. E poi un lungo elenco di fatti recenti, dalle alluvioni alle siccità agli incendi: tutti, si intende, attribuibili al Global Warming per il noto mantra che quando fa freddo è “tempo” e quando fa caldo è “clima”. E se proprio butta male (troppo freddo, troppa neve) allora è “fenomeno estremo” ovvero, in ultima analisi, sempre colpa della CO2.

Formula Magica

L’undicesimo capitolo, finalmente, ci svela con fare vagamente esoterico la formula magica che salverà il mondo, ovvero le “Tre R: Risparmio-Riuso-Rinnovabili” da contrapporre al “dogma Strade-Cemento-Idrocarburi”. Perché dovete sapere che ai bei tempi, quando l’Europa si ricostruiva dal cumulo di macerie fumanti in cui l’aveva ridotta la seconda guerra mondiale, si consumavano solo 2kilowatt per persona, invece dei 6kW odierni. Quei 2kW, secondo “una ventina tra i maggiori studiosi italiani di cambiamenti climatici … (sono) una quantità di energia sufficiente per soddisfare tutte le necessità”.

Un’ambizione singolare, quella di tagliare del 65% il consumo energetico pro-capite, visto che questo parametro è uno dei principali indici di benessere e di progresso sociale che si conoscano (Fig.2). Solo per fare qualche esempio, 2kW nel 2013 era il consumo pro-capite di potenze economiche e modelli di sviluppo sociale come il Gabon, l’Uzbekistan o l’Iraq. E la fatidica soglia in questione altro non è che un residuato frusto e ridicolo della narrativa ambientalista di una quindicina di anni fa, quando l’ambizione di una “società da 2kW a personaveniva venduta come un ideale utopistico su cui fondare una “nuova Atlantide” all’insegna dell’efficienza e della sostenibilità energetica.

Fig. 2. Fonte: Wikipedia

…E decrescita (in)felice

In attesa di scoprire quali siano le “necessità” che “i maggiori studiosi” ci consentirebbero di soddisfare con quei fatidici 2kW residui, rimane una via crucis giornalistica fatta di 11 stazioni infarcite di fake news e illazioni indimostrabili usate come pezza giustificativa per proporre un bel programma di decrescita (in)felice che porti il nostro fabbisogno energetico indietro di 50 anni e faccia dell’Italia un Gabon europeo.

Ed è supefluo sottolineare che questo pensiero fondamentalista, pauperista e nemico del benessere gioverebbe solamente ai competitors di chi sceglie di suicidarsi deliberatamente con una agenda di decrescita. Qualcuno ci chiede di correre una gara olimpica contro avversari fortissimi facendoci scattare dai blocchi in direzione opposta rispetto ai concorrenti. Verremmo squalificati all’istante e ci riderebbe dietro il mondo intero, ma vuoi mettere la soddisfazione di essere (solo noi) nel giusto?

 

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Le Previsioni di CM – 8 / 14 Gennaio 2018

Posted by on 07:00 in Attualità, Le Previsioni di CM, Meteorologia | 2 comments

Le Previsioni di CM – 8 / 14 Gennaio 2018

Le Previsioni di questa settimana sono di Fabio Campanella

____________________________________________

Situazione ed evoluzione sinottica

Innanzitutto buon anno a tutti i lettori di Climate Monitor!

Il 2018 ha esordito con un vortice polare forte, dovuto non solo ad una predisposizione della stratosfera a raffreddarsi notevolmente rispetto alla media trentennale ma anche dalle precedenti vicende troposferiche con i flussi di calore risultati forti e divergenti verso il polo con il contributo essenziale della wave pacifica. Tale evoluzione come da letteratura scatena una serie di eventi riassumibili in 3 fasi:

  • Riscaldamento dovuto ai continui flussi di calore in propagazione verso la stratosfera, e, in questo caso, instaurazione di un canadian warming per l’afflusso prevalente in onda 1 (wave pacifica).
  • Compressione del vortice polare che diventa spesso ellittico e “fitto” da un lato. Core del vortice che viene dislocato dal polo (displacement) accompagnato da un aumento delle velocità zonali alle quote medio-alte.
  • Risoluzione del warming ed approfondimento del vortice il quale si raffredda notevolmente e tenta di riconquistare la sua sede naturale (Polo). Tale dinamica favorisce la propagazione verso il basso sia delle velocità zonali che del raffreddamento con aumento delle vorticità soprattutto ad est del precedente riscaldamento, in questo caso nell’area Atlantica.

Questa particolare evoluzione determina una esplosione di vorticità e del getto in uscita dal continente americano e, grazie alla persistenza dell’onda pacifica, un accanimento del core del vortice sul Canada ed America Nordorientale in genere ove,  guarda caso, si sta manifestando un periodo tra i più gelidi degli ultimi decenni. Di risposta tale pattern favorisce tutt’altro in Europa dove va a prevalere ancora una volta la NAO positiva, l’Eastern Atlantic/Western Russian negativo e l’East Atlantic Pattern positivo, una terna che determina le condizioni tra le più miti che si possono manifestare. Difatti come possiamo vedere nella figura 1 (Fonte WeatherBell http://www.weatherbell.com), nell’ultima settimana le anomalie positive in Europa sono diventate pesanti con l’estremo est che sperimenta anomalie di oltre i 16°C.

Figura_1

A breve non è prevista alcuna modifica a questo pattern attuale, favorendo quindi ancora un assetto Europeo volto verso NAO positiva, EA positiva ed EA/WR negativa. Di conseguenza continueranno a traslare dal continente americano forti depressioni associate a tempeste dirette prevalentemente verso Inghilterra ed Europa settentrionale mentre l’Europa meridionale sarà marginalmente coinvolta da questi passaggi  i quali risulteranno talora molto miti talora freschi a seconda della provenienza dei venti. Tuttavia ci sono da segnalare alcune varianti al tema:

  • Nei prossimi giorni assisteremo all’instaurazione di un breve episodio di Scandinavian Pattern Positivo dovuto all’attuale oscillazione in senso verticale del getto in entrata sull’Europa.
  • Per la causa di cui sopra si avrà un raffreddamento abbastanza repentino di tutta l’Area Russo-Siberiana, ad ora interessate da forti anomalie positive.
  • L’aumento della divergenza del getto in uscita dal continente Americano causato dal pattern Scandinavo (opposizione alle westerlies dovute alla presenza ad est di aria molto fredda). Solitamente questo evento favorisce l’abbassamento della latitudine del fronte polare in entrata sull’Europa ed il calo seppur modesto della NAO.

Queste 3 varianti, ad oggi ancora da confermare e soggette a progressivi “tuning” nella loro magnitudo ed espressione, potranno tracciare il futuro dell’inverno sull’Europa e conseguentemente sulla nostra Penisola.

La prossima settimana la possiamo definire “interlocutoria”. I modelli deterministici mostrano scarsa stabilità già a medio termine (Figura 2. Fonte www.wetterzentale.de) anche se traspare la possibilità almeno fino a tutta la seconda decade di gennaio e parte della terza del prosieguo del pattern attuale grazie alla rinnovata presenza di forti correnti zonali in uscita dal comparto americano.

Quindi nella settimana dall’8 gennaio al 14 gennaio assisteremo al passaggio della saccatura attualmente presente in Spagna in trasferimento graduale verso levante con la cessazione graduale dell’episodio sciroccale e l’instaurazione di correnti più fresche le quali riporteranno le temperature intorno alle medie stagionali.

Figura_2

Previsioni del tempo sull’Italia (basate su modello Ecmwf a 13 km)

Lunedì:  Avanza verso nordest la bassa pressione sulla Spagna facendo ulteriormente peggiorare il tempo sulle Regioni Nordoccidentali italiane. Aumento delle precipitazioni anche di forte intensità su Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta con nevicate copiose oltre i 1.400/1.600 metri di quota. Estensione delle precipitazioni su alta Toscana, Lombardia e su Triveneto con nevicate a quote più alte. Altrove nuvolosità irregolare con schiarite più ampie su medio Adriatico, Sicilia e Sardegna con conseguenti mari molto mossi o agitati. Venti da scirocco su tutti i mari, di grecale esclusivamente su Mar Ligure. Temperature stazionarie molto sopra la media specie al Sud e nelle minime con punte di 20° su Sicilia, Calabria e Puglia.

Martedì: Attenuazione delle precipitazioni sul Nordovest mentre aumentano su tutto l’Arco alpino  con nevicate intorno ai 1.500 metri, altrove nuvoloso o coperto con qualche pioggia su Toscana e Lazio specie dal pomeriggio-sera. Venti di scirocco su Adriatico, Ionio, canale di Sicilia, di Libeccio su Tirreno settentrionale e Liguria. Mari molto mossi specie su Adriatico e Ionio. Temperatura stazionaria al Nord, in calo su centrali tirreniche, Sardegna, Toscana e Lazio; temperature stazionarie su livelli primaverili (o autunnali che dir si voglia) altrove.

Mercoledì: Passi avanti verso levante della struttura depressionaria. Miglioramento al Nord con cielo molto nuvoloso ma senza precipitazioni. Schiarite sulle regioni Centrali, tempo più chiuso e piovoso tra Abruzzo, Molise, Campania, Calabria e Sicilia. Sul resto del sud ancora in attesa con peggioramento più organizzato a partire dalla serata. Venti ancora di scirocco su Adriatico Meridionale, Ionio. Da maestrale su Tirreno centromeridionale, canale di Sicilia, Adriatico centro-settentrionale. Moto ondoso sempre vivace su Canali di Sardegna, Sicilia, Ionio e basso Adriatico. Temperature in ulteriore lieve calo al Centronord specie Tirrenico, in diminuzione più decisa altrove specie nei valori minimi.

Giovedì: Nuvolosità irregolare un po’ su tutta la Penisola con coperture più intense al Nord specie lato Adriatico. Schiarite al Sud e sulla Sicilia. Qualche pioggia su Sardegna, Sicilia occidentale e Toscana. Dal pomeriggio peggiora su tutto il versante Tirrenico centro meridionale con piogge sparse. Nevicate oltre i 1.500 metri sull’Appennino Centrale con abbassamento della quota neve dalla serata. Venti a circolazione ciclonica: da nordest sui mari settentrionali, da maestrale su Sardegna, da ovest su canale di Sicilia, da sudovest su Ionio. Temperatura diminuzione al Nord e zone Tirreniche; stazionaria sul basso Adriatico e sulle zone Ioniche.

Venerdì: Ulteriore traslazione della bassa pressione verso levante con attenuazione delle precipitazioni su medio e basso adriatico e soprattutto sulle zone ioniche e Sicilia. Residue nevicate sull’Appennino centro-meridionale oltre i 1.000 metri. Altrove nuvolosità variabile con ampie schiarite su Lazio, Toscana, regioni nordoccidentali. Venti forti di maestrale su Sardegna e canale di Sicilia, moderati di tramontana su medio-basso Adriatico e Ionio. Temperatura in diminuzione su medio e basso Adriatico, zone ioniche e Sicilia, stazionarie al Centro e alto Adriatico, in lieve aumento su Toscana e regioni Nordoccidentali.

Sabato*: Si allontana la bassa pressione Spagnola verso la Grecia. Tempo che migliora ovunque con residui annuvolamenti sul Sud Peninsulare e medio Adriatico. Altrove poco nuvoloso ma con aumento della nuvolosità al Nord e Sardegna per il sopraggiungere di una nuova perturbazione atlantica. Venti ancora moderati di maestrale con rinforzi su  basso Adriatico e Ionio, temperatura stazionaria o in lieve aumento al Sud e zone centrali.

Domenica*: Rapido peggioramento su tutte le regioni con qualche pioggia essenzialmente su Sardegna e al Nord in rapida traslazione verso levante. Nevicate oltre i 1.200/1.500 metri su Appennino centrale. Venti in rinforzo dai quadranti meridionali. Temperatura in aumento al Sud e sul medio Adriatico, in calo al Nord specie versante occidentale e Sardegna, stazionarie altrove.

(*): vista l’estrema incertezza a medio termine dei modelli matematici di previsione le due giornate asteriscate hanno un grado di affidabilità molto bassa al momento pertanto invito a prenderle come linea di tendenza.

Alla prossima.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Ci Credereste? Con il Meteo siamo Fortunati!

Posted by on 08:00 in Attualità | 7 comments

Ci Credereste? Con il Meteo siamo Fortunati!

Alt, non si tratta di iniziare a scommettere sul tempo (magari qualcuno lo fa già…). Né di dichiarare una volta per tutte che quando le previsioni vanno bene prevale l’elemento dea bendata. Si tratta piuttosto di prendere atto dei numeri.

Ora, tra tutti quelli che, letteralmente, ci sovrastano al giorno d’oggi, quali numeri ci interessano di più? Suppongo di fare la parte del facile profeta se asserisco che quelli a cui teniamo di più sono i numeri con cui si pesano le nostre tasche. Ebbene, numeri alla mano, il mondo, questo malandato mondo, ci sta regalando un periodo meteorologicamente fortunato, se guardato dalla prospettiva dei danni causati dagli eventi estremi.

Sorpresi? Pensavate esattamente il contrario? Bé, è comprensibile, perché la propag… ehm, la comunicazione su queste cose spesso i numeri non li guarda proprio, specialmente se non fanno scopa con il messaggio che si ritiene debba essere trasmesso.

Eppure ecco qua, da quelli che sui numeri ci campano e a cui, forse piacerebbe anche che fossero un po’ diversi.

Per gentile concessione di Roger Pielke Jr, che si occupa da anni di queste cose, quello che vedete qui sopra è il grafico aggiornato delle perdite materiali causate da eventi meteorologici estremi in relazione al PIL globale (GDP). Pielke, che ha lasciato da tempo il dibattito sul clima in quanto stufo di sentirsi dare del venduto perché si ostinava ad attenersi ai numeri, ci tiene a sottolineare che questi dati NON devono essere usati per disquisire di trend climatici. Per quello, dice, ci sono appunto i dati climatici, che peraltro dicono la stessa cosa: per quanto vi sia stato sin qui raccontato il contrario, con riferimento agli eventi estremi, alluvioni, uragani, tornado et similia, non ci sono trend significativi.

Però si diceva di un mondo fortunato. In effetti, le perdite materiali sono in costante diminuzione da 25 anni, anche se il 2017, che ha visto il ritorno degli uragani sulle coste USA, esce decisamente fuori norma, come del resto avevano fatto ma con il segno opposto gli anni che lo hanno preceduto da vicino.

Si può far meglio? Più che altro si deve, sperando però che la fortuna continui…

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Chi siamo, da dove veniamo ma, soprattutto, che clima facciamo?

Posted by on 12:56 in Attualità | 11 comments

Chi siamo, da dove veniamo ma, soprattutto, che clima facciamo?

Quanti tra quelli che leggono si ricordano le massime di Catalano? Erano una delle cose più spassose della trasmissione “Quelli della notte” di Renzo Arbore. Nonostante siano passati più di 30 anni, l’arte di dire cose scontate e farle passare per grandi verità è più che mai attuale. Trova ospitalità persino nelle riviste scientifiche.

Ecco qua, da Nature Climate Change:

Linking models of human behaviour and climate alters projected climate change

Che, nell’interpretazione di Science Daily diventa: Curbing Climate Change (dove curbing sta per frenare, contenere…).

Dunque sembra che se nelle proiezioni climatiche non si tenga conto di come reagisce la gente ad una “adeguata” comunicazione della percezione del rischio. Applicando un apposito modello che dovrebbe simulare le nostre reazioni in relazione a come ci viene spiegato quello che succede, ci sarebbero molte più possibilità di successo nel contenere le emissioni.

Ergo, non bastano gli elementi di incertezza di un livello di conoscenza delle dinamiche climatiche nel lungo termine, non basta il buio più assoluto su quelli che potranno essere gli scenari delle emissioni del futuro, ora, aggiungendo anche un po’ di sane scienze sociali, la rappresentazione del mondo virtuale del futuro verrà anche meglio.

Ecco spiegato perché i grandi comunicatori si stanno dannando l’anima in questi giorni per spiegare a tutti quelli che popolano gli Stati Uniti centro-orientali che questo inverno così come nella maggior pare di quelli più recenti, da quelle parti si crepa di freddo perché il mondo è più caldo; nella fattispecie, l’Artico è più caldo. Infatti adesso ha una temperatura media di 26°C sotto zero… Mi è capitato anche di leggere su Twitter in questi giorni che tale “calore” riverserebbe grandi quantità di energia fredda verso le medie latitudini… Energia fredda, chiaro no?

Comunque, è abbastanza lapalissiano che se sottoposti ad adeguata comunicazione del rischio, reale o presunto che sia, diventeremmo tutti più bravi e, soprattutto, molto più disposti a fare sacrifici. Questo, oltre che a farci camminare per mano verso la salvezza del pianeta, restituirebbe anche previsioni climatiche migliori.

Quindi, che aspettate?

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Novità sulla Sidebar: Indici per meteointenditori

Posted by on 17:09 in Attualità | 0 comments

Novità sulla Sidebar: Indici per meteointenditori

Un piccolo spin off meteorologico, una repository di quegli indici e teleconnessioni che chi se ne intende va a controllare praticamente ogni giorno.

Dalla stabilità delle performance dei modelli previsionali alle dinamiche della circolazione emisferica; da quelli noti e stabilmente riconosciuti in letteratura a quelli che, letteralmente, stiamo sperimentando da anni nel tentativo di trovare (senza speranza) la pietra filosofale dell’atmosfera.

Sulla nostra sidebar da oggi, basta fare click sull’immagine che, per chi se ne intende, è altamente evocativa 😉

Buona navigazione

gg

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Le origini dell’AGW

Posted by on 09:07 in Attualità | 5 comments

Le origini dell’AGW

Vi siete mai chiesti come e perché il clima sia diventato un problema? Come e perché sia stato creato l’IPCC? Quale obbiettivo fosse perseguito all’inizio e quali altri ne siano stati aggiunti nel tempo? Pensate che il problema fosse capire come e se le attività umane hanno un impatto sul clima?

Bé, è appena uscito un libro su cui Judith Curry ha scritto un lungo post sul suo blog, con molti estratti e con molte informazioni interessanti.

Questo è il post: Manufacturing consensus: the early history of the IPCC

Questo è il libro: SEARCHING FOR THE CATASTROPHE SIGNAL:The Origins of The Intergovernmental Panel on Climate Change

E pensare che tutto è iniziato per far prevalere il nucleare sul carbone…

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

#PolarVortex e dintorni

Posted by on 07:00 in Attualità | 25 comments

#PolarVortex e dintorni

Nonostante il più classico degli esempi di interessato disinteresse da parte dei media, vi sarà magari capitato di apprendere che l’America del Nord è alle prese con una delle più brutali ondate di gelo degli ultimi decenni. Davvero tanto freddo, mentre inoltre si prepara un blizzard sulla costa est per i prossimi giorni che aggiungerà presumibilmente anche molta, moltissima neve a quella già caduta.

Il massimo che abbiamo potuto sentire in termini di commento qui da noi sono stati i rimbrotti e i risolini di scherno riservati alla solita uscita del solito presidente Trump, che ha ironizzato sul fatto che un po’ di sano Global Warming in questi casi non sarebbe stato male (noi ne abbiamo parlato qui: Il Re è Nudo, CM 28 dicembre 2017). Naturalmente, non fosse altro che per scaldarsi un po’, dall’altra parte dell’oceano se ne sta parlando molto di più, con l’hashtag #ItsSoCold che spopola su Twitter e con i thread lanciati da esperti e non solo che si allungano a dismisura.

L’indiziato numero uno, come accade da un po’ di anni ogni volta che fa freddo in Nord America è il Vortice Polare – Polar Vortex, con annesse tutte le sue declinazioni e variazioni sul tema, come il rallentamento del Getto Polare, l’Amplificazione Artica, insomma, tutte le spiegazioni che è possibile dare in chiave clima che cambia e cambia male al fatto che, a volte, d’inverno fa freddo, anche tanto freddo.

Così, mi è capitato di intercettare un tweet di Stefan Rhamstorf, autentica colonna dell’AGW nonché fondatore del blog Real Climate, che recitava così:


Dal momento che di Vortice Polare ne parliamo spesso anche noi la faccenda mi ha incuriosito, così ho risposto chiedendo lumi circa le non meglio specificate antiche e benevole “abitudini” del Vortice Polare. Naturalmente non ho avuto alcuna risposta diretta, ma un altro partecipante al TD si è fatto subito sotto indicando un paper dal quale si evincerebbe che, sì, il fatto che l’Artico si sia scaldato è certamente causa delle ondate di freddo sugli USA.

Il Paper è questo qui:

Meridional and Downward Propagation of Atmospheric Circulation Anomalies. Part I: Northern Hemisphere Cold Season Variability

Una lettura certamente interessante anche se alquanto ostica, in cui si ipotizza e descrive il meccanismo che porta alla propagazione delle anomalie termiche da e verso il polo e, lungo l’asse verticale, tra Stratosfera e Troposfera. Un meccanismo che, si ipotizza, porta all’attenuazione del gradiente longitudinale di temperatura, all’indebolimento del Vortice Polare ed a più frequenti sue incursioni verso le medie latitudini.

Ora, a parte il fatto che l’Artico quest’anno è stato molto meno “caldo” (perdonate le virgolette ma trattasi di caldo mooolto relativo) di quanto non sia accaduto in passato, per continuare la discussione e, diciamo così, inserire un po’ di incertezza in tanta sicumera, ho risposto con il link ad un altro paper, in cui pur affrontando proprio il tema dell’eventuale collegamento tra Amplificazione Artica e eventi di freddo intenso, si sottolinea che tale collegamento è tutt’altro che chiaro e tutt’altro che lineare, fornendo tra l’altro un paio di mappe mentali che vi riporto qui sotto dopo il link al paper:

Nonlinear response of mid-latitude weather to the changing Arctic


Al di là del fatto che a quanto pare i meccanismi che porterebbero ad un rallentamento del getto sembra appartengano più alla stagione estiva che a quella invernale, e questo scagionerebbe il Vortice Polare che nell’emisfero nord d’estate non c’è, quel che mi pare più interessante è la colonna centrale della seconda figura, quella delle cosiddette limitations. Cose di cui, a ben vedere, forse si dovrebbe tener conto, anche quando si muore dalla voglia di attribuire il freddo al caldo.

Comunque, per porre fine alla questione, val la pena ricordare che le dinamiche del Vortice Polare, le sue fasi di debolezza o maggiore compattezza e, in ultima analisi la posizione e l’ampiezza delle oscillazioni (meandri) della corrente a getto che lo circonda, sono abbastanza efficacemente descritte (ahimè ex-post perché sin qui non c’è verso di prevederlo con efficacia) da un indice molto noto, l’Oscillazione Artica, il cui segno positivo indica alta velocità del getto e robustezza del vortice e le cui fasi negative indicano ondulazioni molto ampie del getto e debolezza del vortice. Qui sotto l’AO in tutto il suo splendore pluridecennale (postata da Clive Best nello stesso TD):

E’ necessario sottolineare che le dinamiche descritte e ipotizzate nei paper, così come l’attribuzione del freddo al caldo dovrebbero mostrarsi sotto la forma di un qualsivoglia trend in questa serie? Forse sì, anche se non sembra proprio che ci sia alcuna tendenza. Anzi, a guardar bene, forse nelle ultime decadi c’è stato un po’ più di blu, cosa che, eventualmente, indicherebbe l’esatto contrario di quanto ipotizzato.

Ah, naturalmente, tutto ciò aspettando che il Polar Vortex faccia visita anche a noi ;-).

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail
Translate »